Il ‘900. I giovani e la memoria

PROGETTO DESTINATO AGLI STUDENTI DELLE SCUOLE SECONDARIE DI 2°GRADO
ANNO SCOLASTICO 1998/1999
LEGGE 440/97
CIRCOLARE DEL MINISTERO DELLA PUBBLICA ISTRUZIONE N° 411, 9 OTTOBRE 1998

LA
DICHIARAZIONE
UNIVERSALE
DEI
DIRITTI
DELL’UOMO

a cura del
Liceo Classico "Annibale Mariotti"

Dichiarazione dei Diritti Umani: Luigi Vittoria, Gabriele Petrillo, Simone Trottolini, Leonardo Burchielli
Martin Luther King: Rita Paoletti, Elena Tobia
M. K. Gandhi: Giada Murtas, Chiara Cetra, Eva Bertolini, Simona Bianconi, Beatrice Pomili
Aldo Capitini: Elena Galletti, Francesca Florio, Noemi Furiani, Luisa Cambiotti
Appendice A: Federica Patalacci

Classe Prima E
Insegnante coordinatrice: Paola Chiatti, docente di Storia e Filosofia

web su Aldo Capitini
web dell'Associazione
web della rivista
ASSOCIAZIONE NAZIONALE AMICI DI ALDO CAPITINI





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ALDO CAPITINI

 

LA VITA

Nacque a Perugia capoluogo dell’Umbria, Italia, il 23 dicembre 1899 da Enrico, campanaro del comune, e da Adele Ciambottini, sarta e casalinga. Fece studi tecnici e nel 1924 sostenne, da privatista, l'esame di licenza liceale. Quello stesso anno vinceva una borsa di studio per un posto di convittore alla Scuola normale superiore di Pisa. Si iscrisse in quella Università alla Facoltà di Lettere e Filosofia, dove conobbe grandi docenti antifascisti come Attilio Momigliano e Manara Valgimigli.

Nel 1928 conseguì la laurea a pieni voti e lode con una tesi su "Realismo e serenità in alcuni poeti italiani".

Nel 1929 prese il diploma di perfezionamento con una tesi sui canti di Leopardi, seguita da Momigliano di cui diventa assistente volontario.

Dal 1930 al 1933 rimase come segretario economo alla "Normale" . Con numerosi docenti e normalisti inizia una attività antifascista e trasferisce la sua ricerca dalla letteratura alla filosofia, collaborando strettamente con Claudio Baglietto, nonviolento e obiettore di coscienza, motivo per il quale morì esule in Svizzera nel 1940.

Nel 1933, avendo rifiutato la tessera fascista, fu licenziato e tornò a Perugia, nella casa del padre, dove visse poveramente con lezioni private fino al termine della guerra.

Rimase estraneo ai dibattiti politici che in quegli anni rendevano effervescente il clima culturale della Normale intorno al tema della palingenesi ideologica del fascismo. Le riflessioni comuni, da un lato sulla crisi della democrazia liberale e delle sue forze politiche di fronte al fascismo e dall'altro sulla conciliazione tra la Chiesa e il regime fascista nel 1929, che, con intuizione precorritrice, essi avvertivano costituire un punto di rottura decisivo dell'esperienza religiosa cattolica nel nostro paese, gettarono le basi di un programma di ricerca intellettuale, a cui il Capitini avrebbe dato forma nel Volume Elementi di un'esperienza religiosa, edito da Laterza nel 1937, pubblicato grazie all’aiuto di B. Croce .

Ritiratosi a Perugia, il Capitini svolse tuttavia in quegli anni un'intensa attività militante antifascista. Fu in effetti instancabile nel compiere riunioni educative, religiose e politiche in ogni parte d'Italia, portando alla critica del fascismo e all'azione antifascista numerosissimi giovani.

I temi che egli svolgeva in quelle riunioni poggiavano su una " premessa... rigidamente morale, con accentuazione o del motivo della libertà o della religiosità, della non violenza e della menzogna... E fu una breccia che si aprì in giovani di valore per cui apparve la possibilità di una tensione diversa da quella fascista, di una specie di rivolta intima e di ascesi, che metteva in prima linea la non collaborazione, la non tessera del partito "

Al 1936 risale la sua collaborazione con G. Calogero, e la sua adesione alla tematica " liberal-socialista", che diede vita ad un embrione di movimento, con gruppi costituiti, molto grazie allo stesso attivismo del Capitini, a Perugia, Roma, Pisa, Padova, Firenze, Ancona, Bari Siena e Pistoia.

Nel 1942 a Firenze, Aldo Capitini viene per la prima volta imprigionato per quattro mesi e insieme a lui molti aderenti al Movimento.

