Antonino
Drago: ALDO CAPITINI RIFORMATORE RELIGIOSO-POLITICO
20 TESI
Da allora [i tempi di Pisa] io sono principalmente il
ricercatore e il costitutore di una vita religiosa
A.
Capitini: Attraverso due terzi di secolo, 1968
Tesi 1: Nei
paesi europei ci sono state delle figure nonviolente importanti, ma non così
autorevoli da poterli chiamare "maestri della nonviolenza". Invece in Italia ci sono stati vari maestri della
nonviolenza, cioè persone la cui vita ha testimoniato la nonviolenza.
Tesi 2:
Dopo decenni dalla morte di questi maestri, ancora non si compie un lavoro di
studio comparato tra loro; esso riconoscerebbe, piuttosto che tante innovazioni
indipendenti, la matrice comune; che è quella di aver importato in Occidente la nonviolenza gandhiana, vissuta da
loro sotto diversi aspetti.
Tesi 3: Tra i maestri italiani, uno dei più
importanti, e per di più il primo nonviolento in Italia ed in Europa (dopo
Tolstoj), è Aldo Capitini. Per molti
la importanza di Capitini è accresciuta dal fatto che egli, pur vivendo in una
Italia a stragrande maggioranza cattolica, non è stato cristiano, per una sua
crisi dovuta al Concordato stipulato tra Chiesa cattolica e Fascismo. Di fatto
egli ha perseguito un suo progetto di "riforma
di religione"; di questa riforma, strettamente legata alla
nonviolenza, egli si è considerato il "sacerdote" e ad essa ha
dedicato la maggior parte della sua esistenza.
Tesi 4:
Purtroppo però questa riforma non è stata
molto chiara ai suoi seguaci; perché ancora oggi nessuno sa oggettivarla secondo
un sistema coerente di idee. Il maggior interprete del suo pensiero,
l'autorevole filosofo laicista Norberto Bobbio, amico personale di Capitini,
dice che questo pensiero "non è stato ancora decifrato".[1]
Gli studiosi non sono stati sfidati da questo giudizio a fare di meglio, ma
piuttosto lo hanno accolto come la prova definitiva della impossibilità di
comprendere Capitini. Anche la rivista Azione
Nonviolenta, che fu voluta e fondata da Capitini, oggi dipende molto di più
dalle persone che ne costituiscono la redazione, essendo ormai l'organo di un
movimento che ha una sua specificità politica nonviolenta e antimilitarista.
Perciò oggi non c'è una tradizione precisa al seguito di questa persona, che
pure ha rappresentato il maggior punto di riferimento per i seguaci della
nonviolenza in Italia. Cosicché questo maestro, che moltissimi sono disposti ad
omaggiare come molto ammirevole, ha poca o punta influenza sulla vita e sul
pensiero delle persone.
Tesi 5:
La mole degli scritti di Capitini è tale che chi oggi voglia comprenderlo, deve
compiere un lavoro da tesi universitaria, senza poi giungere facilmente ad una
idea intersoggettiva, cioè comunicabile con semplicità; oggi non c'è una
versione del suo insegnamento che sia facilmente trasmissibile. Con questa
difficoltà intellettuale, la proposta capitiniana è lasciata alla intuizione
personale, che spesso si colloca a basso livello (spesso il suo insegnamento di
nonviolenza viene ridotto all'antimilitarismo; che invece per lui era uno
stadio infantile della nonviolenza). Inoltre i riferimenti alle idee di
Capitini, invece di esercitare un chiaro insegnamento sulle nuove generazioni,
sono diventati terreno di equivoci. Più in generale, mancando la chiarezza sul
primo maestro di nonviolenza in Italia, nel dibattito corrente la parola "nonviolenza" è
diventata sfuggente ed elastica, quindi senza efficacia sociale.
Tesi 6:
Nel mondo della politica le ideologie
dominanti non valorizzano Capitini. Il mondo liberale lo vede come uno dei
suoi pensatori individualisti; ma come un "minore", perché gli appare
invischiato in una imbarazzante tematica religiosa. Negli ultimi decenni il
mondo marxista, che ha subìto diversi cambiamenti, ha assorbito molte novità;
ha avuto attrazione anche per la nonviolenza capitiniana, ma non è riuscito
ancora a caratterizzarla secondo la sua tradizionale cultura.
Tesi 7:
La Chiesa cattolica, con la quale Capitini è entrato in rotta di collisione,
non ha mai riconosciuto a Capitini l'autorità morale di maestro della
nonviolenza, tanto meno di riformatore religioso. Inoltre ha molte cautele
verso la nonviolenza in generale; che casomai accoglie come impegno morale, ma
non in senso fondativo dell'etica (e ancor meno della religione). Allora,
mentre il mondo laicista vorrebbe caratterizzare Capitini, ma non ci riesce; il mondo cattolico non lo vuole, anche
se diversi cristiani riescono ad intenderlo personalmente.
