IL POTERE DI TUTTI
di ROCCO ALTIERI
Una metafisica dell'Uno
può generare l'autoritarismo;
la metafisica della compresenza
genera la democrazia, anzi
l'omnicrazia (il potere di tutti)
Aldo Capitini.
Guardando negli anni '60 al cammino della società italiana, ormai a venti anni dalla caduta del fascismo, Capitini è insoddisfatto dei risultati conseguiti sul piano democratico.
Il progetto di una società che sia veramente di tutti non si è realizzato. Non basta convocare gli elettori ogni cinque anni, e poi ignorarli fino alla prossima elezione, senza informazione, senza discussioni, senza possibilità di revoca.
Al di là dei buoni propositi di maggiore libertà e partecipazione, continua in realtà il prepotere dei grandi gruppi industriali e finanziari.
La tecnocrazia e la burocrazia hanno preso il sopravvento sugli istituti di partecipazione.
Il controllo dei cittadini è svilito da una informazione scarsa e sovente manipolata. Poche persone decidono della pace e della guerra, del benessere e del disagio di tutti. La moltitudine è assente.
In realtà, lo sviluppo della democrazia tende al potere di tutti, ma non lo raggiunge effettivamente.
C'è bisogno evidentemente di altro, di una elaborazione del potere che vada oltre il gioco di maggioranza e di minoranza, oltre la competizione tra i partiti, la lotta per il potere, il dominio di una classe sociale su tutta la realtà.
C'è bisogno di qualcosa di ulteriore e più elevato delle forme conosciute di democrazia. Qualcosa che sia all'altezza della compresenza.
Di là da maggioranze e minoranze vivo il problema che il sofferente e dileguante è, nella comunità dei viventi, una minoranza che per me conta più della maggioranza, perché mi richiama ad un problema, che è quello dei morti, che non compaiono nella comunità.(Capitini, La compresenza dei morti e dei viventi)
Condotta la comunità aperta al benessere [...] io sento che debbo fare un'altra rivoluzione in nome della individualità singola sopraffatta; e una vittima mi vale più di tutta la numerosa e affollata comunità dei forti. (ibidem)
L’orizzonte della compresenza aggiunge alla politica motivi ulteriori, un impegno a vivere i valori che trascende il gretto utilitarismo economico o l'esclusivo interesse per i comodi della vita, e convoca le moltitudini a vivere la liberazione dal dolore, dal peccato, dalla morte.
Il potere ispirato alla compresenza sarà perciò omnicratico: convoca tutti, a tutti si rivolge.
Non si imporrà con la violenza, rifiuterà i mezzi tradizionali della coercizione, conquisterà l'autorevolezza per il valore delle sue decisioni.
Mentre tutte le democrazie fin qui conosciute fanno ricorso a strumenti inaccettabili dal punto di vista nonviolento (eserciti, polizie, prigioni), l’omnicrazia si affermerà coi metodi della nonviolenza, della persuasione, dell'educazione.
La professione di nonviolenza è, per Capitini, fondamentale per la costruzione del potere di tutti.
Le leggi devono essere portatrici di rapporti sociali nuovi fondati non sulla minaccia di una pena, ma sul sacrificio e la testimonianza esemplare.
Sarebbe opportuno molte volte formulare leggi, con l'aggiunta che l'esecuzione di essa è "affidata alla coscienza dei cittadini". Non fa certo una buona impressione quel vedere la legge sempre accompagnata da una minaccia.(Capitini, Il potere di tutti)
E al punto estremo della sua persuasione nonviolenta Capitini fa sua l’ammonizione di San Francesco:
Poiché non posso correggere ed emendare le colpe con la predicazione, l'ammonizione e l'esempio, non voglio diventare un carnefice che punisce e frusta come fanno i poteri di questo mondo.
Gandhi insegna che è possibile esercitare un potere senza bisogno di sostenerlo con la violenza.
