A LEZIONE DI GRECO
DA CAPITINI L’ANTIFASCISTA
di GAIO FRATINI
per gentile concessione
Solevo fare di corsa le scale "infinite" che portavano alla stanzetta di Aldo Capitini, lassù in cima al Palazzo dei Priori. Sopra di noi l’orologio suonava i quarti.
Suonava con rintocchi lentissimi e i piccioni si alzavano in volo obliquo, gli scaffali fitti di libri avevano come un sussulto e io sentivo tremare il tavolo dove un momento fa avevo aperto la grammatica greca del Rocci. Conobbi Capitini come studente privato di liceo. Un’operazione alla mastoide, con la conseguenza di un grave deperimento, mi aveva tenuto lontano dal Liceo Mariotti per oltre un anno. E allora tentai la maturità classica da indipendente, due anni in uno, e sempre di corsa, da Piazza d’Armi verso Corso Vannucci, anche per rifarmi i muscoli, tra una lezione e l’altra. Greco, latino, italiano, filosofia, storia: Capitini divenne il mio allenatore.
Dalla sua finestra guardavo verso Assisi, la rosea luce del Monte Subasio mentre soffia la tramontana, guardavo i cupi tetti di Perugia, su cui piove un cielo d’ocra nei freddi e nitidi crepuscoli.
Era l’inverno del 1938, io avevo sedici anni, il mio maestro una quarantina. Un funzionario della questura disse a mio padre che era sconveniente mandare un figlio da un insegnante che dentro la Normale di Pisa aveva costituito tra il 1930 e il 1933, un gruppo antifascista. C’era di più: l’avevano cacciato dal posto di assistente perché si era rifiutato di iscriversi al partito fascista.
Mio padre, che conosceva bene Capitini, riferì l’episodio al collega Alberto Apponi, il magistrato-poeta che aveva tenuto a battesimo, qualche anno prima, i miei primi versi infantili.
Apponi era un fraterno amico di Capitini e mi ricordo le loro svelte ascetiche figure, quando bambino, al fianco di mio padre, li vedevo andare nelle passeggiate d’un tempo, tra Porta Eburnea e Porta Susanna, lungo i quieti sentieri d’una Perugia ormai sparita.
L’abitazione di Aldo Capitini, la sua adorata stanzetta anche lei "sparita", l’aerea cella sotto la Torre Comunale, con i vetri che tremavano al suono delle campane, diventò per circa dieci anni il centro di un’attività antifascista di frequenti visite e convegni. Lui seguitava a parlarmi di Machiavelli e di Foscolo, a tradurmi dal vivo Tacito e Svetonio, ma ogni tanto le nostre lezioni si interrompevano per l’arrivo di qualche amico a me allora sconosciuto. Ricordo i giovani visi di Guido Calogero, Umberto Morra, Gianfranco Contini. E poiché gli esami di maturità si avvicinavano ed eravamo rimasti un po’ indietro nel programma, ci fu – a integrare la mia preparazione – un altro allenatore di prestigio nella mia vita: il Walter Binni, che abitava in una villetta alle pendici di Porta Susanna.
Elementi di un’esperienza religiosa, i fogli che Capitini faceva girare clandestinamente durante il fascismo e che nel 1936 Benedetto Croce fece pubblicare da Laterza, divennero il lievito della mia giovinezza, l’intima resistenza che io opposi e seguito a opporre a ogni sopruso, il riscatto da ogni luogo comune, a cominciare da quelli officiatimi dai tanti ridicoli maestri incontrati al mercato delle liriche delle pulci. Capitini mi ha insegnato che tra le tecniche della nonviolenza c’è anche quella di resistere alle bassezze del corporativismo letterario con il candore, la solitudine d’una poesia che abbia la grazia d’un interiore contestare, una contestazione che non divenga "Proprietà intellettuale" dello Stato e magari della TV.
Pubblicato nella rubrica Gli anni e i giorni del quotidiano "Il Giornale", giovedì 21 gennaio 1999