Tesi 8:
In particolare, chi oggi voglia accostarsi alla nonviolenza attraverso il suo
messaggio, trova il suo tema cruciale, la
"riforma di religione", come pietra d'inciampo.[2]
E' d'inciampo per i laicisti, che temono e rifuggono l'individualismo
spirituale cristiano, riproposto in una versione più o meno aggiornata; lo è
per gran parte dei cristiani, che non credono che oggi le loro chiese debbano
riformarsi per suggerimento di chi, con scandalo pubblico, si fece sbattezzare
e si oppose al Concilio.
Tesi 9:
In definitiva, l'insegnamento di Capitini
è ancora da scoprire, nei suoi contenuti e nella sua attualità. Per cercare
di farlo, non c'è altro compito che tornare
a riflettere sulla sua vita. Il problema è con quale metodo. Nel seguito
proporrò una traccia secondo sei punti di riferimento.
Tesi 10:
Primo punto di riferimento
(solitamente ignorato da chi non ha meditato sulla nonviolenza nel XX secolo). La nonviolenza non ha mai fatto scomparire
la religione, ma l'ha rifondata in modo radicalmente nuovo. Questa
rifondazione è stata compiuta per l'induismo da Gandhi (sulla base di un suo
grande impegno morale, rinnovato dalla coscienza delle leggi giuridiche
britanniche).[3] Con lui il
tradizionale insegnamento induista di "nonviolenza" nei rapporti
interpersonali ha preso esemplarmente un significato molto più profondo, perché
per la prima volta è diventato strutturale: ha avuto la capacità di realizzare
un processo di conversione delle tradizioni religiose, fino a portarle a fare
politica dal basso sui problemi politici più generali (indipendenza dell'India,
colonialismo mondiale inglese). Capitini, da vero primo nonviolento europeo, ha
riconosciuto come problema storico più importante (non solo per l'Italia
cattolica) quello della rifondazione della religione e quindi ha colto questo
punto come essenziale alla nonviolenza, quella che è la radice della
nonviolenza gandhiana. Egli perciò non voleva svuotare le istituzioni religiose
chiuse (così come erroneamente molti laicisti sembrano pensare di lui), ma
voleva superarle. Egli è preciso su questo punto: ha dichiarato che cercava non
una 'non religione', ma una "religione aperta".[4]
La sua "riforma di religione" ha colto la dinamica da realizzare:
rifondare le religiosità sulla piena coscienza, oltre che personale, anche
delle istituzioni e delle strutture della società; in modo che, ispirati dalla
fede si sappia fare politica, intesa come l'atto religioso più alto. Perciò la
sua "riforma di religione" era da lui indirizzata al fare politica
nei rapporti personali come nella instaurazione della omnicrazia. La profonda
validità di questa strategia (di Gandhi e di Capitini) della nonviolenza
strutturale ci è stata confermata dalla storia del XX secolo, nella quale vari
popoli, sulla base della loro religiosità rinnovata, hanno compiuto liberazioni
da enormi strutture politiche (India 1947, Iran 1979, Polonia 1981, Filippine
1986, Germania Est 1989, …).
Tesi 11:
Secondo punto di riferimento (di
solito ignorati dai nonviolenti che si separano dal cristianesimo). Una "riforma di religione", in
senso gandhiano e anche capitiniano, per
il cristianesimo è stata già compiuta da un altro grande maestro di
nonviolenza, Lanza del Vasto, discepolo di Gandhi, poi tornato in Occidente.
Questa riforma si è incentrata su una nuova interpretazione di due testi sacri
(cristiani, ma intesi in senso universale): Peccato originale e Apocalisse 13; questi hanno dato una nuova
fondazione della nonviolenza, intesa sia in senso personale che strutturale.
Infine, come sua realizzazione sociale concreta, ha rifondato la vita sociale
occidentale sulla base della comunità gandhiana (Comunità dell'Arca).[5]
Tesi 12:
Se si considerano assieme questa "riforma di religione", le grandi
innovazioni portate dal Concilio nella Chiesa Cattolica e i cambiamenti
radicali avuti dalle altre confessioni cristiane, ci si rende conto che la
riforma in senso nonviolento del cristianesimo occidentale è già avvenuta in
buona misura (sia come inizio di rifondazione della chiesa sugli organismi di
base, sia come apertura alla azione politica nonviolenta). E che quindi oggi la "riforma di religione" di
Capitini non può essere mitizzata come tutta da scoprire (tanto più se la
si mette in rapporto anche con quella di Gandhi per l'induismo).[6]
Casomai resta da fare il bilancio della situazione attuale: quanto effetto la
"riforma di religione" capitiniana ha avuto sul Cristianesimo e
quanto ancora ne potrebbe avere (dato che i cristiani stessi si sentono
all'interno di un processo storico ancora incompiuto e che molti cattolici
lamentano che la riforma del Concilio è stata attuata solo parzialmente e
comunque è insufficiente).
