![]() | LA RAGIONE DI QUESTA RICERCA |
Sedici testi sono stati approvati dal Concilio Ecumenico Vaticano Secondo:
Quattro Costituzioni conciliari:
La Chiesa.
La Rivelazione.
La Sacra Liturgia.
La Chiesa nel mondo del nostro tempo.
Nove Decreti conciliari:
I doveri pastorali dei vescovi.
Il ministero e la vita sacerdotale. La formazione sacerdotale.
Il rinnovamento della vita religiosa (nei monasteri ecc.
L'apostolato dei laici.
L'attività missionaria della Chiesa.
Le Chiese orientali cattoliche.
L'Ecumenismo.
I mezzi della comunicazione sociale.
Tre Dichiarazioni conciliari: L'educazione cristiana.
I rapporti della Chiesa con le religioni non cristiane.
La libertà religiosa.
Un voto
I matrimoni misti
Non intendo affrontare tutti i problemi trattati in tutti questi documenti. Il mio lavoro non è di carattere storico. Intendo solamente, con la mia ricerca delle linee generali e del tema dominante in tutto il grande lavoro conciliare di anni, orientare me stesso verso una scelta.
Il Concilio ha trattato temi che non mi son fermato a studiare, come il matrimonio, le indulgenze (non soppresse, come pur era richiesto), la libertà religiosa affermando il diritto della persona umana di seguire ciò che dice la propría coscienza, ma piuttosto in chiave di difesa della libertà di essere cattolici di contro a politiche totalitarie, che esaminando, per es., il problema del passaggio, per coscienza, da una religione ad un'altra o l'abbandono della religione cattolica (chiamato " apostasia "); l'aiuto che possono dare i diaconi; il maggior posto fatto ai vescovi sia in sede locale sia nella collaborazione con il Papa, con la differenza che l'infallibilità papale è " ex sede ", da sé, mentre quella episcopale collegiale è soltanto in unione con il Papa, cioè con la sua approvazione.
Paolo VI ha dichiarato in un'intervista:
... milioni di persone non hanno piú fede religiosa. Di qui nasce per la Chiesa la necessità di aprirsi... Il problema vero resta ciò che dicevamo: la Chiesa in un mondo che in gran parte perde la fede.
Perciò queste poche mie pagine non vogliono esaminare tutto, ma mettere in grado di rispondere sul punto centrale: se la Chiesa romana si sia effettivamente " aperta "; se essa si sia mostrata in grado di ridare la fede, o di dare qualche cosa che riprenda e trasformi la fede in ciò di cui " il mondo " ha bisogno. E queste poche pagine guardano ciò che ha fatto il Concilio, non ciò che la Chiesa romana potrà fare in séguito con decisioni ufficiali, o anche potrà esser fatto da altri Concili, una parte su cui io non posseggo nulla di probabile.
Mi sia concesso il diritto di fare questa ricerca sull'acquisizione o no, da parte del Concilio, dell'" apertura ", non solo per il mio impegno alla vita religiosa, ma anche per l'uso, in piú di trenta anni, della parola " apertura ", applicata praticamente. Nei miei Elementi di un'esperienza religiosa, usciti dall'edítore Laterza nel 1937, ho usato piú di venti volte il termine, - alquanto insolito in quel tempo -, e sorto in me spontaneamente in chiaro contrasto con il fascismo, molti anni prima che leggessi il libro del Bergson su Le due fonti della morale e della religione.
Dicevo, tra l'altro: " Il sentimento che il mondo ci è estraneo se ci si deve stare senza amore, senza un'apertura infinita dell'uno verso l'altro, senza una unione di sopra a tante differenze e tanto soffrire. Questo è il varco attuale della storia " (pag. 21); " la religione deve intervenire per aprire l'anima, per favorire accordi e comprensione, per aprire, mediante l'amore, tutti gli orizzonti " (pag. 27).
Dico questo perché se qualcuno mi accusasse di occuparmi di ciò che non mi riguarda, la Chiesa romana, io possa almeno rispondere che mi riguarda esaminare l'uso che si fa della parola e dell'idea di " apertura ".
