LA MIA PERSUASIONE RELIGIOSA

 

Apertura al singoli esseri e compresenza cooperante di tutti, anche dei sofferenti e dei morti, nel fare il bene, nel realizzare i valori. Sproporzione tra i fatti della realtà limitata e l'essere tutti nati e attivi nella compresenza.

Più che una nuova religione, una realtà liberata.

Ho lasciato la pratica della religione cattolica da ragazzo. Sono tornato ad occuparmi di temi religiosi, dopo circa sei anni, alla fine della Prima guerra mondiale, ma senza riprendere precisarnente né la pratica né la fede della religione tradizionale.

Di « religioso » c'erano nel mio animo e nella mia ricerca intellettuale questi elementi: 1, il superamento del patriottismo scolastico in una disposizione umanitaria e internazionalistica, nella scoperta del principio supremo dell'amore fra tutti; 2, il distacco dalle valutazioni di una civiltà attivistica secondo ciò che uno può fare e affermare, e l'attenzione a chi non può fare, a chi si aggira esaurito per le strade e tra il lavoro degli altri, a chi è sofferente, ed è messo al margine della vita; 3, il rifiuto della considerazione della vita della giovinezza secondo i godimenti, le varie esperienze, la fortuna, apprezzando, invece, la fedeltà a « voti » di rinuncia e a un indirizzo moralmente rigoroso; 4, la ricostruzione della mia cultura su basi classiche, dopo l'esperienza dei moderni e dei contemporanei perfino estremisti.

Il nazionalismo, il dannunzianesimo, il futurismo, restarono alle mie spalle, e ripresi, in fondo, la sincerità, la serietà, l'apertura del fanciullo di prima dei dieci anni. li Leopardi, il Manzoni, Virgilio, il Vangelo, guidarono la ricostruzione dopo la parentesi di dispersione e di enfasi. Ero in una posizione morale, e in politica, attento (ma non professante) alle esigenze socialiste.

Il periodo che seguì, quello che nella società nazionale fu del fascismo, mi portò ad usare il termine di « religione » con una precisa intenzione e per concrete ragioni. Davanti al potere della violenza e davanti a quel falso classicismo, che era invece accademia e autoritarismo esteriore; e davanti al fatto che l'istituzione religiosa tradizionale nessun aiuto dava a contrastare ad un regime che era sbagliato dai punti di vista della libertà, della socialità, dell'educazione, mi trovai costretto a risalire direttamente ai maestri di vita religiosa, a contatto prossimo con quello spirito e quel metodo: Gesù Cristo, Buddha, San Francesco, Mazzini, Gandhi.

Non dubitai di poter usare la parola di « religiosa » per la posizione che concretai: di fede in Dio, nella nonviolenza, nella nonmenzogna, nella noncollaborazione con ciò che crediamo un male e rivalutazione affettuosa per i sofferenti, i minimi, gli ultimi.

Da allora (1931-32) cominciai un'elaborazione più attenta e concreta dei temi religiosi, tanto che lasciai gli studi letterari per gli studi fdosofici, fino ad arrivare agli Elementi di un'esperienza religiosa (1937), nei quali principi come quelli dell'« infinita apertura dell'anima », e dell'« unità amore » erano svolti nelle loro conseguenze anche politiche e sociali.

Ma non vorrei che queste parole dessero l'impressione che la persuasione religiosa che mi ero costituito, fosse una formazione culturale. Se la cultura mi giovò, per rendermi meglio conto del carattere leggendario di tanti « fatti » collocati dalla tradizione alle origini del cristianesimo, per articolare e prendere migliore coscienza degli sviluppi di una libera posizione religiosa, e per osservare più informatamente nell'orizzonte dei mondo il tramonto delle vecchie posizioni religiose e politiche; sono certo che anche senza cultura sarei arrivato ai punti essenziali della mia persuasione religiosa, a cui tendevo, si può dire, da fanciullo, ma che le vicende della vita, unite come sono ai sentimenti e alla riflessione, mi fecero concretare: sapere della gu erra, conoscere direttamente il dolore e insistentemente, soffrire l'esaurimento, l'insonnia, la fragilità fisica, sperimentare il male morale, non accettare la violenza, interessarsi ai singoli, vivere in povertà, tendere ad associarsi per lottare politicamente, possono essere anche in una persona senza speciale cultura, e loro mi hanno condotto ad una vita religiosa.

Quando incontro una persona, e anche un semplice animale, non posso ammettere che poi quell'essere vivente se ne vada nel nulla, muoia e si spenga, prima o poi, come una fiamma. Mi vengono a dire che la realtà è fatta così, ma io non accetto. E se guardo meglio, trovo anche altre ragioni per non accettare la realtà così com'è ora, perché non posso approvare che la bestia più grande divori la bestia più piccola, che dappertutto la forza, la potenza, la prepotenza prevalgano: una realtà fatta così non merita di durare. E’ una realtà provvisoria, insufficiente, ed io mi apro ad una sua trasformazione profonda, ad una sua liberazione dal male nelle forme del peccato, dei dolore, della morte.

Questa è l'apertura religiosa fondamentale, e così alle persone, agli esseri che incontro, resto unito intimamente per sempre qualunque cosa loro accada, in una cornpresenza intima, di cui fanno parte anche i morti; i quali non sono né finiti né stanno a fare cose diverse da noi, ma sono uniti a noi, cooperanti, a fare il bene, i valori che facciamo, e che nessuno può vantarsi di fare da sé. Così anche chi è, per ora, sfinito, pallido, infermo, e pare che non faccia nulla di importante; anche chi è sfortunato, pazzo (per ora), è una presenza e un aiuto unito a tutti.

La religione è semplicemente un insieme di pensiero e di azione, di principi e di atti (che possono anche accrescersi e variare) allo scopo di preparare e formare in noi l'apertura religiosa. Ma ciò che conta non è di avere sempre la religione, ma che venga una realtà liberata che comprenda tutti; e perciò incontriamo ogni persona, ogni essere, senza l'apprensione che possa finire, e con la gioia di essere inseguito sempre più uniti e cooperanti, verso delle realtà aperte che non possiamo descrivere.


Aldo Capitini, Religione aperta, Venezia, Neri Pozza, 1964, pp. 9-13