TESTIMONIANZA SU ALDO CAPITINI
di GOFFREDO FOFI
lo, più che parlare della finalità dei Convegno, parlerò della figura di Aldo, della sua importanza nella storia politica, sociale e culturale italiana, per lo meno per la fase in cui ho avuto modo di seguirlo, cioè di questo dopo guerra, ma evidentemente con riferimenti anche al resto. Premetto subito che non sono un teorico, quindi non mi sento in grado di fare delle grandi disquisizioni sul pensiero di Aldo: cercherò di spiegare quello che a me pare di aver capito dei suo pensiero, e perché considero questo pensiero così importante così, oggi, trascurato dalla cultura italiana, nonostante i movimenti pacifisti, nonostante questo recente interesse più diffuso sulla sua figura. Quindi mescolerò un po' le carte, parlerò un po' anche di me, con qualche spunto di autobiografia, in riferimento ovviamente a Aldo, e anche con qualche piccola riflessione politica o culturale sulla storia di questi anni.
lo ho conosciuto Aldo Capitini nell'inverno del '55-'56. Sono di Gubbio e, dopo essermi diplomato insegnante elementare, sono partito subito per la Sicilia a lavorare con Danilo Dolci in un gruppo di nonviolenti che facevano azione dal basso, come si diceva allora, organizzando gli ex "banditi" della banda Giuliano, i pescatori, i contadini, i disoccupati, su un programma di lotte di tipo nonvioiento. Dopo appena un mese che ero giù, la polizia mi rispedì a casa, a Gubbio, con un foglio di via, con questa motivazione: "perché insegna senza percepire stipendio", l'unica giustificazione che riuscirono a trovare per cacciarmi! Ricordo che un altro carissimo amico, Lucio Lombardo Radice, fece un editoriale su "L'Unità" intitolato Reato d'alfabeto: solo per ricordare qual era la situazione negli anni di Scelba, gli anni di un ministro democristiano particolarmente violento e aggressivo nei confronti delle minoranze, nei confronti della sinistra in generale.
Vidi Aldo qui a Perugia in quell'inverno freddissimo e mi fece una straordinaria impressione. Era stato lui a cercarmi perché io non sapevo neanche della sua esistenza. Dolci aveva detto a Capitini che c'era un eugubino a Partinico e Capitini s'era ovviamente entusiasmato per questo fatto insolito, che in una situazione piuttosto morta come la situazione culturale di quegli anni, un maestro eugubino fosse finito in Sicilia a fare delle azioni di tipo nonviolento. Parlammo a lungo e ricordo con particolare attenzione un momento che per me fu un po' critico, ma mi è utile oggi per chiarire meglio che tipo di persona era Aldo e anche il suo atteggiamento estremamente pratico nei confronti dei problemi come pure nei confronti della teoria. L'inverno successivo io dovevo fare la visita militare, la terza visita perché avevo dei piccoli problemi di salute. Ero deciso a fare l'obiettore di coscienza però in quel periodo lavoravo in una baracca di un quartiere miserabile a Palermo e fra ncamente non me la sentivo, come altri obiettori avevano fatto, di dichiarare immediatamente il rifiuto dei servizio militare, ma avrei preferito tentare la sorte dichiarandomi obiettore soltanto se mi avessero riconosciuto idoneo. Se non mi avessero preso, se m'avessero scartato per motivi di salute sarei rimasto in Sicilia a continuare il lavoro che facevo, invece di finire in galera per molti anni come altri obiettori. Scelsi questa strada, molto timoroso del fatto che Aldo potesse avere da ridire su questo compromesso. Aldo mi fece capire che il problema vero era l'azione, cioè quello che uno faceva e l'importanza di quello che uno faceva: in quel momento per me era più importante continuare a fare quelle determinate cose, piuttosto che dare una testimonianza. Io credo d'essere stato scartato non solo per motivi di salute, ma anche perché esigetti (allora c'erano dei fogli che bisognava riempire e in cui si dovevano dichiarare convinzioni religiose ecc. ecc. perfino l'alimentazione), con grande sbalordimento di questa commissione di militari che mi esaminava, che sotto la voce "confessione religiosa" ci fosse scritto "libero religioso". Restarono disorientati perché si domandavano che cos'è: ateo? testimone di Geova? protestante?, non capivano addirittura il terrnine. E poi sotto la voce "alimentazione" gli feci scrivere "prevalentemente vegetariana", perché in una situazione di totale miseria ogni tanto mi capitava di mangiar carne, se me l'offrivano, e anche lì scendevo molto a patti con i miei principi nonviolenti.
