Aldo Capitini: l'idea di una religione aperta
La "religione aperta" di Aldo Capitini e' oggi ammonimento e ammaestramento per le due principali linee della nostra cultura riguardo al problema religioso, e cioe' tanto per le tradizioni cristiane, in Italia specialmente la cattolica, quanto per la tradizione agnostica laica. Per il cattolicesimo Capitini e' suggeritore di interiorita', di liberta' spirituale, di fedelta' pratica all'amore universale nella nonviolenza attiva. Per il laicismo - ma qui devo essere piu' cauto nell'interpretazione - Capitini propone una maggiore apertura e sensibilita' all'invisibile profondita' della realta' umana e cosmica sulla cui estrema superficie camminiamo noi tutti, con molta piu' ignoranza e incertezza che non saperi certi, con un bisogno di ascoltare il mistero vivo che ci sostiene, ci avvolge e ci interpella, bisogno che mi pare molto superiore al diritto di disinteressarcene solo perche' la sua inverificabilita' coi metri validi nel nostro piccolo raggio di visuale, lo renderebbe privo di senso. Scrive Antonio Vigilante (cap. III, La religione aperta, del suo libro La realta' liberata. Escatologia e nonviolenza in Aldo Capitini, Edizioni del Rosone, Foggia 1999): "Tutto il suo pensiero [di Capitini] e' il tentativo di introdurre nella coscienza laica il paradosso della fede".
Uso alcune espressioni di Mario Martini (in Capitini, Scritti filosofici e religiosi, d'ora in poi SFR, ed. Protagon, Perugia 1994, Introduzione, pp. X-XI), per tratteggiare l'atteggiamento religioso di Capitini:
- apertura, "aggiunta"
metodica, dall'esperienza della realta' alla sua possibile modificazione;
- percio'
"persuasione nonviolenta" pur nella realta' violenta;
- "compresenza" di tutti gli esseri anche minimi, anche invisibili
come i morti;
- non soggetto logico, ma dialogico;
- preminenza non dell'io ma del tu;
- bonta' dell'incremento, che e' valore, rispetto al fatto, che e' insufficienza;
- l'atto religioso salvifico redime i soggetti trascendendo la storia e la natura,
ma operando attivamente qui e ora. Aggiunta e apertura non solo nel pensiero,
nell'accogliere nella mia conoscenza qualcosa piu' ampio di me e del mondo che
vedo; ma apertura e aggiunta nella "sporgenza della prassi" (La compresenza
dei morti e dei viventi, Il Saggiatore, Milano 1966, p. 217; cit. in SFR, p.
XXV).
"L'aggiunta non e' una categoria conoscitiva, rivolta all'evento che sorge e dilegua; e' una categoria pratica, un vivere una realta' che e' in incremento" (SFR, 398).
Questo pensiero e' biblico ed evangelico, ed e' universalmente religioso: la vera religione e' agire bene, fare il bene, non sta nel pensare giusto o nel culto dovuto. Un solo richiamo cristiano - che vale per tutti i testi simili negli scritti ebraici, in quelli cristiani, in quelli di altre religioni - e' in Matteo 25 sul giudizio finale. Chiederanno i giusti: "quando mai ti abbiamo visto?". Il giudice rispondera': "Quando avete sfamato, rivestito, ospitato, visitato chi aveva bisogno". La verita' che salva e' nell'amore per tutti (l'unita'-amore, dice Capitini), non in una teoria religiosa o conoscenza teologica. Neppure la fede salva se non e' fedelta', cioe' la "aggiunta", o il frutto, delle azioni che la attuano. E azioni di amore dimostrano una implicita disposizione a credere e pensare che l'amore e non la forza e' la legge della vita.
