IL LIBERO-SOCIALISMO DI ALDO CAPITINI

di Giuseppe Moscati


Difficile proporre un profilo di Aldo Capitini che non prenda le mosse dalla limpida descrizione che dell'amico ci ha lasciato Walter Binni: "Libero religioso e rivoluzionario nonviolento pensò e attivamente promosse l'avvento di una società senza oppressi e l'apertura di una realtà liberata e fraterna" 1.
Ma è bene qui andare a vedere alcuni dei contenuti che costituiscono la grande umanità di quello che più volte è stato definito "il Gandhi italiano".
Ed altrettanto utili ci tornano le parole di Bobbio: "il posto singolarissimo di Capitini nella storia della spiritualità italiana dipende dal fatto che fu un gandhiano nella patria di Machiavelli, un eretico religioso nella patria della Controriforma (e del connesso indifferentismo), un pacifista, e religioso per giunta, in un paese in cui una tradizione di pensiero e di azione pacifista non è mai esistita"2.
Se ne può rileggere il messaggio innanzitutto riscoprendo il rigore morale di suoi principi quali la nonviolenza, la noncollaborazione e la nonmenzogna: principi che possiamo definire "virtù politiche" assai rare, tutte tese come sono al più profondo rispetto del tu.
L'alterità, infatti, è l'orizzonte preferenziale degli "sguardi" più lungimiranti dei pensiero capitiniano: "Bisogna soltanto - leggiamo ne La compresenza dei morti e dei viventi (1966) - che ci si sottragga a intendere l'individuo come, semplicemente producente la sua vita, (...): nel tu rivolto a lui vedo altro, una sua partecipazione al dolore, ai sentimenti, alle idee, alla bellezza, all'aspettazione di una realtà migliore"3.
E la fiducia nel miglioramento dell'uomo è senz'altro una delle migliori vene filosofico-politiche del Capitini, che pure è abile a non cadere in facili utopie ed a mantenersi sempre al di qua di un intelligente realismo.
Di questa fiducia ci parla Mario Martini, uno dei più profondi conoscitori del pensatore perugino: "Pur nella severità della decisione morale, che è rifiuto del lasciarsi andare, dell'acquiescenza alla violenza della realtà e della sua difesa colpevole nella menzogna, Capitini non ammette l'eternità, l'immodificabilità del giudizio: non è accettabile il giudizio quando tutte le possibilità sono finite, esso sussiste solo finché c'è possibilità di far meglio"4.
E lo stesso Capitini, infatti, ebbe a dire nel '48, con il saggio Italia nonviolenta, che "credere che gli uomini possano accontentarsi di un'amministrazione dei mondo è pensarne troppo male.
La storia non è mossa dal passato, come da cause vicine o remote, ma proprio da questo voler impostare una soddisfazione migliore delle esigenze migliori"5.
Grande aspirazione, quella di Capitini, "che si propone di vedere se non sia possibile sostituire l'orizzonte della necessità con quello del possibile, dove è lasciata aperta la possibilità della tramutazione"6.
Nato a Perugia il 23 dicembre del 1899 da padre impiegato comunale (custode del campanile dei municipio, da cui si poteva godere di un panorama di "bellezza ineffabile"7) e da madre sarta, Aldo Capitini è l'indiscusso simbolo della nonviolenza nostrana, oggi tornato al centro degli interessi culturali: tra l'altro, del 1999, anno del centenario della nascita di Capitini, è il saggio di Antonio Vigilante La realtà liberata.
Delle tante sue iniziative non possiamo non ricordare la Marcia della Pace Perugia-Assisi (nata il 24 settembre del '61).
Egli è stato innanzitutto un instancabile ricercatore di forme teoretiche che, accessibili a tutti, potessero ordinare le convinzioni viscerali, direi, che animavano i suoi atteggiamenti pratici di esemplare abnegazione, frutto di prezioso coraggio intellettuale.
Ecco perché la tramutazione di cui dicevamo è quel "salto di qualità", quel "mutamento di qualità da vivere" in aggiunta alla realtà immediata che ci presenta tutto il fascino della figura di Capitini: "L'apertura non utopica - ha scritto Martini - introducendo gli Scritti filosofici e religiosi (riediti nel '98 grazie alla Associazione Naz. Amici di Aldo Capitini dopo che Protagon, poi fallita, aveva cominciato a riorganizzare la fertilissima opera capitiniana) si oppone alla violenza, la quale non realizza l'atto, come nei cattivi discepoli del Gentile, o nei cinici assertori della falsa democrazia, dove le cose si lasciano andare così come vanno.
