RELIGIONE E NONVIOLENZA IN ALDO CAPITINI
Intervento di Antonio Vigilante alla Tavola Rotonda su "Nonviolenza e Religione",
Perugia, Centro S. Martino, 23 settembre 2000
Emancipatore di coscienze.
Il mio intervento intende approfondire il rapporto tra religione e nonviolenza in Aldo Capitini, che è stato il primo a proporre in Europa il problema filosofico della nonviolenza, e la cui opera resta ancora oggi fondamentale per approfondirne rigorosamente il significato, per sviluppare una intera teoria nonviolenta legata alla più avanzata cultura contemporanea. Capitini è stato anche un critico della religione istituzionalizzata, ed un teorico della religione aperta. Cercherò di mostrare questi due aspetti dell'opera capitiniana, ed il loro legame, il loro reciproco fecondarsi.
Credo che sia però necessario, anzitutto, precisare l'ispirazione generale del lavoro del filosofo perugino: ciò che orienta la sua ricerca teorica e la sua prassi nel corso di trent'anni. Mi pare di poter individuare lo scopo fondamentale di tutta la sua opera nella emancipazione delle coscienze. Uso questa espressione pensando a quanto notò Carlo Rosselli in Socialismo liberale, a proposito della mancanza, in Italia, di coscienze emancipate: "... in Italia - scriveva Rosselli - l'educazione dell'uomo, la formazione della cellula morale base - l'individuo-, è ancora da fare."1 E ancora: "Gli italiani sono pigri moralmente, c'è in loro un fondo di scetticismo e di machiavellismo di basso rango che li induce a contaminare, irridendoli, tutti i valori, e a trasformare in commedia le più cupe tragedie."2 Le cause di questo indifferentismo morale erano da Rosselli ricondotte all'influenza negativa della educazione cattolica, "pagana nel culto e dogmatica nella sostanza",3 che ha impedito la nascita negli italiani d'un pensare autonomo, libero, responsabile; e il fascismo non era che il risultato ovvio della storia di un popolo abituato da secoli all'obbedienza, al lasciar fare.
Questa impietosa analisi della situazione italiana ci introduce alla problematica capitiniana. Come Rosselli, Capitini scorgeva sulla realtà civile, religiosa e politica italiana il peso di una tradizione che non è più possibile accettare passivamente, e bisognava invece negare, condannare, combattere, insieme ai poteri che di essa si avvantaggiavano: la Chiesa cattolica, il fascismo, i partiti, le istituzioni chiuse.
Se questo è lo scopo principale dell'opera capitiniana, allora essa, di cui non si può non rivendicare il significato europeo e mondiale, rivela pure un legame particolarissimo con la realtà italiana. Capitini parla all'uomo contemporaneo, ma rivolgendosi anzitutto all'italiano, additandogli i suoi mali storici, chiamandolo alla responsabilità, alla riflessione, alla autonomia, alla serietà morale. Ad un certo punto si presenta in lui anche l'idea di un'Italia che, uscendo dall'esperienza decisiva del fascismo, diventa ancora una volta, attraverso la nonviolenza, guida di civiltà per l'intera Europa.
La critica religiosa intendeva corrodere quel tanto di Controriforma che ancora dominava la vita religiosa italiana; la teoria nonviolenta, che nella sua essenza era rivoluzionaria (come ha ben chiarito Rocco Altieri),4 era reazione al malinteso realismo politico della patria di Machiavelli, che nel fascismo giungeva alla massima espressione storica, e che era anch'esso una dimostrazione della mancanza di formazione spirituale degli italiani.
La "cellula morale" e la compresenza
Molte sono le realtà incontrate, scoperte da Aldo Capitini nel corso della sua ricerca appassionata e coerente: la realtà liberata, la compresenza, la libera religione, la nonviolenza, l'omnicrazia. Ma cosa cercava il giovane filosofo, segretario alla normale di Pisa, quando iniziò, prima con l'amico Claudio Baglietto e poi da solo, il suo percorso intellettuale? Da dove parte Capitini? Cosa lo preoccupa?
C'era nei due giovani, come in tutti i migliori della loro generazione, una forte preoccupazione per la decadenza spirituale del tempo, per la crisi morale ed intellettuale, sulla quale già si contava una ricca letteratura, da Spengler a Julien Benda. E' alla soluzione di questa crisi che Capitini vuole contribuire: la sua si caratterizza fin dall'inizio come una riflessione sulla civiltà occidentale attraversata dalla crisi. Cercare la soluzione alla crisi, è il problema di Capitini.
