Il ‘900. I giovani e la memoria

PROGETTO DESTINATO AGLI STUDENTI DELLE SCUOLE SECONDARIE DI 2°GRADO
ANNO SCOLASTICO 1998/1999
LEGGE 440/97
CIRCOLARE DEL MINISTERO DELLA PUBBLICA ISTRUZIONE N° 411, 9 OTTOBRE 1998

LA
DICHIARAZIONE
UNIVERSALE
DEI
DIRITTI
DELL’UOMO

a cura del
Liceo Classico "Annibale Mariotti"

Dichiarazione dei Diritti Umani: Luigi Vittoria, Gabriele Petrillo, Simone Trottolini, Leonardo Burchielli
Martin Luther King: Rita Paoletti, Elena Tobia
M. K. Gandhi: Giada Murtas, Chiara Cetra, Eva Bertolini, Simona Bianconi, Beatrice Pomili
Aldo Capitini: Elena Galletti, Francesca Florio, Noemi Furiani, Luisa Cambiotti
Appendice A: Federica Patalacci

Classe Prima E
Insegnante coordinatrice: Paola Chiatti, docente di Storia e Filosofia

web su Aldo Capitini
web dell'Associazione
web della rivista
ASSOCIAZIONE NAZIONALE AMICI DI ALDO CAPITINI





Al sommario del sito











 

MARTIN LUTHER KING

 

La vita
Biografia e nascita del movimento non-violento

Martin Luter King nacque ad Atlanta in Georgia, il 15 gennaio 1929 e fu assassinato a Memphis, nel Tennessee, il 4 aprile 1968.Figlio di un pastore battista crebbe in un ambiente agiato. Sua moglie, Coretta Scott, era dell’Alabama, e si erano incontrati nel 1953 a Boston, quando lui si stava addottorando in teologia all‘università di Boston e lei studiava musica al conservatorio della Nuova Inghilterra. S’era proposto di studiare medicina o legge, ma aveva prevalso la tradizione familiare: tanto suo padre quanto suo nonno materno erano predicatori "battisti", la setta protestante più diffusa in America, che professa il Battesimo per immersione e lo impartisce a quelli che già dichiarano di credere. Setta dai riti assai semplici ha attratto molti poveri e i neri ; alla base della religiosità dei neri stanno anche le proibizioni imposte a molti schiavi contro la lettura del Vangelo o comunque l’adesione ad una dottrina che affermava l’uguaglianza di tutti i figli di Dio il che aveva restituito al Cristianesimo l’originale spinta rivoluzionaria .Martin Luter King entrò nel Morehouse College di Atlanta ammessovi con un programma per studenti intelligenti, e si licenziò nel 1948 per passare al seminario teologico di Chester, in Pennsylvania, dove nel 1951 si diplomava "baccelliere" in teologia .Fu proprio all’università quando aveva 21 anni che scoprì l’opera e il pensiero del Mahatma Gandhi . Le azioni che guidava erano multiformi : scioperi generali, boicottaggi, manifestazioni, marce . Le sue idee divennero per King il nucleo della sua filosofia di protesta non violenta, egli infatti soleva dire : "Cristo ha fornito lo spirito, Gandhi ci ha dimostrato come utilizzarlo" .Nel 1954 accettò la nomina di pastore di una chiesa battista Montgomery nell’Alabama . In quello stesso anno, la Corte Suprema degli Stati Uniti decretò illegittima la segregazione razziale nelle scuole statali e, in attesa di quella decisione, la segregazione venne sfidata in tutti i luoghi pubblici degli stati del sud . Nel 1955, quando il conducente di un autobus ordina ad alcuni neri di cedere il proprio posto a passeggeri bianchi, Rosa Parks, donna di colore si rifiuta di obbedire . Perciò la donna fu immediatamente arrestata per violazione di leggi cittadine di segregazione . Ma che cosa si poteva fare contro la quotidiana oppressione del razzismo ?Possibile che l’unico mezzo a disposizione dei neri per modificare le leggi e scuotere la coscienza dei bianchi sia la violenza ?

Dall’inizio del secolo avvenivano disordini razziali senza risultato. Si formò quindi un’associazione di neri che decise di boicottare gli autobus e ne fu nominato capo M.L. King .

Essi hanno scelto la non - violenza e ne applicano i metodi; il boicottaggio cioè la non cooperazione con un sistema ritenuto malvagio e l’amore verso i nemici, l’accettazione dei torti subiti senza desiderare la vendetta .Gli uomini di colore fornivano alla società degli autobus il 70% delle entrate perciò ben presto la Montgomery City Lines fu in difficoltà . Nel corso della protesta durata 381 giorni King fu arrestato e imprigionato e fu minacciato di morte più volte .Il 13 novembre la Corte Suprema degli Stati Uniti dichiarò incostituzionali le leggi dello stato dell’Alabama che esigevano la segregazione sugli autobus . Nel 1957, 60 capi neri crearono la SCLC ( Southern Christian Leadership Conference) che prende posizione a favore della non - violenza e King ne viene eletto presidente.

Recatosi in India nel 1959, egli comprese più chiaramente il principio della persuasione non violenta sostenuto da Gandhi, che King era deciso ad utilizzare quale principale strumento di protesta sociale .L’anno seguente rinunciò al suo incarico a Montgomery per diventare pastore della chiesa battista di Ebenezer, ad Atlanta, ciò che gli permise di dedicarsi più attivamente alla direzione del nascente movimento per i diritti civili . In quello stesso periodo la leadership nera stava subendo una profonda trasformazione e chiedeva il cambiamento con ogni mezzo possibile. Emersero nuovi movimenti come i Black Muslins di Malcom X e il Black Power… portatori di diverse ideologie e metodi di lotta. Nel 1963 M.L King condusse un’intensa campagna per i diritti umani, a Birmingham in Alabama, e altre in tutto il sud, che aveva come obbiettivi l’iscrizione dei neri nelle liste elettorali, l’abolizione della segregazione razziale, il miglioramento della qualità dell’istruzione e degli alloggi. Durante queste dimostrazioni non violente il leader fu arrestato più volte.

Il 28 agosto 1963 guidò la storica marcia su Washington e pronunciò il famoso discorso che iniziava con le parole: " I have a dream " (ho un sogno). Nel 1964 fu insignito del premio Nobel per la pace e il 4 aprile 1968 fu assassinato a Memphis nel Tennesee.

Lincoln, concedendo nel 1863 la libertà ai neri, non accordò loro il diritto di voto. In seguito la loro iscrizione nelle liste elettorali fu condizionata da norme limitative. Dunque è come se i neri dal punto di vista politico non esistessero. La loro situazione nella società americana si aggravò ulteriormente nel 1896 quando la Corte Suprema riconobbe il principio "separati ma uguali" che di fatto legalizzava la segregazione.

Per il non violento la ricerca della verità nella vita quotidiana sociale e politica è anche una strada verso la conoscenza di Dio.

I mezzi utilizzati quindi non possono trovarsi in contraddizione con il fine perseguito. Questo fine è la verità: una verità divina nascosta dalla violenza degli uomini e dalle loro leggi ingiuste; sarebbe quindi un controsenso, servirsi di un’altra violenza per liberarla. Non ci si serve del male per guarire il male! L’azione deve anche cercare di raggiungere la coscienza altrui. Il non violento crede che neanche in coloro che opprimono rimanga un po’ di coscienza morale intatta, una parte di libertà, disponibile alla conversione un senso di giustizia che non si può annullare del tutto. Il non violento crede soprattutto alla forza dell’amore e la utilizza. Egli spera di risvegliare la coscienza del suo avversario accettando volontariamente il rischio di subire maltrattamenti, la prigione, perfino la morte. Il suo rifiuto di usare la violenza non è vigliaccheria né impotenza. E’ una scelta e un rischio. La scelta dell’amore attivo il cui fine ultimo è la riconciliazione con il nemico.