La violenza è ciò che mantiene la realtà nella sua "sufficienza", che giustifica ogni mentalità e prassi di conservazione, di chiusura e di intolleranza ( ... ).
Capitini svolge nei confronti del regime fascista, ma anche di quella che, come avvertiva, ne sarebbe stata la continuazione sotto altra veste qualora non fossero avvenuti certi cambiamenti, una funzione analoga a quella di Gandhi di fronte al dominio inglese"9.
Un'apertura capitiniana al futuro, allora, è passata necessariamente attraverso l'opposizione decisa al fascismo ("un potenziamento dei peggio e del fondo della nostra storia infelice, una malattia latente dell'organismo"10): anni particolarmente difficili per il padre dei "pacifismo integrale", per l'ideatore di uno dei più moderni piani di disarmo... La nonviolenza contro la violenza di regime, d'altra parte, costò cara all'uomo Capitini: all'allontanamento del '33 dall'Università di Pisa, dove poi, dopo la caduta del fascismo, sarà docente di Filosofia morale, si aggiungono anche i duri giorni della prigionia, durante i quali elaborò le riflessioni sullo "stretto rapporto intersoggettivo" espresso nella nonviolenza e sulla "realtà di tutti" come compresenza di tutti.
Il suo era un antifascismo, come ha chiarito Antonino Drago (del Centro educazione alla Pace di Napoli), "motivato dal ricostruire una "vita religiosa, in contrasto con quella tradizionale", secondo "la più profonda apertura a tutti".
Da qui quella sua tipica congiunzione tra la motivazione antifascista e la motivazione antichiesastica 11, congiunzione speculare a quella avvenuta al vertice, tra fascismo e Chiesa (patto dei 1929), che Capitini sentì sempre come aberrante.
Era nato in lui uno stretto legame politica-fede, che egli avrà la forza d'animo di sostenere per tutta la vita, in termini pressoché costanti, nonostante le sconfitte e le delusioni che subirà"12.
L'idea aperta di religione è l'energia politica del Capitini testimone di valori vissuti in prima persona, ciò che rimane "la cosa più ostica e indigesta da approvare o soltanto da capire"13, come bene ha detto Piergiorgio Giacchè, per chi muova da una conoscenza di superficie della visione del mondo del Nostro.
La dialettica del pensiero politico di Aldo Capitini, poi, si gioca tra i significati di azione "operosa e responsabile", "potere dal basso", liberazione, incontro inteso quale dialogo tra Est ed Ovest, come tra Nord e Sud del mondo e finalmente "omnicrazia", luogo di arricchimento della democrazia stessa.
Affrontando le tematiche della globalizzazione e della democrazia, appunto, egli è andato ad individuare quegli elementi che, aggiunti al sistema democratico europeo, potessero offrire quel qualcosa in più necessario ad ottimizzare le condizioni di vita dei popoli.
Omnicrazia, così, è la condizione per cui si pone "in ogni momento la massima possibilità, compatibile con la massima possibilità di ogni altro, di realizzare la miglior vita di cui è capace" (G. Pontara 14); e non a caso siamo sollecitati a porre attenzione a quale democrazia ci stia davanti: "Quando si riferisce alla sua idea di democrazia, Capitini è attento sempre a specificare: democrazia di tutti, per distinguerla dalla sua degenerazione che chiama: democrazia di amministrazione"15.
La concreta forma dell'impegno di Aldo Capitini ci rimanda alle tante sue lotte politiche da "indipendente di sinistra", come si definisce egli stesso nell'autobiografico Attraverso due terzi del secolo, breve scritto steso a Perugia nell'agosto '68, ma assai ricco di chiarificazioni sulla sua intensa attività.
In una prosa fluida egli ricorda della costituzione dei primi Cos, i Centri di orientamento sociale che, apparsi nel '44, fino al '48 hanno garantito la possibilità di dialogo popolo-autorità amministrative sui temi sociali più urgenti e vitali della democrazia.
Un'iniziativa, questa, che dai rioni perugini si affermò in tante piccole città umbre e si spinse fino a città come Ferrara e Firenze, ma che inevitabilmente doveva pagare il fio della propria apertura critica e del proprio spirito libero e indipendente.
Eppure una pagina de La rivoluzione russa di Rosa Luxemburg ci rammenta che "la libertà è sempre e soltanto libertà di chi pensa diversamente"16...