C'è in lui anche una visione disincantata della realtà, che è bene sottolineare. Osservando il mondo naturale, vi scopre la violenza e l'assurdo di una universale reciproca distruzione: il pesce grande che mangia il pesce piccolo. Volgendosi alla storia, trova gli errori della volontà di potenza e della guerra. La realtà sociale gli appare segnata dall'ingiustizia, dallo sfruttamento, dalla sopraffazione. La vita individuale è esposta alla malattia, al limite, all'handicap, alla morte. Ovunque, insomma, c'è violenza e male. Senza questo primo sguardo sconsolato, Capitini non avrebbe conquistato la visione positiva della libera religione e della nonviolenza.
La violenza ed il male non possono essere accettati. Capitini si rifiuta sin dal principio di considerare la realtà come un tutto immutabile, un blocco impenetrabile alle nostre aspirazioni: è consapevole della importanza dell'immanenza, del piano storico, ma non è disposto a divinizzarlo, accettando come mali inevitabili i suoi limiti e le sue assurdità. Né, del resto, questa consapevolezza lo spinge verso la Trascendenza. A ciò si oppone non solo la sua formazione filosofica, ma anche, come meglio vedremo tra un po', la considerazione che una Trascendenza autoritaria non fa che confermare gli aspetti violenti della natura e della storia.
Né divinizzazione dell'immanenza, né accettazione della Trascendenza, dunque. Capitini segue la via di un radicale ripensamento dell'immanenza. Rifiutare il Dio della tradizione non vuol dire accettare il mondo così com'è. E' possibile ripensare la realtà che ci circonda, chiedendosi se davvero in essa vi sia soltanto violenza.
Da dove partire per ripensare la realtà? Dall'uomo: non dall'uomo in generale -dall'umanità- né dall'uomo appartenente ad una classe sociale, ma dall'uomo singolo, dall'uomo comune. Per cogliere le caratteristiche del singolo, Capitini parte da se stesso, ascolta la propria coscienza. Non inizia sviluppando una teoria, ma esplorando una realtà -la realtà umana. Parte dai dati elementari che gli sono forniti dalla propria esperienza interiore e dalla propria vita etica; dati non filtrati ed elaborati alla luce di un sicuro metodo analitico, ma sottoposti comunque ad un esame filosoficamente tutt'altro che ingenuo.
Si è visto un anticipo di esistenzialismo, in questo ritorno al singolo; ed è vero: ma con qualche non trascurabile differenza. Capitini è mosso fin dall'inizio -lo abbiamo appena visto- dalla preoccupazione pratica di cercare una via d'uscita alla crisi della civiltà. Nell'uomo intende riscoprire la leva per rovesciare un mondo in decadenza. Non si tratta di mera analisi esistenziale, ma di una verifica delle possibilità positive dell'uomo. Di qui la seconda importante differenza: pur considerando l'uomo comune, Capitini vi scopre possibilità, potenzialità, risorse eccezionali; non nella direzione del superomismo nietzscheano-dannunziano, ma in direzione etica.
Fin dalla prima opera -gli Elementi di un'esperienza religiosa del 1937 - Capitini cerca di comprendere e consolidare quella che, ricorrendo ancora a Rosselli, possiamo chiamare cellula morale: e sarà questa cellula il fondamento della nuova realtà.
