| | PER UNA CONCEZIONE PROFETICA DELLA RELIGIONE |
Primo: in Italia si ha da millenni una concezione piú sacerdotale che profetica della religione. Sarà per l'eredità romana, sia sacrificale che giuridica e istituzionale, sarà per !a scarsa tensione escatologica verso " nuovi cieli e nuova terra ", il fatto è che le manifestazioni profetiche, anche altissime, non hanno da noi fruttificato largamente.
Il profeta è, di solito, un individuo che presenta la parola, un annuncio, e spesso è in posizione di "rottura" con le autorità e le posizioni dominanti: il suo accento è intensamente morale, il suo stimolo è di rinnovamento dalle radici (rinnovamento che può essere un ritorno a origini pure), il suo rischio è di essere sopraffatto, di essere anche ucciso, di non lasciare che pochi, e di solito " estremisti ".
Il sacerdote, invece, appartiene ad un'istituzione e ad una tradizione; presenta, insieme con le parole, oggetti e sacramenti custoditi da un sacerdozio; convive e, spesso, concorda con le autorità; porta avanti, con un'amministrazione possibilmente oggettiva, i catechismi della dottrina, le formule e gli atti che assicurano la salvezza, le cerimonie, un codice morale da tempo elaborato, e richiama spesso alla fede dei padri.
Mi pare che si possa dire che in Italia la posizione profetica non ha cambiato la religione, l'etica, la mentalità: né Gioacchino da Fiore, né lo stesso San Francesco (di cui Luigi Salvatorelli giustamente ha detto: " Fra gli antecedenti della divisione irrimediabile della cristianità sembra potersi mettere, senza arbitrio immaginativo né tendenzíosità polemica, la mancata realizzazione del francescanesimo originario e integrale " Relazioni del X Congresso internazionale di scienze storiche Sansoni 1965), né Fausto Socino, né Giordano Bruno, né David Lazzaretti.
L'istituzione romana e il suo capo hanno tanto sopravanzato che il contatto diretto con Gesú Cristo nella sua posizione profetica non è diventato dominante, e purtroppo non credo che sarebbe consolante la statistica di quanti cattolici italiani abbiano letto i quattro Vangeli, lettura che pur si può fare per intero in una sola domenica!
I cattolici italiani si sono divisi tranquillamente tra la fiducia nel sacerdote "( tanto lui li conosce perfettamente ") e una certa pigrizia ad affrontare con le proprie forze il sublime. Del resto, una ricerca del servizio informazioni della Radio accertò tempo fa che in un paesetto italíano nessuno era capace di intendere la parola " coscienza ".
E invece la religione non può tornate ad essere, come spero, la punta avanzata del rinnovamento del mondo, se non sorge questo coraggio profetico, questa semplificazione potente, questa sollecitazione inflessibile rivolta ad una civiltà pompeiana che sta sommergendo anche il nostro Paese.
Aldo Capitini, Severità religiosa per il Concilio, Bari, De Donato, 1966, pp. 16-17