Ci fa piacere ricordare come proprio tra le righe de L'Avanti! del 12 agosto dei 1948 Capitini poteva sintetizzare il grandioso proposito del Cos, presentato come "un'aggiunta al lavoro politico, sindacale, e a quello delle scuole, e delle amministrazioni; un'aggiunta in nome dell'aperta, moderna religione della compresenza di tutti.
Errato sarebbe affidarsi agl'iscritti soltanto, e non curare quest'apertura e questo lavoro con tutti.
Errato credere che si debba fare soltanto politica, quella che ha questo nome (la forza della reazione è di avere con sé anche ben altro).
Si formano al Cos il nuovo capo di ente pubblico che vuole il contatto diretto con il popolo e, prima di riferire ai "superiori" nel chiuso delle relazioni che vanno a finire negli archivi, riconosce nel popolo la fonte prima della sua sovranità; il nuovo intellettuale che pur nella tensione ai valori più alti, sente presente l'orizzonte di tutti; il nuovo popolo attivissimo e razionalmente sereno nell'esaminare i problemi, nel considerarli tutti suoi, dai più alti ai più umili. Il Cos è umile e alto"17.
Contro chi mostra l'arroganza di risolvere il "problema del tutto senza curarsi dei singoli", il socialismo, si chiede il pensatore umbro nel '48, "non dovrebbe essere via alla "civiltà di tutti", invece che alla "civiltà del tutto"?"18.
Ma egli è anche attento critico delle vicende del Partito Socialista Italiano, specie di quelle che interessarono gli anni quaranta; energico è il suo invito a non rimaner tranquilli rivolto ai socialisti autonomisti: pur apprezzando la loro tensione verso un partito di sinistra non comunista e pur ammettendo la buona fede di tutti, Capitini avanzava il suo sospetto circa l'effettiva natura di quell'autonomismo.
"Non si è visto - incalza in Italia nonviolenta, appunto - I.M. Lombardo19 invece di aspettare il congresso socialista e di puntare tutto sulla speranza di un ampio partito socialista, andare al governo, ripetere dopo la grossa vittoria della democrazia cristiana il fatto di una collaborazione inefficace, che compromette la stessa parola di "socialista"?
Si può essere socialisti e laici accanto a Scelba ( ... )?"20.
Con Guido Calogero, nel '40, Capitini aveva inoltre steso il manifesto del movimento politico "Il liberal socialismo"; otto anni più tardi egli avrebbe pronunciato delle parole che oggi ci suonano come inevitabile monito: "I regimi politici che assicurano comunque un ordine trovano sempre moltissimi che li accettano, senza badare se l'ordine esterno non è tradito potenzialmente da una molteplicità sopraffattrice e avventuriera"21 (Il problema religioso attuale).
Sempre vigile difensore delle libertà individuali contro ogni forma di totalitarismo o dogmatismo politico ("La società col suo ordine, la vita con i suoi oggetti non possono costituire quell'assoluto che si imponga insostituibile e tolga la possibilità di un contributo, di un "iniziativa""22), il filosofo perugino era fermo assertore della necessità della presenza, nell'educazione e nel lavoro culturale, di una "piena e diffusa libertà di informazione, di critica, di dialogo, da parte di tutti"23.
Quasi a margine, l'amara considerazione: "Forse non esiste nel mondo nessuno stato che faccia questo sul serio e per tutti"" (La nonviolenza oggi).
E bene ci ha chiarito il significato capitiniano di educazione Pietro Polito: "La "riforma omnicratica" mira a far nascere congiuntamente un "uomo nuovo" e una "nuova società".
Si spiega così la centralità dell'educazione, intesa come informazione e formazione, acquisizione e produzione di problemi e di valori, processo permanente e totale che coinvolge l'essere e tutti gli esseri"25 .
Notevole anche il fascino dei versi capitiniani; ne siano esempi quelli di esordio di Colloquio corale (del '56):
"La mia nascita è quando dico un tu./ Mentre aspetto, l'animo già tende./ Andando verso un tu, ho pensato gli universi".
Ancora una volta è il tu a costituire il centro delle energie e delle speranze, delle aspirazioni e delle lotte di difesa dei diritti socio-politici: attorno al tu si sono costituiti, lungo l'attivissima esistenza di Aldo Capitini, il Movimento nonviolento per la Pace, gli incontri Oriente-Occidente, la stessa esperienza del periodico Azione nonviolenta e le tante battaglie in favore del pieno riconoscimento del diritto all'obiezione di coscienza.