LE TAPPE DELLA SUA LOTTA

La nostra lotta

1956

Le chiese degli africani d’America incominciarono a partecipare alla vita pubblica tra gli anni ’40 e ’50, in ogni parte degli Stati Uniti, ma in particolar modo negli stati del Sud. Spesso queste chiese strinsero alleanze sia formali sia informali con organizzazioni come la National Association for the Advancement of Coloured People (NAACP) e la National Urban League (NUL) per opporsi a Jim Crow. Per esempio, il reverendo Oliver Brown, pastore della chiesa episcopale metodista nera di St. Catherine, diede alla figlia il permesso di procedere nella causa Brown contro il Provveditorato all’Istruzione di Topeka, nel Kansas, che portò alla storica sentenza della Corte Suprema del 17 maggio 1954.

La comunità ecclesiale, comunque, non era tanto all’origine di trasformazioni, quanto piuttosto dava spesso sostegno a situazioni di crisi che si erano generate altrove, il I° dicembre 1955, la signora Rosa Parks, una sarta di quarantadue anni, rifiutò di cedere il proprio posto su un autobus di linea a un uomo bianco il quale, per la legge dell’Alabama, poteva averne diritto. Il conducente chiamò la polizia che arrestò immediatamente la signora Parks, una ben nota attivista della comunità. Quattro giorni più tardi, il 5 dicembre, i neri d’America diedero inizio ad un boicottaggio degli autobus dopo un comizio tenuto la sera precedente. La comunità nera elesse all’unanimità il reverendo Martin Luther King Jr a primo presidente della Montgomery Improvement Association, Alabama. Questa organizzazione non violenta segnò una nuova alleanza tra istituzioni di neri come, ad esempio, le chiese, le organizzazioni, le associazioni professionali di insegnanti e medici, con la protesta di massa. Una forte fede nella necessità di acquisire consapevolezza e di assumere responsabilità nei confronti della società era penetrata ben dentro una nuova generazione di leader ecclesiali che avevano cercato di sposare le loro convinzioni religiose con il bisogno di costringere a un cambiamento le varie forme di ipocrisia della vita pubblica americana. Molti erano stati i precursori in quest’opera. Lo stesso Martin Luther King disse di aver imparato molto dai precedenti oppositori non violenti, quali il reverendo Theodore J. Jemison di Baton Rouge, nella Louisiana, che fin dal 1953 aveva organizzato un fortunato boicottaggio contro il sistema dei trasporti pubblici della città, e dai tentativi del reverendo Vernon Johns, che aveva preceduto Martin Luther King quale pastore della Dexter Avenue Baptist Church di Montgomery.

Dopo che la comunità afro-americana di Montgomery, in Alabama, aveva scelto di andare a piedi per più di undici mesi, piuttosto che utilizzare gli autobus, la Corte Suprema degli Stati Uniti aveva confermato una decisione, presa da un tribunale minore, di dichiarare incostituzionali le leggi segregazioniste dell’Alabama che prescrivevano la separazione razziale sugli autobus. Ci volle un altro mese per costringere le autorità statali e locali a rispettare l’interpretazione della legge della Corte Suprema. La segregazione razziale sugli autobus fu finalmente abolita il 21 dicembre 1956.

Affrontare la sfida di una nuova era

1957

I dolori del parto del "Movimento per la Libertà", come veniva spesso chiamato dai contemporanei il Movimento per i Diritti Civili, risuonano nella versione del discorso di Martin Luther King pronunciato a Montgomery, in Alabama, nel dicembre 1956. La National Association for the Advancement of Coloured People (NAACP) e la Montgomery Improvement Association (MIA) avevano avuto successo nel convincere la Corte Suprema a cancellare le leggi segregazioniste dell’Alabama per ciò che riguardava i trasporti pubblici. Come leader della MIA, M. L. King cercò di chiarire le implicazioni di questo nella sua comprensiva interpretazione delle possibilità filosofiche dell’azione diretta non violenta. King aveva compreso, tuttavia, che le parole non erano sufficienti. Mise immediatamente a frutto i suoi estesi contatti all’interno della comunità religiosa, in particolare quelli con la grande National Baptist Convention, USA, per organizzare una Southern Christian Leadership Conference. Collocò le opportunità di questo nuovo movimento di massa nel contesto della caduta del colonialismo occidentale. Si servì dei risultati della MIA per illustrare la sua convinzione che l’azione diretta non violenta era il mezzo più morale che gli oppressi avevano a loro disposizione per raggiungere l’autodeterminazione.

Ma all’interno della nazione c’erano forze reazionarie che resistevano ad ogni sforzo di conseguire la giustizia razziale. I razzisti bianchi usarono la dinamite il 9 settembre 1957 per distruggere la nuova Scuola Elementare di Hattie Cotton a Nashville, nel Tennessee, che aveva permesso ad un bambino nero di iscriversi. Ironicamente, quello stesso giorno, il Congresso approvò la prima legge per i diritti civili dal 1875. Questa legge costituiva la Commissione per i Diritti Civili degli Stati Uniti e la Divisione per i Diritti Civili del Dipartimento di Giustizia. Nel frattempo l’opposizione si levò contro la sentenza del 1954 della Corte Suprema che ingiungeva di abolire la segregazione nel sistema scolastico americano "con tutta la celerità necessaria". Il 24 settembre il presidente Dwight Eisenhower si servì della televisione e della radio per annunciare che aveva ordinato alle truppe federali di scortare nove bambini neri della Central High School di Little Rock, in Arkansas.

Nonostante questi tragici eventi, M. L. King, cercava la speranza. Sosteneva che il movimento nero per la libertà trovava movimenti paralleli internazionali laddove il colonialismo europeo cercava di conservare la sua debole autorità.

Il 6 marzo 1957 la nazione africana del Ghana ottenne l’indipendenza dal dominio coloniale britannico. Nel primo discorso di M. L. King alla nazione, che fu pronunciato prima del Pellegrinaggio della Preghiera del 17 maggio, affermò che questi progressi erano opera della Provvidenza divina: "Proclamiamo con orgoglio che i tre quarti dei popoli della terra sono di colore. Abbiamo il privilegio, nella nostra generazione, di osservare lo svolgersi del grande dramma della libertà e dell’indipendenza in Asia e in Africa. Tutte queste cose sono in linea con l’evidente opera della Provvidenza".

La forza della non violenza

1958

M. L. King pronunciò il discorso, in risposta all’invito da parte dell’Associazione dei Giovani Cristiani (YMCA) e della Associazione delle Giovani Cristiane (YWCA), all’Università della California, a Berkeli. Sebbene avesse parlato il 4 giugno 1957, di fronte a una grande e attenta folla di studenti, questo stralcio non venne pubblicato che circa un anno dopo. Ma la sua apparizione fu tempestiva. Ancora una volta, M. L. King affermava la sua fede nell’azione diretta non violenta, nonostante la perplessità che alcuni dei suoi seguaci avevano sulla sua efficacia. Si sarebbe dimostrata abbastanza forte da resistere alla violenza della supremazia bianca? O gli eventi avrebbero costretto il presidente Eisenhower ad intervenire così come fece a Little Rock?