Questa apertura pratica, che accoglie da fuori di se' la norma della vita giusta e buona, norma che e' dettata dalla presenza dell'altro, dal suo volto, e' espressa in tutte le religioni e le sapienze dalla famosa "regola d'oro". La formulazione piu' nota e' quella ebraico-cristiana, sia positiva che negativa: "Quel che desiderate che gli altri facciano a voi, fatelo voi a loro"; "Non fate agli altri quel che non vorreste fosse fatto a voi". Non ricordo un passo di Capitini che metta in evidenza questa regola (trovo un cenno in SFR p. 473, da Religione aperta), ma tutta la sua religione etica si fonda nell'apertura all'altro, che diviene regola del nostro agire. Un problema: quella "aggiunta" e' la religione nel senso piu' ampio, ma e' anche ogni moralita', ogni vita vissuta nella coscienza di avere un "obbligo eterno e incondizionato" (Simone Weil, La prima radice, Mondadori 1996, p. 17). Chi aggiunge quei valori all'esistenza? Siamo noi, con l'opera nostra? Ci vengono da Altri, sebbene per via intima?
Rimane la domanda, per capire la religione di Capitini: la aggiunta e' opera nostra, azione umana di autosuperamento, oppure e' incontro con Altri, avvento di Altri da oltre l'uomo?
E', la religione di Capitini, quel ponte tra laicismo e religiosita', tra l'umanesimo agnostico su Dio, percio' monopolare, e l'antropologia religiosa essenzialmente bipolare?
Ma oggetto della religione che cosa e' per Capitini? Non e' altro che la compresenza, cioe' l'insieme corale e con/vivo di tutti i viventi, da Dio al morto piu' dimenticato fino all'ultimo animale, l'insieme nel quale il soggetto e' totalmente ricompreso? Quindi oggetto nella sua religione e' la contemplazione attiva e operosa di un'appartenenza senza alterita'? Ma non e' anche essenzialmente quella di Capitini la religione del Tu, che conduce il libero religioso a passare dall'io autocentrato ad una vita bi/centrata? Su questa base si deve negare che la religione di Capitini sia soltanto soggettiva per il fatto che non accentua l'alterita' della "realta' ultima" o realta' divina. La sua e' stata detta una "teologia del tu" (Fortunato Pasqualino, in Il nostro tempo, 3 novembre 1968). E' una religione preminentemente etica, attuata nella pratica, non e' pero' un'etica teologica (un dover-essere e dover-fare che discenda dalla parola o dalla luce di Dio) quanto, direi, una teologia etica: cio' che si puo' incontrare e vivere dell'assoluto, lo si incontra e lo si vive nel comportamento etico, nell'apertura al tu/tutti. Se Dio c'e', vivente e altro da noi, l'apertura al tu e' apertura a lui, anche quando non lo conosciamo e non lo possiamo affermare.
Armido Rizzi puo' dire: "La religione e' l'affermazione che la realta' non e' puramente casuale, non e' assurda, ma dotata di un "perche'" che ne giustifica l'esistenza" (Il Sacro e il Senso, Lineamenti di filosofia della religione, LDC, 1995, p. 20).
Questa "affermazione" non occorre che sia teorizzata, se e' affermata nei fatti. La "persuasione" di Capitini (parola che egli sceglie a preferenza di "fede", forse anche per un condizionamento polemico) e' questa convinzione profonda e operante, per la quale la piccola vita personale ha senso, rientra in un insieme dotato di bellezza e valore, totalmente amabile fino al sacrificio personale, pur se ancora in cammino faticoso e tribolato; una realta' di fatto che puo' e merita di essere svolta verso la "realta' liberata". Una delle parole piu' belle con cui Capitini dice questa persuasione intima e pratica e', secondo me, questo passo famoso: "Io non dico: fra poco o molto tempo avremo una societa' che sara' perfettamente nonviolenta, regno dell'amore che noi potremo vedere con i nostri occhi. Io so che gli ostacoli saranno sempre tanti, e risorgeranno forse sempre, anche se non e' assurdo sperare un certo miglioramento. A me importa fondamentalmente l'impiego di questa mia modestissima vita, di queste ore e di questi pochi giorni; e mettere sulla bilancia intima della storia il peso della mia persuasione, del mio atto, che, anche se non e' visto da nessuno, ha il suo peso alla presenza e per la presenza di Dio. E penso: forse dovra' essere sempre cosi', vi sara' sempre questa lotta, questa affermazione fatta in un modo o in un altro; ma se sono veramente un persuaso religioso, in questa stessa lotta, in questa stessa affermazione, sento una serenita' superiore, una presenza che mi redime dalla mia finitezz a. E pur essendo volto infinitamente agli altri, prima del loro persuaderli - che puo' essere tanto difficile e impedito dal loro stesso agire o dalla mia inettitudine - l'atto religioso vale in intimo, come dedizione e come celebrazione redentiva" (Elementi di un'esperienza religiosa, ristampa anastatica Cappelli 1990, pp. 115-116).
