Dal Libro " CONVERTIRSI ALLA NONVIOLENZA" edito da Il segno dei Gabrielli Editori e nato da un Seminario svoltosi a Villa Umbra, Perugia, sul tema Laicità Religione Nonviolenza, pubblichiamo due contributi.
Di Luciano Capitini
:
CREDENTI E NON CREDENTI DI FRONTE ALLA NONVIOLENZA
"Come Gloria
Gazzeri ha ben compreso, il Seminario di Villa Umbra era stato indetto proprio
per portare i nonviolenti, laici e credenti, a confrontare a fondo le proprie
posizioni e precisamente nell'ambito che li vede affiancati, la nonviolenza.
I risultati del Seminano, ottimi per altri versi, non hanno però affrontato
di petto la questione di base: c'è - nell"essere credenti o nel
non esserlo - motivo per non trovare accordo nel vivere e praticare la nonviolenza?
Gloria inizia sottolineando l`ambiguità della parola "laico",
e ne propone diversc letture, che corrispondono a quanto usualmente si intende
con tale termine.
A questa considerazionre si potrebbe rispondere con un'altra: il termine "religioso"
è poi così preciso?
Gloria ripercorre la storia della nonviolenza e sottolinea come tanti dei nostri
grandi siano stati dei convinti credenti - ed è senz'altro vero.
Ma allora, questo, vuol dire che nella nonviolenza c'è posto (salvo contributi
collaterali) solo per i credenti?
La differenza - per Gloria - appare assai netta: parrebbe che se i nonviolenti
laici si illudessero di riempire tale vuoto con il fare della nonviolenza la
propria religione (e cioè fare della nonviolenza una spiegazione omnicomprensiva
della vita e l'unica regola etica, il che avrebbe poco senso), tale illusione
non possa reggersi.
Gloria ribadisce come, su tale argomento, non esistano testi e dichiarazioni
che facciano testo - ed è proprio per questo che fu indetto il Seminario,
da parte, massimamente, di nonviolenti "laici", anzi, non credenti.
Per scioglíere questa difficoltà, Gloria dice che i laici (e solo
loro) dovrebbero rispondere a due domande: 1. Qual'è il senso e lo scopo
che attribuisco alla vita? Quale il senso della morte? L'ho già deciso
o sono in ricerca? 2. Quali valori o motivazioni sono alla base delle mie scelte
morali e specificamente della mia scelta della nonviolenza?
Provo a rispondere, ma non per i laici, bensì per me.
Non credo in Dio (certamente non in quello delle diverse religioni di questo
mondo: se ne esistesse un altro, in altra forma non so).
Quasi di conseguenza credo che la vita e la morte siano fatti organici, casuali,
privi di connessioni profonde con l'ambito del trascendente.
E tuttavia non posso non aggiungere che la vita, ogni giorno, ci pone di fronte
a fatti che non si spiegano.
Fin qui il mio agnosticismo se ne starebbe tranquillo, ma questi fatti mi portano
a sentire fortemente i limiti di questa vita.
Questo sentire, che non mi porta a trovare o accettare altre spiegazioni, lo
sento come una sorta di religiosità.
Tale religiosità esiste, e penso che esista in tutti gli uomini, mentre
solo una parte poi accetta un progetto di superamento di tali limiti, e immagino
che tale progetto sia una religione.
Del tutto a parte da quanto affermato sopra, l'esperienza dei rapporti tra gli
uomini ed un ideale che ne consegue, mi portano a non sopportare di vivere in
questa società inadeguata per mille motivi, senza attivarmi per cambiarla.
Parimenti non voglio vivere in un mondo in cui non ci sia amore, e tento di
lavorare in tal senso - se la parola "lavorare" è adeguata.
Questi sono i presupposti della mia scelta della nonviolenza.
Nella prassi di tutti i giorni, contattando uomini e donne di tutti i tipi,
mi accorgo che una certa percentuale di questi, i credenti, sono diversi da
me.