Queste cose, secondo me, li spaventarono, per cui, dato che a Perugia non c'era mai stato un caso di obiezione di coscienza, non volevano grane e si liberarono velocemente di me. Mi impressionava moltissirno questa vitalità di Aldo, questa sua capacità di entrare nelle situazioni, di capirle e di stabilire questo tipo di contatti estremamente variegato con le persone, proletari, insegnanti, impiegati, vecchi, giovani, malati, intellettuali, professori universitari, politici ecc. con imperturbabile serenità. Credo che Aldo sia stato una delle ultime persone che ho conosciuto a non appartenere alla schiera dei nevrotici: più o meno oggi lo siamo tutti, è un dato sociale generalizzato.
L'esperienza maturata nel superare la malattia e l'isolamento della gioventù e del periodo fascista servi a Aldo nel vivere il relativo isolamento culturale e politico del dopoguerra esprimendo l'enorme energia necessaria all’azione multiforme che andava svolgendo. Aldo infatti era uno che era sì perugino ma anche internazionalista, non solo nazionale ma anche internazionale, aveva una rete fittissima di rapporti, viaggiava molto spesso. La evidente fatica nella sopportazione del suo isolamento nella situazione di allora non lo rendeva assolutamente né un frustrato, né un ringhioso nei confronti di nessuno. Questa sua serenità inattaccabile, questa sua tranquillità erano forse le cose che gli ho invidiato di più, e che continuo a invidiargli di più, ancora a distanza di tempo: la capacità di porsi anche di fronte ai nemici, di fronte alle persone con le quali c'erano degli scontri in atto, con straordinaria semplicità e senza mai dare l' impressione che avesse davanti a sé una persona antipatica o dare l'impressione che avesse davanti a sé un nemico.
Negli anni '60, in piena guerra fredda, attraverso Aldo, attraverso Danilo Dolci, attraverso i collegamenti con le minoranze che c'erano in Italia, ho avuto modo, per mia fortuna, di conoscere molti personaggi di questa cultura, diciamo pure ereticale, o di origine religiosa o di origine politica, in un campo strettamente suddiviso tra influenza marxista e influenza cattolica, con una minoranza laica piuttosto borghese o addirittura alto borghese.
In questa situazione di profondo blocco, diciamo, delle ideologie, c'erano in realtà delle minoranze straordinarie, delle minoranze di cui nessuno ha ricostruito la storia, e prima o poi bisognerebbe farla, e c'era la possibilità di avere dei contatti con la gente più diversa e la gente più interessante.
Ho citato Capitini, ovviamente, ma dovrei ricordare moltissimi altri: Larnberto Borghi, che insegnava allora a Firenze; Battaglia, che era morto poco prima, uno strano personaggio eretico, anche lui fiorentino; c'erano anche i preti, per esempio don Milani, don Mazzolari, don Zeno Saltini, con l'esperienza di Nomadelfia, che Scelba aveva provveduto a far chiudere; c'erano certi dissidenti interni al PCI, con i quali era possibile avere un dialogo molto intenso, persone estremamente più aperte della media dei funzionari dei partito, da Romano Bilenchi a Lucio Lombardo Radice. Alcuni stavano allora rompendo con il partito socialista e fra questi Raniero Panzieri, che fondò poi a Torino i "Quademi rossi". Fu un gruppo molto importante per riaprire il discorso delle lotte operaie negli anni del boom economico, e intorno a Raniero Panzieri non a caso si collegarono molte persone che erano passate da Danilo Dolci o che avevano avuto rapporti con Aldo, a cominciare da me stesso: Danilo Montaldi, che aveva un gruppo a Cremona e che ha fatto dei bellissimi libri di autobiografie di gente di base, diciamo così, uno dei quali famoso, uscito da Einaudi, che si chiama "Autobiografia della Legge". Poi c'erano i Quaccheri, c'erano i Testimoni di Geova, c'erano i Protestanti, i Valdesi; c'era una straordinaria e strana ricchezza di rapporti all'interno delle minoranze molto diversificate fra di loro ma con molto rispetto reciproco. In una situazione in cui poco si muoveva che non fosse stato sotto l'egida della Chiesa Cattolica e della Democrazia Cristiana, o del Partito Comunista, quel poco che si muoveva, quel poco di minoranze che nascevano, stabilivano immediatamente fra di loro un'attenzione, un feeling si direbbe oggi, molto stretti, anche quando fossero state presenti delle divergenze di tipo teorico e ideologico, che venivano comunque dibattute con grande franchezza.
