![]() | CAPITOLO I |
In questi ultimi tempi si è fatto qualche progresso in Italia nel campo che esamineremo, oltre che per il numero delle persone interessate, anche perché si è cominciato a scrivere nonviolenza in una sola parola, sicché si è attenuato il significato negativo che c'era nello scrivere non staccato da violenza, per cui qualcuno poteva domandare: "va bene, togliamo la violenza, ma non c'è altro? "
Se si scrive in una sola parola, si prepara l'interpretazione della nonviolenza come di qualche cosa di organico, e dunque, come vedremo, di positivo.
Un altro progresso sta nell'uso ormai frequente di concretare la parola nonviolenza nell'espressione metodo nonviolento.
Dice il Kilpatrick a proposito dei metodo nell'insegnamento:
Il problema del metodo in senso largo riguarda il modo in cui dobbiamo cornportarci, in cui dobbiamo dirigere la classe, i ragazzi ed ogni cosa che li concerne, in modo che da tutto questo essi abbiano assicurato il maggiore e migliore sviluppo possibile. Ci piaccia o no, ne siamo o no consapevoli, gli apprendimenti si verificheranno sempre tutti assieme. E appunto di questo insieme, di questa combinazione che noi portiamo la responsabilità. Il problema in senso stretto riguarda uno o più aspetti particolari, presi separatamente; il problema in senso largo riguarda l'insieme, il tutto.
( William Heard Kilpatrick, I fondamenti dei metodo, ed. La Nuova Italia)
Questa idea di un metodo per la nonviolenza è importante, perché presenta l'aspetto di un insieme che comprenda atteggiamenti vari dell'uno o dell'altro; e presenta anche la necessità di una certa disciplina, di un certo ordine nella messa in pratica delle tecniche della nonviolenza, che sono i modi nei quali essa possa essere attuata, tenendo conto delle situazioni, dei problemi, degli scopi relativi a determinate circostanze.
Bisogna tuttavia far subito due osservazioni preliminari: che la raccolta organica delle tecniche in un "metodo non vuol dire affatto che sia escluso l'apporto di nuove ideazioni, di esempi e proposte di modi non pensati prima.
Il metodo è una presa di coscienza ed una sistemazione indubbiamente utile dal punto di vista teorico e anche dal punto di vista educativo e pratico, ma guai se dovesse spengere la creatività di nuovi modi, proprio in determinato situazioni.
L'altra osservazione, prossima alla prima, è che la cosa fondamentale non è la conoscenza del metodo come il possesso di uno strumento, ma ciò che è nell'animo, cioè l'apertura allo spirito della nonviolenza.
Dice Gesù Cristo ai suoi apostoli, appunto per toglier loro la sollecitudine sulle cose da dire quando saranno presi dai tribunali e condotti davanti a governatori e re.
Quando vi metteranno nelle loro mani, non siate ansiosi del come parlerete o di quel che avrete a dire; perché in quel momento stesso vi sarà dato quel che avrete a dire. Poiché non siete voi quelli che parlate, ma parla in voi lo Spirito del Padre vostro.
Quando-la studiosa americana Bondurant, autrice di libri fondamentali sul metodo foggiato da Gandhi e chiamato Satyagraba, ebbe con lui un breve colloquio in India nel 1946, Gandhi le disse': 'Ma il Satyagraha non è un soggetto di ricerca - voi dovete farn e esperienza, usarlo, vivere in esso."
I flni e i mezzi
Questo richiamo al primato della pratica diretta - comune a tutti coloro che vedono il mondo come qualche cosa da cambiare - assume un valore particolare per il metodo nonviolento, a causa della coincidenza che in esso c'è dei mezzi e dei fini.
Nella grossa questione dei rapporto tra il mezzo e il fine, la nonviolenza porta il suo contributo in quanto indica che il fine dell'amore non può realizzarsi che attraverso l'amore, il fine dell'onestà con mezzi onesti, il fine della pace non attraverso l a vecchia legge di effetto tanto instabile "Se vuoi la pace, prepara la guerra," ma attraverso un'altra legge: "Durante la pace, prepara la pace."