Qualcuno emise un sospiro di sollievo quando il presidente allontanò le truppe federali della Guardia Nazionale dalla Little Rock’s Central High School l’8 maggio 1958. La comunità dei neri d’America si fece ancora più fiduciosa nelle conseguenze positive della non violenza quando Ernest Green, uno dei nove studenti scortati alla Central High School l’anno precedente, si diplomò alla Central il 27 maggio, unico nero su un totale di 600 studenti. Il forte richiamo che l’azione diretta non violenta aveva tra alcuni giovani neri fu evidente il 19 agosto, quando alcuni membri della sezione giovanile della National Association for the Advancement of Coloured People (NAACP) organizzarono diversi sit-in nei ristoranti di Oklahoma City.

Una delle più grandi delusioni di M. L. King e del suo sforzo di promuovere la non violenza, si verificò anch’essa nel 1958, il 20 settembre. Una donna nera gli chiese: "Sei tu Martin Luther King?" mentre stava firmando copie del suo libro Stride Tower Freedom. Quando egli rispose di si, lei lo accoltellò al petto. Il coltello gli si fermò vicinissimo all’aorta. Come ricordò nel suo ultimo discorso pubblico qualche anno più tardi, "Ho visto la Terra Promessa", egli non sarebbe riuscito a portare a compimento la maturazione di una grande rivoluzione sociale se avesse starnutito mentre il coltello si trovava così vicino all’arteria vitale del suo cuore.

Il mio viaggio nella terra di Gandhi

1959

M. L. King aveva conoscenza della filosofia della non violenza da quando era studente del Morehouse College di Atlanta. E. Mays, rettore del Morehouse, e il reverendo Howard Thurman, decano della Chiesa della scuola e professore di religione al Morehouse, avevano entrambi fatto visita al Mahatma Gandhi verso la fine degli anni ’30. Entrambi questi grandi leader religiosi ed educatori ebbero un ruolo fondamentale nello stimolare la discussione sulla possibilità di impiegare mezzi morali per raggiungere fini morali. La leadership di Gandhi nella resistenza al dominio britannico in India tramite il ricorso alla non violenza aveva fatto di lui un eroe per molti progressisti che operavano nei campus universitari americani. M. L. King era ben consapevole dei successi di Gandhi. Era stata solo una coincidenza che, allora diciottenne, fosso ordinato ministro alla Ebenezer Baptist Church di Atlanta? Non conosceremo forse mai la risposta a questa domanda. Ma sappiamo che nel mese di settembre del 1948 due sostenitori dell’azione diretta non violenta, Abraham J. Muste, capo dell’organizzazione Fellowship of Reconcilation (Fratellanza di Riconciliazione) e il reverendo Mordecai Johnson, rettore della Howard University, tennero discorsi sulla vita e sugli insegnamenti del Mahatma Gandhi al Crozer Theological Seminary, di Chester, in Pennsylvania. M. L. King si era appena iscritto a quest’importante seminario battista in vista della sua laurea in teologia. Qui King incominciò a studiare Gandhi a fondo. Ma non era molto convinto di quanto la non violenza avrebbe potuto ottenere contro la violenza dei razzisti bianchi negli Stati Uniti.

Durante la campagna di Montgomery nel 1956, il reverendo Glen Smiley e Bayard Rustin, entrambi rappresentanti della Fellowship of Reconcilation, convinsero M. L. King a fare dell’azione diretta non violenta il centro filosofico del movimento di Montgomery. E questa filosofia divenne la roccia su cui poggiò la SCLCL alla sua fondazione, nel 1957.

Tra il 2 febbraio e il 10 marzo 1959, M. L. King e sua moglie visitarono l’India con Lawrence D. Reddick, un professore di storia nero della Alabama State University di Montgomery, per studiare la filosofia di Gandhi e le tecniche della non violenza. Furono ospiti del Primo Ministro Indiano Jawaharlal Nehru, uno dei discepoli di Gandhi.

Pellegrinaggio verso la non violenza

1960

M. L. King celebrò il suo trentunesimo compleanno il 15 gennaio 1960. Alcuni giorni più tardi, lui e la sua famiglia si trasferirono ad Atlanta, in Georgia, per dare più ampio respiro alle sue funzioni come presidente della SCLC. Assunse anche la corresponsabilità della attività pastorale della Ebenezer Baptist Church di Atlanta.

M. L. King e Coretta King avevano traslocato nella nuova casa appena prima che il Movimento per la Libertà entrasse in una nuova e più radicale fase chiamata "Movimento del sit-in". I sit-in erano un tentativo di attaccare le leggi e i costumi che proibivano ai neri d’America di mangiare in tavole calde o ristoranti insieme con i bianchi. In questo tipo di resistenza non violenta, gruppi di avventori neri si sedevano semplicemente in quei locali nei quali, a causa della loro razza, non avrebbero potuto farlo. Questa fase del Movimento per i Diritti Civili fu condotta soprattutto dagli studenti neri. Il 1° febbraio, quattro studenti del North Carolina A&T College di Greensboro, incominciarono un sit-in in un negozio locale "five and dime". Prima del 10 febbraio, questo movimento si era esteso tra gli studenti di quindici città di almeno cinque stati del Sud. Il 23 febbraio, durante uno di questi sit-in, scoppiò a Chattanooga, nel Tennessee, uno scontro razziale. Il 27 febbraio furono arrestati cento studenti a Nashville, nel Tennessee.

Il 1° marzo almeno un migliaio di studenti marciò verso l’Alabama State Capitol Building di Montgomery. Il giorno dopo il Provveditorato agli Studi dell’Alabama espulse nove studenti che avevano partecipato alla dimostrazione. Questi "educatori" non incoraggiavano la discussione intellettuale. La discussione, sia sull’integrazione sia sulla non violenza, non era riuscita a penetrare molto nell’ambiente scolastico superiore del paese, mentre circolava ampiamente negli ambienti degli studi teologici.

Io ho un sogno

1963

Il 1963 fu il centenario della firma del Proclama sull’Emancipazione. Fu un anno davvero portentoso per la storia americana e per la vita di Martin Luther King.

Nonostante l’opposizione dei governatori dell’Alabama e del Mississippi, il presidente degli Stati Uniti, John F. Kennedy, autorizzò gli sceriffi federali a scortare alcuni studenti neri che intendevano iscriversi all’Università del Mississippi e all’Università dell’Alabama. "Bull" Connor, capo della polizia di Birmingham, Alabama, ordinò ai suoi uomini di aprire gli idranti e di liberare i cani contro i giovani dimostranti; mentre le telecamere coglievano quest’orribile scena, la nazione guarda a incredula e indignata. Medgar Evers, segretario della NAACP di Jackson, Mississippi, un uomo di trentasette anni, fu assassinato sulla veranda di casa sue il 12 giugno. Seguirono disordini per l’intera estate. Il paese si trovò sull’orlo di una guerra civile. Si sentiva il bisogno di un profeta che sapesse vedere chiaro attraverso il fumo della polvere da sparo e delle bombe.