L'uomo può tenersi nel limite: chiudersi nella propria singolarità, come essere separato ed in lotta con le altre singolarità. Ma c'è per lui un'altra possibilità. Ognuno può aprirsi all'altro, annullare il proprio limite, dire tu agli altri uomini, agli animali, alla natura. E' quello che Capitini chiama "atto di unità amore".5 E' un atto semplice ma meraviglioso: con esso si sospendono le leggi della realtà. E' un atto che attesta la possibilità di una diversa interpretazione della natura-storia: se posso amare l'altro, se posso vivere la sua vita come la mia stessa vita, allora la realtà non è solo violenza. Questa possibilità insensata di amore dovrà trovare un posto nel mondo. Individuata questa prima cellula morale, non si potrà ripensare il tessuto dell'immanenza? Oltre la natura e la storia, Capitini pensa una diversa realtà, la cui essenza non è separazione e conflitto, ma l'unità di tutti nel valore; una unità che non è Totalità, non annulla trascendendole le singole individualità, ma le abbraccia e le salva, portandole verso la piena realizzazione del bene. Una realtà nella quale i morti stanno accanto ai vivi, impegnati in un'unica, corale impresa di superamento della logica vitale-violenta della natura e della storia. Capitini parla di realtà liberata, di realtà di tutti di Uno-Tutti e, infine, di compresenza. E' importante tener presente che non si tratta di una categoria conoscitiva, ma di una categoria pratica. La compresenza, cioè, non è una realtà da pensare, da cercare tra gli altri enti. E', invece, una realtà da attuare, è una aggiunta alla nostra esperienza del mondo. La grandiosa realtà di una comunione sovratemporale di tutti gli esseri viventi, unificati dalla creazione dei valori, non è oggetto di contemplazione, ma impegno, compito da attuare qui ed ora, con la certezza che la realtà violenta del mondo non potrà essere per sempre indifferente ed impermeabile ai valori, e che, come essa si lascia trasformare dalla tecnica umana, così dovrà lasciarsi spiritualizzare, abbandonare il limite, la contrapposizione, il male per farsi realtà libera e liberata.
La religione aperta
Quel primo atto fondamentale, con il quale l'io si apre all'altro, è l'essenza della religione come la intende Capitini. Religione è, per il filosofo perugino, l'atto con il quale io, sporgendomi oltre il limite della mia individualità, deponendo ogni violenza ed ogni diffidenza, vivo una piena passione per il tu ed annuncio, in questo modo, una nuova realtà. "La religione -scrive in Vita religiosa - è farsi vicino infinitamente ai drammi delle persone, interiorizzare. Essa è spontanea aggiunta, è un darsi dal di dentro e perciò libero incremento e pura offerta, non sostituzione violenta che io voglia fare all'infinita capacità di decidere delle coscienze."6 Significativi gli aggettivi: spontaneo, libero, puro. L'atto religioso ha in sé qualcosa di inspiegabile. Come può accadere che io, messo in un mondo conflittuale, sospenda la lotta e mi metta in ascolto, mi appassioni per l'altro? E' un atto libero, gratuito -in un certo senso una sorta di lusso della realtà, e perciò un momento particolarmente solenne non solo per la vita del singolo, ma per il destino del mondo. Per questo Capitini afferma che con questo atto di apertura si passa dalla teologia - descrizione di Dio come Ente trascendente - alla "teogonia in atto"7. Nell'incontro dell'io con il tu Dio nasce come vicinanza, intimità assoluta. E' la luce dell'infinito che si accende nella oscurità dei limiti e delle insufficienze degli esseri e delle cose. Infinità che non è altro che l'infinità dell'amore con il quale possiamo accogliere ogni creatura, superando la nostra stessa finitezza, il dolore, lo sconforto.
Bisogna ora notare la distanza di questo atto religioso capitiniano dalla religione istituzionalizzata. Dio, come Ente, non esiste: per evitare ogni equivoco e marcare la distanza della sua concezione religiosa da quella corrente, Capitini preferirà parlare di compresenza piuttosto che di Dio; per la stessa ragione, per indicare la vita religiosa così intesa non parla di fede, ma riprende da Michelstaedter il termine persuasione.
Non esistono, in Capitini, esseri od oggetti sacri distinti dagli altri. Ogni essere è sacro, ogni essere merita quell'amore, quel rispetto assoluto che il credente ha per Dio, per i santi, per le cose sacre. Non ha senso, nella prospettiva della religione aperta, la distinzione tra sacerdoti e semplici credenti, perché il Dio-compresenza si apre nella vita di ognuno, vi si giunge attraverso una esperienza esistenziale, e non attraverso la rivelazione affidata ad una casta sacerdotale. Ogni uomo, in Capitini, è sacerdote della compresenza. Di più: ogni uomo, amando gli esseri d'un amore infinito, è profeta di una diversa realtà.