Nel maggio del 1943 a Perugia viene nuovamente imprigionato insieme a numerosi antifascisti e liberato per la caduta di Mussolini, dopo il 25 luglio.

L'8 settembre 1944 segnò l'inizio per l'Italia della resistenza armata contro i nazifascisti.

I pochi persuasi della nonviolenza, come Capitini, nulla poterono organizzare - come lui stesso scrisse - di coerente, efficiente e conseguente a quella posizione: la lezione che ne trassero fu che bisogna preparare la strategia e i legami nonviolenti prima, per metterli in atto quando occorra, come sarebbe stato importante fare nell'Italia del 1924 o nella Germania del 1933.

Liberata Perugia nel giugno 1944, Capitini, per tradurre nella realtà il suo atteggiamento liberalsocialista e il suo contributo teorico alla democrazia con il potere di tutti, già il 17 luglio apre in città il Centro di Orientamento Sociale, C.O.S.

" Si costituisce a Perugia un Centro di Orientamento Sociale (C.O.S.) La direzione non intende insegnare, ma lavorare insieme con gli altri. Essa ritiene che l'orientamento sociale non è principalmente risultato di cultura, ma di esigenze che vivono nell'animo, e la discussione con gli altri, la cultura, l'azione, aiutano queste esigenze a diventare più chiare e concrete.

Il Centro compie perciò l'opera di ascoltare queste esigenze e di farle sorgere. Il Centro promuove lo studio di problemi che la trasformazione sociale presenta nei diversi aspetti non solo economico, ma politico, giuridico, scientifico, morale, religioso, culturale.

E' a disposizione di tutti e specialmente dei giovani, ingannati dal fascismo nella loro formazione e informazione politica. Promuove conferenze, discussioni, corsi di studio, pubblicazioni. Apre una biblioteca di libri e periodici. Aiuta giovani volenterosi e di condizioni disagiate ad iniziare e migliorare i loro studi. Aperto a tutti, è sostenuto dalle iscrizioni e dalle offerte volontarie di chi si interessa in modo speciale alla trasformazione sociale.

Chi s'iscrive, s'impegna non solo a partecipare intellettualmente alla vita del Centro, ma a promuoverne la conoscenza e lo sviluppo presso gli altri, ad aiutare la fondazione di Centri nelle altre città e nei paesi di campagna, ad offrire - secondo le proprie possibilità - attività, libri e denari." (Nuova socialita' e riforma religiosa, pag. 242)

I C.O.S., secondo Capitini, servono all’informazione della mente e alla formazione dell’animo. In questi centri è possibile parlare ed ascoltare: tutti possono prendere la parola inserendola nella discussione e ricerca collettiva. E’ infatti uno spazio non violento e ragionante dove il contrasto viene preso in esame e non è mai avvenuta rissa. Tutti possono entrare senza tessera, né pagamento e senza esclusione alcuna. Si chiama "centro" appunto perché non è un circolo chiuso, un partito; "di orientamento" perché il suo scopo è quello di orientare la mente e l’anima; "sociale" perché collocato all’interno della società e non precluso a nessuno. I C.O.S. rappresentano uno spazio schiettamente democratico con un fine puramente educativo.

" Con il proposito e l'animo di capovolgere, io chiesi (per il 17 luglio 1944), pochi giorni dopo la liberazione di Perugia, l'ampia sala della Camera del Lavoro per le riunioni del Centro di Orientamento Sociale (C.O.S.) dedicate all'esame dei problemi amministrativi, sociali, politici, culturali.

Gli aspetti del capovolgimento erano questi:

Ascoltare e parlare: non l'una cosa o l'altra, come nel fascismo; nel C.O.S. tutti possono prendere la parola, inserendola nella discussione e ricerca collettiva, come un pensare insieme, razionalizzando le esigenze al loro sorgere.

Presenza delle autorità: i capi degli enti e degli uffici pubblici vengono al C.O.S. a fare le relazioni sui loro provvedimenti, ad ascoltare osservazioni e critiche di chiunque voglia del pubblico.

Contributo degli intellettuali: l'esame dei problemi si avvantaggia delle esposizioni fatte da specialisti, i quali in cambio imparano concretezza, semplicità di linguaggio, autenticità di esperienze.

Libertà di ingresso: al C.O.S. nessuno sta all'ingresso a chiedere tessera, prezzo; tutti possono entrare al C.O.S. senza esclusione di partiti, nazionalità, cultura, sesso, razza, condizione.