Martin Luther King, che pubblicava Why We Can’t Wait proprio in questo periodo, fu il profeta di quell’ora. Sebbene molte delle frasi e dei temi che compaiono in "Io ho un sogno" siano stati spesso ripetuti dallo stesso King, questo è il discorso più conosciuto e più spesso citato. Lo pronunciò davanti al Lincoln Memorial il 28 agosto 1963, come momento centrale della marcia su Washington per i diritti civili. Le telecamere permisero all’intero paese di udire e vedere questa sua implorazione di giustizia e libertà. Sua moglie, Coretta King, una volta disse queste parole: "In quel momento sembrava che fosse apparso il Regno di Dio. Ma fu solo per un momento".

"Sono felice di unirmi a voi in questa che passerà alla storia come la più grande dimostrazione per la libertà nella storia del nostro paese. Cento anni fa un grande americano, alla cui ombra ci leviamo oggi, firmò il Proclama sull’Emancipazione. QqqqqqqqQ Questo fondamentale decreto venne come un grande faro di speranza per milioni di schiavi negri che erano stati bruciati sul fuoco dell’avida ingiustizia. Venne come un’alba radiosa a porre termine alla lunga notte della cattività.

Ma cento anni dopo, il negro ancora non è libero; cento anni dopo, la vita del negro è ancora purtroppo paralizzata dai ceppi della segregazione e dalle catene della discriminazione; cento anni dopo, il negro ancora vive su un’isola di povertà solitaria in un vasto oceano di prosperità materiale; cento anni dopo; il negro langue ancora ai margini della società americana e si trova esiliato nella sua stessa terra.

Per questo siamo venuti qui, oggi, per rappresentare la nostra condizione vergognosa. In un certo senso siamo venuti alla capitale del paese per incassare un assegno. Quando gli architetti della repubblica scrissero le sublimi parole della Costituzione e la Dichiarazione d’Indipendenza, firmarono un "pagherò" del quale ogni americano sarebbe diventato erede. Questo "pagherò" permetteva che tutti gli uomini, si, i negri tanto quanto i bianchi, avrebbero goduto dei principi inalienabili della vita, della libertà e del perseguimento della felicità.

E’ ovvio, oggi, che l’America è venuta meno a questo "pagherò" per ciò che riguarda i suoi cittadini di colore. Invece di onorare questo suo sacro obbligo, l’America ha consegnato ai negri un assegno fasullo; un assegno che si trova compilato con la frase: "fondi insufficienti". Noi ci rifiutiamo di credere che i fondi siano insufficienti nei grandi caveau delle opportunità offerte da questo paese. E quindi siamo venuti per incassare questo assegno, un assegno che ci darà, a presentazione, le ricchezze della libertà e della garanzia di giustizia.

Siamo anche venuti in questo santuario per ricordare all’America l’urgenza appassionata dell’adesso. Questo non è il momento in cui ci si possa permettere che le cose si raffreddino o che si trangugi il tranquillante del gradualismo. Questo è il momento di realizzare le promesse della democrazia; questo è il momento di levarsi dall’oscura e desolata valle della segregazione al sentiero radioso della giustizia.; questo è il momento di elevare la nostra nazione dalle sabbie mobili dell’ingiustizia razziale alla solida roccia della fratellanza; questo è il tempo di rendere vera la giustizia per tutti i figli di Dio. Sarebbe la fine per questa nazione se non valutasse appieno l’urgenza del momento. Questa estate soffocante della legittima impazienza dei negri non finirà fino a quando non sarà stato raggiunto un tonificante autunno di libertà ed uguaglianza.

Il millenovecentosessantatrè non è una fine, ma un inizio. E coloro che sperano che i negri abbiano bisogno di sfogare un poco le loro tensioni e poi se ne staranno appagati, avranno un rude risveglio, se il paese riprenderà a funzionare come se niente fosse successo.

Non ci sarà in America né riposo né tranquillità fino a quando ai negri non saranno concessi i loro diritti di cittadini. I turbini della rivolta continueranno a scuotere le fondamenta della nostra nazione fino a quando non sarà sorto il giorno luminoso della giustizia.

Ma c’è qualcosa che debbo dire alla mia gente che si trova qui sulla tiepida soglia che conduce al palazzo della giustizia. In questo nostro procedere verso la giusta meta non dobbiamo macchiarci di azioni ingiuste.

Cerchiamo di non soddisfare la nostra sete di libertà bevendo alla coppa dell’odio e del risentimento. Dovremo per sempre condurre la nostra lotta al piano alto della dignità e della disciplina. Non dovremo permettere che la nostra protesta creativa degeneri in violenza fisica. Dovremo continuamente elevarci alle maestose vette di chi risponde alla forza fisica con la forza dell’anima.

Questa meravigliosa nuova militanza che ha interessato la comunità negra non dovrà condurci a una mancanza di fiducia in tutta la comunità bianca, perché molti dei nostri fratelli bianchi, come prova la loro presenza qui oggi, sono giunti a capire che il loro destino è legato col nostro destino, e sono giunti a capire che la loro libertà è inestricabilmente legata alla nostra libertà. Questa offesa che ci accomuna, e che si è fatta tempesta per le mura fortificate dell’ingiustizia, dovrà essere combattuta da un esercito di due razze. Non possiamo camminare da soli.

E mentre avanziamo, dovremo impegnarci a marciare per sempre in avanti. Non possiamo tornare indietro. Ci sono quelli che chiedono a coloro che chiedono i diritti civili: "Quando vi riterrete soddisfatti?" Non saremo mai soddisfatti finché il negro sarà vittima degli indicibili orrori a cui viene sottoposto dalla polizia.

Non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri corpi, stanchi per la fatica del viaggio, non potranno trovare alloggio nei motel sulle strade e negli alberghi delle città. Non potremo essere soddisfatti finché gli spostamenti sociali davvero permessi ai negri saranno da un ghetto piccolo a un ghetto più grande.

Non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri figli saranno privati della loro dignità da cartelli che dicono:"Riservato ai bianchi". Non potremo mai essere soddisfatti finché i negri del Mississippi non potranno votare e i negri di New York crederanno di non avere nulla per cui votare. No, non siamo ancora soddisfatti, e non lo saremo finché la giustizia non scorrerà come l’acqua e il diritto come un fiume possente.

Non ha dimenticato che alcuni di voi sono giunti qui dopo enormi prove e tribolazioni. Alcuni di voi sono venuti appena usciti dalle anguste celle di un carcere. Alcuni di voi sono venuti da zone in cui la domanda di libertà ci ha lasciato percossi dalle tempeste della persecuzione e intontiti dalle raffiche della brutalità della polizia. Siete voi i veterani della sofferenza creativa. Continuate ad operare con la certezza che la sofferenza immeritata è redentrice.

Ritornate nel Mississippi; ritornate in Alabama; ritornate nel South Carolina; ritornate in Georgia; ritornate in Louisiana; ritornate ai vostri quartieri e ai ghetti delle città del Nord, sapendo che in qualche modo questa situazione può cambiare, e cambierà. Non lasciamoci sprofondare nella valle della disperazione.

E perciò, amici miei, vi dico che, anche se dovrete affrontare le asperità di oggi e di domani, io ho sempre davanti a me un sogno. E’ un sogno profondamente radicato nel sogno americano, che un giorno questa nazione si leverà in piedi e vivrà fino in fondo il senso delle sue convinzioni: noi riteniamo ovvia questa verità, che tutti gli uomini sono creati uguali.

Io ho davanti a me un sogno, che un giorno sulle rosse colline della Georgia i figli di coloro che un tempo furono schiavi e i figli di coloro che un tempo possedettero schiavi, sapranno sedere insieme al tavolo della fratellanza.