Dalla stessa corrispondenza con Tristano Codignola - passato dal Partito d'Azione al Partito, Socialista Unitario prima e confluito nel Psi autonomista poi -, consistente in lettere che i due si scrissero tra il 1940 e il '68, raccolte da Tiziana Borgogni Migani26 emerge tutto un mondo di accorate riflessioni sulla riforma della scuola, concepita come necessariamente animata da una decisa laicità, di preoccupazioni volte al riavvicinamento dell'etico e del politico, di fervide idee liberalsocialiste...
E vi troviamo un Capitini impegnato a far conoscere le proprie persuasioni etico-politiche del dialogo, del metodo nonviolento, dell'aggiunta omnicratica, dell'apertura allo "stanco", della pace.
Un altro acuto del pensiero capitiniano lo rinveniamo nella disamina dell'epoca contemporanea: "Capitini riconosce - ha detto Mario Martini - i tratti di una nuova età che è postcristiana come è postcomunista"27, e qui risiede una delle piú potenti attualitá del filosofo perugino.
Si leggano attentamente i passi del Saggio sul soggetto della storia del '47 in cui Capitini
discute del socialismo moderno quello che nasce "per esigenza di una società più dinamica"28, in virtú della lotta all'assolutismo e all'imperialismo tra gli stati: "Il socialismo non potrà non tener conto dell'impossibilità di un dogmatismo istituzionale dall'esterno, del carattere strumentale delle riforme, del fine di dare maggior potere alla libertà"29.
E' il socialismo che si schiude al "bisogno di libertà"30.
Che persegue "una conversione dalla direzione della potenza a quella della presenza di tutti"31: un socialismo moderno che, "non essendo il collettivismo chiuso del convento che espelle fuori piú che può di ciò che è attuazione nel mondo, viene perciò a dare importanza fondamentale a tutte le affermazioni che hanno il compito di ristabilire la prospettiva dall'intimo, e perciò a tutto un dispiegarsi di valori spirituali destinati a inquadrare e ridurre a mezzo lo sviluppo economico"32.
Anzi, continua il Saggio, "non solo la collaborazione tecnica e critica dei lavoratori alla produzione e non solo la giusta distribuzione dei prodotti, e non solo quella conversione religiosa all'umiltà, ma anche ogni produzione di bontà morale, di rettitudine, di lealtà, di bellezza artistica, di verità di pensiero, valgono a portar su la presenza di tutti, ad attuare cioè il socialismo su tutti i campi"33.
Capitini, perciò, si conferma libero-socialista, prima ancora che liberal-socialista, innalzando la bandiera di quel socialismo mai chiuso in istituzione che definiva "intimo e universalistico",34 forte dei valori e della "presenza infinita dei soggetti, delle libertà e dell'amore"35.
Nella sua visione, dunque, il socialismo "è considerato come evocatore del soggetto della storia, ma la sua posizione deve essere integrata con quella della "classe sovraeconomica"
Della quale ogni soggetto fa parte facendo valere esigenze universali (…)36.
Leggendo lo scritto autobiografico di oltre trent'anni fa (Attraverso due terzi del secolo, appunto), scopriamo come l'impulso di Capitini alla politica risalga addirittura alla fanciullezza, essendosi formato per contrasto al regime fascista - e in virtù di una "sintesi di libertà e di socialismo"31 - e, allo stesso tempo, ci ritroviamo spettatori di un clima politico tutto particolare.
"Mentre l'opposizione politica antifascista - scrive Capitini - rinnovava i suoi sforzi, ed era continuamente stroncata dalle uccisioni e dagli arresti (Gramsci e Rosselli morirono nel 1937), e mentre Mussolini vinceva in Africa e in Spagna, il mio antifascismo, con le ragioni religiose, aveva la forza di demitizzare le influenze esteriori e di chiedere tutta l'anima"38. Ed "i gruppi, specialmente dopo l'accordo che feci con Walter Binni prima, e poi con Guido Calogero, erano nettamente di indirizzo politico nei fini e nei mezzi, e per alcuni l'indirizzo fu esplicitamente di "liberalsocialismo","39.
Ma fino al '44, confessa Capitini, era rimasta solo la realtà dell'isolamento, e lo stesso movimento liberalsocialista messo su con il Calogero non poteva corrispondere con la "realizzazione della riforma"40, come egli la ricercava, essendo piuttosto "un collegamento che poté attuarsi per qualche anno, mentre Giustizia e Libertà era esausta per le persecuzioni (...)"41.