Non sono cattolico da decenni; mi professo un " libero religioso nonviolento ". Ma vorrei dire che prendo questi tre termini molto seriamente, nel senso
1. di una religione consistente nel rapporto con la COMPRESENZA dei vivi e dei morti, creatrice corale dei valori, provvidente e liberatrice dai limiti dell'attuale realtà;
2. della formazione incessante di una tale vita religiosa nell'apertura e nel dialogo, con LIBERTA’ da un'istituzione sacerdotale autoritaria che ha un Capo, infallibile pronunciatore di dogmi (papismo);
3. della pratica della NONVIOLENZA e delle sue tecniche in ogni atto e in ogni lotta, verso ogni essere.
Perché, dunque, occuparmi del Concilio? C'è anche un altro fatto. Il Concilio è stato la riunione di persone nominate dall'autorità centrale, di gerarchi, di funzionari; e io non potrei accettare che essi siano gli esclusivi, e anche i piú autorevoli, rappresentanti della Chiesa romana.
So bene che i credenti accettano implicitamente i vescovi che vengono loro mandati dall'autorità centrale, ed essi accettano il " Capo ", altrimenti avverrebbero, alla periferia e al centro, fatti di noncollaborazione, di ribellione e aperti contrasti; ma è certo anche che non esiste un movimento permanente nella Chiesa romana con una permanente elaborazione di princípi e di decisioni pratiche, e la conseguente libera elezione delle persone incaricate dal basso di realizzare le deliberazioni.
Detto questo e per la questione di principio, tutt'altro che indifferente ai miei occhi, ho ritenuto tuttavia che il Concilio fosse da considerare attentamente come un fatto cospicuo, nel campo di un'ístituzione che non è la mia, anche perché sarebbero venuti in evidenza, nel Concilio, alcuni problemi di teoria e di pratica, che mi interessano sommamente nel lavoro quotidiano (e non può che essere cosí) di formazione e sviluppo della mia vita religiosa, problemi che vengono talvolta portati in discussione nelle riunioni domenicali del libero Centro di orientamento religioso (C.O.R.) di Perugia.
Tanto piú, che, se ritengo l'istituzione cattolica puramente storica e quindi transeunte, come, piú o meno, tutte le istituzioni storiche, le persone, i cattolici sono, come tutti gli esseri, secondo me, infiniti, con i quali, come con tutti gli altri, avverrà una crescente convergenza e compagnia, malgrado le diversità, in eterno.
Mi piaceva di sapere che cosa avesse detto questo buon gruppo di persone cattoliche, anche se altre, che conosco ed amo, e ritengo ricche di tesori religiosi, non erano nel gruppo " autorevole ".
C'era poi una ragione che ha un peso notevolissimo: il Concilio aveva parlato spesso di Gesú Cristo, e probabilmente aveva espresso molte volte l'intenzione di rifarsi a Cristo.
Ora, sebbene io veda una profonda differenza tra il Discorso della montagna e il Credo, e sia profondamente persuaso che l'assolutezza sta nella sostanza e in tante espressioni del primo, ma non nella sostanza del secondo, sono orientato non solo ad assimilare, da decenni, alla mia vita religiosa, i princípi cristiani, dell'apertura ad una realtà liberata, della nonviolenza e del perdono, della valutazione degli " ultimi ", della ragione del contrasto col mondo, ma anche a moltiplicare Gesú Cristo per ogni essere, a vedere nella morte di ogni vivente una crocifissione che il mondo dà e una resurrezione nella compresenza in eterno.
Mi interessava, accingendomi a questa ricerca, vedere se quel vasto gruppo di persone cattoliche avrebbe, superando disgraziate posizioni del passato, ripreso e svolto, con energia di amore, elementi autentici evangelici.
Volevo anche constatare se alcuni aspetti su cui io penso sempre e batto apertamente da decenni come caratteri auspicabili di una nuova vita religiosa, fossero divenuti cari e oggetto di tensione per qualcuno, o per i piú, entro la riunione dei " Padri conciliare ", ed enuncio schematicamente tali aspetti.
Aldo Capitini, Severità religiosa per il Concilio, Bari, De Donato, 1966, pp. 11-15