Tesi 13:
Consideriamo ora la "riforma di religione" di Capitini rispetto ai
"cercatori della Verità". La proposta di Capitini è per loro un
grande patrimonio: è l'abbozzo di una "religiosità non ufficiale",
della quale la nonviolenza è l'innovazione fondamentale e nello stesso tempo il
punto cardine. Ma la riforma di religione di Capitini non ha avuto un seguace
(nonostante i D. Dolci, i P. Pinna,…) che la interpretasse in termini chiari, o
la rinnovasse, o la fondasse in altro modo. Quindi mentre per i cristiani essa
è compiuta a metà, per i laicisti (anche
nel mondo) la riforma non è stata più riproposta.[7]
Tesi 14:
Comunque, in ambedue i casi il progetto di Capitini per una riforma di
religione deve ancora essere portato a compimento. Per farlo però occorre
recuperare il suo senso preciso e tradurlo in termini attuali. Il che comporta
tornare a studiarlo; però questa volta in maniera mirata. A tale scopo
suggerisco un terzo punto di
riferimento (ignorato dalla letteratura su di lui). La sua vita è stata
creativa soprattutto fino al dopoguerra. Paradossalmente è stato il fascismo,
con la sua proterva chiusura, anche culturale, che lo ha costretto, per rompere
l'isolamento, alla massima elaborazione personale. Dopo il fascismo, egli si è
trovato in una società la quale concedeva sì la libertà individuale, ma era
ancora chiusa; nel senso di essere dominata da due grandi centrali politiche e
religiose, che non gli hanno permesso di costituire un gruppo sociale di
riferimento (o di intervento nonviolento, o di riforma religiosa). Non potendo
mai applicare socialmente il suo pensiero (a parte il breve periodo dei
C.O.S.), egli non ne ha potuto completare lo sviluppo. In definitiva, la parte
più viva del suo pensiero è quella da lui elaborata prima dei suoi
cinquant'anni.[8] Questo è
allora il periodo da studiare meglio. Qui si nota che il punto più alto della
sua elaborazione teorica nonviolenta è rappresentato dallo scritto del Natale
1943.[9]
Egli coglie quattro giustificazioni (o
motivazioni) che tradizionalmente una persona ha avuto per vivere in un mondo
moderno diventato sempre più complesso: prima quella cattolica, poi quella
protestante, poi quella socialcomunista; mentre quella da venire è la
nonviolenta. Queste quattro giustificazioni costituiscono l'inizio di una
teoria politica nonviolenta, perché dopo quindici anni hanno trovato
continuità, ad un livello più strutturale, nei quattro tipi di società di Lanza
del Vasto;[10] e
venticinque anni dopo nei quattro modelli di sviluppo di Galtung.[11]
Con questa ultima categoria il pensiero nonviolento è giunto finalmente ad
avere una coscienza strutturale della
società e della storia.
Tesi 15:
Quarto punto di riferimento (di
solito ignorato da chi non conosce il pensiero dei nonviolenti). I quattro
modelli di sviluppo sono fondati su due opzioni fondamentali. La prima è sul
tipo di sviluppo: o il progresso duro (IA) o quello personalistico (IP). La
seconda è sul tipo di organizzazione: o quella gerarchica e autoritaria (OA), o
quella autogestionaria rivolta a risolvere un problema generale (OP). Se si
cerca di caratterizzare sinteticamente la vita di Capitini, si nota che essa
era impostata sulle seconde due scelte fondamentali (l'IP dell'infinito
tu-tutti e l'OP della società aperta rivolta alla omnicrazia), proprio quelle che stanno a fondamento del modello di
sviluppo nonviolento[12].
Ciò dice che la vita di Capitini è stata
veramente nonviolenta, anche in senso strutturale. Ma dice anche che il suo
pensiero, espresso con le suddette giustificazioni, è stato solo una prima approssimazione di una compiuta
teoria nonviolenta; sia perché egli esprime le giustificazioni a livello
dei rapporti personali e non tanto a livello strutturale; sia perché (essendo
rimasto debitore dello storicismo hegeliano) vede le quattro giustificazioni
secondo una progressione storica, invece che come quattro potenzialità,
compresenti in ogni tempo; perciò egli presenta la quarta giustificazione,
quella nonviolenta che è il risultato della sua riforma di religione, come il
punto finale di una evoluzione storica collettiva (nazionale e internazionale);
e non tanto come risultato di una scelta, da compiere all'interno di un
pluralismo strutturale di quattro potenzialità.
