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ALDO
CAPITINI
LA VITA
Nacque a Perugia capoluogo
dellUmbria, Italia, il 23 dicembre 1899 da Enrico,
campanaro del comune, e da Adele Ciambottini, sarta e
casalinga. Fece studi tecnici e nel 1924 sostenne, da
privatista, l'esame di licenza liceale. Quello stesso
anno vinceva una borsa di studio per un posto di
convittore alla Scuola normale superiore di Pisa. Si
iscrisse in quella Università alla Facoltà di Lettere e
Filosofia, dove conobbe grandi docenti antifascisti come
Attilio Momigliano e Manara Valgimigli.
Nel 1928 conseguì la
laurea a pieni voti e lode con una tesi su "Realismo
e serenità in alcuni poeti italiani".
Nel 1929 prese il diploma
di perfezionamento con una tesi sui canti di Leopardi,
seguita da Momigliano di cui diventa assistente
volontario.
Dal 1930 al 1933 rimase
come segretario economo alla "Normale" . Con
numerosi docenti e normalisti inizia una attività
antifascista e trasferisce la sua ricerca dalla
letteratura alla filosofia, collaborando strettamente con
Claudio Baglietto, nonviolento e obiettore di coscienza,
motivo per il quale morì esule in Svizzera nel 1940.
Nel 1933, avendo rifiutato
la tessera fascista, fu licenziato e tornò a Perugia,
nella casa del padre, dove visse poveramente con lezioni
private fino al termine della guerra.
Rimase estraneo ai
dibattiti politici che in quegli anni rendevano
effervescente il clima culturale della Normale intorno al
tema della palingenesi ideologica del fascismo. Le
riflessioni comuni, da un lato sulla crisi della
democrazia liberale e delle sue forze politiche di fronte
al fascismo e dall'altro sulla conciliazione tra la
Chiesa e il regime fascista nel 1929, che, con intuizione
precorritrice, essi avvertivano costituire un punto di
rottura decisivo dell'esperienza religiosa cattolica nel
nostro paese, gettarono le basi di un programma di
ricerca intellettuale, a cui il Capitini avrebbe dato
forma nel Volume Elementi di un'esperienza religiosa, edito
da Laterza nel 1937, pubblicato grazie allaiuto di
B. Croce .
Ritiratosi a Perugia, il
Capitini svolse tuttavia in quegli anni un'intensa
attività militante antifascista. Fu in effetti
instancabile nel compiere riunioni educative, religiose e
politiche in ogni parte d'Italia, portando alla critica
del fascismo e all'azione antifascista numerosissimi
giovani.
I temi che egli svolgeva
in quelle riunioni poggiavano su una " premessa...
rigidamente morale, con accentuazione o del motivo della
libertà o della religiosità, della non violenza e della
menzogna... E fu una breccia che si aprì in giovani di
valore per cui apparve la possibilità di una tensione
diversa da quella fascista, di una specie di rivolta
intima e di ascesi, che metteva in prima linea la non
collaborazione, la non tessera del partito "
Al 1936 risale la sua
collaborazione con G. Calogero, e la sua adesione alla
tematica " liberal-socialista", che diede vita
ad un embrione di movimento, con gruppi costituiti, molto
grazie allo stesso attivismo del Capitini, a Perugia,
Roma, Pisa, Padova, Firenze, Ancona, Bari Siena e
Pistoia.
Nel 1942 a Firenze, Aldo
Capitini viene per la prima volta imprigionato per
quattro mesi e insieme a lui molti aderenti al Movimento.
Nel maggio del 1943 a
Perugia viene nuovamente imprigionato insieme a numerosi
antifascisti e liberato per la caduta di Mussolini, dopo
il 25 luglio.
L'8 settembre 1944 segnò
l'inizio per l'Italia della resistenza armata contro i
nazifascisti.
I pochi persuasi della
nonviolenza, come Capitini, nulla poterono organizzare -
come lui stesso scrisse - di coerente, efficiente e
conseguente a quella posizione: la lezione che ne
trassero fu che bisogna preparare la strategia e i legami
nonviolenti prima, per metterli in atto quando occorra,
come sarebbe stato importante fare nell'Italia del 1924 o
nella Germania del 1933.
Liberata Perugia nel
giugno 1944, Capitini, per tradurre nella realtà il suo
atteggiamento liberalsocialista e il suo contributo
teorico alla democrazia con il potere di tutti, già il
17 luglio apre in città il Centro di Orientamento
Sociale, C.O.S.