Mi pare davvero il manifesto, o l'inno, o anche la preghiera eucaristica - vale a dire di rendimento di grazie - di una vita persuasa, cioe' felice di tutta la felicita' possibile nel mondo, perche' sente di valere, di essere nel bene, nonostante la piccolezza e debolezza e manchevolezza di cui e' consapevole. E' cosi' che la vita ha valore, quindi e' salva, e' guarita, e' riscattata da tutte le sue miserie, banalita', insignificanze, fallimenti, cadute, crisi di oscurita', smarrimenti, e da tutte le sue perplessita'.
* Quale Dio?
"Dio
non e' certamente [per Capitini] il 'totalmente altro' dell'ultima teologia
evangelica [Karl Barth], ne' il 'mysterium tremendum' del numinoso e del sacro"
(Martini, SFR, XII). Capitini scrive: "La tramutazione, la presenza, la
realta' religiosa, la novita', non sono piu' oggetto di speranza, ma noi siamo
in esse" (Il problema religioso attuale, Guanda 1948, p. 113, cit. da Martini,
SFR, p. XII). Qui sembra che Capitini propenda verso quell'annullamento della
distanza tra Dio e noi che e' proprio dell'esperienza mistica, e sembra cosi'
che approcci la grande tensione "gia' e non-ancora" risolvendola tutta
nel "gia'", al limite del panteismo, a rischio di consacrare totalmente
proprio quella realta' presente che pure egli sente e afferma spesso da non
accettare, da superare e da liberare. Il brano citato continua poco oltre: "Dio
si e' tramutato e da sovrano assoluto si fa persuasore intimo, da onnipotenza
si fa libera aggiunta, da persona si fa anonimo, da trascendenza si fa presenza
dell'Uno-Tutto" (ibidem). (Questo termine Uno-Tutto lo correggera' poi
in Uno-Tutti). Qui dunque ha detto di Dio: "Da persona si fa anonimo".
Ma nel suo primo libro, parlando della "vicinanza di Dio", dice che
Dio "non e' persona tra le persone, ma persona per le persone" (Elementi
di un'esperienza religiosa, ristampa Cappelli 1990, p. 46). "Dio non ha
piu' nome perche' si da' ai nomi, dall'intimo" (Il problema religioso attuale,
cit., p.41). Anche nella Bibbia Dio non ha nome (il suo nome e': ci sono, ci
saro'; saro' con te; cfr. Esodo 3, 14) , ma e' evidentemente persona, cioe'
vita, pensiero, volonta', amore, relazione, azione, cio' che non e' il dio aristotelico.
Quel che abbiamo sentito significa che per Capitini Dio non e' persona? Allora, Dio anonimo, impersonale, risolto tutto nella corale compresenza dei viventi, come una forza senza volto, un elemento comune a tutti, senza le facolta' proprie dell'essere persona? Neppure questo, mi pare. Dio non e' il "totalmente altro", ma neppure la "natura naturans" tutta immanente. Sembra che in Capitini Dio conservi, nella vicinanza intima, la sua realta' propria e differente dall'uomo: egli vuole evitare una concezione religiosa che ne faccia un oggetto alto, staccato, definito e idolatrato, eppure scrive che "il cambiamento dovra' apparire come operato da Dio stesso, e non come compiuto dalla forza limitata dell'uomo, egualmente assurda sia nel pretendere di 'decapitare' quanto di 'costruire' Dio (...). Dio non puo' essere ne' costruito ne' distrutto. E allora una tramutazione non puo' essere autentica se non compiuta al di la' di queste operazioni, cioe' se non riconosciuta come opera di Dio stesso" (Il problema religioso attuale, Guanda 1948, pp. 36-37). In un passo come questo, Capitini non identifica Dio con lo spirito dell'uomo, perche' Dio opera prima e distintamente dall'uomo. Dunque, Dio e' Altri. Cosi' come, parlando della preghiera (in modo anche polemico verso la religione tradizionale), conclude cosi': "Nell'intimita', che e' dualita', sono udito" (Elementi di un'esperienza religiosa, ristampa Cappelli 1990, p. 57).