La religione profetica di Capitini è il rovesciamento della religione sacerdotale. Quest'ultima è fatta di elementi dogmatici, alimenta la superstizione, si circonda di riti e cerimoniali, giustifica l'esistenza di chiese autoritarie, il cui potere agisce nella società in senso conservatore, ha paura del pensiero libero e dell'autonomia delle coscienze. La religione aperta e profetica è invece essenzialmente annuncio di una nuova realtà attraverso la prassi. A rappresentarla, specifica Capitini, non sono le Chiese, ma individui isolati che "la testimoniano col martirio personale, anche perché sono, di solito, rivoluzionari e in contrasto coi potenti, e annunciano il tema escatologico della fine e di una nuova realtà e società."8 La vita di Capitini, la sua attività politica, la sua costante, coraggiosa opposizione alla Chiesa cattolica sono il risultato di questa concezione rivoluzionaria della religione: individuo isolato, non si stanca di ripetere che l'autoritarismo cattolico, il dogmatismo, la connivenza col potere sono errori che offendono una matura coscienza religiosa. La religione aperta è avvicinarsi infinitamente alle creature, e così facendo distaccarsi dal mondo così com'è, iniziare un movimento di liberazione e di riscatto.
Critico del cattolicesimo (e non solo di quello pre-conciliare: le stesse aperture del Concilio gli sembrano parziali ed insufficienti), Capitini è anche non cristiano. E' questa una precisazione assolutamente fondamentale. E' forte la tentazione di mostrare il carattere tutto sommato ancora cristiano della religione capitiniana: siamo abituati a legare in qualche modo al cristianesimo tutte le esperienze spiritualmente significative della nostra cultura. Contro questi tentativi c'è la chiarissima affermazione di Capitini di essere "post-cristiano". Post-cristiano è qualcosa di più di non-cristiano: nega molti punti essenziali del cristianesimo, ma non tutto. Nega con decisione che Gesù sia il Cristo, il Figlio di Dio: convinzione senza la quale non si può essere cristiani. Nega tutti gli aspetti leggendari e non dimostrabili dei Vangeli. Ciò che non nega è il meglio dei Vangeli: le beatitudini, il modello di una spiritualità, di un agire che si approssima agli ultimi. Gesù ha insegnato dove può giungere una coscienza religiosa, ma è stato altro che un uomo: "fu anche lui, come tutti, un essere con certi limiti; ma d'altra parte fu in lui, come in ogni altro essere, la qualità della coscienza che va oltre i limiti, che è in lui come in un mendicante."9 Ognuno può partecipare della grandezza di Gesù: l'imitazione di Cristo, così intesa, non è altro che la realizzazione piena della propria realtà umana. Si potrebbe ugualmente parlare di una imitazione del Buddha, di Francesco d'Assisi, di Gandhi, di Tolstoj. Molti sono gli uomini che nel tempo hanno raggiunto la vetta d'una compiuta religiosità, vale a dire di una piena umanità.
Enrico Peyretti si è chiesto se in Capitini non vi sia il rischio di una religiosità soltanto soggettiva, che, eliminando Dio come Altro, "esalta al massimo grado di valore alcuni nostri valori umani, troppo umani." L'accentuazione degli aspetti soggettivi dell'esperienza religiosa e la conseguente riduzione di quelli oggettivi, condizionata secondo Peyretti dalla critica del cattolicesimo del suo tempo, non consente comunque di parlare di una religione solo soggettiva, perché l'alterità si presenta in lui nella forma del tu, dell'altro uomo. "Se Dio c'è, vivente e altro da noi, l'apertura al tu è apertura a lui, anche quando non lo conosciamo e non lo possiamo affermare."10 E certo non si può accusare di soggettivismo un pensatore che fin dall'inizio ha messa al centro il tu, ed ha individuato nell'apertura all'alterità il fatto fondamentale dell'esistenza.
