CAPITINI
ISPIRATORE DI BUCCHI.
LA SINTESI DI PENSIERO DEL COLLOQUIO CORALE
di MARIO MARTINI
Se ci interroghiamo su che cosa abbia portato un musicista della statura di Valentino Bucchi a volgere la propria attenzione alla personalità di Aldo Capitini e a trarre ispirazione da suoi scritti per una creazione musicale, possiamo trovare molteplici motivi, che però, infine, si riconducono a una risposta semplice: l'interesse per il suo pensiero. La semplicità e la forza di questo pensiero hanno certamente costituito il motivo di attrazione del compositore e messo in moto il misterioso meccanismo dell'ispirazione. Vanno evidenzíati dati formali che pure, come è ovvio, costituiscono i nodi della rete composítiva, ma, in ultima istanza, la straordinaria aderenza musicale al testo mostra che il tutto è sorretto dalla proposta teorico-pratica di Capitini pensatore religioso.
Il testo è formato da brani tratti dal Colloquio corale (Una voce) e brani tratti da La compresenza dei morti e dei viventi (Recitante), sicché il medesimo si presenta come una sintesi del pensiero capitiniano.
Certo, si porrebbe la questione di natura e storica e filologica (che pure sarebbe interessante dipanare) di vedere gli inizi della conoscenza tra Capitini e Bucchi, forse mediata dal comune amico Siciliani, e di sapere chi e come abbia trascelto, e disposto l'insieme per la composizione.
La corrispondenza lacunosa e discontinua di cui si dispone non permette di far luce più di tanto su questo; ciò che se ne trae di sicuro è la salda e reciproca stima tra i due. Capitini scrive a Bucchi da Pisa il 30 aprile 1951: "Lieto della tua lettera, per la vicinanza di uno spirito sensibile e di un artista come te. Presto avrò terminato un ampio lavoro lirico che spero ti piacerà". E Bucchi a Capitini, qualche tempo dopo, da Firenze: "Ho saputo da Francesco Siciliani della tua venuta a Firenze [...] Se ti fosse possibile [...] desidererei tu mi indicassi una tua pubblicazíone dove potessi capire nel loro esatto significato i termini presenza e valore, e la loro genesi spirituale."
Capítini a sua volta è sollecito nel rispondere, e da Pisa il 12 agosto 1952 scrive: "lo credo che la genesi del significato dei due termini valore e presenza sia abbastanza chiara nel volumetto Vita religiosa, che volentieri ti mando. Aggiungo un altro libretto, dove il senso della presenza, da esserci soggettivo cerca di diventare drammaticamente contatto con altri, coralità".
In questi brevi ma precisi accenni è lecito scorgere un particolare interesse del musicista, da cui dedurre che i brani del testo li abbia selezionati lui stesso.
La prima esecuzione dell'opera avvenne il 9 maggio 1972 all'Auditorium del Foro Italico di Roma; si ha motivo di credere che Bucchi abbia rimeditato a lungo dentro di sé gli echi del pensiero di Capitini, dopo la scomparsa di quest'ultimo, e le suggestioni lì offerte del rapporto tra soluzione estetica e proposta religiosa.
L'aspetto drammatico (nel senso scenico) del Colloquio corale ha certamente avuto il suo ruolo nell'assunzione del testo, come ciò che permette di entrare nel significato drammatico (nel senso religioso) del passaggio " dall'esserci soggettivo alla coralità". L'atto etico-estetico dell'amore dà "affetto" (valore) agli uomini e alle cose, e restituisce unità alla realtà spezzata, fratturata e privata di senso dal male.