Ognuno deve imparare che ha in mano una parte di potere, e sta a lui usarla bene, nel vantaggio di tutti; deve imparare che non c'è bisogno di ammanettare nessuno, ma che cooperando o non cooperando, egli ha in mano l'arma del consenso e del dissenso. E questo potere lo ha ognuno, anche i lontani, le donne, i giovanissimi, i deboli, purché siano coraggiosi e si muovano cercando e facendo.(Capitini, Il potere di tutti)
La disobbedienza civile ha una valenza attiva, propositiva. Nel dichiarare la sua obiezione di coscienza, disposta a sopportare il peso del suo gesto, indica all'opinione pubblica il valore di una legge migliore, coopera a costruire un ordine più giusto.
La nonviolenza non aspetta la conquista dei palazzi del potere, ma esercita la sua influenza anche senza stare al governo.
Capitini elabora, a questo proposito, la teoria nonviolenta delle due fasi del potere in polemica con la vecchia tesi giacobina, e poi marxista-leninista, che concepisce il potere come dominio:
La teoria delle due fasi fa posto ad una fase di potere senza governo, che crea la meritevolezza davanti alla storia. Di contro al pessimismo che soltanto con lo Stato si dominano gli uomini inguaribilmente e interamente egoisti e violenti (un ragionamento che ha anche il limite, che lo Stato, che dovrebbe dominare e correggere gli individui, potrebbe trovarsi nelle mani di una persona, di un gruppo ugualmente egoista e violento) facciamo valere il metodo di impostare un'adeguata articolazione della prima fase, quella del potere senza governo, premessa e garanzia che l'eventuale seconda fase sia un potere nuovo "conseguente" alla prima fase, di allargamento delle aperture, di addestramento alle tecniche della nonviolenza (che non può essere usata a caso, specialmente se è attività di gruppo), di miglioramento della zona in cui si vive (perché da una periferia onesta, pulita, nonviolenta, avverrà la resurrezione del mondo), di lavoro educativo, di impostazione di continue solidarietà con altri nella rivoluzione permanente per la democrazia diretta, connessa intimamente con la nonviolenza. (Capitini, Il potere di tutti)
Così intesa l'omnicrazia non si fonda su strutture chiuse, istituzioni, gruppi di potere, ma progredisce ad opera di piccoli gruppi che dal basso, dalle periferie, costruiscono rapporti di solidarietà tra le persone, dando prova di spirito di sacrificio e di resistenza nella lotta per affermare la propria proposta rivoluzionaria.
Questo discorso vale anche ad illuminare l'espressione "il potere di tutti". La solidarietà aperta e il sacrificio resistente conferiscono un potere a tutti, dànno cioè una capacità di influire, di presentare efficacemente la propria volontà, di essere, sia pure inizialmente in piccolo, ascoltati e foss'anche obbediti.(ibidem)
Il potere di tutti che nasce dal basso è l'alternativa radicale al potere militare, a una struttura gigantesca e centralizzata come il Pentagono.
Di fronte a uno Stato moderno che si fa sempre più enorme, sovranazionale, imperiale, la cui capacità di distruzione arriva a minacciare il pianeta con l'arma atomica, l'omnicrazia si organizza in forme di autogoverno nei tanti villaggi del mondo, nei diversi luoghi di lavoro.
Rivive in Capitini il vecchio sogno di Gobetti che nella sua Rivoluzione liberale proponeva di partire dai Comuni per costruire un contropotere che, sviluppandosi, avrebbe soffocato lo stato fascista.
Oggi il problema viene ripresentato in grande, e il promovimento di una generale capacità di controllo dal basso viene ripreso con assoluto rigore dai persuasi della compresenza e dell'omnicrazia, appunto perché superatori della violenza e tesi a stabilire continue solidarietà. Bisogna aver pronta una vastissima rete di organi dal basso, di consulte locali, di comitati scuola-famiglia, di centri sociali più che per ogni parrocchia, di commissioni interne, di consigli scolastici e comitati universitari, di centri di addestramento alle tecniche nonviolente, di commissioni locali di controllo di tutte le forme di assistenza e previdenza, di sviluppo di assemblee per addestrare tutti, e particolarmente i giovani, perché non si sentano isolati o giocati dall'alto. (ibidem)
Mettere in primo piano le autonomie locali non significa chiudersi in un angusto campanilismo.