Io ha davanti a me un sogno, che un giorno perfino lo stato del Mississippi, uno stato colmo dell’arroganza dell’ingiustizia, colmo dell’arroganza dell’oppressione, si trasformerà in un’oasi di libertà e giustizia.

Io ho davanti a me un sogno che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere. Ho davanti a me un sogno, oggi!.

Io ho davanti a me un sogno, che un giorno ogni valle sarà esaltata, ogni collina e ogni montagna saranno umiliate, i luoghi scabri saranno fatti piani e i luoghi tortuosi raddrizzati e la gloria del Signore si mostrerà e tutti gli essere viventi, insieme, la vedranno. E’ questa la nostra speranza. Questa è la fede con la quale io mi avvio verso il Sud.

Con questa fede saremo in grado di strappare alla montagna della disperazione una pietra di speranza. Con questa fede saremo in grado di trasformare le stridenti discordie della nostra nazione in una bellissima sinfonia di fratellanza.

Con questa fede saremo in grado di lavorare insieme, di pregare insieme, di lottare insieme, di andare insieme in carcere, di difendere insieme la libertà, sapendo che un giorno saremo liberi. Quello sarà il giorno in cui tutti i figli di Dio sapranno cantare con significati nuovi: paese mio, di te, dolce terra di libertà, di te io canto; terra dove morirono i miei padri, terra orgoglio del pellegrino, da ogni pendice di montagna risuoni la libertà; e se l’America vuole essere una grande nazione possa questo accadere.

Risuoni quindi la libertà dalle poderose montagne dello stato di New York.

Risuoni la libertà negli alti Allegheny della Pennsylvania.

Risuoni la libertà dalle Montagne Rocciose del Colorado, imbiancate di neve.

Risuoni la libertà dai dolci pendii della California.

Ma no soltanto.

Risuoni la libertà dalla Stone Mountain della Georgia.

Risuoni la libertà dalla Lookout Mountain del Tennessee.

Risuoni la libertà da ogni monte e monticello del Mississippi. Da ogni pendice risuoni la libertà.

E quando lasciamo risuonare la libertà, quando le permettiamo di risuonare da ogni villaggio e da ogni borgo, da ogni stato e da ogni città, acceleriamo anche quel giorno in cui tutti i figli di Dio, neri e bianchi, ebrei e gentili, cattolici e protestanti, sapranno unire le mani e cantare con le parole del vecchio spiritual: "Liberi finalmente, liberi finalmente; grazie Dio Onnipotente, siamo liberi finalmente"."

La non violenza: l’unica via verso la libertà’

1966

Il 4 maggio 1966 ben oltre l’ottanta per cento dei neri d’America registrati nello stato dell’Alabama votò alle primarie democratiche di quello stato. Questo fu un chiaro segnale che il movimento verso l’uguaglianza politica si stava agganciando alla richiesta di uguaglianza sociale, ma c’erano neri che non credevano nel concetto dell’integrazione. Molti erano diventati cinici riguardo a qualsiasi possibilità di ricevere giustizia dalla maggioranza bianca.

Ritornarono ad abbracciare la vecchia idea dell’autodeterminazione dei neri che era stata sposata da nazionalisti come il vescovo Henry NcNeal Turner (1834-1915) della African Methodist Episcopal Church e successivamente da Marcus Garvey (1887-1940) e dalla sua Universal Negro Improvement Association.

L’"elezione" di Stokely Carmichael alla presidenza dello Student Non-Violent Coordinating Committee il 16 maggio 1966, e la sua enunciazione militante del principio e dello slogan "Black Power!", potere ai neri!, segnò il ritorno a questa vecchia idea. In mezzo a disordini urbani, ad una nuova ondata di stridente bellicosità tra i neri d’America, ad un’aspra competizione per ottenere fondi e peso politico ad opera di altre organizzazioni per i diritti civili, e in mezzo ai segni evidenti che l’attenzione del paese veniva distratta dal Movimento per i Diritti Civili, M. L. King e i suoi collaboratori difesero le posizioni della Southern Christian Leadership Conference in un articolo su "ebony". Essi sostenevano che la resistenza non violenta era la sola strategia efficace di cambiamento sociale che i neri avessero a loro disposizione.

L’anno 1966 ha portato la prima pubblica sfida alla filosofia e alla strategia della non violenza dall’interno stesso del movimento per i diritti civili. Dai nostri amici e fratelli sono risuonate le parole autodifesa e Potere Nero. Contemporaneamente sono scoppiati disordini in varie città importanti. Inevitabilmente si è stabilito un legame tra questi due fenomeni, anche se la leadership del movimento ha continuato a negare che ci fosse alcuna implicazione di violenza nel concetto di Potere nero.

La stampa nazionale ha salutato questi incidenti come l’estinguersi della fiducia dei negri nella non violenza come strumento per conseguire la libertà, sono apparsi articoli dai titoli "Come vendicarsi dei bianchi" e "E’ necessario che i negri rispondano colpo si colpo?" e si è avuta l’impressione che sia all’opera un serio movimento che intende guidare i negri verso la libertà attraverso l’uso della violenza.

In effetti si è parlato molto di violenza. Sono state le stesse parole che abbiamo udito ai margini del movimento non violento in questi ultimi dieci anni. Si è trattato di parole pronunciate da uomini spaventati, che dicevano che non intendevano unirsi al movimento non violento perché non sarebbero rimasti non violenti in caso di provocazione. Il clima è cambiato ed è diventato assai comune parlare di violenza, ma nonostante tutto questo parlare non si registrano casi di violenza effettiva. Un giornalista ha fatto notare in un recente articolo sul "New Yorker" che il fatto stesso che siano ancora vivi Beckwith, Price, Rainey e Collie Leroy Wilkins è chiara testimonianza che i negri sono rimasti non violenti. E se questo non fosse abbastanza, un semplice sguardo alle statistiche delle vittime dei recenti disordini dimostra che la grande maggioranza degli uccisi sono negri. Con il gran parlare che si fa dei cecchini per le strade di Los Angeles, non si registra una sola vittima. Il giovane studente bianco folle dell’Università del Texas dimostra il danno che può provocare un cecchino quando fa sul serio. Infatti questo giovane ha ucciso da solo più persone in un solo giorno di quante ne abbiano uccise i negri in tutti gli scontri avvenuti in tutte le città, a partire da disordini di Harlem nel 1964. Questo fatto dovrebbe sollevare un serio interrogativo circa l’intenzione dei negri di essere violenti, perché non c’è dubbio che abbiamo molti reduci dei nostri ghetti, e una percentuale non piccola di quelli che sono emigrati dal Sud ha dimostrato una discreta capacità di dare la caccia a scoiattoli e a conigli.

Posso solo concludere che i negri, negli stessi momenti di più forte aggressività, non pensano a uccidere i bianchi per guadagnarsi la libertà. Ciò non vuol dire che i negri siano dei santi che aborriscono la violenza. Purtroppo, un’occhiata agli ospedali di una qualunque comunità negra in una sera di sabato vi farà rendere dolorosamente conto di quanta violenza esista all’interno della comunità stessa. Centinaia di vittime di sparatorie e di accoltellamenti sono allineate nei reparti di emergenza, ma raramente, per non dire mai, sono i bianchi ad essere vittima dell’ostilità negra.