Tesi 16:
Questa scelta però è stata sempre presente nella vita di Capitini; e anzi l'ha
mirabilmente espressa al livello personale col suo primo libro, in particolare
con la frase: "Dio… è scegliere".[13]
Inoltre gli è stato chiaro dove doveva sboccare: una scelta intesa come atto
collettivo: o nel cosmopolitismo; o, ancor prima sull'esempio della liberazione
dell'India, in un atto storico cruciale che leghi fede e politica a livello di
una nazione, per formare nella popolazione una coesa identità nazionale. Cioè
(in accordo con lo stretto legame che nella nonviolenza c'è tra il personale e
il politico) egli collegava la riforma di religione alla costruzione nel popolo
di un vero carattere nazionale attraverso una rivoluzione politica. Chiarito il
risultato finale, occorreva trovare il movimento che lo costruisse nella
società.[14] E per
suscitare il movimento occorreva creare le motivazioni personali a ciò.
Giustamente, secondo la nonviolenza strutturale, egli allora si è rivolto alla
struttura (istituzione) che più forma le motivazioni di vita nelle persone, la
struttura religiosa, progettandone un cambiamento politico radicale. Su
questo cambiamento si è impegnato più che su altro obiettivo politico.
Purtuttavia, a lui è stato chiaro (anche in punto di morte) che la sua teorica nonviolenta era rimasta ad
uno stadio iniziale, il che è chiaro rispetto
a quella che oggi conosciamo con i quattro modelli di sviluppo; e anche la sua
riforma di religione è rimasta ampiamente incompiuta. Possiamo dire che per
tutta la vita egli è rimasto in attesa di un evento strutturale decisivo di cui
ha visto appena l'alba (morendo quando le lotte degli studenti gli sembravano
giustamente una grande potenzialità politica).
Tesi 17:
Quinto punto di riferimento (poco
sottolineato dagli studiosi di Capitini). Allora per comprendere il Capitini
strutturale, occorre ricostruire in termini strutturali il percorso
intellettuale che lo ha portato alla riforma di religione. Per fortuna lui
stesso ce l'ha spiegato. [15] In maniera
del tutto originale, la religiosità è stata fondata da Capitini sulla più profonda struttura intellettuale
dell'Occidente, la filosofia, particolarmente quella di due giganti, Kant e
di Hegel. Dal tempo dell'Umanesimo la ragione umana si era avventurata in un orizzonte sconfinato, per
scoprire tutte le profondità della natura; ma poi Kant ha mostrato che la
ragione è incapace di conoscere le cose in sé, le vede solo dall'esterno. Da
questa sconfitta epocale però la ragione si può riscattare, secondo Kant, e
ritrovare il suo rapporto pieno con la realtà, pur di passare all'impegno
etico; che è quello di portare la "aggiunta" in ogni situazione.
Questo suggerimento di Kant è stato inteso da Hegel come il completamento
trascendente (la sintesi) del processo dialettico con cui lo Spirito assoluto
dinamizza la realtà storica. Capitini riprende Kant convertendo Hegel in
termini del tutto personalistici; si pone lui, che riconosce i suoi limiti
finiti, a creare quell'aggiunta che vuole dinamizzare le relazioni tra le
persone, intese ognuna come una infinità (il "divino tu").[16]
Quindi la religione di Capitini è innanzitutto un grande slancio per rendere
trascendenti (attraverso l'aggiunta) le relazioni con le altre persone, financo
quelle minorate o nemiche; è l'homo
homini deus quello che viene proposto da Capitini.[17]
In definitiva, quella di Capitini è una religione del tutto immanentista, immersa
nelle relazioni umane ("pan-personalista" la definisce Bobbio). Egli
la esprime benissimo con la sua formula: "Religione dell'apertura al tu-tutti". Le parole
"tu-tutti" esprimono bene la scelta dell'IP, la infinità collocata in
ogni tu che si allarga al tutti; e la parola "apertura" esprime bene
la ricerca incessante della soluzione dei problemi (quelli della fondazione dei
valori comuni), così come è tipico dell'organizzazione OP. Ora si noti che questa ispirazione religiosa è tipica del
quarto MDS, quello verde o gandhiano; là dove si è immersi nelle relazioni
personali (invece che, come nel modello di sviluppo dominante, nella
trascendenza dello Spirito assoluto o nella artificiosità delle relazioni
istituzionali o tecnologiche) e ci si sforza di trovare la soluzione sociale di
un problema universale (perché ci si fa problema della giustizia per tutti) in
piena continuità tra personale e politico. Ciò significa che Capitini ha saputo
vedere il fondo comune delle possibili
religiosità tipiche del modello di sviluppo verde o gandhiano,
indipendentemente dalle varie tradizioni religiose.
Tesi 18:
Anche se Capitini esprime la sua "riforma di religione" per lo più
soggettivamente, i quattro modelli di sviluppo ci hanno permesso di
recuperarne, al di là delle sue parole, un significato strutturale. Con esso
ora possiamo compiere il bilancio della riforma di religione di Capitini oggi.