Nella dimensione piccola, modesta, è la possibilità di realizzare concretamente, attraverso la diretta conoscenza delle persone e dei problemi, la partecipazione dei cittadini al governo.
Ma ciò avverrà tenendo sempre presenti i motivi i più universali possibili.
L’espressione "dal basso" vuol dire esattamente di muovere dai singoli esseri, nella loro esistenza e molteplicità, nelle loro condizioni anche elementari di vita, di benessere, di cultura. S'intende che l'apertura nonviolenta valorizza al massimo questo principio, ma sulla linea di procedere fino alla compresenza. Non può ciò che è "dal basso" pretendere all'assolutezza se non è nel quadro dell'universalità della realtà di tutti. (ibidem)
C'è il rischio che anche le istituzioni locali possano indurirsi, chiudersi, divenire prepotenti, e la burocrazia prenda il sopravvento. Ecco allora l'importanza che nascano e si diffondano i centri sociali.
Qui Capitini riprende quel progetto, fatto all'indomani della liberazione, di dar vita ai Cos che hanno il compito di rivitalizzare la democrazia, dando informazioni, dibattendo tutti i problemi, facendo proposte.
Venti anni prima i Cos non si sono diffusi per l'ostilità dei partiti, anche di quelli di sinistra, che non hanno creduto all'esercizio della democrazia diretta.
Così oggi l'Italia paga quel mancato sviluppo con un sistema statale che resta ancora accentrato con i suoi prefetti e questori, con eserciti e polizie, corroso dal clientelismo e dalla corruzione dei partiti.
I centri sociali possono essere la grande riforma istituzionale che oggi salva la vita democratica, riavvicinando i cittadini alla politica, formando l'opinione pubblica all'esercizio della critica e del dissenso, educando i cittadini a dibattere i problemi in assemblea.
Il centro sociale può assolvere, perciò, a un ruolo più importante di quello dei partiti per lo sviluppo della partecipazione e dei controllo democratico.
I partiti, infatti, agiscono solo in funzione del mantenimento del potere e a questo scopo tutto strumentalizzano, manifestando spesso una chiusura non diversa da quella dei partiti unici dell'impero sovietico.
Il centro sociale, al contrario, non è esclusivo, non discrimina, non si rivolge solo ai suoi, ma si interessa a tutti, il suo orizzonte è la compresenza.
In un mondo in cui si estendono imperi e controimperi, abusando dei poteri ricevuti o presi ai cittadini, vedo nei Centri aperti la ripresa del potere, il preannuncio di un decentramento che restituisce valore ai rapporti tra persona e persona, ai controlli continui dal basso, al ritmo stesso della vita liberato dall'imprigionamento nelle supercittà. I Centri sono la forma istituzionale della nuova vita religiosa e sociale. (ibidem)
Il potere dei centri sociali inizialmente sarà solo consultivo e di controllo sugli atti amministrativi.
Ma nello sviluppo dell'omnicrazia, immaginata da Capitini, essi acquisteranno sempre più, secondo la dinamica nonviolenta delle due fasi del potere, una capacità di progettazione e di governo.
Così avverrà il passaggio dalla iniziale funzione di critica e di controllo, al potere di realizzare progetti che saranno accettati non per il ricorso alla coercizione, ma in virtù del loro riferimento all'interesse di tutti.
La riforma proposta da Capitini va nella direzione contraria di quanti, pragmatici e tecnocrati, in nome dell'efficientismo e della governabilità propongono soluzioni autoritarie, come è stato in Francia con l'introduzione della repubblica presidenziale in cui la democrazia è ridotta alla funzione di vertice
Non si tratta di svilire i poteri del Parlamento a vantaggio del decisionismo di un Presidente, quanto di integrare il sistema parlamentare, e sostanzialmente ridurlo, con la moltiplicazione delle assemblee permanenti o periodiche, degli Enti periferici e dei Centri Sociali.
Quella che Capitini, insomma, propone è una riforma delle istituzioni dal basso e non dall'alto. E’ questa la discriminante di grande attualità.
Il Parlamento in sé assolve a un ruolo democratico importante, e Capitini non è tra quelli che vuole denigrarlo, ben memore di cosa è stata l'Italia privata del Parlamento.
