SAGGEZZA E PROFEZIA: ALDO CAPITINI

di Antonio Vigilante

Se la si considera in rapporto alla cultura italiana a lui contemporanea, la filosofia di Aldo Capitini appare come una realtà a sé stante, minoritaria ed isolata per l'ispirazione di fondo che la muove -nonviolenza, critica sociale, religiosità laica- e per lo stesso linguaggio, innovativo e pregno di risonanze inconsuete.

Confrontandosi con le maggiori correnti del pensiero contemporaneo man mano che penetrano in Italia, da tutte prende le distanze per affermare la sua posizione, che rifiuta la difficile scelta tra passione etico-religiosa e concretezza politica, e mette in contatto l'una con l'altra. E' in lui un intento di riforma spirituale che si fa sempre più consapevole attraverso una teoresi che si tiene per questo lontana dalla chiusura delle filosofie sistematiche.

La viva sensibilità per il male, l'attenzione agli sconfitti, ai malati, ai deboli, la consapevolezza del limite e della nostra finitezza, avrebbero potuto condurlo verso l'esistenzialismo o immobilizzarlo nel pessimismo, ed invece ne fanno, per contraccolpo, un esploratore delle grandi possibilità umane, alla luce delle quali si confronta con la realtà storica, politica e sociale del suo tempo.

Sarà bene partire da quest'ultima per afferrare il punto d'origine, l'esigenza di fondo della filosofia capitiniana; sarà bene, cioè, partire dal suo antifascismo, che è ben più di una contingente presa di posizione politica. Come filosofo Capitini nasce nello sforzo di pensare contro ed oltre il fascismo. La sua prima opera, quegli Elementi di un'esperienza religiosa che parte non trascurabile ebbero nella formazione di una coscienza antifascista nei giovani, è un rovesciamento dell'ideologia fascista condotta da un punto di vista criticamente religioso. Il fatto che il libro, del '37, sia sfuggito alla censura per via del titolo - fatto nel quale giustamente il filosofo vedrà "un segno di decadenza" (1)- è una conseguenza di quella concezione della religione che egli combatte dalla prima all'ultima pagina di esso.Il percorso di questa prima proposta capitiniana parte dalla constatazione della violenza, dilagante in una civiltà che nell'ansia di arrivare al fine sceglie il mezzo più grossolano, per guadagnare la posizione della nonviolenza, che negli anni seguenti sarà sviluppata anche da un punto di vista organizzativo e strategico. (2)

Consapevole che la violenza nasce da una concezione del mondo nella quale la vita con l'altro non è occasione per la piena attuazione della nostra umanità, ma appare "come urto di atomi o come contratto" (3), Capitini afferma l'apertura ontologica della persona e scopre l'alterità come esigenza irrinunciabile della vita spirituale. In mezzo alla bellicistica retorica fascista, alla colpevole esaltazione dell'agonismo, alla applicazione del principio di gerarchia ad ogni livello della vita sociale, Capitini perviene dunque alla concezione di una soggettività religiosa in senso nuovo, che esperisce la propria esistenza non come scacco e sconfitta, né come quietistico abbandono ad una Totalità data, ma come affermazione di valori, in una comunione con la vita altrui che impone un rigoroso rifiuto della menzogna, della violenza e della uccisione, spinto fino al vegetarianesimo.

L'"esperienza religiosa" capitiniana fa propria quell'esigenza di riforma religiosa, di purificazione del cristianesimo da ogni scoria dogmatica che da secoli in Europa è in tensione con la religione istituzionalizzata, sviluppandola però alla luce degli esiti della cultura filosofica contemporanea, vale a dire in una prospettiva rigorosamente immanentistica. Come avverte lo stesso Capitini nella prefazione alla nuova edizione del '47, negli Elementi sono evidenti due tendenze: da una parte l'interiorità, la coscienza, la libertà rivendicate contro ogni potere esteriore; dall'altra la massima apertura di questa stessa interiorità, l'affermazione di una piena solidarietà di tutti gli esseri umani come enti morali. (4) 