Nel cristianesimo la riforma è un processo in atto; farne un bilancio sarebbe
complesso, perché bisognerebbe articolarlo in una serie di avanzamenti e di
resistenze. Abbozzo invece il bilancio della "riforma di religione"
per i cercatori di Verità, per i quali c'è meno chiarezza e c'è anche più
attesa. Purtroppo tra essi non si nota il tipo di impegno di Capitini; come
pure mancano altre proposte di riforma di religione; piuttosto prevale una posizione statica: ci si denomina
per contrapposizione agli altri ("laici" o "laicisti") e il
pensiero di Capitini viene travisato a basso livello (o come svalutazione della
religiosità tradizionale, o come anticattolicesimo, o come semplice impegno
antimilitarista, o come teorico pacifista generico). Di fatto, ciò svuota il
patrimonio dell'insegnamento di Capitini (e, a catena, di quasi tutti i maestri
italiani della nonviolenza).[18]
Se ciò non è avvertito come un fatto negativo è perché così in Italia ci si
adegua alla decisione sulla nonviolenza gandhiana che in Europa è stata presa
nel dopoguerra: importarla in Occidente, ma svuotandola
dei suoi contenuti religiosi ed etici, al fine di renderla accettabile
dalla lotta politica occidentale, che viene vista come essenzialmente
machiavellica per la gestione del potere istituzionale. Anche oggi, benché in
tutto il mondo la nonviolenza abbia avuto grandi vittorie politiche sulla
logica machiavellica (ad es. quella nucleare), i "nonviolenti"
europei di questa impostazione vogliono rifondare la nonviolenza gandhiana come
adesione alle sue tematiche, ma
individuale e senza interiorità. Da questa decisione occidentale sono nati
i "mostri[19] della
nonviolenza" (in Italia: Pannella, Bossi, disobbedienti). Occorre notare
che i sostenitori di questo programma, volendo essere massimamente
politicizzati, invece sbagliano strategia
politica; sia perché il massimo della lotta politica nonviolenta (cioè, una
difesa popolare nonviolenta non spontaneista, ma preparata in precedenza) è
avvenuto solo là (India, Filippine, Polonia, Germania Est) dove la nonviolenza
era fondata sulla (riforma di) religione; sia, in una prospettiva storica più
ampia, perché si va a ripetere l'errore storico del socialismo, come se 150
anni di storia mondiale fossero passati per nulla: il socialismo (ed ancor più
il comunismo) aveva creduto di poter trasferire in politica alcune idee
programmatiche della religione (giustizia, comunità di beni), facendo a meno
della loro origine religiosa; il conseguente movimento si è sviluppato
ampiamente per un secolo, però alla fine è crollato proprio per aver perduto il
centro ispiratore della sua politica (cioè, nel fare politica ha perso del
tutto la fede, anche quella nell'uomo).[20]
Tesi 19:
La riforma di Capitini è da intendere come una rinascita storica del fondo
comune delle tradizioni religiose, secondo una ben precisa direzione:
attraverso l'aggiunta capitiniana la religione si fonde con l'etica (giusto
quanto insegnava Gandhi in proposito). Di fattola la sua religione è assorbita
dall'agire per superare i limiti delle usuali relazioni umane e per coinvolgere
tutti in questa dinamica. Secondo il legame, tipico della nonviolenza, tra fede
e politica, ciò porta a dilatare all'infinito il tu-tutti nell'omnicrazia, fino
a sconvolgere assieme le strutture
sociali (ad es. quella fascista), fino a trasformare i rapporti dati dalla
storia. In Capitini la rivoluzione ispirata dalla compresenza non vede confini
strutturali. Perciò lui non accetta più che la società e la politica (il machiavellismo) limitino il
raggio di azione della sua morale rinnovata. In
effetti la sua è un'etica veramente
nuova, perché recupera la modernità dell'Occidente: include l'infinito[21]
e include la globalità della situazione sociale.[22]
Ma lo fa in modo alternativo alla tradizione che è stata dominante nella storia
dell'Occidente, sia perché attribuisce l'infinità alla persona umana, chiunque
essa sia, e financo ad un animale, nello sforzo di riconoscere la enormità
della vita rispetto a qualsiasi nostra elaborazione e conflitto; sia perché la
globalità sociale è inclusa, ma scegliendo l'aspetto umano del fare politica.
Qui misuriamo tutta la carenza dell'attuale laicismo; non tanto perché non
attualizza la riforma di religione di Capitini (con il suo impegno
intellettuale del percorso che va da Kant ad un Hegel ribaltato); forse questo
tipo di riforma era cruciale soprattutto cinquant'anni fa, per la storia del
suo tempo, visto che nel nostro tempo essa si sta in parte dipanando. Piuttosto
la carenza sta nel non portare avanti il
risultato della riforma capitiniana di religione, cioè il grande impegno morale
che ha animato Capitini e che ha alla sua base la "aggiunta".