Ma l'integrazione dal basso è essenziale per evitare alle assemblee elettive nuove chiusure centralistiche e partitocratiche.
Il Parlamento, che è dal basso per la sua derivazione dalla elezione, rischia tuttavia di diventare "dall'alto" cioè dalla capitale, da un cerchio di conoscenze speciali e di interessi riservati a pochi. Bisogna che siano tanti gli Enti locali deliberanti in assemblea, da costituire il necessario contrappeso e correttivo. E poiché anche al livello di enti locali può ripetersi l'indurimento delle posizioni "dall'alto", è necessario costituire centri sociali, periodici ed aperti, nei quali si dibattano tutti i problemi a cominciare da quelli amministrativi. Non importa che i centri sociali siano inizialmente soltanto consultivi, perché la pressione che essi possono esercitare sui nuclei deliberativi è sempre possibile, se non altro manovrando il consenso e il dissenso secondo le tecniche della nonviolenza. (ibidem)
L’adunanza dei cittadini è il momento fondamentale della vita dei centri sociali.
Per Capitini l’assemblea è quella che più di ogni altra cosa somiglia alla realtà di tutti. Essa ha, perciò, qualcosa di sacro, di commovente, è una molteplicità che porta in sé l'unità, e perciò è il primum, la presenza del potere.
Sull'assemblea passa il soffio della compresenza, quella convocata dal "Discorso della montagna", l'assemblea degli esclusi, degli innocenti, dei nonviolenti.
Il rapportarsi alla compresenza è essenziale per chi partecipa all'assemblea. Un’assemblea non è infallibile, potrebbe sbagliare, fors'anche degenerare nel caos, nell'inconcludenza, nella sopraffazione.
Perciò il costante richiamo alla compresenza disciplina ed eleva.
Quando l'assemblea non funziona secondo lo spirito della compresenza, presto decade, sostituita da un gruppo di furbi e di violenti.
Perché l'esigenza della compresenza prevalga su quella del potere è necessario, allora, che in ogni assemblea agisca un gruppo o anche solo una persona persuasa della nonviolenza, che avrà la pazienza e la costanza di richiamare l'assemblea al suo fine che è la realtà di tutti.
Chi denigra l'assemblea per la sua incompetenza e inefficienza non avverte che essa è un fine oltre che un mezzo, una soddisfazione e un sacrificio valido in se stesso.
Noi, scrive Capitini, amiamo l'assemblea come una parte visibile della compresenza.
I rivoluzionari contro il tiranno non debbono "imitare" il tiranno, semplicemente sostituendo la persona, ma mutare tutto il sistema. E se noi mettiamo al centro della trasformazione sociale l'assemblea, non vogliamo principalmente che essa serva, cioè dia risultati migliori dell'opera di un funzionario fornito di pieni poteri. Non per utilità, non per una efficienza maggiore, si sceglie l'assemblea, ma per un valore in sé, perché è una parte viva della compresenza. E perciò se ne accettano gli eventuali inconvenienti, o svantaggi o disutilità. Ma può anche darsi che si accresca inaspettatamente l'efficienza, e l'assemblea renda più concreta, più pulita, più aderente l'amministrazione o gestione; cioè che si realizzi il Vangelo: Cercate il regno dei Cieli, il resto vi sarà dato per sovrappiù. (ibidem)
La rivoluzione omnicratica di Capitini mira al deperimento dello Stato. Il rifiuto assoluto dell'esercito e della guerra è il punto di partenza, la svolta, la condizione assoluta di una nuova impostazione dei potere.
La macchina militare-burocratica non deve essere trasferita da una mano all'altra, né adattata e rafforzata alle nuove esigenze (come è accaduto nei regimi comunisti), ma deve essere interamente demolita.
Abolito l'esercito, i cittadini si addestreranno all'uso delle tecniche nonviolente per le eventuali necessità della difesa.
La struttura onnipotente dei funzionari e dei tecnici andrà dapprima sottoposta al controllo dei cittadini, e poi sostituita con la partecipazione di tutti, attraverso la rotazione degli incarichi e forme crescenti di autogoverno. Rispetto alle cariche elettive, si penserà a ridurne la durata e ad ammettere il diritto di revoca, quando dal basso si ritenga errato l'uso del potere.