Nonviolenza: il C.O.S. è uno spazio nonviolento e ragionante dove il contrasto viene preso in esame, dove mai è avvenuta rissa, dove pure hanno parlato tutti.

Autoeducazione: al C.O.S. di Perugia non sono mai entrate le guardie, l'ordine si è mantenuto da sé, da sé il C.O.S. ha imparato a disciplinare la discussione (con il semplice richiamo del campanello del presidente), eppure nei primi tempi mareggiava di una folla che tutta voleva parlare.

Controllo democratico: il C.O.S. sollecita continuamente la trasparenza delle amministrazioni pubbliche, denuncia abusi, nomina commissioni di inchiesta e informa l'opinione pubblica.

Deliberazioni: sebbene il C.O.S. non abbia potere deliberativo, quanti provvedimenti ho visto a Perugia che sono stati presi dopo essere stati proposti ed esaminati al C.O.S.

Obiettività: la discussione al C.O.S. sugli avvenimenti della settimana raggiunge l’obiettività anche per la presenza e l'intervento di persone di correnti e opinioni diverse.

Iniziative collettive: il C.O.S. può anche prendere iniziative cooperative, come acquisto di legna, biblioteche circolanti, doposcuola, ecc." (Italia nonviolenta, pag. 88)

I C.O.S., nel fervore della ritrovata democrazia, ebbero successo e si diffusero in Umbria e in Italia, soprattutto nelle zone d'influenza della sinistra.

Nel 1952 fondava a Perugia il Centro di orientamento religioso (C.O.R.) per conversazioni domenicali su problemi religiosi, poi il Centro per la nonviolenza e la Società vegetariana italiana. Trasferiva questi temi suoi originali della prima esperienza antifascista e quelli nuovi della difesa delle minoranze religiose e civili sulle colonne delle riviste laiche del tempo, dal Ponte a Belfagor, alla Riforma della scuola, per citarne solo alcune.

Un taglio polemico e un impegno civile che tuttavia si stemperavano con l'esaurirsi dell'esperienza centrista tra il 1953 e gli inizi degli anni '6o. Il Capitini anche in quest'ultima fase della vita, seppe tuttavia, a differenza di altri, rimanere fedele a se stesso. Già nel 1961 organizzava la marcia della pace da Perugia ad Assisi.

Dopo la Liberazione aveva ripreso il suo posto di segretario alla Scuola normale e, conseguita la libera docenza in filosofia morale, ne aveva ricoperto l'incarico all'università di Pisa fino al 1956, quando vinse la cattedra di pedagogia, che insegnò prima all'università di Cagliari, poi in quella di Perugia.

Capitini morì a Perugia il 16 ottobre 1968.

LE TECNICHE DELLA NONVIOLENZA

Ultimamente si è cominciato a scrivere la parola non violenza in un’unica parola, e così si prepara l'interpretazione della non violenza come di qualche cosa di organico e quindi di positivo e infatti in Italia in questi ultimi tempi si è fatto qualche progresso nel campo della non violenza.

Nella prima parte del libro, Capitini ci parla del metodo non violento portato avanti da Gandhi: il Satyagraha (Satya: verità, agraha: affermare fortemente). Questo metodo non ha avuto ripercussioni soltanto in India, tanto che è stato raccolto e applicato dal mondo intero. Fuori dell'ambiente e delle tradizioni indiane, infatti Martin Luther King negli Stati Uniti fondatore di una Gandhian Society, lo ha applicato e svolto con grande efficacia. Il Satyagraha è sicuramente il contributo più grande che Gandhi ha dato; la storia stessa dell'uomo non sarebbe quella che è se, accanto alle tecniche della violenza, sviluppate da molti anni, non fossero esistite quelle della non violenza. Il pensiero di Gandhi è importante perché ci aiuta a capire la connessione esistente tra "verità" e "non violenza", perché la verità è il valore in sé, il bene in sé, e nello stesso tempo la Legge Morale, ciò che è Giusto, Gandhi ama chiamare la verità Dio perché, se la verità è Dio, essa porta sicuramente alla non violenza. La non violenza non è inerzia, inattività, anzi è azione e non ha bisogno di armi decisive, ma cerca di migliorare il rapporto con gli altri. I suoi risultati durano nel tempo e il suo lavoro instancabile non termina, come avviene per i rivoluzionari, i potenti, quando finiscono le armi: "I non violenti, hanno tolto il terreno ai potenti, hanno preparato il cambiamento". La non violenza promuove azioni per la pace sia sotto la forma di manifestazioni, sia come rifiuto di collaborazione alla preparazione della guerra e costituisce dunque la punta più avanzata del pacifismo. Nella seconda parte del libro Capitini ci parla delle tecniche individuali e collettive della non violenza. Le tecniche collettive della non violenza hanno bisogno di un pieno impegno individuale: infatti la non violenza è la valorizzazione dell'individuo, in due significati rispetto all'esistenza, alla libertà, allo sviluppo di ogni individuo; delle energie profonde in ogni individuo. Le tecniche individuali sono : l'atto del tu, la zoofilia e il vegetarianesimo, il superamento della vendetta e del risentimento, le preghiere e gli atti di culto, la persuasione, il dialogo, l'esempio, il digiuno, l'autoincendio religioso.