La differenza della situazione di allora con la situazione di oggi è che invece di questo tipo di minoranze abbiamo avuto la diffusione estrema e caotica, nella seconda metà degli anni ‘70 soprattutto, di una infinità di "guru", direi in questo caso non tanto di eretici, ma proprio di guru nel senso non alto della parola, perché anche Gandhi era una guru e i grandi profeti sono stati guru. Parlo dei guru dei mass-media, i guru che partono da un piccolo successo su una minoranza per affermarsi, per portare avanti delle loro posizioni, delle loro teorie, spesso piuttosto balzane. li loro successo è legato a una situazione di riflusso nei confronti del sociale e non a una situazione di apertura e di innovazione. come era quella degli anni '50. Tra questi guru non voglio far nomi, peró credo bisogna piazzare quasi tutti i divi dei giomalismo italiano, bisogna piazzare molti psicanalisti celebri, selvaggi o autorizzatissimi o inseritissimi; bisogna piazzare alcuni tipi di politici o di religiosi, ecc. Comunque c'è una situazione di ripiegamento in cui nascono queste proposte che a me sernbrano estremamente sterili e negative, che nascono appunto sul ripiegamento, sulla chiusura piuttosto che sull'apertura, sullo spirito di setta piuttosto che sullo spirito di centro, come diceva Aldo, di centro irradiante, aperto, che produce nuove situazioni che le inventa, che le crea.
Questa situazione nasce da una crisi indubbia che la società italia na ha vissuto agli inizi degli anni '60, per tutto il corso dei decennio, di cui, poi, gli anni '70 non sono stati che una conclusione, un tipo di sfogo: la crisi innescata dal passaggio dell'Italia da paese prevalentemente agricolo a paese prevalentemente industriale e terziario.
Il '68 è nato sulla spinta di questo rinnovarnento, come momento culmine di una serie di disagi. Dopo un periodo iniziale di tipo spontaneo e spontaneistico (parole che oggi come allora non trovo affatto insultanti), del '68 sono rimasti purtroppo i gruppetti, i partitini, le sette, la riscoperta della politica, come si diceva allora, la riscoperta di Lenin: perché il '68 è stato una generazione senza padri. Per quello che riguarda i miei padri, che sono diversissimi tra di loro come Capitini e Panzieri, devo dire che Panzieri è morto nel'64, Capitini è morto nel ‘68, e l'assenza di padri è stato uno degli handicaps maggiori che il '68 ha vissuto. I leaders più anziani presenti nel '68 erano gente di 27, 28 anni; e non a caso poi sono diventati rapidamente leaders quelli che avevano precedenti esperienze politiche, che erano stati nel PCI, nel PSIUP, in qualche gruppetto. Questi hanno ricostituito una logica di tipo politico tradizionale con la fondazione de i gruppi, dalla quale a mio parere è nata poi tutta una serie di disastri; e sopratutto è nata questa incapacità da parte dei movimenti di dialogare con la sinistra, con i partiti, con le istituzioni, e da parte della sinistra, in particolare dei PCI, c'è stata una chiusura pressoché totale, estremamente ottusa. Basti dire che gli unici "anziani", gli unici sopra i 30 anni che in qualche modo sono entrati poi nel discorso e poi nel vivo del '68, sono persone arrivate alla fine del'68, quando già molti giochi erano fatti, come la Rossanda, Pintor e gli altri del gruppo del "Manifesto", quando in qualche modo la loro credibilità era un po' compromessa dal fatto che nei momenti caldi, nei momenti vivi dell'espiosione erano stati del tutto assenti.
Nella situazione degli anni '70 abbiamo visto la disgregazione dei movimenti, un'estrema situazione di violenza, per fortuna non arrivata a fasi di tipo americano, ma sicuramente molto acuta, con morti e feriti. E’ stata una piccola guerra, con deviazioni di vario genere e con la verifica, da parte di molti, dell'impotenza della politica tradizionale, cioè dell'impotenza della riproposta di certi modelli organizzativi e di certe ideologie. Questo per dire che se poi bene o male si ritorna in qualche modo, da parte di molte persone, e io sono tra queste, a ragionare su Capitini, dipende anche dalla constatazione della impercorribilità delle altre strade, che sono state sperimentate più o meno con convinzione. Da parte mia sinceramente con nessuna convinzione, ma sicuramente con dei difetti e delle colpe di tatticismo e di timore dell'isolamento, per cui abbiamo accettato cose che non era assolutamente giusto accettare, si è taciuto su cose sulle quali era giusto non solo parlare, ma urlare.