E' difficile sottovalutare qui l'influenza della persuasione di Carlo Michelstaedter. Nel pensatore goriziano la distinzione tra esistenza autentica ed inautentica è compiuta in una prospettiva affatto diversa da quella di Heidegger: l'autenticità della persuasione trascende eticamente, attraverso l'esperienza della sofferenza, del limite e dell'insufficienza, l'organizzazione violenta ed egoistica della retorica. (5) Eppure egli aveva scelto di interrompere con il suicidio la sua vicenda filosofica ed umana. La tragica conclusione dell'esistenza di Michelstaedter diviene in Capitini (che certo ha presente quanto ne aveva scritto tempestivamente Papini) simbolo della crisi di una intera epoca di individualismo chiuso e disperato.(6) Riprendere la persuasione significava ora cercare la via d'uscita da quella crisi proseguendo nella direzione di una autenticità costruttiva, creatrice di valori, realmente rivoluzionaria. "La vita -scrive- è lotta. Non c'è cosa di valore che non costi." (7) Lotta che significa, nel teorico della nonviolenza, anzitutto approfondimento, ascesi interiore per farsi trasparenti a se stessi e scoprire l'unità di tutti; e poi critica sociale, opposizione, non-collaborazione, azione. 

Tutto ciò va in Capitini sotto il segno di una persuasione religiosa che riconduce in limiti umani la figura stessa del Cristo, non mancando di riferirsi alle religioni orientali, in un modo ben lontano, però, da certo dilettantistico ed improvvisato sincretismo religioso del tempo, e che è piuttosto il caso di accostare alla serissima religione gandhiana. Ne risultava duramente attaccata, intanto, la Chiesa cattolica del concordato e poi quella post-conciliare, con numerosi e ben ponderati argomenti: la superficialità del culto e dei riti, il miracolismo, il ricorso a leggende che non reggono alla critica storica e ad una filosofia superata da tempo, l'autoritarismo, l'erigersi a unica via di salvezza, la connivenza con il potere. Ad essere contestata era , alla fine, la legittimità di una istituzione religiosa come insieme di edifici, cariche, poteri, interessi, in favore di una religione aperta che promuova un innalzamento della persona e della società, una liberazione da antichi vincoli e sudditanze, un rinnovato senso della prassi.

Come in ogni moto di riforma religiosa, si trattava di fissare l'essenza, il nucleo originario della religione, e di abbandonare tutto ciò che a questo nucleo non è riconducibile. La persuasione religiosa consiste tutta in due aperture: l'apertura al tu, l'amore appassionato per l'altro; l'apertura ad un mondo diverso, liberato dal male e dalla morte. La prima apertura conduce alla seconda, perché se amo le persone, non posso tollerare che la morte se le porti via; dovrò cercare non solo la mia salvezza, ma la salvezza di colui che amo; e poiché l'amore religioso è aperto a tutti gli esseri che vivono e sono vissuti, dovrò cercare la salvezza di tutti. "Il principio fondamentale della religione aperta è che ci salviamo tutti." (8) Un principio che, se contrasta con l'insegnamento ecclesiastico tradizionale, è dedotto in modo del tutto conseguente dalla considerazione relazionale della vita umana che Capitini contrappone sia al totalitarismo che all'atomismo sociale.

Considerata da un punto di vista laico ed immanentistico, la religione acquista così un carattere rivoluzionario, diventa il completamento - la libera aggiunta del persuaso religioso- della prassi politica. In ciò Capitini è un buon interprete dello spirito profetico ed escatologico ebraico ed evangelico. Può essere questa una chiave di lettura del suo pensiero e della sua posizione nel panorama filosofico contemporaneo: una spiritualità di carattere ebraico -per l'attenzione al tema dell'altro, il rifiuto della Totalità, la ricerca della liberazione- in polemica con l'indirizzo della civiltà europea. V'è un'aria di famiglia tra il pensiero dialogico-escatologico di Capitini e quello di Buber, di Lévinas, di Benjamin.

In una occasione il filosofo umbro ha distinto la posizione del saggio da quella del profeta. Nella Compresenza dei morti e dei viventi si legge che il singolo, percependo le possibilità di trasformare la realtà, può "spiare le aperture ad Altro nello stesso mondo della natura, fare il profeta di una realtà liberata, posizione questa intrinseca alla vita religiosa, che è di speranza e annuncio di una realtà, mentre il saggio indica il modo migliore di rigirarsi nella realtà così com'é." (9) La saggezza si rassegna a considerare l'oggettività come orizzonte immutabile; la profezia mantiene viva la tensione verso l'Altro, e per questa tensione cerca concetti adeguati. 