E stato più volte rilevato che Capitini non è un filosofo nell'accezione usuale del termine, elaboratore di concetti di una filosofia che riflette su se stessa, ma è un autore fortemente propositivo, un "pensatore d'urto", tanto originale da essere volutamente trascurato e avversato. Lo scrittore Carlo Sgorion, che lo conobbe alla Scuola Normale Superiore di Pisa, rievocandolo fa questa annotazione: "Il suo destino post mortem somiglia a quello che ebbe in vita: cioè di essere ricordato in modi che sono molto al di sotto del suo reale valore. Capitini non trovò la cassa di risonanza adeguata all'importanza delle sue idee fondamentali".
Ebbene, che Valentino Bucchi, in controtendenza, abbia invece musicato suoi testi ha proprio qui la sua singolare rilevanza; starei per dire che torna a suo onore, ma non lo dico, perché questo sarebbe inadeguato alla cosa. Il fatto di fronte al quale ci troviamo è la produzione di un evento: uno scritto è tanto pregnante da promuovere ispirazione in un altro campo espressivo, e quindi l'incontro produttivo di due spiriti significativi del nostro tempo.
Il filosofo e musicologo, ed egli stesso compositore Theodor Wiesengrund Adorno, ha tratto dalle sue riflessioni sulla musica (di Schoenberg ad esempio, e di Alban Berg) e sull'arte, materia per la filosofia, per la comprensione dell'uomo che vive nella società di oggi.
In Capitini e Bucchi abbiamo il caso nella direzione inversa: è da un pensiero, che però "opera" sulla realtà, che un artista trae ispirazione per la propria musica. Ho richiamato Adorno non casualmente, perché in lui larte, nei linguaggi sperimentab e informali, è vista come rappresentativa della condizione dell'uomo nel mondo attuale e come prefigurazione annunciante il nuovo.
Ed è il Binni a metterci sulla medesima strada rilevando come "nella stessa concezione generale di Capitini l'arte e soprattutto la poesia e ancor più la musica siano sempre sentite e fatte valere... come forme che sporgono da questa realtà limitata e difettiva e costituiscono come il preannuncio e l'alba della realtà liberata".
Da sede ben più autorevole di chi scrive, è stato commentato il testo capitiniano del Colloquio corale; appunto Walter Binni nota come le intuizioni profetiche e rivoluzionarie di Capitini abbiano, anche negli scritti più argomentativi e teorici "una tensione espressiva, e in essi l'immagine, il ritmo, poetico o prepoetico che si voglia dire, sono sempre pronti a scattare intorno alle punte più intense dei suo discorso".
Spunti musicali percorrono un po' tutti gli scritti capitiniani in versi, dove la realtà gli appare configurata nella sua interezza nel motivo della coralità. Colloquio corale (Binni avverte: si badi bene al titolo) esprime infatti il rapporto fondamentale tra la singolarità della persona che si scopre nel Tu, e la totalità del reale che si personalizza nel Tutti.
La coralità è di tutte le cose, ma il rapporto si realizza nel colloquio, che è tra le persone, altrimenti si ha la "folla solitaria", anonima, omologata al basso, a cui rivolge le proprie interessate attenzioni li Capo nella sua follia solitaria; oppure la "massa dannata" dei reprobi; oppure l'insufficiente abbandonato a sé stesso: tutte cose alle quali la profonda democraticità di Capitini vuole sottrarre la realtà per elevarla, per salvarla tutta e singolarmente.
Di questo discorso il Colloquio rappresenta un momento centrale e La compresenza un approfondimento successivo, dove peraltro l'autore tratta nella maniera più estesa e concettualmente discorsiva la materia.
Nel testo che abbiamo sotto mano si ha allora, se lo leggiamo, sonoramente la percezione della diversità dei due stili, quello poetico e quello discorsivo-concettuale, opportunamente distinti nella "Voce", che parla in prima persona (anche se a nome di una coralità di presenza: "Il soggetto è l'Uno-Tutti, l'infinita coralità della presenza di tutti") e nel "Recitante", che esprime le idee e le argomentazioni del filosofo. Questo risulterà anche dall'analisi formale della partitura, dalla quale si è confortati nella comprensione e fruizione dell'opera musicale.