Capitini parla di libera religione e religione aperta, ma sottolinea anche più volte che la sua concezione può essere vissuta in una prospettiva ateistica, e che si può fare a meno di parlare di Dio a proposito della compresenza. Se la religione è trascendenza, e l'ateismo è immanenza, il pensiero capitiniano non è né religioso né ateistico: cerca piuttosto una terza via. L'immanenza è il punto di partenza di un movimento di trascendimento, che porta la natura e la storia verso una realtà liberata. Una realtà che non è al di là di questo mondo: è questo stesso mondo, riscattato dai suoi limiti. Questa realtà liberata dal limite è per Capitini realtà di tutti: la salvezza, cioè, non è solo di alcuni uomini, degli uomini giusti o di coloro che hanno fede. La salvezza capitiniana non prevede dannazioni ed Inferni. L'assassino ed il santo sono l'uno accanto all'altro nella compresenza. E' una concezione che apparirà sconcertante, e certamente inaccettabile per il cristiano. Ma si tratta anche dell'approfondimento della logica dell'amore, che colma gli errori, e li purifica accogliendoli nel suo movimento verso la perfezione. Tutti è una parola che risuona in Capitini come un impegno per l'uomo persuaso: ed è una parola che comprende giusti ed empi, dittatori e martiri, uomini ed animali. Riconoscere i limiti, gli errori, le cadute dei giusti (per Capitini presenti anche in Gesù) ed al tempo stesso il travaglio, la drammatica scissione interiore sempre presente nei malvagi, aiuta a comprendere l'impossibilità di operare distinzioni. Ogni essere è in lotta con i proprio limiti: ogni essere pertanto partecipa della compresenza, che è in lotta con i limiti della natura e della storia.
Religione e politica
La libera religione di Capitini é naturalmente politica. Essa non è solo aperta perché non dogmatica: è anche aperta a tutte le dimensioni dell'attività umana. Per Capitini è irrilevante il problema della sopravvivenza individuale. Se religione è andare oltre la propria finitezza, aprirsi agli altri, allora il vero problema non è quello della mia salvezza, ma della salvezza di tutti; non mi ribellerò alla mia mortalità, ma alla mortalità dell'altro, di tutte le creature che amo. Se poi non esiste la Trascendenza, questa salvezza di tutti non può avvenire che in questo mondo: dev'essere la perfezione della storia e della natura. Una perfezione che non scende dall'alto, ma è messa in moto, anticipata dal nostro agire, dalle nostre scelte.
Il libero religioso non è legato al Tu trascendente ed impegnato a conquistarsi un Paradiso privato: è invece legato a tutti, fedele alla terra, attivo per la liberazione di tutti. "La patria del religioso è la socialità"11, scrive ne La realtà di tutti. La religione è per Capitini libera aggiunta. Aggiunta vuol dire che la religione si accompagna ad altro: si aggiunge alla politica, all'economia, all'educazione, alla morale, alla conoscenza, all'arte. Aggiungendosi ad esse, le trasforma, le purifica, le ricongiunge alla verità dell'essere umano. Ma l'aggiunta è anche libera. Il religioso dà, ma non impone. E' un contributo spontaneo, che non chiede sottomissioni, non perseguita chi la pensa diversamente, non crea istituzioni al di fuori delle quali ci si perde. Libera aggiunta significa testimonianza: io credo che questo sia il bene, e perciò lo seguo; se voi credete altrimenti, seguite pure la vostra via: io non vi giudico, non vi condanno, non vi impongo nulla. In questo atteggiamento la preoccupazione per gli altri si accompagna all'assoluto rispetto per la loro coscienza, perché la vita religiosa è spontaneo aprirsi, ed il meglio che si può fare per favorirla è offrire l'esempio della propria persuasione.
Come ha osservato Mario Martini, per Capitini le religioni valgono in quanto "hanno dato vita ed hanno perfezionato il senso della liberazione dell'uomo."12 Il meglio delle religioni è la consapevolezza dei limiti, degli errori, del male, e l'aspirazione al meglio, alla pienezza. Capitini è in Italia colui che ha saputo cogliere e riproporre la dimensione sovversiva della religione: quella dimensione studiata da Ernst Bloch in Thomas Münzen come teologo della rivoluzione. Religione è al tempo stesso fare guerra e fare pace con il mondo. Essa, sostiene in Religione aperta, "è separazione, è lotta, è guerra", in quanto contrasta i limiti del mondo; "in quanto essa parla di Dio, o di una realtà liberata, indica un'unità più profonda, la possibilità di una vera pace."13 L'uomo religioso dovrà essere dunque un rivoluzionario, uno che è teso con tutto se stesso alla trasformazione, qui ed ora, del mondo.
La nonviolenza.