La profezia è l'ottica della nonviolenza. Scrive Lèvinas: "Della pace si può avere solo un'escatologia." (10) Di questo Capitini è stato sempre consapevole; e se Lèvinas contrapporrà l' Infinito alla Totalità, la metafisica alla ontologia occidentale, il filosofo umbro trascende il Tutto hegeliano nell' Uno-Tutti e nella compresenza. Per questa via vanno interpretate le obiezioni di Capitini a Benedetto Croce. Come tutta la sua generazione, Capitini avvertì la notevole influenza della lezione crociana; e Croce a sua volta non mancò di avvertire la serietà e il rigore intellettuale di Capitini, favorendo l'uscita nella laterziana "Biblioteca di cultura moderna" degli Elementi di un'esperienza religiosa. Libro che, se contribuiva alla comune causa antifascista, sviluppava un discorso già tutto al di fuori della prospettiva crociana.

Con una indicazione critica che fissa efficamente, se non la rilevanza del pensiero capitiniano, certo la sua direzione, Bobbio ha scritto che egli, come Gramsci, è un "anti-Croce", la cui opera "appunto in quanto tale non sarebbe stata quella che è stata senza l'antagonista." (11) Punto decisivo della critica dello storicismo nel Saggio sul soggetto della storia del 1947 è la denuncia dell' estenuarsi in esso della tensione dell'umanesimo occidentale. Quest'ultimo poneva contro l'uomo un ostacolo, un elemento esteriore contro il quale occorreva lottare per raggiungere gli scopi dell'umanità. Con lo storicismo, osserva Capitini, questo elemento esteriore è eliminato, ogni trascendenza è riassorbita nel Tutto, e risulta così anche annullato ogni dramma. Nulla più da sperare, da attuare al di fuori della realtà totalitaria. Una conclusione che respinge opponendo il punto di vista etico-religioso, che consiste nel tenere ben fisso lo sguardo sulla imperfezione del reale. Raggiunto l'immanentismo, era dunque da evitare ogni ottimistica conciliazione di reale ed ideale, "dualizzare internamente l'immanenza" (12), come afferma individuando una concreta 
esigenza del pensiero contemporaneo.

Questa immanenza "dualizzata" è l'immanenza dell'Uno-Tutti, nel quale gli individui non sono fugaci apparizioni presto consegnate all'oblìo, assorbite dal procedere della storia, ma presenze eterne ed incancellabili. L'Uno-Tutti è il capitiniano soggetto della storia, con il quale doveva risultare superato non solo lo storicismo, ma anche la protesta esistenzialistica contro di esso. "Solo una totalità che realizzi tutte le nostre esigenze -scrive- potrà essere creduta realtà; questa è una prova tutta interiore alla coscienza, da cui sorge la persuasione o la fede." (13) Negata la Trascendenza, Capitini non è in alcun modo disposto a svuotare di significato la fede. Tutto il suo pensiero è il tentativo di introdurre nella coscienza laica il paradosso della fede. Leopardi e Kant sono i gli autori di riferimento per questa tentativo .Con una formula che al suo tempo era destinata a suscitare non poche perplessità, il filosofo umbro si definisce "kantiano-leopardiano". Il Leopardi costantemente presente in tutti i suoi scritti, non è il filosofo dello Zibaldone, ma il poeta dei Canti (non è da trascurare la formazione letteraria di Capitini). Ciò che da essi deriva è soprattutto la protesta contro la morte: è questo il momento "leopardiano" del suo pensiero. Ma già in questo primo momento, negativo-critico, è un indizio di religiosità. Notevole è una osservazione nella Compresenza dei morti e dei viventi, dove si legge la "protesta per il passo della morte è più religiosa della sua accettazione, e il Leopardi è più religioso del Croce."(14)

Sviluppare questo indizio di religiosità, rispondere all'inquietudine leopardiana per Nerina, voleva dire conquistare la concezione di un mondo senza più dolore e morte, rigettando al contempo l'idea cristiana della immortalità ultraterrena. Per realizzare questa impresa non facile Capitini torna alle tematiche etico-religiose di Kant, mantenute vive in Italia da Piero Martinetti. Del kantiano regno dei fini si ricorda per elaborare la sua teoria della compresenza, certo il suo più alto esito teoretico ed una delle più originali concezioni della filosofia italiana del secolo.