Purtroppo oggi il laicismo non è capace di progettare quella rifondazione
dell'etica antimachiavellica che Capitini ha iniziato 50 anni fa e che prima di
lui Gandhi aveva praticato ai massimi livelli. Nella politica italiana troviamo
una triste verifica di questa carenza dei cercatori di Verità: in nome della
nonviolenza, prima il Partito Radicale e poi i Verdi europei hanno saccheggiato
il patrimonio storico della nonviolenza, ricadendo nel solito machiavellismo,
senza produrre vera politica nonviolenta. Quando il laicismo saprà separarsi da
questa sconfitta storica e saprà indicare una intera nuova etica, andando al di
là di singole proposte, più o meno discutibili e più o meno raccordabili tra
loro (obiezione di coscienza, depenalizzazione dell'aborto, tolleranza benevola
verso i drogati, libertà personale illimitata rispetto allo Stato e alla
Chiesa, riformismo ecologico, paura biotecnologica), allora supererà le
"mostruosità chiamate nonviolenza".
Tesi 20:
Sesto punto di riferimento, che
indica il significato più universale della nonviolenza. Sin dal tempo di
Tolstoj e di Gandhi, la nonviolenza è da inquadrare più che nel concetto di
modello di sviluppo, nel concetto ancor più generale di civiltà, o meglio di incontro, cambiamento, trapasso, scontro di
civiltà diverse. Con questo riferimento si comprende quello che lo stesso
Capitini dice spesso: egli ritiene chiusa l'avventura dell'Occidente; sia a
causa della critica di Kant alla ragione occidentale che cercava la conoscenza
delle cose in sé; sia perché non accetta il trionfo della ragione
dell'Illuminismo, che aveva ridotto la religione ad un fatto privato; sia
perché egli vuole una religione che superi le esperienze religiose
dell'Occidente (il cristianesimo, il protestantesimo e il socialismo) e che,
dietro e assieme a Gandhi, recuperi la progettualità politica, ispirando una
azione politica dal basso per un progetto di rivoluzione sociale. Con ciò egli
vuole iniziare una nuova civiltà, che fuoriesca dall'Umanesimo occidentale, a
incominciare dal suo mito prometeico dell'homo
faber (che realizza solo sé stesso all'infinito, per finire all'attuale
uomo-principe, che gestisce tutte le cose a suo fine), fino al suo
machiavellismo (per il quale i fini astratti sono posti prima degli uomini).
Allora possiamo concludere dicendo che Capitini
è il primo occidentale che, utilizzando degli strumenti intellettuali
(filosofici) fornitigli dalla sua civiltà occidentale (e ispirato dalla
nonviolenza gandhiana) esce effettivamente dalla storia della civiltà
occidentale. Per paragone e per conferma, notiamo che l'altro maestro di
nonviolenza, Lanza del Vasto,[23]
invece è il primo occidentale che, uscito dalla civiltà occidentale, ha saputo
fondare, alla luce della nonviolenza di Gandhi, la nuova civiltà, a cominciare
dalla vita comunitaria. E' per questo loro fuoriuscire dalla civiltà
occidentale questi uomini nonviolenti sono risultati così difficili da
comprendere dai loro contemporanei, ancora attaccati alla vecchia civiltà; e
sono difficili da seguire tuttora, quando il prolungarsi della civiltà
occidentale oltre i suoi limiti naturali oscura e soffoca le vie alternative
già iniziate.
Chiudo
con un brano capitiniano che sottolinea politicamente le ultime tesi:
"Il
motivo profondo della crisi della nonviolenza [occidentale] è, come ho detto,
la chiusura [politica] istituzionale. E a questo riguardo si tratta: a) di trovare strutture che impediscano
lo slittamento della nonviolenza organizzata verso un collettivismo
burocratizzato e di funzionari [di aderenti] senza libertà, senza ricambio tra
l'alto e il basso, senza autonomie; b)
di mettere la nonviolenza in rapporto con una vita etico-religiosa,
un'interiorità, sentimenti, idee, prassi, che investano tutta la liberazione
dell'umanità, della società, della realtà. Il punto su cui richiamo l'attenzione
è che il secondo problema è più importante del primo, e qui mi distinguo
nettamente da tutti i nonviolenti che cercano di contemperare la nonviolenza e
la libertà su un piano giuridico [cioè nel diritto internazionale] e con
ispirazione [solamente] umanistica [occidentale]. Io ritengo che anche il primo
problema non sarà risolto in modo profondo e duraturo se non lo si porrà dopo
il secondo: questa è la giusta prospettiva, e questa è la svolta attuale della
nonviolenza. Né credo difficile provarlo. Potrebbe bastare far osservare che
nel tutto [problema b)] rientra la
parte [problema a)], e che il lavoro
per [edificare nella società] una struttura nonviolenta-democratica [solamente]
politico-economica lascia la ricerca etico-religiosa e la soluzione degli altri
problemi a soluzioni di tipo [solamente] umanistico che non danno nessuna
garanzia di essere strettamente connesse con una soluzione [finale]
nonviolenta-democratica, tanto è vero che vi troviamo unite soluzioni
liberistiche [Pannella] o altro [Bossi]. Solo una concezione ed una prassi
religiosa profondamente riformate rispetto al passato, nel senso di stabilire,
oltre ogni istituzionalismo, l'infinita apertura a tutti, possono garantire
come strettamente derivante una soluzione [finale] nonviolenta… Il primo
esperimento è stato fatto con i riformismi nonviolenti [Partiti Verdi], che,
quand'anche non si sono dimostrati per un verso o per l'altro insufficienti,
hanno per lo meno mostrato di non produrre quella trasformazione dell'uomo ad
un alto livello che è l'aspirazione rivoluzionaria. Quello che è da iniziare e
condurre sistematicamente è il secondo esperimento, che esige fondamentalmente
un interesse non per la continuazione [= continuità], ma la trasformazione
dell'umanità, della società, della realtà, considerate in modo unitario, con
una [grande] fiducia che i modi di realizzarsi di esse, attuati finora, possono
essere sostituiti o aprirsi ad altri migliori. Una posizione dunque
post-umanistica"[24]
[1] N. Bobbio: "La filosofia di Aldo Capitini", Maestri e compagni, Passigli, Firenze, 1984, 239-260.