Se si torna a riflettere sul pensiero di Capitini e su queste cose, dipende anche dal fatto che la storia, anche la storia italiana recente, ci ha dato delle lezioni molto pesanti, molto dure, direi sanguinose, sulle quali purtroppo oggi si ragiona poco o non ne ragionano affatto né i politici, né gli storici, e tanto meno i giomalisti presi dal loro affanno quotidiano. Questa situazione mi fa venire in mente un bellissimo verso di Aldo, uno dei pochi versi un po' incantati, non sereni, di quel libro bellissimo che è "Colloquio corale", quando parlando dei giovani di allora, probabilmente riferendosi ai giovani del fascismo, o subito dopo e all'abulia delle masse giovanili negli anni '50, molto simile a quella di oggi, disse: "Bellissime facce dicono insulse parole".
Il pensiero di Aldo è stato estremamente innovatore sotto molti aspetti: Aldo nel '37 è stato l'inventore direi della parola liberalsocialismo e l'autore dei manifesto sul "liberalsocialismo" con Guido Calogero; è stato tra i primi antifascisti, tra i primi a tirarsi via, ancora molto giovane, all'inizio degli anni trenta si è ritirato dalla Scuola Normale di Pisa per non dover fare il giuramento nei confronti del fascismo, che era allora richiesto per tutti gli insegnanti; è stato tra gli iniziatori di correnti di pensiero che hanno avuto una grossa influenza, appunto, sulla Resistenza, anche se dalla Resistenza lui si è tenuto lontano proprio per l'uso dei mezzi violenti.
Mi pare di riscontrare nel pensiero di Aldo un fondo un po' esistenzialistico, anche se nel '38, quando scrisse Elementi di un'esperienza religiosa l'esistenzialismo era una cosa di là da venire, per lo meno in Italia. Aldo è partito appunto dalla coscienza molto precisa dei limiti dell'uomo, dei limiti delle sue possibilità, della malattia, della rnorte. Cito da uno dei suoi libri più belli, che è "Religione aperta": "Chi ha detto che ci debba essere sempre il peccato, il dolore, la morte, la prostituzione, il furto, l'odio, la vittoria della potenza, lo sfruttamento sociale, l'inaccettabile decoratività dei potenti assoluti? E’ chiusura accettare che la realtà, la società, l'umanità continui e ripeta sempre sé stessa nei suoi modi fisici, politici, sociali, biologici". Dai versi della "Ginestra" di Giacomo Leopardi, oltre alla coscienza dei limiti, Aldo traeva anche la forza per superarli, la forza dei rifiuto, la forza di radic are questo rifiuto in una pratica, in un'azione, in un intervento, vedremo poi che tipo d'intervento, che lo contraddistingue dall'esistenzialismo.
Aldo rifiutava il pessimismo della visione dell'uomo che l'esistenzialismo proponeva, e tendeva invece verso un riscatto, un riscatto dalla morte, un riscatto dal dolore, un riscatto dai limiti dell'uomo, attraverso appunto una prassi di comunicazione con gli altri, con la natura, addirittura con i morti.
Un'altra cosa in cui Aldo è stato un precursore è sicuramente quella che purtroppo in anni di guru è deviata in moda e si è corrotta in molte cose un po' assurde, mitiche e spesso ridicole: parlo dei rapporto con l'Oriente, della scoperta dell'Oriente, delle filosofie orientali e soprattutto la scoperta di Gandhi. E’ stato un precursore anche nei confronti di tanta teologia della liberazione che è venuta fuori in questo dopoguerra. Ci sono accenni nei confronti del Terzo Mondo già nei suoi primi scritti, con la sua attenzione per i diseredati, per i "dannati della terra" di tutti i tipi, non solo quelli dei versi de "L'Internazionale", ma anche i sottoproletari, i malati, gli handicappati, i carcerati ecc.