E sulla base della propria esperienza politica, il nostro "persuaso nonviolento" invitava a trarre delle conclusioni che credo fondamentali:
bisogna preparare la strategia e i legami nonviolenti da prima, per metterla in atto quando occorre; e nessuno può negare che in Italia nel 1924, al tempo del delitto Matteotti, e in Germania nel 1933, una vasta e complessa azione dal basso di noncollaborazione nonviolenta sarebbe stata occasione di inceppamento e di caduta per i governi"42.
Un grande pensiero: la nonviolenza come preparazione alla pace e non tanto come opposizione alla guerra in atto!
Fiducioso nell'esempio che l'Italia può dare di "comunità aperta"43, nemica delle violenze e pronta al sacrificio per scongiurare le guerre, Capitini esplicita anche le proprie simpatie per le donne a cui sta a cuore la cosa pubblica, le quali sono in grado di dare una forza straordinaria al progetto della pace, ovvero alla "rivoluzione permanente nonviolenta" e alla stessa costituzione di una Internazionale della nonviolenza.
Quella della strategia e del metodo nonviolenti, del resto, è una questione centrale perché rappresenta la base effettiva per la costruzione del socialismo ("lottare per la pace è lottare per il socialismo"44, si legge ne La nonviolenza oggi), e ciò grazie agli "elementi anti-imperialistici"45, vera ricchezza di una democrazia che voglia opporsi con decisione agli atteggiamenti perniciosi di militaristi e reazionari.
Ma tale riflessione, è bene ripeterlo, passa obbligatoriamente attraverso la critica al socialismo contemporaneo, il quale deve superare il proprio limite e divenire realtà di tutti!
La nonviolenza oggi, poi, è testo che avverte del rischio che incombe su qualsivoglia gestione della giustizia: "Bisogna sempre scrutare nel rapporto giuridico per accertare il carattere delle forze che lo pongono e lo difendono, perché la realtà giuridica ha sempre bisogno di uno sviluppo e di un'integrazione, anche quando è ad alti livelli, e risulta sempre da posizioni che non sono giuridiche".
Capitini precursore dei tempi.
E di nuovo l'insistere sull'omnicrazia: è necessario rendersi conto che "c'è un orizzonte più largo, in una interezza, che le singole forme non possono produrre, che c'è un margine, insomma, dove può lavorare qualche cosa di onnicomprensivo"47.
Connesso a questo dell'omnicrazia e a quello dell'educazione cui avevamo accennato (forte e onnipresente l'intento pedagogico capitiniano) è il tema della liberazione, su cui ora vale la pena tornare affidandoci alle chiare parole di Goffredo Fofi: "La nonviolenza di Capitini non è mai stata una nonviolenza pacificante, diciamo, anche se sembra una contraddizione in termini, è stata una nonviolenza attiva, una nonviolenza che ha messo l'accento, appunto, sulla liberazione.
Liberazione che vuol dire una infinità di cose e un'infinita possibilità di progetti, che pone dei problemi però più tragici e più difficili nella situazione nazionale e internazionale: nazionale non perché sia tragica dal punto di vista politico, ma direi soprattutto per l'aspetto un po' paludoso, abulico in cui l'Italia oggi si muove, e internazionale perché invece fuori d'Italia guerre violenze e prospettive di altre guerre, di altre violenze, prospettive di guerre totali e definitive sono purtroppo una realtà sempre più tragica e sempre più minacciosa"48.
Ma l'intera opera capitiniana, testimoniata oltreché dalle tante promozioni civili e culturali anche dagli stessi suoi scritti, è purtroppo rimasta spesso opera da "profeta inascoltato", come ebbe a definirla Sergio Quinzio49.
Oggi che non possiamo godere della vista di quella corporatura umile quasi a dire del suo spirito, dei suo gesto pacato eppure tenace e della sua presenza rassicurante ed anzi rasserenatrice come più volte ce l'ha ricordata il suo amico Maurizio Cavicchi (ci sono anche i buoni discepoli del Gentile!), abbiamo solo da augurarci che quelle pagine, che ci parlano di come l'uomo possa concretamente migliorare, arrivino ai cuori dei lettori con rinnovata forza.