La "Voce" evoca i motivi della festa, con le bellissime immagini con le quali visivamente l'autore rende il senso della gioia data dall'apertura: "Ci siamo levati nella notte, e il buio era già aperto". La festa che si annuncia coi "cori dei popolani", nella freschezza del mattino "maestro di energia", con una sospensione "della memoria e del suo piangere" che non è però dimenticanza della fatica e delle lotte della vita.
C'è "un senso severo di lotta" contro "le mille pazzie della guerra", e che da qui si estende alla protesta per tutta la violenza del mondo: "non ho fatto la pace col mondo. Esca prima il mondo dal suo non rispondere mai. Se si sveglia non ha che ira". Una posizione per la quale il Binni richiama la figura di Giobbe, e che può ricordare nel parlare dell'uomo di tutti i giorni la secchezza di un Edmond Jabès: "Tutto di me è consumato: sono staccato dalle parole".
Come la protesta di Leopardi, anche quella di Capitini si volge contro la durezza e l'insufficienza della natura: "Le epoche geologiche non sono l'anima", ma anche contro il trascorrere anonimo e annientatore della storia: "Non può essere che cresca soltanto il passato". La natura e la storia non sono chiuse in una circolazione perpetua e senza senso ("il giro dell'anno non è un assoluto"). Infìne, il rasserenamento e il confluire nella coralità: "Cosa è la gioia se non si è tutti nel silenzio e nel canto?". La festa è la rappresentazione anticipata della realtà liberata ("la festa è la grande illusione", dirà l'Autore nel suo ultimo libro). Perché è "di là dall'utile, di là dalle sere senza colloquio, dalla notte carica di sospetti", essa "compensa ogni perdita, e la continua pazienza della vita".
Il "Recitante" da parte sua parla della realtà e della società che "tengono l'individuo dentro limiti", ma mostra come è propio dalla consapevolezza del limite, dalla "coscienza appassionata della finitezza" che proviene l'apertura, perché quando tutto sembra finito, la chiusura e la solitudine sembrano avere il sopravvento come nell'inevitabilità della morte, appare "qualche cosa di più profondo e di partecipato da tutti"; "sorge allora il proposito dell'offerta, si muove un'aggiunta quanto meno richiesta e tanto più sollecitante portata, nel mistero della compresenza".
Il titolo dell'ultimo capitolo del libro è la nota finale: "La storia si apre", e qui, il raccordo con la "Voce" apre al tema (anche, appunto, musicale) risolutore già ricordato della gioia che si realizza nella coralità, nel silenzio e nel canto.
L'intreccio dei testi è l'intreccio delle tematiche della compresenza e della coralità, che esprimono la preminenza del valore sulla trama dei fatti. A questo punto mi sembra opportuno richiamare le parole di m altro scritto capitiniano, Vita religiosa, che anticipano il grande tema: "La vicinanza di tutte le persone è assoluta e sacra, e non c'è differenza assoluta tra il morto e il vivo, perché la presenza è nell'uno e nell'altro, e l'uno e l'altro sono nella solennità dell'umanità innumerevole".
Ma il motivo della coralità ribadisce l'invito di Capitini alla musica, che non poteva non colpire Bucchi: "Quando procede l'alta musica tutto ciò che è più del mondo viene ed ascolta. Nelle pause il silenzio volge uno sguardo sul mondo" ; altrove aveva detto: "Nel silenzio mi ritraggo dalla parola perché non fluisca esterna e inconsiderata, cerco il sobrio della realtà". Un invito e un riparo, di fronte all'assordante rumore mediatico che ci sommerge chiudendoci nell'inautentico.
MARIO MARTINI
Professore di Filosofia Morale allUniversità di Perugia
Saggio uscito sul n° 16-17, nuova serie 7-8, 1997-98 di "ESERCIZI Musica e Spettacolo" del "Centro Studi Musicali" della Cattedra di Storia della Musica dellUniversità di Perugia