Evidente precursore è stato Aldo con il discorso della nonviolenza, che sarà illustrato da altri in questa sede. Se il pensiero di Aldo non ha avuto il successo che meritava e non ha avuto l'influenza che meritava, ciò dipende da una situazione in cui marxismo e cattolicesimo hanno dominato il campo con molta forza. Il pensiero di Aldo è arrivato alla comprensione molto rapida, molto immediata dei limiti del marxismo e delle religioni; non solo i limiti abbastanza ovvi per chiunque abbia una formazione un po 'libertaria, diciamo, dello Stato, delle istituzioni, delle religioni, delle chiese, delle religioni diventate chiese e diventate istituzioni. Evidentemente quando una tensione si trasforma in potere, in istituzione, la tensione cala e viene fuori la repressione, viene fuori l'ordine, viene fuori il limite costringente non solo culturale ma anche politico. La critica dello Stato e delle chiese non era solo nel pensiero di Aldo: era cosa che in tanti avevano già avuto e proposto. La critica di Aldo andava un po' oltre il marxismo, i suoi limiti teorici, i limiti pratici dei socialismo reale, anche se Aldo non si è mai, credo, professato anticomunista e anzi ha sostenuto rispetto agli anticomunisti la validità dell'esperienza comunista, cioè la necessità in qualche modo di fare il comunismo per poter andare oltre il momento della rivoluzione sociale, il momento dello stabilimento di una società di tipo diverso, egualitaria. Il limite dei marxismo per Aldo sta nell'occuparsi solo di classi e vedere la realtà attraverso un discorso di tipo prevalentemente economico e politico: da qui nasce la sua proposta della cosidetta aggiunta religiosa, su cui ha pure scritto un libro che si chiama Aggiunta religiosa all'opposizione, aggiunta religiosa al marxismo.
Allo stesso modo, nei confronti delle chiese, si potrebbe parlare di un'aggiunta politica al discorso religioso, come un rifiuto della trascendenza, una difesa della immanenza di Dio nel concreto, nel terreno, nella vita e nel rapporto con gli altri. Questa posizione lui la chiamava di "persuaso", non di filosofo, di "persuaso", cioè di una persona convinta profondamente della necessità della liberazione, della invenzione di trovare delle forme di liberazione, che nasce dall'azione, dal concreto. La sua insistenza sul fatto di agire, sui piccoli gruppi, sul rimettere continuamente in moto le cose, sul non fermarsi niai, la sua stessa instancabilità, la sua attenzione per tutto quello che si muoveva in Italia di piccolo, di marginale, magari di infimo era enorme ed era proprio il segno della sua fiducia nel fatto che le cose si capiscono agendo, facendo, non costruendo dei sistemi filosofici, non rifacendosi a dei sistemi filosofici, ma entrando nelle cose, entrando in rapporto diretto con la realtà: "Soltanto attraverso la prassi si può raggiungere - diceva - ciò che l'intelletto non basta a far capire" e quindi anche la totalità, anche i problemi più di fondo della filosofia.
Quindi una critica della religione, della politica, sia pure nelle forme da lui considerate molto alte dei rnarxismo, e una scoperta progressiva di Gandhi e della nonviolenza. Il pensiero di Aldo parte probabilmente da S. Francesco, passa a Mazzini, a Leopardi e poi a Gandhi. In Gandhi scopre l'importanza del rispetto della vita, proprio l'uscire dai limiti delle costrizioni umane, dai limiti che l'uorno ha in quanto essere biologico e essere storico.
In fondo Aldo dice una cosa molto semplice: il potere riproduce sé stesso, la violenza genera un potere costrittivo, le rivoluzioni creano istituzioni che esercitano un potere, che ridà spazio a quelle cose che si volevano abolire. L'unica strada per cambiare le cose è quella del rifiuto di questa logica, è la pratica del rispetto per la vita, che vuoi dire rifiuto della morte, vuoi dire rifiuto di considerare la morte come determinante nei comportamenti umani. Far leva sulla vita: l'unico modo di non riprodurre violenza, di non riprodurre potere è di accentuare questo rispetto per la vita, non rassegnarsi al dolore, agire, cercare strade nuove, rompere il circolo vizioso della violenza e della storia dei potere che si riproduce, della violenza che prepara la strada ad altro potere e rifiutare il rinvio a "dopo" di tutte queste cose, propugnato dai rnarxisti. I gruppi rivoluzionari di molte parti dei mondo si sono continuamente detti, anche in totale buonafede: "prima bis ogna prendere il potere, dopo si cambieranno le cose; prima bisogna abbattere lo stato di potere esistente, abbattere la borghesia, i padroni, i dorninatori, i dittatori, poi si vedrà". Questo "poi si vedrà" che è stato estremamente nefasto nella storia dell'uomo era rifiutato da Gandhi e rifiutato da Capitini in modo molto deciso. Non è neanche importante un sistema filosofico, un sistema di credenze, di valori, è importante cominciare ad agire, e cominciare ad agire nel rispetto della persona, nel rispetto delle situazioni, nel rispetto delle cose. Questa azione si concretizza nell'azione nonviolenta, si concretizza in quel tipo particolare di lotta politica che Aldo ha proposto, che via via si è chiamata C.O.S. (centri di orientamento sociale), si è chiamata "Potere di tutti", Ornnicrazia, come diceva Aldo, come superamento della democrazia con il controllo dal basso nei confronti dei potere. Omnicrazia che coinvolga il tutto e tutti, in cui l'altro venga co ntinuamente inglobato, digerito, riproposto nella esperienza di ciascuno, in cui i termini di fondo dei discorso devono essere l'attenzione, l'amicizia, la compresenza, il Tu, come diceva Aldo, in cui Dio in qualche modo è realizzato nel fatto di interagire con gli altri in funzione di un progetto molto complessivo e molto vasto, che è questo appunto di rompere il circolo vizioso della storia e di proporre in qualche modo un'altra storia.