Ho parlato con molti che abitano nei ghetti del Nord e che si infervorano quando parlano della necessità di ricorrere alla violenza. Ma non ne ho visto nemmeno uno in mezzo alle folle che sono sollevate a Chicago. Ho ascoltato i predicatori agli angoli delle strade di Harlem e nel Washington Park di Chicago, ma a dispetto dell’aggressività predicata e dell’odio di cui si facevano sostenitori, nemmeno uno di loro è riuscito a mettere in moto una ribellione. Finora, soltanto la polizia, a causa della sua paura e dei suoi pregiudizi, è riuscita ad incitare alla ribellione la nostra gente. E una volta che la ribellione era iniziata, soltanto la Polizia o la Guardia Nazionale, è stata in grado di porvi fine. Tutto ciò dimostra che queste nostre esplosioni di violenza non altro che manifestazioni di rabbia non programmata, non controllabile, provocata da povertà, umiliazione, oppressione e sfruttamento incancreniti. Non si dà, in America, la violenza come strategia di cambiamento sociale. Tutto questo baccano e tutta questa collera non sono che gesticolazione da codardo che dice tante parole di sfida, ma che non sfociano nell’azione e non hanno significato.

Io credo fermamente che, per ragioni pratiche oltre che morali, la non violenza offra la sola via verso la libertà del mio popolo. In un guerreggiare cruento, si deve essere pronti ad affrontare la spietatezza del fatto che le vittime saranno migliaia. Nel Vietnam, gli Stati Uniti hanno evidentemente fatto la scelta di massacrarne milioni, di sacrificare un duecentomila uomini e spendere venti miliardi di dollari all’anno per garantire la libertà di quattordici milioni, più o meno, di vietnamiti. Questo vuol dire combattere una guerra su suolo asiatico, dove gli asiatici sono la maggioranza. Chiunque si ponga alla guida di un conflitto violento deve essere disposto a fare valutazioni simili riguardo alle vittime possibili di una popolazione minoritaria che debba affrontare una maggioranza ben armata e ricca, appoggiata da una destra fanatica, capace di sterminare l’intera popolazione nera, e che non esiterebbe a farlo se fosse in gioco la sopravvivenza del materialismo bianco occidentale.

Argomentazioni come quella che i negri d’America partecipano di un mondo che è per due terzi di colore e che verrà il giorno in cui gli oppressi di colore si leveranno insieme per liberarsi dal giogo dell’oppressione bianca sono fuori tempo di almeno cinquant’anni. Non c’è paese di colore, Cina compresa, che mostri in questo momento anche soltanto la potenzialità di porsi alla guida di una rivoluzione della gente di colore a livello internazionale. Il Ghana, lo Zambia, la Tanzania e la Nigeria stanno combattendo una loro personale lotta per la sopravvivenza contro la povertà, l’analfabetismo e l’influenza sovvertitrice del neocolonialismo, e non sono in grado di offrire alcuna speranza all’Angola, alla Rhodesia Meridionale e al Sud Africa, e tanto meno all’America nera.

La dura realtà della condizione razziale oggi indica che la speranza della gente di colore del pianeta potrebbe benissimo poggiare sui negri d’America e sulla loro capacità di riformare dall’interno le strutture dell’imperialismo razzista, e di conseguenza condurre la tecnologia e la ricchezza dell’Occidente all’obiettivo di liberare il mondo dal bisogno.

Non è questo il momento di farsi romantiche illusioni sulla libertà e di discutere di vuota filosofia. Questo è il momento dell’azione. Ciò di cui abbiamo bisogno è una strategia del cambiamento, un programma tattico che porti i negri dentro la corrente centrale della vita americana al più presto. Finora, tutto ciò è stato offerto soltanto dal movimento non violento.

Quanto abbiamo conseguito con l’azione non violenta è visibile a tutti. I grandi mutamenti sociali che sono stati ottenuti in tutto il Sud non trovano equivalenti negli annali della storia. Montgomery, Albany, Birmingham e Selma hanno aperto la via verso incredibili progressi.

Ancora più importante è il fatto che questi progressi si sono fatti con un minimo di sacrificio di vite umane.

Nessuno è stato ucciso durante le manifestazioni non violente. L’attacco dinamitardo della chiesa battista della 16a strada è avvenuto vari mesi dopo chele manifestazioni erano cessate. Il reverendo James Reeb, Viola Liuzzo e Jimmie Lee Jackson sono stati uccisi nella notte dopo le manifestazioni. E sono state uccise meno persone nei dieci anni di attività in tutto il Sud che non nelle tre sere di disordini a Watts.

Nessun cambiamento paragonabile è stato realizzato senza sofferenze infinitamente maggiori, che si tratti del movimento per l’indipendenza nell’India di Gandhi o di qualunque lotta per l’indipendenza di un paese africano.

La questione dell’autodifesa

Molti sollevano in tutta onestà la questione dell’autodifesa. Bisogna collocarla nella giusta prospettiva. Non c’è bisogno di dire che la gente proteggerà la sua casa. Questo è un diritto garantito dalla Costituzione, un diritto rispettato perfino nelle peggiori zone del Sud. Ma la semplice protezione dell’abitazione e della propria persona contro la minaccia di criminali notturni non fornisce una risposta positiva ai timori e alle circostanze che provocano la violenza. Bisogna ricorrere a un qualche programma che applichi la giustizia. La nostra esperienza in città come Savannah e Macon, nella Georgia, dice che convincere i negri a registrarsi per votare fa di più in termini di protezione della legge e di rispetto dei negri (perfino da parte di sceriffi razzisti) che non qualsiasi delle altre iniziative che sono state prese.

In una manifestazione non violenta, l’autodifesa deve essere vista da una prospettiva ben diversa. Ci si deve ricordare che la causa della protesta è una qualche forma di sfruttamento o di oppressione che ha reso necessario che uomini coraggiosi e di buono volontà scendessero in strada. Ad esempio, una dimostrazione contro il male della segregazione scolastica de facto si fonda sulla consapevolezza che la mente di un bambino che non sia adeguatamente istruito viene lesa ripetutamente giorno dopo giorno. I dimostranti concordano che è meglio soffrire pubblicamente per un breve periodo di tempo per porre fine alla segregazione nella scuola piuttosto che sopportare di avere generazione dopo generazione di bambini che languono nell’ignoranza.

In simili manifestazioni si dimostra che le scuole sono inadeguate. E’ questo il male che ciascuno cerca di evidenziare; qualunque altra cosa non farebbe che distogliere l’attenzione da quel male e impedirebbe un attacco diretto contro quel male. Naturalmente nessuno aspira alla sofferenza e al dolore. Ma importa di più perseguire la causa che non risparmiarsi la sofferenza. E’ meglio versare un po’ di sangue per un pugno in faccia o una pietra scagliata da una folla inferocita che non permettere che migliaia di bambini crescano sapendo a malapena leggere.

Mi diverte sempre molto quando un negro mi dice che non può scendere per le strade con noi perché, se mai qualcuno lo colpisse, lui non potrebbe esimersi dal rispondere ai colpi. Ecco, quello è uno i cui figli sono minacciati da topi e scarafaggi, la cui moglie viene ogni giorno derubata nei carissimi negozi di alimentari dei ghetti, mentre lui stesso lavora per una paga che è i due terzi di quanto riceve un bianco per lo stesso lavoro e per le stesse competenze, e che ha bisogno che qualcuno gli sputi in faccia o che lo chiami "nigger" per insultarlo, perché, gli venga la voglia di lottare.