[2] P. Pinna, il suo maggior seguace in termini di azioni nonviolente, commenta il pensiero di Capitini così: "Il problema che si pone è questo: Una volta che non si accetti la [sua] visione religiosa "sconcertante", "paradossale", la nonviolenza di cui parla Capitini viene a subire una pari svalutazione, oppure mantiene un proprio campo di credibilità e di interesse?… resta da vedere se il suo discorso nonviolento sia intelligibile e accettabile per se stante." ("Premessa", in G. Cacioppo (ed.): Il Messaggio di Aldo Capitini, Lacaita,. Manduria, 1977, p. 211)
[3] Descrive bene questa singolarità V. Lanternari: Occidente e Terzo Mondo, Laterza, Bari, 1960.
[4] Anzi, se ne fa bandiera nei convegni universitari di filosofia: "L'avvenire della dialettica", in G. Cacioppo: Il messaggio di Capitini, Lacaita, Manduria, 1977, pp. 187-194, pp. 188ss. Dice molto bene N. Bobbio: Capitini vuole "… non la riforma di una religione, ma la riforma della religione in generale."
[5] Lanza del Vasto: I quattro Flagelli (1959), SEI, Torino. Chi è avvicinato molto questa riforma, sulla base della idea soggettiva del sacrificio d'amore di Cristo, è la coppia Jean e Hildegaard Goss (per i quali la nonviolenza e la croce di Cristo si identificano). Invece M.L. King non è andato oltre il ripensamento della pedagogia cristiana alla luce della nonviolenza (che per lui resta solo un impegno morale).
[6] E ancor più se la si mette in relazione con quella, ampia e profonda (ma rifiutata dalla chiesa ortodossa, la quale lo scomunicò), compiuta dall'iniziatore della nonviolenza, L. Tolstoi.
[7] Ora posso spiegare perché non ho distinto i due termini "religione" e "fede". Questa distinzione ha avuto senso storicamente in Europa quando lo Stato laico ha confinato le religioni nelle loro rispettive chiese, per timore che esse, per risolvere i loro conflitti, ripetessero all'infinito delle stragi. Ma in quanto la nonviolenza sa risolvere i conflitti senza distruzione dell'avversario, la religione dei religiosi nonviolenti può tornare ad agire nella sfera pubblica senza tema di portare distruzioni sociali e quindi può considerare superata la suddetta distinzione. Ciò vale anche per il rinnovamento capitiniano della religione, il quale è basato sulla nonviolenza; di fatto, egli intende la religione (da religio=legarsi) come un legarsi agli uomini (anche se non a Dio): per cui non c'è più da distinguere un aspetto pubblico istituzionale e un aspetto personale intimo. Quindi nei nonviolenti e in Capitini i due termini fede e religione sono la stessa cosa. Tra i laicisti, la distinzione tra fede e religione, per la mancanza di una chiarificazione della riforma di religione di Capitini e in particolare della nonviolenza, ritorna ad essere importante. Ma sarebbe ancor più importante arrivare a distinguere tra i troppi significati dell'altra parola, "laico" o meglio "laicista". Qui ho scelto quella di "cercatore di Verità", perché esprime abbastanza bene che si apre a più che la propria persona e la propria vita.
[8] Lo argomento in "L'azione politica nel dopoguerra di Capitini", Il Ponte, 54, ott. 1998, 144-197.
[9] In A. Capitini: "L'unità del mondo e le sue giustificazioni", in Nuova socialità e riforma di religione, Einaudi, 1950, 44-69 (mai più ristampato).
[10] Lanza del Vasto: I quattro flagelli (1959), SEI, Torino, 1996, cap. IV par. 60 e ss.
[11] J. Galtung: Ci sono alternative!, EGA, Torino, 1996. L'idea è da me ripresa in Le due opzioni, La Meridiana, Molfetta BA, 1991.
[12] L'ho mostrato col mio scritto: "L'azione…", op. cit..