" Si costituisce a
Perugia un Centro di Orientamento Sociale (C.O.S.) La
direzione non intende insegnare, ma lavorare insieme con
gli altri. Essa ritiene che l'orientamento sociale non è
principalmente risultato di cultura, ma di esigenze che
vivono nell'animo, e la discussione con gli altri, la
cultura, l'azione, aiutano queste esigenze a diventare
più chiare e concrete.
Il Centro compie perciò
l'opera di ascoltare queste esigenze e di farle sorgere.
Il Centro promuove lo studio di problemi che la
trasformazione sociale presenta nei diversi aspetti non
solo economico, ma politico, giuridico, scientifico,
morale, religioso, culturale.
E' a disposizione di tutti
e specialmente dei giovani, ingannati dal fascismo nella
loro formazione e informazione politica. Promuove
conferenze, discussioni, corsi di studio, pubblicazioni.
Apre una biblioteca di libri e periodici. Aiuta giovani
volenterosi e di condizioni disagiate ad iniziare e
migliorare i loro studi. Aperto a tutti, è sostenuto
dalle iscrizioni e dalle offerte volontarie di chi si
interessa in modo speciale alla trasformazione sociale.
Chi s'iscrive, s'impegna
non solo a partecipare intellettualmente alla vita del
Centro, ma a promuoverne la conoscenza e lo sviluppo
presso gli altri, ad aiutare la fondazione di Centri
nelle altre città e nei paesi di campagna, ad offrire -
secondo le proprie possibilità - attività, libri e
denari." (Nuova socialita' e riforma religiosa,
pag. 242)
I C.O.S., secondo
Capitini, servono allinformazione della mente e
alla formazione dellanimo. In questi centri è
possibile parlare ed ascoltare: tutti possono prendere la
parola inserendola nella discussione e ricerca
collettiva. E infatti uno spazio non violento e
ragionante dove il contrasto viene preso in esame e non
è mai avvenuta rissa. Tutti possono entrare senza
tessera, né pagamento e senza esclusione alcuna. Si
chiama "centro" appunto perché non è un
circolo chiuso, un partito; "di orientamento"
perché il suo scopo è quello di orientare la mente e
lanima; "sociale" perché collocato
allinterno della società e non precluso a nessuno.
I C.O.S. rappresentano uno spazio schiettamente
democratico con un fine puramente educativo.
" Con il proposito e
l'animo di capovolgere, io chiesi (per il 17 luglio
1944), pochi giorni dopo la liberazione di Perugia,
l'ampia sala della Camera del Lavoro per le riunioni del
Centro di Orientamento Sociale (C.O.S.) dedicate
all'esame dei problemi amministrativi, sociali, politici,
culturali.
Gli aspetti del
capovolgimento erano questi:
Ascoltare e parlare: non
l'una cosa o l'altra, come nel fascismo; nel C.O.S. tutti
possono prendere la parola, inserendola nella discussione
e ricerca collettiva, come un pensare insieme,
razionalizzando le esigenze al loro sorgere.
Presenza delle autorità:
i capi degli enti e degli uffici pubblici vengono al
C.O.S. a fare le relazioni sui loro provvedimenti, ad
ascoltare osservazioni e critiche di chiunque voglia del
pubblico.
Contributo degli
intellettuali: l'esame dei problemi si avvantaggia delle
esposizioni fatte da specialisti, i quali in cambio
imparano concretezza, semplicità di linguaggio,
autenticità di esperienze.
Libertà di ingresso: al
C.O.S. nessuno sta all'ingresso a chiedere tessera,
prezzo; tutti possono entrare al C.O.S. senza esclusione
di partiti, nazionalità, cultura, sesso, razza,
condizione.
Nonviolenza: il C.O.S. è
uno spazio nonviolento e ragionante dove il contrasto
viene preso in esame, dove mai è avvenuta rissa, dove
pure hanno parlato tutti.
Autoeducazione: al C.O.S.
di Perugia non sono mai entrate le guardie, l'ordine si
è mantenuto da sé, da sé il C.O.S. ha imparato a
disciplinare la discussione (con il semplice richiamo del
campanello del presidente), eppure nei primi tempi
mareggiava di una folla che tutta voleva parlare.
Controllo democratico: il
C.O.S. sollecita continuamente la trasparenza delle
amministrazioni pubbliche, denuncia abusi, nomina
commissioni di inchiesta e informa l'opinione pubblica.