Qui Dio non e' identificato semplicemente con l'intimo umano, con la coscienza. Anche in pagine precedenti (p. 48; 50) ricorre il termine "dualita'; dualismo", che mi pare significhi, nel contesto, alterita', non identita' tra l'io finito e Dio; non un'alterita' esterna, trascendente, ma intima; intimita', ma non identita'. Anche nelle prime righe del paragrafo subito seguente "Premio e pena", sembra di cogliere questa idea di una dualita' intima: nell'intimo la verita' (Dio) mi giudica, mi e' testimone. Attraverso le pagine capitiniane, di una teologia non costruita di geometriche definizioni, ma calda di afflato etico attivo, di unita'-amore, sembra di leggere anche quella che, in termini cristiani, e' la teologia dello Spirito Santo: lo spirito, cioe' il sentimento stesso di cui vive Dio, effuso da Cristo nei cuori, ad animarli dall'intimo, sicche' san Paolo puo' dire: "Vivo non piu' io, ma vive in me Cristo" (lettera ai Galati 2, 20). In una parola, Capitini dice di si': "Questa unita' monoteistica non la sto a descrivere e teorizzare, ma la vivo concretamente: la teologia e' teogonia in atto, da vivere" (Elementi di un'esperienza religiosa, ristampa Cappelli 1990, p. 41).
Io non sono sicuro di avere, in questi pochi cenni, compreso la teologia di Capitini. Mi pare che una sua preoccupazione sia di rompere l'individualismo di una appartenenza pigra e formale ad una istituzione religiosa e dottrinale, che fornisce un concetto definito di Dio, per trovare Dio "lentamente, attraverso crisi (...) in un'intimita' maggiore di prima" (Elementi..., p. 41). Un altro intento di Capitini e' quello che Martini (SFR, p. XXVIII) chiama "universalistico" meglio che "ecumenico". Forse questo intento spiega la presenza di aspetti diversi e anche opposti nel pensiero religioso di Capitini, quasi per cercare una base comune a tutte e oltre tutte le religioni.
Uno dei motivi della rottura di Capitini col cattolicesimo (un altro fu il Concordato del 1929 con l'Italia fascista) fu la concezione rigida dell'inferno, di un dio che condanna i peccatori impenitenti all'inferno eterno, ribadita da Pio XII e presente in certe tradizioni protestanti addirittura nella forma della doppia predestinazione, (la liberta' arbitraria riconosciuta a Dio, per esaltarne l'assoluta grandezza e diversita', di salvare o dannare chi lui vuole, "ante praevisa merita"). Tutte queste idee, se non sbaglio, sono oggi molto discusse in ogni ambito cristiano pensante.
* Religione e politica
Come Gandhi (si veda almeno Teoria e pratica della nonviolenza, Einaudi, Torino
1996, p. 31) Capitini collega religione e politica, senza paura degli equivoci
tipici della storia europea ed italiana, derivanti dal fatto che la religione
vi appare principalmente come una istituzione sociale, con una sua potenza,
in competizione con l'istituzione politica, lo stato. Ma se religione e' persuasione
e movimento intimo, non intimistico, allora essa rifluisce in frutti di dedizione
al tu-tutti nella vita e nell'azione della comunita' politica, senza rivalita'
istituzionali. Leggiamo Capitini: "Per essere veramente religiosi bisogna
passare per la vita pubblica. Si puo' anche essere stiliti o eremiti per riordinare
la propria vita interiore, ma poi bisogna fare vita pubblica, e solo su questa
sorge la vita religiosa che porta aperture e aggiunta" (Il potere di tutti,
La Nuova Italia, Firenze 1969, p. 385, cit. da Rocco Altieri, Aldo Capitini
e la nonviolenza nell'incontro tra religioni orientali e occidentali, in Nonviolenza
e giustizia nei testi sacri delle religioni orientali, Atti del convegno della
Facolta' di Lettere dell'Universita' di Pisa, 24-26 maggio 1995, a cura di Caterina
Conio e Donatella Dolcini, ed. Giardini, Pisa 1999, pp. 303-312).