E così Don Milani - che amo ed ammiro - non può essere detto un
nonviolento, e tanti altri.
Mi pare di scorgere in essi un punto dal quale le nostre posizioni divaricano.
Tra i nonviolenti credenti quel punto è spostato molto avanti, in alcuni
sembra non esistere neppure. Tanto più concordo con Gloria sulla necessità
di interrogarci, di esporre le nostre posizioni, nella speranza di arrivare
ad una armonia totale tra di noi, armonia basata sull'accettazione dei reciproci
limiti, per poter poi agire in una collaborazione totale.
Oggi non è così.
Noi laici avremo certo dei difetti di cui non siamo a conoscenza, e sarà
bene che li apprendiamo, ma a noi succede spesso di incontrare un muro invisibile
che a fatica superiamo.
Ci pare, mi pare, che il credente sia convinto - ad esempio - che solo in un
ambito religioso si possa arrivare a praticare una morale "vera" e
"totale", e che qualsiasi tentativo di sostituire la fede con "altro"
sia inutile e ci lasci sempre ad un livello di inferiorità...
Di MATTEO SOCCIO:
Da Introduzione
"...Per porre
fine alle violenze nel mondo, la religione potrebbe far molto, e se questo non
accade è colpa di molti uomini che si dicono religiosi.
Anche la prospettiva laica potrebbe far molto e se questo non accade è
colpa di molti che si dicono laici.
È scandaloso che nel campo religioso molti siano occupati ad alimentare
il rogo delle violenze, con il proprio integralismo e fondamentalismo.
E altrettanto scandaloso che ci siano quelli che pensano di poter portare il
mondo sotto il governo della ragione, sottomettendo gli uomini con la violenza.
Sia i laici che i religiosi sono chiamati a collaborare per trasformare i metodi
del cambiamento.
La nonviolenza è un altro metodo, un altro modo di affrontare i problemi
d'oggi e dell'avvenire.
Ci dispiace che questa forza sia racchiusa nei panni stretti e un po' equivoci
di una parola che ha nel prefisso una negazione (non-violenza).
Il termine appare negativo, mentre invece il significato vuol essere positivo.
Gandhi stesso si avvide delle difficoltà comunicative del negare invece
dell'affermare e decise di rinominare la forma di lotta da lui elaborata, sulla
base del principio della nonviolenza.
La chiamò allora efficacemente satyagraha (forza della verità).
Alla base della nonviolenza c'è il riconoscimento che, al di là
dei conflitti che ci dividono, c'è una comune essenza umana che ci unisce.
Ci unisce più di quanto i conflitti ci dividano.
Per poter riconoscere l'umanità che è in ogni uomo, anche nei
"nemici", la nonviolenza cerca soluzioni ai conflitti escludendo a
priori il ricorso alla violenza.
Questa esclusione, oltre a preservare l'essenza comune, stimola la ricerca dei
mezzi giusti, quelli più coerenti con il fine, quelli che ci permetteranno
di conseguire veramente i nostri fini, perché nella stessa scelta dei
mezzi siamo più vicini alla verità.
Ma la nonviolenza richiede agli uomini che la scelgono un cambiamento di mentalità,
di atteggiamento intellettuale, di orientamento nella vita.
Questo cambiamento dev'essere profondo, radicale, vale a dire una conversione.
E un tornare sui propri passi, cambiare direzione, cambiare rotta e dirigersi
verso tutt'altro rispetto a ciò che sperimentiamo nella vita di ogni
giorno.
Dobbiamo sapere che possiamo essere qualcosa di diverso da quello che siamo,
che le nostre azioni e i nostri rapporti possono mutare totalmente.
Dobbiamo saperlo se non conosciamo ancora la nonviolenza.
Dobbiamo saperlo se la conosciamo e non la mettiamo in pratica..."