Deliberazioni: sebbene il
C.O.S. non abbia potere deliberativo, quanti
provvedimenti ho visto a Perugia che sono stati presi
dopo essere stati proposti ed esaminati al C.O.S.
Obiettività: la
discussione al C.O.S. sugli avvenimenti della settimana
raggiunge lobiettività anche per la presenza e
l'intervento di persone di correnti e opinioni diverse.
Iniziative collettive: il
C.O.S. può anche prendere iniziative cooperative, come
acquisto di legna, biblioteche circolanti, doposcuola,
ecc." (Italia nonviolenta, pag. 88)
I C.O.S., nel fervore
della ritrovata democrazia, ebbero successo e si
diffusero in Umbria e in Italia, soprattutto nelle zone
d'influenza della sinistra.
Nel 1952 fondava a Perugia
il Centro di orientamento religioso (C.O.R.) per
conversazioni domenicali su problemi religiosi, poi il
Centro per la nonviolenza e la Società vegetariana
italiana. Trasferiva questi temi suoi originali della
prima esperienza antifascista e quelli nuovi della difesa
delle minoranze religiose e civili sulle colonne delle
riviste laiche del tempo, dal Ponte a Belfagor,
alla Riforma della scuola, per citarne solo
alcune.
Un taglio polemico e un
impegno civile che tuttavia si stemperavano con
l'esaurirsi dell'esperienza centrista tra il 1953 e gli
inizi degli anni '6o. Il Capitini anche in quest'ultima
fase della vita, seppe tuttavia, a differenza di altri,
rimanere fedele a se stesso. Già nel 1961 organizzava la
marcia della pace da Perugia ad Assisi.
Dopo la Liberazione aveva
ripreso il suo posto di segretario alla Scuola normale e,
conseguita la libera docenza in filosofia morale, ne
aveva ricoperto l'incarico all'università di Pisa fino
al 1956, quando vinse la cattedra di pedagogia, che
insegnò prima all'università di Cagliari, poi in quella
di Perugia.
Capitini morì a Perugia
il 16 ottobre 1968.
LE TECNICHE DELLA NONVIOLENZA
Ultimamente si è
cominciato a scrivere la parola non violenza in
ununica parola, e così si prepara
l'interpretazione della non violenza come di qualche cosa
di organico e quindi di positivo e infatti in Italia in
questi ultimi tempi si è fatto qualche progresso nel
campo della non violenza.
Nella prima parte del
libro, Capitini ci parla del metodo non violento portato
avanti da Gandhi: il Satyagraha (Satya: verità, agraha:
affermare fortemente). Questo metodo non ha avuto
ripercussioni soltanto in India, tanto che è stato
raccolto e applicato dal mondo intero. Fuori
dell'ambiente e delle tradizioni indiane, infatti Martin
Luther King negli Stati Uniti fondatore di una Gandhian
Society, lo ha applicato e svolto con grande efficacia.
Il Satyagraha è sicuramente il contributo più grande
che Gandhi ha dato; la storia stessa dell'uomo non
sarebbe quella che è se, accanto alle tecniche della
violenza, sviluppate da molti anni, non fossero esistite
quelle della non violenza. Il pensiero di Gandhi è
importante perché ci aiuta a capire la connessione
esistente tra "verità" e "non
violenza", perché la verità è il valore in sé,
il bene in sé, e nello stesso tempo la Legge Morale,
ciò che è Giusto, Gandhi ama chiamare la verità Dio
perché, se la verità è Dio, essa porta sicuramente
alla non violenza. La non violenza non è inerzia,
inattività, anzi è azione e non ha bisogno di armi
decisive, ma cerca di migliorare il rapporto con gli
altri. I suoi risultati durano nel tempo e il suo lavoro
instancabile non termina, come avviene per i
rivoluzionari, i potenti, quando finiscono le armi:
"I non violenti, hanno tolto il terreno ai potenti,
hanno preparato il cambiamento". La non violenza
promuove azioni per la pace sia sotto la forma di
manifestazioni, sia come rifiuto di collaborazione alla
preparazione della guerra e costituisce dunque la punta
più avanzata del pacifismo. Nella seconda parte del
libro Capitini ci parla delle tecniche individuali e
collettive della non violenza. Le tecniche collettive
della non violenza hanno bisogno di un pieno impegno
individuale: infatti la non violenza è la valorizzazione
dell'individuo, in due significati rispetto
all'esistenza, alla libertà, allo sviluppo di ogni
individuo; delle energie profonde in ogni individuo. Le
tecniche individuali sono : l'atto del tu, la zoofilia
e il vegetarianesimo, il superamento della vendetta e del
risentimento, le preghiere e gli atti di culto, la
persuasione, il dialogo, l'esempio, il digiuno,
l'autoincendio religioso.