Le tecniche collettive sono create e applicate da un individuo, ma in vista dell'associarsi di molti altri:

  1. La non collaborazione: non esclude il tu, l'altro, l'unità con tutti, ma esclude semplicemente di dare il proprio aiuto all'attuazione di una cosa che non si accetta, fermo restando il rapporto di affetto con la persona che realizza la cosa inaccettabile.
  2. L'obbiezione di coscienza: è la stessa cosa della non collaborazione, è un atto che viene compiuto in quanto la coscienza obbietta, è una non collaborazione seria. Il significato comune di questa espressione è disubbidienza fatta alla legge che impone di portare le armi, di prepararsi alla guerra.
  3. L'esercizio della salvezza: fu fondato in Inghilterra nel 1865 con un altro nome, quello di Missione; in seguito prese coscienza di essere un esercito, impegnato ad un servizio di "salvezza", assolutamente pacifica, ma con struttura e modi di tipo militare.
  4. La comunità non violenta: è quella nella quale gli appartenenti si impegnano in quelle regole di vita e in quell'addestramento spirituale e psicologico che li rende capaci non solo di non essere violenti con i compagni, ma anche di non esserlo con gli altri fuori dalla comunità.
  5. Marce: ampie comunità momentanee e in movimento; la marcia è assolutamente non violenta e tende ad essere antiautoritaria, è simbolo della moltitudine povera, che sa di essere nel giusto, che accomuna volentieri tutti.
  6. Sciopero: forma di non collaborazione, è una tecnica non violenta quando non compie alcuna violenza e non è animata da odio verso coloro dai quali stacca la collaborazione. La forma più frequente è quella dei lavoratori che sospendono il lavoro per ragioni salariali. Il diritto allo sciopero è stato riconosciuto dalla Istituzioni europee.
  7. La disobbedienza civile: infrange la legalità, senza tuttavia attentare alla vita. La disobbedienza civile può essere difensiva, rivolta contro leggi ingiuste. La disobbedienza civile di attacco è una disobbedienza volontaria, rivolta contro lo Stato oppressore.

Le tecniche più recenti sono: il sit-in e lo stand-in, contro la legge che escludeva i negri dai luoghi pubblici; freedom-rides, contro la legge che escludeva i negri dai mezzi di trasporto pubblico; teach-in, protesta contro le amministrazioni universitarie che non permettevano ad alcuni professori di tenere discussioni sulla guerra del Vietnam; i picchetti e le veglie, hanno lo scopo di dimostrare che un gruppo di persone sostiene un principio o esegue una protesta; l'affratellamento, è usata nei paesi occupati da una potenza straniera. L'idea è quella di andare a parlare con poliziotti in modo amichevole per persuaderli della giustezza della propria causa; il pedinamento ossessivo, consiste nel seguire i funzionari e nel ricordare loro l'immoralità del loro comportamento; l'intromissione e ostruzione non violenta; consiste nel frapporre il proprio corpo tra una persona e l'obbiettivo del suo lavoro. Nei paesi dove esiste un sistema di opposizione totalitaria, dittatoriale si opera per ottenere il riconoscimento di diritti elementari, nei paesi dove tali diritti sono riconosciuti, l'azione è più difficile perché deve dimostrare che un governo, pur essendo democratico, può condurre alla guerra.

Nella terza parte del libro Capitini ci parla dei piani per l'azione diretta non violenta.

Una parte del metodo non violento spetta all'addestramento alla non violenza. Le ragioni principali per cui è necessaria questa tecnica sono:

A) l'attuazione della non violenza non è di una macchina, ma di un individuo.

B) la lotta non violenta è senza armi.

C) una campagna non violenta è di solito lunga.

D) la lotta non violenta porta spesso sofferenze e sacrifici

E) le campagne non violente sono condotte da pochi, talora da una persona soltanto. Le più grandi campagne non volente vennero portate avanti da Gandhi, capo del movimento nazionalista indiano che proclamò come metodo politico, la resistenza passiva e da Martin Luther King che operò contro il razzismo in Africa e in America.