Tali sono le condizioni dei negri in America, che tutti dovrebbero lottare con aggressività. E’ tanto ridicolo che un negro sollevi la questione dell’autodifesa in rapporto alla non violenza, quanto lo è per un soldato sul campo di battaglia dire che non vuole correre rischi di sorta. Si trova sul campo di battaglia perché crede che la libertà del suo paese valga il rischio della sua vita. La stessa cosa vale per il dimostrante non violento. Vede la miseria della sua gente in modo così chiaro che sceglie di soffrire per loro, così da porre termine all’ingiustizia.

E’ inoltre estremamente pericoloso organizzare un movimento intorno alla questione dell’autodifesa. La linea tra violenza difensiva e la violenza dell’aggressore o di colui che si vendica è una linea sottilissima. Quando si tollera la violenza, anche come mezzo di autodifesa, c’è il grosso pericolo che nell’ardore del momento l’obiettivo principale della lotta venga perso di vista e che la questione dell’autodifesa prenda il sopravvento.

Quando nel 1955 casa mia a Montgomery fu presa di mira da dinamitardi, molti avrebbero voluto rendere pan per focaccia e collocare una guardia armata in casa mia. Ma il problema di allora non era la mia incolumità, ma che i negri ricevessero un trattamento di prima classe sugli autobus urbani. Se ci fossimo lasciati distrarre dalla questione della mia incolumità, avremmo perso la battaglia morale e ci saremmo trovati giù al livello degli oppressori.

Debbo persistere nella mia fede, se non voglio che il fardello diventi troppo pesante; la violenza, anche motivata dall’autodifesa, crea più problemi di quanti ne risolva. Soltanto il rifiuto a odiare e a uccidere può porre termine alla catena della violenza nel mondo e condurci verso una comunità nella quale gli uomini vivano insieme senza timori. Il nostro obiettivo è quello di creare una comunità generale in armonia e questo esige un cambiamento qualitativo delle nostre anime oltre che un quantitativo della nostra vita.

Strategia per il cambiamento

La rivoluzione etnica in America è stata una rivoluzione per l’"inclusione" piuttosto che per il sovvertimento. Vogliamo avere la nostra parte nell’economia del paese, nel mercato delle abitazioni, nel sistema educativo e nelle opportunità offerte dalla società. La nostra stessa meta dice che un cambiamento sociale in questo paese esige di realizzarsi nella non violenza

Se quello che si cerca è un posto di lavoro, non serve a nessuno dare alle fiamme la fabbrica. Se quello che si cerca è un’istruzione più adeguata, sparare al preside non serve a nessuno, e se quel che si cerca è una casa, sarà soltanto la costruzione delle case che potrà dare una risposta.

Distruggere cose o persone non ci farà avvicinare allo scopo che ci prefiggiamo.

La strategia non violenta ha cercato di drammatizzare i mali della nostra società così che quei mali venissero evidenziati dalle forze della buona volontà presenti nella comunità e si operasse quindi il cambiamento.

I sit-in degli studenti del 1960 sono un classico esempio di questo metodo. Agli studenti veniva negato il diritto di mangiare nei ristoranti, quindi essi si misero seduti per protestare contro questo arbitrio. Furono arrestati, ma questo mandò su tutte le furie i loro genitori che smisero quindi di fare acquisti. Gli studenti persistettero nei loro sit-in, mettendo in ulteriore imbarazzo l'intera città, spaventando molti clienti bianchi e mettendo quindi in pericolo la vita commerciale nel suo complesso. In questo tipo di situazione, non è difficile convincere la gente a cambiare le cose.

Finora abbiamo avuto la Costituzione alle nostre spalle quando abbiamo chiesto che le cose cambiassero, e questo ha reso più facile il nostro lavoro, poiché eravamo certi che le corti federali, in linea generale, avrebbero dato sostegno legale alle nostre dimostrazioni. Ma ci stiamo avvicinando ora a zone per le quali la voce della Costituzione non è ben chiara. Abbiamo abbandonato il territorio dei diritti costituzionali e stiamo entrando in quello dei diritti umani.

La Costituzione ci ha assicurato il diritto di voto, ma non esiste una corrispondente assicurazione, del diritto di avere una casa, o del diritto di avere un reddito adeguato. E tuttavia, in un paese che ha un prodotto nazionale di 750 miliardi di dollari all'anno, è moralmente giusto insistere che ogni individuo abbia una casa decente, un'istruzione decente e denaro sufficiente a provvedere alle necessità basilari della sua famiglia. Il conseguimento di questi obiettivi sarà assai più difficile ed esigerà maggiore senso della disciplina, comprensione, organizzazione, sacrificio.

Accade che i negri vivano nelle aree centrali delle principali città degli Stati Uniti. Queste città controllano i voti degli stati più importanti del paese. Ciò significa che, sebbene noi siamo soltanto il 10% della popolazione totale, ci troviamo collocati, geograficamente, in posizioni così chiave – le città e le cinture di colore del Sud – che siamo in grado di provocare una coalizione politica e morale che potrebbe imporre una direzione alle scelte del paese. La nostra posizione poggia però su molto di più che non soltanto sul potere politico. Poggia anche sulla nostra capacità di svegliare il potere morale. Nel momento in cui perdessimo la forza dell'offensiva morale, rimarremmo solo con il nostro 10% del paese. E questo non può certo essere sufficiente a produrre cambiamenti significativi, perfino limitandoli all'interno delle nostre comunità nere, perché le fila del potere controllano anche l'economia, e quando il flusso del denaro è interrotto, anche il progresso viene meno.

Gli ultimi tre anni hanno dimostrato che una minoranza impegnata e moralmente sana ha il potere di guidare una nazione. E' stata la coalizione che fu foggiata dal movimento di Birmingham che ha fatto alleare le forze delle chiese, dei lavoratori e delle comunità accademiche intorno alle questioni progressiste di questi nostri anni. Tutta la legiferazione liberale e progressista del Congresso in questo periodo può essere attribuita all'operato di questa coalizione. Anche l'esistenza di un vitale movimento per la pace e la protesta dei campus contro la guerra nel Vietnam possono essere ricondotte al movimento per la non violenza ispirato dai negri. Prima di Birmingham, i nostri campus continuavano a trovarsi in uno stato di stupore per l'era di McCarthy e il Congresso si trovava in perenne situazione di stallo, tra i Democratici del Sud e i Repubblicani del Centro Ovest. I negri misero il paese in marcia contro i nemici della povertà, dei ghetti e dell'istruzione inadeguata.

Tecniche del futuro

Quando i negri sono stati in marcia, è stato in marcia anche il paese. La forza della marcia non violenta è davvero un mistero. E' sempre una sorpresa vedere che qualche centinaio di negri in marcia è in grado di provocare una reazione corrispondente in tutto il paese. Quando una marcia è attentamente programmata intorno a un problema ben preciso porta in sé quella forza che Victor Hugo definì come la più grande che ci sia al mondo: "un'idea per la quale sia venuto il movimento". I piedi in marcia annunciano che è venuto il momento per una data idea. Quando questa è forte, quando la causa è giusta e la protesta fondata il cambiamento è imminente. Ma se una qualunque di queste condizioni viene meno, viene meno anche la forza del cambiamento. Mille persone che marcino per il diritto di usare l'eroina non conseguirebbero alcun successo. Allo stesso modo, diecimila persone che marciassero infuriate contro una stazione di polizia e imprecassero contro il capo della polizia in persona, farebbero ben poco per meritarsi rispetto, credibilità e imparziale applicazione della legge. Una simile protesta non farebbe che provocare timori e chiamare altri poliziotti sul posto e invitare all'applicazione di metodi repressivi più severi.