Non si insisterà mai abbastanza, specialmente in presenza di mentalità superficialmente legalistiche, farisaiche, intimamente indifferenti, che la nonviolenza è affidata al continuo impegno pratico, alla creatività, al fare qualche cosa, se non si può far tutto, purché ogni giorno si faccia qualche passo in avanti.
La nonviolenza è affidata ad un metodo che è aperto in quanto accoglie e perfeziona sempre i suoi modi, ed è sperimentale perché saggia le circostanze determinate di una situazione.
E siccome la nonviolenza nella sua espressione positiva è apertura all'esistenza, alla libertà, allo sviluppo, di ogni essere," e nella sua espressione negativa è "proposito di non distruggere gli esseri, di non offenderli, non torturarli né sopprimerli," è chiaro che un metodo cosi ispirato dia il massimo rilievo ai mezzi.
Dice Gandhi:
Si dice i mezzi in fin dei conti sono mezzi. lo vorrei dire i mezzi in fin dei conti sono tutto. Quali i mezzi, tale il fine. Il Creatore infatti ci ha dato autorità (e anche questa molto limitata) sui mezzi, non sul fine... La vostra convinzione che non vi sia rapporto tra mezzi e fine, è un grande errore. Per via di questo errore, anche persone che sono state considerate religiose hanno commesso crudeli delitti. li vostro ragionamento equivale a dire che si può ottenere una rosa piantando un'erba nociva... Il mezzo può essere paragonato a un seme, il fine a un albero; e tra il mezzo e il fine vi è appunto la stessa inviolabile relazione che vi è tra il seme e l'albero.
L'attenzione che Gandhi spinge così a portare sui mezzi che si usano, si connette evidentemente con le ricerche indirizzate, nel campo morale, a considerare gli esseri razionali come fini e non come mezzi.
Si connette anche con illuminanti osservazioni del Dewey sul fatto che, prima di dire che ogni mezzo è usabile, bisogna pur considerare il costo dei mezzi, le conseguenze del loro uso:
Noi dobbiamo includervi con imparzialità tutte le conseguenze. Anche ammettendo che una certa menzogna salverà un'anima umana, qualunque cosa ciò possa significare, sarà ancora vero che la menzogna avrà altre conseguenze, cioè le solite conseguenze che der ivano dal corrompere la buona fede e che portano alla condanna della menzogna. E una ostinata follia il volersi fissare sopra un qualche singolo fine o conseguenza che piaccia e permettere che ciò ci faccia perdere di vista la percezione di tutte le altre conseguenze non desiderate e non desiderabili.
Ma la concezione gandhiana va ancora più in là del richiamo del Dewey alla considerazione della gravità, nell'uso di certi mezzi, che può essere sproporzionata all'acquisto di un fine: per Gandhi i mezzi sono più che strumentali, sono creativi, costruttivi già per se stessi.
E si potrebbe svolgere questa idea mostrando l'importanza che ha oggi il persuaderci del valore sommo che sta acquistando il principio di apertura all'esistenza, libertà, sviluppo di ogni essere.
Se un tempo lo schiavo acquistò valore di persona, tale da non esser più possibile di considerarlo giuridicamente come cosa, come mezzo; si può ben dire che oggi un ulteriore sviluppo storico può acquistare il principio che mai una esistenza, - umana per lo meno -, possa essere considerata più come mezzo.
Il fatto che la violenza, cioè il metodo della distruzione degli avversari, potrebbe oggi arrivare alla distruzione atomica della vita sulla terra; il fatto anche del continuo allargarsi degli orizzonti attuali a comprendere "la realtà di tutti," sono indubbiamente sollecitazioni alla tensione nonviolenta considerata come primaria e universale.
Aldo Capitini, Le tecniche della nonviolenza, Milano, Libreria Feltrinelli, 1967, pp. 9-14