Ecco dunque il significato, in Capitini, della nonviolenza: essa è la rivoluzione, purificata dalla aggiunta religiosa. E' il tipo di rivoluzione adatta al persuaso religioso, a colui, cioè, che si solleva contro i limiti, ma che ha anche coscienza del valore infinito delle persone e della unità di tutti. La nonviolenza è rivoluzione per tutti, che, come ogni rivoluzione, deve combattere contro alcuni, ma lo fa avendo costantemente presente il loro stesso bene. La premura per l'avversario è l'essenza della prassi rivoluzionaria nonviolenta, che la distingue da ogni altra concezione rivoluzionaria. Un'altra importante distinzione riguarda la concezione della prassi che è al fondo di questo tipo di rivoluzione. La rivoluzione religiosa e nonviolenta non discende da una conoscenza sicura delle leggi che governano la storia, non ha alle spalle una grandiosa dialettica. Questo potrebbe sembrare un limite, ed è invece per Capitini un pregio della prassi nonviolenta. Non essendo legata a schemi dialettici, tanto grandiosi quanto dogmatici, la prassi nonviolenta è prassi pura: non ha bisogno, cioè, di conoscere il mondo per modificarlo, è fin dall'inizio impegnata nella traformazione del mondo; essa, scrive, "essendo prassi fin dall'inizio, può portarla fino al massimo, investendo la realtà con trasformazioni delle stesse categorie che alla conoscenza parrebbero immodificabili."14 Una prassi rivoluzionaria legata ad una concezione della realtà storico-naturale (quale, ad esempio, il materialismo dialettico) deve misurare le proprie ambizioni, adeguarsi alla realtà esteriore: e rischia presto di perdere slancio, dar vita a semplici riforme, realizzare innovazioni solo apparenti.
La prassi religiosa, partendo dal piano pre-politico della coscienza e della relazione con l'altro, può raggiungere la massima estensione e richiedere le trasformazioni più radicali. Il "dire tu", che è l'inizio di tutto il pensiero di Capitini, è per lui anche la prima tecnica della nonviolenza. Nel momento in cui scopro l'altro come realtà dotata di un valore infinito, ho già superato la logica della violenza e del conflitto: ho già conquistato, cioè, l'essenziale della nonviolenza. Capitini sa bene, naturalmente, che questa visione fondamentale non è raggiunta una volta per tutte, ma va riconquistata di volta in volta, e difesa contro le cadute sempre possibili. Il nonviolento dovrà cominciare il suo lavoro proprio da se stesso: la nonviolenza, scrive il filosofo perugino, ha anzitutto "un carattere di edificazione interiore."15 La realtà storica non è più vista come svolgimento meccanico dominato da forze sopraindividuali. La nonviolenza, a differenza di altre teorie politiche, ha bisogno di uomini consapevoli, autonomi, sani; essa dovrà promuovere quindi anzitutto la formazione spirituale dell'uomo -e qui si torna alla osservazione di Rosselli sulla necessità di formare l'individuo.
Il contributo più profondo di Capitini alla riflessione sulle tecniche della nonviolenza va ricercato, a mio avviso, proprio in questa dimensione della formazione spirituale. Penso, ad esempio, alle pagine di Religione aperta nelle quali parla di quattro "modi di vita che trasformano intimamente la realtà-società-umanità com'è ora"16: il silenzio, che serve ad ascoltare con maggiore attenzione le altre creature; la meditazione, che sospende l'attivismo; l'ascolto della musica, che con la sua pura bellezza anticipa la realtà liberata; la gentilezza verso tutti, che porta in ogni incontro il senso dell'unità di tutti.
Dalla ispirazione liberamente religiosa discendono altre due positive caratteristiche delle nonviolenza di Capitini. La prima è il rilievo dato al vegetarismo. "L'ispirazione della nonviolenza è l'amore religioso, e questo non può arrestarsi all'umanità",17 scrive negli Elementi di un'esperienza religiosa. La nonviolenza è in Capitini rispetto ed amore che dall'umanità si estende agli animali, alle piante, alle cose stesse: essa intende diminuire la quantità totale di violenza presente nel mondo, e perciò non si arresta alla violenza appariscente dell'uomo contro l'uomo, ma si sofferma anche sulla violenza naturale, legata alla necessità di nutrirsi. C'è inoltre, anche se non sufficientemente sviluppato, un accenno a quella particolare violenza che consiste nel non rispettare le cose, nell'usarle male, nello sciuparle, nello "studiarle malamente o soltanto per l'utile".18 E' il problema ecologico, oggi così importante. Questa idea di una riduzione della violenza totale -nei rapporti umani, nei confronti degli animali, nell'usco delle cose e delle risorse naturali- ha sullo sfondo il sogno della religione profetica: il sogno di una realtà nella quale il lupo possa abitare con l'agnello.