Si deve continuare a marciare in futuro, ma si deve marciare per conseguire i risultati che si desiderano. Una marcia, però, non è un metodo che porta immediatamente alla vittoria. Una marcia sola di rado sortisce dei risultati e, come dimostra il mio buon amico Kenneth Clark in Dark Ghetto, può servire semplicemente per dare sfogo alla pressione e a incanalare l'energia necessaria per conseguire un cambiamento. Però, quando una marcia è vista come parte di un programma per evidenziare un male, per mobilitare le forze della buona volontà e per generare quelle pressioni che sono richieste per conseguire un cambiamento, allora quella marcia sarà efficace.

Per nostra esperienza, è necessario che le marce si protraggano per trenta e fino a quaranta giorni se si vuole che ottengano qualche risultato significativo. Debbono inoltre essere sufficientemente massicce da provocare qualche disagio agli amministratori del potere, altrimenti nessuno se ne accorgerà. In altre parole debbono ottenere l'attenzione della stampa perché è la stampa che interpreta i problemi delle comunità nelle sue linee di massima e mette così in moto la macchina del cambiamento.

Insieme alla marcia, bisogna parlare del boicottaggio come arma di cambiamento nel nostro arsenale non violento. Fondamentale nella filosofia della non violenza è il rifiuto a collaborare con il male. E non c'è nulla che abbia la stessa efficacia del rifiutarsi a collaborare sul piano economico con le forze e le istituzioni che perpetuano il male nelle nostre comunità.

Durante i sei mesi scorsi, il semplice di acquistare i prodotti di quelle società che non assumono negri in numero ragionevole, in certe funzioni operative, i ministri della chiesa di Chicago, nell'operazione Breadbasket voluta dalla SCLC, hanno incrementato il reddito della comunità negra di oltre due milioni di dollari in un anno. Ad Atlanta, il potere d'acquisto dei negri si è accresciuto di più di venti milioni di dollari su base annua durante i tre anni passati, in seguito ad un ben organizzato programma di acquisti selettivi e di negoziazioni operate dai ministri negri. Questa è non violenza al suo massimo di efficacia, quella che riesce a incidere nei margini di profitto di un'azienda per conseguire una più giusta distribuzione dei posti e delle opportunità di lavoro verso i lavoratori e i consumatori negri.

Ma a sua volta il boicottaggio deve essere perseguito per un periodo di qualche settimana o mese, se si vuole che ottenga dei risultati. Ciò comporta un'educazione continua della comunità, così che si possa garantire l'appoggio necessario. La gente opera compatta e si sacrifica se capisce bene perché e come il sacrificio riuscirà a generare un cambiamento. Non possiamo mai dare per scontato che tutti abbiano capito. E' nostro compito mantenere informata e consapevole la gente.

La nostra più poderosa arma non violenta, ma anche, come ci si può ben aspettare, la più faticosa, è l'organizzazione. Per provocare un cambiamento bisogna essere organizzati così da operare insieme come unità di potere. Queste unità debbono essere politiche, come nel caso delle associazioni dei votanti e dei partiti politici; debbono essere unità economiche, come ad esempio gli inquilini che si uniscono per dar vita ad organizzazioni di inquilini o per uno sciopero degli affitti; e debbono essere unità di lavoratori che chiedono posti di lavoro o aumenti di salario.

Il movimento per i diritti civili si impegnerà sempre più a fondo nell'organizzazione delle persone in gruppi permanenti per la protezione dei loro interessi e per la realizzazione dei cambiamenti sociali necessari. Questo è un compito noiosissimo che potrebbe richiedere anni, ma i risultati saranno certamente duraturi e significativi. In futuro saremo invitati a organizzare i disoccupati, a far cooperare le iniziative produttive e commerciali del ghetto, a fare unire gli inquilini in collettivi di contrattazione, a ispirare cooperative di istituzioni finanziarie che i negri controllino direttamente.

Non esiste un modo semplice di creare un mondo nel quale gli uomini e le donne possano vivere insieme, nel quale tutti abbiano un lavoro e una casa e nel quale tutti i bambini ricevano tutta l'educazione di cui le loro menti sono capaci.

Però, se sarà possibile creare questo mondo nei prossimi anni, questo mondo sarà creato negli Stati Uniti, dai negri e dai bianchi di buona volontà. Sarà realizzato da persone che avranno il coraggio di porre fine alla sofferenza, scegliendo esse stesse di soffrire piuttosto che infliggere la sofferenza agli altri. Sarà fatto con il rifiuto del razzismo, del materialismo e della violenza che hanno caratterizzato la civiltà occidentale; sarà fatto in particolare con l'operare verso un mondo di fratellanza cooperazione e pace.

Commento

Il Novecento sarà sicuramente ricordato come il secolo delle guerre mondiali, di distruzione e violenze fisiche e morali di qualsiasi genere e di scoperte a volte catastrofiche, ma è stato anche caratterizzato da personaggi di una levatura morale e spirituale unica. Tra questi sicuramente Martin Luter King. Impressionate è la sua forza, la sua personalità decisa che non si è mai arresa di fronte alle difficoltà, non si è mai scoraggiata o intimorita per le continue minacce, non si è mai tirata indietro anche a rischio della propria vita. Certo sarebbe stato più facile impugnare un’arma e promuovere azioni di violenza sostenute da un sentimento di odio che nasce spontaneo nel cuore di chi subisce ingiustizie. Tutti possono trarre un insegnamento, valido per sempre e per ogni situazione, dalla vita di quest’uomo. Spesso infatti, soprattutto tra i giovani, c’è chi si lascia sopraffare da sentimenti di odio e vendetta e troppo frequentemente si resta solo alle parole pensando ingiustamente, che l’impegno concreto di uno o di pochi non possa risolvere niente; inoltre anche quelli in cui è presente questo desiderio di agire concretamente, tendono a scegliere sempre la via più semplice. Certo una goccia nel mare non sembra niente anzi è quasi insignificante, ma tante piccole gocce insieme formano un oceano e l’esempio di uno può attirare tante altre persone. Inoltre bisogna sottolineare che per essere forti non basta, anzi, non è necessario ricorrere alla violenza ma occorre avere forza e coraggio per contribuire a migliorare un mondo in cui le azioni malvagie sono assai numerose.

Documento di impegno
dei volontari
del movimento Cristiano per i Diritti Umani

Io faccio qui dono della mia persona fisica e spirituale al movimento non-violento e di conseguenza, io mi impegno a rispettare i dieci comandamenti seguenti:

  1. meditare quotidianamente sulla predicazione e la vita di Gesù Cristo
  2. ricordarmi che il movimento non violento di Birmingham ha per scopo la ricerca della riconciliazione e della giustizia, non la vittoria;
  3. conservare, nel mio comportamento e nelle mie parole, l'atteggiamento dell'amore, perché Dio è amore;
  4. pregare tutti i giorni e domandare a Dio di essere il suo strumento perché tutti gli uomini possano essere liberi;
  5. sacrificare i miei interessi personali perché tutti gli uomini possano essere liberi;
  6. praticare, verso amici e nemici, le regole abituali della cortesia;
  7. cercare di consacrarmi regolarmente al servizio degli altri e del mondo:
  8. astenermi da ogni tipo di violenza: nelle parole, nei gesti, nel cuore;
  9. sforzarmi di osservare una igiene spirituale e fisica;
  10. rispettare gli ordini del movimento e quelli del capo nel corso delle manifestazioni