Questo discorso di Aldo Capitini non ha avuto un grandissimo successo. Il pacifismo italiano ha una storia particolarmente povera anche rispetto a quella di altri paesi. Sappiamo anche che Aldo ha usato rarissimamente la parola pacifismo e rifiutava il discorso di un pacifismo di tipo giuridico, da 'statu quo", da Società delle Nazioni, proprio perché della nonviolenza lui coglieva soprattutto questo momento della liberazione. Quello che interessa è l'essere attivi, è produrre, realizzare, muovere, è trascinare, è creare già da subito: non rinviare l'utopia, ma stabilire un lavoro collettivo, di tutti subito, e rendere l'utopia una cosa presente, una cosa concreta, attuale, in ogni momento della nostra azione. Questo inventare il futuro mi pare sia stato una delle cose più ricche e più straordinarie di Aldo e una delle cose che ci pongono oggi il maggior numero di problemi. Oggi inventare il futuro, dopo la crisi delle ideologie, dopo la fine d i tantissirni miti, dopo la frantumazione delle società avanzate in sottoideologie, in sottoculture, in corporazioni e corporativismi, dopo la difficoltà a ricollegare, a ripartire, a riproporre discorsi, credo che l'esempio di Aldo sia un esempio molto importante, ma che sia molto arduo il tentativo di applicarlo, che sia molto difficile e che ponga problemi più grandi di quanto poteva porne in altri tempi. Credo che dopo la traversata degli anni '60 e degli anni '70, questo ritorno al pensiero di Aldo, che ognuno farà nei modi che gli sono propri, e di questo Aldo ne sarebbe soltanto contento, e quindi senza dogmi, senza teorizzazioni rigide, senza indicazione di strade prefissate, proprio di invenzione, continua; questo ritorno al pensiero di Aldo credo non voglia dire un ritorno a un intervento che ponga seriamente di nuovo, per l'ennesima volta, l'accento sulla nonviolenza come metodo di lotta e la discussione dei metodi di lotta nonviolenta, dei metodi possibili; ma come nonv iolenza attiva, non solo come rispetto della realtà ma con l'accento posto sulla liberazione. La nonviolenza di Capitini non è mai stata una nonviolenza pacificante, diciamo, anche se sembra una contraddizione in termini, è stata una nonviolenza attiva, una nonviolenza che ha messo, appunto, l'accento sulla liberazione. Liberazione che vuol dire una infinità di cose e un'infinita possibilità di progetti, che pone però dei problemi forse più tragici e più difficili nella situazione nazionale e internazionale: nazionale non perché sia tragica dal punto di vista politico, ma direi soprattutto per l'aspetto un po' paludoso, abulico in cui l'Italia oggi si muove, e internazionale perché invece fuori d'Italia guerre, violenza e prospettive di altre guerre, di altre violenze, prospettive di guerre totali e definitive sono purtroppo una realtà sempre più tragica e sempre più minacciosa.
in Amici di Aldo Capitini, Atti del Convegno di studio "Le tecniche della nonviolenza", Perugia, 19-21 ottobre 1984, pubblicato con il titolo Le tecniche della nonviolenza in "Sindacato e società", Perugia, Anno VI, n. 5-6, 1986, pp. 10-19