La seconda caratteristica è il legame tra la nonviolenza e l'omnicrazia. La società nonviolenta dev'essere caratterizzata per Capitini da un potere diffuso, da una partecipazione politica che va ben oltre le forme della democrazia rappresentativa. I luoghi del potere diffuso sono libere assemblee popolari (i Centri di Orientamento Sociale) dove si discutono i diversi problemi della vita comune, si propone, si controlla il potere. Mi pare che si possa scorgere in questo richiamo di tutti all'impegno una traduzione politica del rifiuto capitiniano dell'idea del sacerdozio. La religione e la politica sono le due dimensioni fondamentali dell'esistenza umana: di esse deve fare esperienza diretta, senza intermediari. Non è più possibile abbandonarsi fiduciosamente ad istituzioni che hanno dimostrato pienamente i loro limiti. L'idea di una società nella quale il potere si apre e si diffonde è inoltre una conseguenza della concezione della compresenza. L'assemblea è per Capitini anche il luogo nel quale ognuno scopre la vicinanza dell'altro, e si avverte -certo in modo ancora parziale - l'unità di tutti nella prospettiva della compresenza. Ancora una volta la formazione politica coincide con il sorgere di una nuova vita religiosa, lontana dalla sterilità dei riti e delle cerimonie tradizionali.
Importanza dell'aggiunta religiosa
L'approccio liberamente religioso alla nonviolenza si espone ad una duplice critica. I credenti nella Trascendenza (siano essi cattolici o critici del cattolicesimo) accuseranno Capitini di aver fondato troppo debolmente la prassi nonviolenza sull'idea filosofica di compresenza; sosterranno che una prassi così rischiosa, che si spinge fino al sacrificio di sé, ha bisogno di un fondamento religioso forte, di un Dio che guida e sostiene più concretamente della evanescente compresenza capitiniana, di una legge divina che rende possibile la critica e l'opposizione ai poteri umani - e riproporranno piuttosto la figura d'un Tolstoj. I laici invece accuseranno il pensatore perugino di aver messo troppa religione nella sua teoria della nonviolenza; di non aver dunque elaborato una teoria politica pura, universalmente condivisibile, autosufficiente. Pietro Pinna, ad esempio, si è preoccupato di assicurare che la teoria nonviolenta di Capitini è autosufficiente, può stare senza la sua concezione religiosa, da Pinna definita "sconcertante" e "paradossale".19 Matteo Soccio ha osservato che la nonviolenza di Capitini è "profondamente pervasa di spiritualità e fortemente caratterizzata da una metafisica (la realtà di tutti, la compresenza) bisognosa continuamente di decifrazione perché il linguaggio è difficile per chi 'non crede'".20 Più recentemente, Enzo Marzo scrive: "Un'eccessiva esaltazione dell''uomo religioso' rispetto al 'cittadino', il far passare concetti che sono e devono essere politici attraverso la cruna della religiosità, per quanto venata di laicità e distinta dalla fede, hanno opacizzato la forza dirompente di valori sempre più necessari per una pacifica convivenza."21
Si tratta, in sostanza, del riproporsi di quei recinti ideologici che Capitini ha combattuto per tutta la vita. Capitini è stato un pensatore di frontiera: la sua grande capacità è stata quella di cogliere con uno sguardo generoso le grandi correnti ideologiche del nostro tempo, e di comprendere che la salvezza è nell'incontro di pensiero laico ed anelito religioso, di passione per l'assoluto e di azione nel contingente.
Che la filosofia di Capitini debba essere "continuamente decifrata" è osservazione poco condivisibile. Sicuramente la più piena comprensione del significato della compresenza capitiniana, del suo valore, del suo posto nel pensiero contemporaneo è una impresa non semplice anche per gli studiosi. Ma Capitini sa anche semplificarsi, ridurre le sue idee ai termini essenziali, sa trovare il giusto tono colloquiale per avvicinare anche il lettore più distratto: in nessun caso chiede di "credere" in un corpo di verità già costituito; mostra piuttosto costantemente il percorso attraverso il quale è giunto alle sue convinzioni, ed aiuta il lettore a compiere un medesimo percorso, lo guida alla riscoperta della propria interiorità e della propria esperienza intersoggettiva. La bellezza delle pagine capitiniane è anche qui, in questo tono fraterno, così raro nella filosofia contemporanea.