Il piano di lotta permanente alla burocrazia è da estendere a tutti gli organismi della civiltà civile: nella Chiesa, nel sindacato, nella scuola, nelle imprese, introducendo ovunque la convocazione periodica dell'assemblea, portando ovunque il soffio dell'apertura nonviolenta.
E allora la Religione perderà ogni carattere autoritario a favore di centri profetici, promotori di nuova vita religiosa; il sindacato uscirà dal corporativismo salariale per porre il problema della dignità del lavoro, dei programmi di produzione e di sviluppo, avendo al centro l'interesse per tutta la società, anche per chi non è occupato; nelle scuole e nella università il potere degli studenti chiederà un sapere critico, un nuovo orientamento della scienza, non più al servizio della guerra, ma della vita; nell'impresa lo strapotere della proprietà sarà sostituito dai consigli di gestione, liberamente eletti da tutti i lavoratori nella prospettiva della socializzazione; infine negli ospedali, nei manicomi, nelle carceri l'assemblea degli ammalati, dei folli, dei carcerati metterà in crisi la logica e la struttura di quelle istituzioni totali.
Sono queste le tematiche che, sviluppate da Capitini agli inizi degli anni '60, anche attraverso la pubblicazione di due mensili: "Azione nonviolenta" e "Il Potere è di tutti", saranno in parte fatte proprie dalle proteste studentesche e operaie del biennio '68-'69.
Come tutti i precursori, Capitini intravede in anticipo i rischi e le minacce che avrebbero colpito quel formidabile movimento collettivo.
Da una parte c'è la tentazione della violenza, la suggestione per la guerriglia, il desiderio di vedere subito dei risultati, senza tener conto che è illusorio voler sfidare il potere armato degli stati moderni, che di fronte a una sfida violenta non fanno che accentuare i propri caratteri repressivi.
Dall'altra c'è la trappola del consumismo che le classi dominanti tendono ai movimenti di base per depotenziarli e integrarli.
Capitini denuncia con forza, proprio negli anni della crescita economica, un preciso piano delle classi dominanti mirante attraverso le seduzioni del benessere ad addomesticare i giovani e i lavoratori.
Attraverso l'uso spregiudicato dei mass-media si cerca di drogare le coscienze con spettacoli d'evasione e con l'offerta di nuovi consumi.
In questo modo il maggior tempo libero e un migliore salario non sono impiegati per un arricchimento personale e sociale, per partecipare più attivamente alle attività sindacali e politiche, ma per evadere dalla propria situazione storica, culturale, sociale.
La classe dominante concedendo la settimana corta persegue con diabolica lucidità il suo obiettivo. La sera esausti, dopo una dura e lunga giornata di lavoro alienante, ci si abbandona davanti alla televisione senza più voglia di incontrare gli altri.
Nel fine settimana si parte nevroticamente con l'auto alla ricerca di un impossibile appagamento. Tutto ciò, denuncia Capitini, ritorna perfettamente funzionale al capitale: all'espansione dei consumi corrisponde, infatti, il riflusso dell'impegno politico.
Polemizza, perciò, con energia per svelare l'inganno che si nasconde dietro l'idea borghese di tempo libero e sostiene in alternativa il concetto di tempo aperto: aperto a ogni lavoratore per partecipare attivamente al miglioramento e al controllo del lavoro mediante la socializzazione e l'autogoverno; aperto a vivere la comunità, il villaggio, la città, per discutere i problemi e trovare soluzioni; aperto alle attività creative, al libero esercizio fisico, al gioco; aperto alla riflessione, al raccoglimento, al silenzio, al sentimento di vicinanza ai sofferenti, aperto infine a vivere la festa che è la celebrazione della compresenza di tutti alla nostra vita, al nostro animo. (ibidem)
Rocco Altieri, da LA RIVOLUZIONE NONVIOLENTA: per una biografia intellettuale di Aldo Capitini, Pisa, Biblioteca Franco Serantini, 1998, pp. 107 - 114