Le tecniche collettive
sono create e applicate da un individuo, ma in vista
dell'associarsi di molti altri:
- La non
collaborazione: non esclude il tu, l'altro,
l'unità con tutti, ma esclude semplicemente di
dare il proprio aiuto all'attuazione di una cosa
che non si accetta, fermo restando il rapporto di
affetto con la persona che realizza la cosa
inaccettabile.
- L'obbiezione di
coscienza: è la stessa cosa della non
collaborazione, è un atto che viene compiuto in
quanto la coscienza obbietta, è una non
collaborazione seria. Il significato comune di
questa espressione è disubbidienza fatta alla
legge che impone di portare le armi, di
prepararsi alla guerra.
- L'esercizio della
salvezza: fu fondato in Inghilterra nel 1865
con un altro nome, quello di Missione; in seguito
prese coscienza di essere un esercito, impegnato
ad un servizio di "salvezza",
assolutamente pacifica, ma con struttura e modi
di tipo militare.
- La comunità non
violenta: è quella nella quale gli
appartenenti si impegnano in quelle regole di
vita e in quell'addestramento spirituale e
psicologico che li rende capaci non solo di non
essere violenti con i compagni, ma anche di non
esserlo con gli altri fuori dalla comunità.
- Marce: ampie
comunità momentanee e in movimento; la marcia è
assolutamente non violenta e tende ad essere
antiautoritaria, è simbolo della moltitudine
povera, che sa di essere nel giusto, che accomuna
volentieri tutti.
- Sciopero:
forma di non collaborazione, è una tecnica non
violenta quando non compie alcuna violenza e non
è animata da odio verso coloro dai quali stacca
la collaborazione. La forma più frequente è
quella dei lavoratori che sospendono il lavoro
per ragioni salariali. Il diritto allo sciopero
è stato riconosciuto dalla Istituzioni europee.
- La disobbedienza
civile: infrange la legalità, senza tuttavia
attentare alla vita. La disobbedienza civile può
essere difensiva, rivolta contro leggi ingiuste.
La disobbedienza civile di attacco è una
disobbedienza volontaria, rivolta contro lo Stato
oppressore.
Le tecniche più recenti
sono: il sit-in e lo stand-in,
contro la legge che escludeva i negri dai luoghi
pubblici; freedom-rides, contro la legge
che escludeva i negri dai mezzi di trasporto pubblico; teach-in,
protesta contro le amministrazioni universitarie che non
permettevano ad alcuni professori di tenere discussioni
sulla guerra del Vietnam; i picchetti e le
veglie, hanno lo scopo di dimostrare che un gruppo di
persone sostiene un principio o esegue una protesta; l'affratellamento,
è usata nei paesi occupati da una potenza straniera.
L'idea è quella di andare a parlare con poliziotti in
modo amichevole per persuaderli della giustezza della
propria causa; il pedinamento ossessivo, consiste
nel seguire i funzionari e nel ricordare loro
l'immoralità del loro comportamento; l'intromissione
e ostruzione non violenta; consiste nel frapporre
il proprio corpo tra una persona e l'obbiettivo del suo
lavoro. Nei paesi dove esiste un sistema di opposizione
totalitaria, dittatoriale si opera per ottenere il
riconoscimento di diritti elementari, nei paesi dove tali
diritti sono riconosciuti, l'azione è più difficile
perché deve dimostrare che un governo, pur essendo
democratico, può condurre alla guerra.
Nella terza parte del
libro Capitini ci parla dei piani per l'azione diretta
non violenta.
Una parte del metodo non
violento spetta all'addestramento alla non violenza. Le
ragioni principali per cui è necessaria questa tecnica
sono:
A) l'attuazione della non
violenza non è di una macchina, ma di un individuo.
B) la lotta non violenta
è senza armi.
C) una campagna non
violenta è di solito lunga.
D) la lotta non violenta
porta spesso sofferenze e sacrifici
E) le campagne non
violente sono condotte da pochi, talora da una persona
soltanto. Le più grandi campagne non volente vennero
portate avanti da Gandhi, capo del movimento nazionalista
indiano che proclamò come metodo politico, la resistenza
passiva e da Martin Luther King che operò contro il
razzismo in Africa e in America.
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