[13] A. Capitini: Elementi di un'esperienza religiosa, Laterza, Bari, 1937, p. 25.
[14] Purtroppo egli non è venuto a conoscenza di un atto di enorme importanza, che certamente ha deciso il carattere della Resistenza in Italia: 600.000 soldati e ufficiali italiani hanno preferito morire nei campi di concentramento nazisti, piuttosto che tornare a collaborare con il fascismo. Inquadra questo episodio nel contesto del tempo e ne dà la bibliografia A. Parisella: "La lotta non armata nella Resistenza: una scoperta", in A. Drago (ed.): Peacekeeping e peacebuilding, Qualevita, Sulmona, 1995, 300-308. Non vedo altri che possano avere ispirato questo atto, al di fuori di Capitini, con il suo libro Elementi…, op. cit., vero elemento di novità spirituale e intellettuale nell'Italia fascista.
[15] A. Capitini: La Compresenza dei morti e dei viventi, 1966, in Scritti Filosofici, Protagon, Perugia, 1994, p. 338 e 398 e ss. La sua religiosità può essere avvicinata a quella dei russi dell'inizio del secolo, che si chiamavano "ricostruttori di Dio", quali Berdaiev e Lunaciarskii (di cui si può leggere: Religione e Socialismo, Guanda, Rimini, 1970). Ma Capitini non vuole nemmeno un'idea di Dio.
[16] Rispetto ad Hegel si può dire che mentre Marx è la sua sinistra storico-sociale, Capitini è la sua sinistra personalista. Rispetto ad A. Koyré (Dal mondo chiuso all'universo infinito (1957), Feltrinelli, Milano, 1970), che vede la modernità della attuale scienza nell'aver introdotto l'idea di infinito nella conoscenza della realtà, si può dire che Capitini riconosce la modernità dei nostri tempi attribuendo un infinito ad ogni persona. Ma mentre nella scienza Newton e i suoi seguaci hanno scelto di concepire tutta la realtà con la trascendenza dell'infinito in atto, Capitini affronta i limiti dei rapporti umani sviluppando le potenzialità umane, cioè con l'infinito solo potenziale. Con questa scelta egli si colloca nel pensiero alternativo a quello (scientifico) che ha dominato la civiltà occidentale; in particolare, egli rifonda la dialettica, da Hegel concepita come trascendente la realtà umana, come dialettica immanente nelle relazioni umane, nelle quali la "aggiunta" della nonviolenza deve essere capace di risolvere i conflitti. Ne ho scritto con A. Bottone negli atti del convegno su Capitini di Torino 1999, a cura di P. Polito (in stampa).
[17] Ha un paragone con il cattolico Charles de Foucauld, che ha espresso la sua religiosità andando a vivere in mezzo ai nomadi Tuareg, "come loro". Il che è un segno che la religiosità di Capitini non è incompatibile con una religiosità cattolica che prenda atto che Dio (secondo il teologo Fox) è morto sulla croce in Cristo nostro fratello.
[18] I nonviolenti cristiani potrebbero essere d'aiuto se, in spirito veramente ecumenico legassero le esperienze dei numerosi maestri della nonviolenza (Tolstoj, Gandhi, Lanza del Vasto, Martin Luther King, don Milani) che provengono da tradizioni religiose le più diverse, e trovassero quel fondo comune delle loro diverse religiosità, che andrebbe a collimare con quella di Capitini.
[19] Dal latino "monstrum", che ha il senso del "mostrarsi".
[20] Con ciò il marxismo (incurante dei rapporti personali e di fede) ha fallito il primo tentativo storico di legare fede e politica dal basso. La nonviolenza di Gandhi è stato il tentativo storico successivo, che è stato vincente, ma fuori dell'Occidente. Il 1989 è stato il terzo tentativo storico, avvenuto in tutto il mondo, riuscito vittorioso sulla divisione di Yalta e sulla sua corsa agli armamenti, grazie al suo universale appellarsi alla nonviolenza.
[21] Secondo quell'atto cruciale per la nascita della scienza occidentale che ha sottolineato A. Koyré: op. cit.
[22] Secondo quella coscienza universale che ha iniziato il Marx degli scritti giovanili.
[23] Questi certamente ha approfondito la nonviolenza più che Danilo Dolci, La Pira, Merton, Martin L. King, Don Milani, Don Tonino Bello…
[24] A. Capitini: "La crisi del Socialismo", Religione Aperta, Guanda, Parma, 1955, p. 344; nel testo ho semplicemente sostituito "socialismo" con "nonviolenza". Solo per ragioni di spazio non ho aggiunto altre citazioni. Lo spirito con cui propongo questo brano è che per ogni riformatore vale il detto "Medice, cura te ispum!"; e che questo detto vale ancor più per i nonviolenti, che infatti iniziano ogni lotta con un digiuno, al fine di capire al meglio quanta responsabilità essi hanno del male che vogliono combattere in altri.