Quella di Capitini non è una metafisica astratta, ma una metafisica pratica: la sua "decifrazione" è possibile a chiunque, attraverso la prassi della nonviolenza. Non si tratta, quindi, di far dipendere la nonviolenza da dogmi, da idee avulse dall'esperienza, da tradizioni non criticate, da una fede già costituita. Si tratta invece di comprendere fino in fondo il significato del "non uccidere". Da dove viene questa scelta? E dove va? Quale realtà condanno scegliendo di non uccidere? E verso quale realtà mi muovo? Questi interrogativi vogliono approfondire la logica della nonviolenza, e la risposta che Capitini dà ad essi è un tentativo di decifrazione della stessa nonviolenza.
Senza questi interrogativi la nonviolenza rischia di ridursi a poca, misera cosa. Condivido la preoccupazione di Rocco Altieri: la preoccupazione, cioè, che senza riferimento religioso la stessa politica nonviolenta possa diventare "senz'anima e senza scrupoli"22. Si possono, si devono discutere le risposte che Capitini ha dato a quegli interrogativi, ma sarebbe un grave errore metterli da parte come superflui e fuorvianti.
Se la nonviolenza è la forza della verità (satyagraha), il nonviolento dev'essere un cercatore di verità. Aldo Capitini ha cercato la verità nella sua interiorità e nella relazione con gli altri. Ha scoperto alcune cose molto interessanti, e poiché gli sembrava che queste cose potessero dare senso ad una intera vita, ha parlato di religione. Avrebbe potuto parlare di spiritualità, non sarebbe cambiato nulla. Per trent'anni ha seguito il suo discorso di verità: ed è un discorso limpido, lineare, che ognuno può verificare da sé, ripercorrendo il suo percorso, ponendosi le stesse domande, cercando se necessario soluzioni diverse.
Bibliografia
1 C. Rosselli, Socialismo liberale, a cura di N.Bobbio, Einaudi, Torino 1997, p.111.
2 Ivi, p.112.
3 Ibidem.
4 R.Altieri, La rivoluzione nonviolenta. Per una biografia intellettuale di Aldo Capitini, Biblioteca Franco Serantini, Pisa 1998.
5 A.Capitini, Elementi di un'esperienza religiosa, in Scritti filosofici e religiosi, a cura di Mario Martini, Protagon, Perugia 1994, p.30.
6 A.Capitini, Vita religiosa, in Scritti filosofici e religiosi, cit., p.96.
7 Ivi, p.21.
8 A.Capitini, La compresenza dei morti e dei viventi, in Scritti filosofici e religiosi, cit., p.426.
9 A.Capitini, Elementi di un'esperienza religiosa, cit., p.23.
10 E.Peyretti, Aldo Capitini: l'idea di una religione aperta, relazione letta al Convegno di Studi "Aldo Capitini filosofo della nonviolenza nel centenario della nascita", Torino 15-16 dicembre 1999. Ringrazio Peyretti per avermi fornito il testo inedito della sua relazione.
11 A.Capitini, La realtà di tutti, in Scritti filosofici e religiosi, cit., p.204.
12 M.Martini, Introduzione a A.Capitini, Scritti filosofici e religiosi, cit., p.XIX.
13 A.Capitini, Religione aperta, in Scritti filosofici e religiosi, cit., p.473.
14 A.Capitini, La compresenza dei morti e dei viventi, cit., p.385.
15 A.Capitini, Il problema religioso attuale, in Scritti filosofici e religiosi, cit., p.36.
16 A.Capitini, Religione aperta, cit., p.541.
17 A.Capitini, Elementi di un'esperienza religiosa, cit., p.35.
18 Ivi, p.36.
19 P.Pinna, La proposta della nonviolenza, in Aa.Vv., Il messaggio di Aldo Capitini, a cura di G.Cacioppo, Lacaita, Manduria 1977, p.211.
20 M.Soccio, Introduzione a J.M.Muller, Significato della nonviolenza, Edizioni del Movimento Nonviolento, Perugia 1980, p.5.
21 E.Marzo, Capitini, il futuro della non violenza, in Corriere della Sera, 14 dicembre 1999.
22 R.Altieri, La rivoluzione nonviolenta. Per una biografia intellettuale di Aldo Capitini, cit., p.135.