Note
1. Le parole di Binni costituiscono l'epitaffio per Capitini.
2. N. Bobbio, Religione e politica in Aldo Capitini, in Id., Maestri e compagni, Firenze, 1984,p.292.
3. A. Capitini, La compresenza dei morti e dei viventi, in Id., Scritti filosofici e religiosi, a cura di M. Martini, Perugia, Fondazione Centro Studi A. Capitini, 1998, p. 347.
4. M. Martini, In Introduzione a A. Capitini, Scritti filosofici e religiosi, cit., p. XI.
5. A. Capitini, Italia nonviolenta, in Id., Scritti sulla nonviolenza, a cura di L. Schippa, Perugia, 1992, p. 43.
6. M. Martini, "L'etica della nonviolenza e l'aggiunta religiosa", Il Ponte, LIV, n.10 (ottobre) 1998.
7. Cfr. A. Capitini, Attraverso due terzi del secolo, in Id., Scritti sulla nonviolenza, cit., p.
3.
8. A. Vigilante, La realtà liberata. Escatologia e nonviolenza, Foggia, 1999.
9. M. Martini, Introduzione a A. Capitini, Scritti filosofici e religiosi, cit., p. XIII.
10. Cfr. A. Capitini, "La mia opposizione al fascismo", Il Ponte, XVI, n. 1 (gennaio) 1960, p. 37.
11. Quest'ultima "ricambiata" da Pio XII con la messa all'Indice di Religione aperta, notevolissimo testo del '55.
12. A. Drago, "L'azione politica di Capitini nel dopoguerra", Il Ponte, LIV, n. 10 (ottobre) 1998, p. 157.
13. Cfr. P. Giacchè, Introduzione a A. Capitini, Opposizione e liberazione. Scritti autobiografici, a cura dello stesso, Milano, 1991, p. 12.
14. Cfr. G. Pontara, Il satyagraha. Definizione di violenza e nonviolenza nei conflitti sociali, Perugia, Edizioni del movimento nonviolento, 1983, p. 16.
15. P. Polito, "L'idea di omnicrazia", Il Ponte, LIV, n. 10 (ottobre) 1998, p. 135.
16. R. Luxemburg, La rivoluzione russa, in Id., Scritti politici, a cura di L. Basso, Roma, 1970,p.599.
17. Il testo si trova anche in A. Capitini, Italia nonviolenta, cit., pp. 83-85 (il passo citato, p. 85).
18. A. Capitini, Italia nonviolenta, cit., p. 91.
19. Si tratta di Ivan Matteo Lombardo, nel '46 nominato segretario dell'allora Psiup quand'era presidente Nenni.
20. A. Capitini, Italia nonviolenta, cit., p. 90.
21. A. Capitini, ll problema religioso attuale, in ID., Scritti sulla nonviolenza, cit., p. 22.
22. Ivi, p. 32.
23. Cfr. A. Capitini, La nonviolenza oggi, in Id., Scritti sulla nonviolenza, cit., p. 217.
24. Ibid.
25. P. Polito, "L'idea di omnicrazia", cit., p. 142.
26. Cfr. T. Borgogni Migani, Aldo Capitini-Tristano Codignola. Lettere 1940-1968, Firenze, 1997.
27. M. Martini, Introduzione a A. Capitini, Scritti filosofici e religiosi, cit., p.XXVIII.
28. Cfr. A. Capitini, Saggio sul soggetto della storia, in Id., Scritti filosofici e religiosi, 232.
29. Ivi, p. 231.
30. Cfr. ivi, p. 232.
31. Cfr. ivi, p. 233.
32. Ibid.
33. Ibid.
34. Cfr. ivi, p. 236.
35. Cfr. ibid.
36. M.Martini, note a A.Capitini, Saggio sul soggetto della storia, in Id., Scritti filosofici e religiosi, cit. p.252 (corsivo mio)
37. Cfr. A. Capitini, Attraverso due terzi del secolo, cit., p. 5.
38. Ibid.
39. Ibid.
40. Cfr. ivi, p. 7.
41. Ibid.
42. Ivi, p. 6.
43. Cr. A. Capitini, Italia nonviolenta, cit., p. 56.
44. A. Capitini, La nonviolenza oggi, cit., p. 137.
45. Cfr. ibid.
46. Ivi, p. 141.
47. Ibid.
48. G. Fofi, Presentazione e finalità del Convegno, in AA.VV., "Le tecniche della nonviolenza", Sindacato e società, VI, n. 5-6 (settembre-dicembre) 1986, p. 19.
49. Cfr. S. Quinzio, "Capitini, profeta inascoltato (e attuale)", Tuttolibri, 18 giugno