Diversamente da Kant, la compresenza non riguarda solo gli esseri ragionevoli. Capitini pensa ad una unità dinamica, nella quale sono infinitamente presenti tutti gli esseri che, in qualunque tempo, sono apparsi; una unità che si accresce con ogni nuova vita, nella quale il morto è accanto al vivo, e della quale partecipano tutti, buoni e malvagi. Una siffatta realtà non è, ovviamente, quella della natura, e non è possibile accertarla con l'esperienza. La compresenza è ulteriore rispetto alla conoscenza del mondo. Nel pensiero di Capitini acquisteranno pertanto grande rilievo due questioni: quella della vitalità e quella della prassi.

La prima, come è noto, aveva acquistato ampio spazio in Croce, soprattutto nella Filosofia della pratica del 1909. Nel caso di Capitini, non si tratta di inserire il vitale nello Spirito, quanto di chiarire i rapporti tra la natura-vita ed un princìpio superiore. La compresenza, infatti, cresce sopra la semplice natura ed opera per la sua trasformazione in una realtà liberata; il vitale non è negato, ma investito dai valori e portato ad un livello più alto. "Il valore fondamentale sta, dunque, -afferma- nel promovimento e dominio della vitalità, per far posto agli altri valori."(15) Questi altri valori sono la bontà, la giustizia, la verità e la bellezza: un quadro assiologico tutto sommato ancora crociano. Originale è invece l'analisi della funzione liberatrice ed unificatrice del valore. Il valore, sostiene, è attività creatrice, che non appartiene al singolo individuo. Dove si realizza un valore, lì sono presenti tutti gli esseri che sono e che furono: "Il valore sale da una presenza corale." (16) Alla luce del valore è spezzata la prigione della soggettività, tutti gli uomini appaiono indissolubilmente uniti in una grande impresa creatrice alla quale appartengono anche i morti, e nella natura stessa, considerata con occhi diversi da quelli dello scienziato che scopre vincoli, leggi, necessità, si sorprende una tensione verso la liberazione.

Vi è dunque in Capitini un' etica escatologica che sarebbe un errore interpretare come una forma risentita di mortificazione della vita. Un tema importante, in Capitini, è quello della gioia e della festa, come prime esperienze della realtà liberata. Nel giorno festivo l'uomo apprende una libertà, una felicità d'esistere che hanno un valore religioso e metafisico."Nella festa si trova una ragione più profonda della vita, una solidarietà più salda, un anticipo della liberazione, un'atmosfera in cui ci si purifica, ci si eleva, ci si abbandona."(17) Nella luce della festa, diversa appare la vita, e più prossimi coloro che più non esistono. Al di sopra della natura, per la quale valgono gli schemi della dialettica con l'inevitabilità del negativo, si scopre la legge della compresenza, che è l'aggiunta: presenza che accresce la presenza, gioia che accresce la gioia, valore che accresce all'infinito il valore. 

Anche qui è impossibile passare sotto silenzio la notevole affinità della concezione capitiniana della festa con quella ebraica del sabato, che ha anch'essa un significato cosmico ed esctologico, di preparazione e prefigurazione della pace finale del creato.

La seconda questione è quella della prassi. La compresenza non è un fatto che si possa accertare oggettivamente, non appartiene agli eventi della natura e della storia, anche se investe l'una e l'altra. E' un concetto che presenta il mondo del dover essere; è l'apertura pratica (e religiosa) che dà all'uomo un orientamento esistenziale. La verità della compresenza la si afferma agendo, con un movimento che è collettivo, intersoggettivo; con essa il soggetto conoscente "non è più l'individuo vivente col suo sapere, ma è l'intima realtà di tutti col suo fare."(18) Vi è in questa teoria la protesta contro l'esaltazione della conoscenza oggettivante delle scienze e la rivendicazione della specificità della ragione pratica, ma anche (e soprattutto) il tentativo di pensare una prassi diversa da quella tecnologica, e quindi un diverso orientamento della civiltà. Si proponeva, contro la realtà di una civiltà della produzione che opera sulla realtà trasformazioni estrinseche e strumentali, la possibilità di una civiltà della creazione nel valore, che parte dall'intimo e mira all'assoluto.

Da questo generale orientamento Capitini derivava poi le concrete aperture, le scelte da attuare in ogni campo della vita individuale e sociale. Dal punto di vista politico, la compresenza richiedeva una comunità aperta, che significava "decentramento, controllo dal basso, libertà di critica e di informazione, posto per le minoranze, nonviolenza e metodo della noncollaborazione verso l'oppressione e lo sfruttamento"(19). Un ideale di comunità con il quale era pienamente compiuta la lunga opera di rovesciamento teorico dei presupposti dell'esperienza politica totalitaria, ma la cui attuazione ancora richiedeva un capillare lavoro di educazione politica popolare e di opposizione nonviolenta alle persistenti chiusure del potere. 