Ma nella concezione di Capitini, e' noto, la vita pubblica non e' soltanto, e non e' per lui personalmente, politica nelle istituzioni del potere, bensi' partecipazione di tutti, dal basso, a costruire tutti insieme l'orientamento generale, attraverso il "potere di tutti", la' dove i valori ideali e morali possono influire meglio nelle scelte politiche. Si sa che l'opposizione di Capitini al fascismo fu opposizione religiosa, come egli dichiara e ricorda piu' volte. Recentemente, commemorando a Torino il grande vescovo brasiliano Helder Camara, morto il 28 agosto 1999, Ermis Segatti osservava che l'Europa ha vissuto grandi istanze di liberta', ma senza coniugarle con l'ispirazione religiosa, come invece e' avvenuto nell'America Latina. Ecco un altro sintomo, dal mondo extra-europeo (latino-americano questo, asiatico in Gandhi), di un rapporto tra religione e politica nel quale Capitini ha, tra noi, un ruolo originale.
* Capitini evangelico
Post-cristiano? Oppure davvero evangelico? "Cristiano senza chiesa",
come diceva di se' Silone? (Introduzione a L'avventura d'un povero cristiano,
Mondadori 1968). Capitini non e' cristiano nel senso proprio del termine: cristiano
e' chi, sulla parola e per la testimonianza di Gesu' di Nazareth, tramandata
nella tradizione della fede, crede che Gesu' e' vero Dio e vero uomo, e crede
nella intima uni-trinita' di Dio rivelata da Gesu'. Questo, nella religione
aperta di Capitini, non c'e'. Ma c'e' molto di quanto di piu' essenziale Gesu'
ha insegnato con i fatti e con la sua vita; c'e' molto di cio' che e' salvezza
dell'esistenza umana, secondo l'annuncio evangelico. In Capitini c'e' la nonviolenza,
che e' amore senza condizioni: non il sentimento d'amore della piena concordia
(i cuori insieme), ma la volonta' di bene anche per l'avversario e per chi ti
e' nemico. Io credo che la nonviolenza attiva, la ricerca di soluzione non distruttiva
e non offensiva dei conflitti umani, dal micro al macro, sia la forma laica,
attuale, dell'amore fattivo esteso fino ai nemici, e che questo amore - che
noi ci pensiamo o no, che noi lo riconosciamo o no come tale - sia il piu' grande
segno di Dio nella vita umana. Dio non agisce miracolisticamente, ma nella comparsa
di novita' che salvano dal male: l'amore fino ai nemici e' questa novita', questa
guarigione profonda, questa liberazione dai demoni che ci rendono omicidi. Capitini
ha vissuto e detto questo, ha accolto in pieno la novita' evangelica senza l'interpretazione
teologica - del resto non trascurabile ma preziosa, io credo, per lo stesso
vivere in modo evangelico - che tutte le chiese cristiane concordemente ne hanno
sempre dato. Capitini cristiano pratico nel rifiuto teorico, potremmo dire.
Amare chi non ti ama, avere l'"iniziativa assoluta" (termine di Capitini),
porre l'atto, dare piu' che ricevere, non uccidere e non offendere, non mentire,
sperare l'insperabile, non rassegnarsi al potere del male, perdonare, attendere
e preparare la "realta' liberata", vedere la fecondita' della sofferenza
accettata (Capitini usa spesso il termine di "croce" per dire il prezzo
meritevole da pagare nella lotta nonviolenta): tutto cio' e' vita evangelica,
vissuta negli spazi della "lieta notizia", ed e' essa stessa una lieta
notizia, un "evangelo" per chi la incontra. Cio' sia detto, ovviamente,
non per annettere Capitini ad una chiesa e ad una credenza che ha avuto motivo
di rifiutare, ma per riconoscere in lui lo stesso flusso di verita' e di bene
che un cristiano trova nell'ascoltare e seguire Gesu' di Nazareth. Tutto cio'
e' motivo di lieta gratitudine, di allargamento del cuore e della speranza,
e' "religione aperta".
Enrico Peyretti