Concepire la politica della nonviolenza come perpetua apertura sociale e rivoluzione liberatrice; confrontare questa prassi con gli sviluppi della cultura filosofica e politica; interpretare con quest'apertura la realtà attuale ed impegnarsi in essa: è in questo pensare ed in questo fare che consiste l'eredità di Aldo Capitini.

NOTE

(1) A.Capitini, Elementi di un'esperienza religiosa, Laterza, Bari 1937 (seconda edizione 1947); ora in Scritti filosofici e religiosi, a cura di M.Martini, Protagon, Perugia 1994, p.8. Up
(2) Gli scritti di Capitini espressamente dedicati alla nonviolenza, tra i quali occorre ricordare La nonviolenza, oggi, Italia nonviolenta e Le tecniche della nonviolenza, sono ora raccolti nel volume Scritti sulla nonviolenza, a cura di L.Schippa, Protagon, Perugia 1992. Sulla nonviolenza di Capitini, cfr P.Pinna, Aldo Capitini e il movimento della nonviolenza, in Annali della Scuola Normale Superiore di Pisa, 1975, pp.339-348; N.Martelli, Aldo Capitini educatore di nonviolenza, Lacaita, Manduria 1988; G.Zanga, Aldo Capitini, la sua vita, il suo pensiero, Bresci, Torino 1988; F.Truini, Aldo Capitini, Edizioni Cultura della Pace, San Domenico di Fiesole 1989. Up
(3)A.Capitini, Elementi di un'esperienza religiosa, cit., p.32. Up
(4)Ivi, pp.8-9. Up 
(5)C.Michelstaedter, La persuasione e la rettorica (1913), a cura di S.Campailla, Adelphi, Milano 1995. Su Michelstaedter e Heidegger, cfr J.Ranke, Il pensiero di Carlo Michelstaedter.Un contributo allo studio dell'esistenzialismo italiano, in Giornale critico della filosofia italiana, XLI (1962), 4, pp.518-539. Up
(6)A.Capitini, Elementi di un'esperienza religiosa, cit., p.13; cfr Idem, La compresenza dei morti e dei viventi, Il Saggiatore, Milano 1996, ora in Scritti filosofici e religiosi, cit., p.284. Papini aveva scritto che Michelstaedter "s'è ucciso perché ha voluto affermare e possedere, nello stesso momento-vigilia della morte, il meglio della sua vita..." (G.Papini, Un suicidio metafisico, in Il Resto del Carlino, 5 novembre 1910).Up
(7)A.Capitini, Elementi di un'esperienza religiosa, cit., p.40.Up
(8)A.Capitini, Religione aperta, Guanda, Modena 1955, ora in Scritti filosofici e religiosi, cit., p. 476.Up
(9)A.Capitini, La compresenza dei morti e dei viventi, Il Saggiatore, Milano 1966; ora in Scritti filosofici e religiosi, cit., p.270.Up
(10)E.Lèvinas, Totalità e infinito (1971), tr. it., Jaca Book, Milano 1977, p.22.Up
(11)N.Bobbio, La filosofia di Aldo Capitini, in Atti della Scuola Normale Superiore di Pisa, serie III, vol.V, 1, 1975, p.323. Sull' "anti-Croce" cfr le osservazioni di E.Garin, Cronache di filosofia italiana (1900-1960), Laterza, Roma-Bari 1997, p.172, nota 2.Up
(12)A.Capitini, Saggio sul soggetto della storia, La Nuova Italia, Firenze 1947; ora in Scritti filosofici e religiosi, cit., p.227.Up
(13)Ivi, pp.227-8. Up
(14)A.Capitini, La compresenza dei morti e dei viventi, cit., p.337.Up
(15)Ivi, p.419. Il corsivo è di Capitini.Up
(16)A.Capitini, La realtà di tutti, Tornar, Pisa 1948; ora in Scritti filosofici e religiosi, cit., p.181.Up
(17)A.Capitini, La compresenza dei morti e dei viventi, cit., p.439.Up 
(18)Ivi, p.364.Up
(19)Ivi, pp.334-5.Up