L'ASSEMBLEA

 

Nell'ipotesi migliore il centro formato da chi è persuaso dell'apertura nonviolenta si presenta come integrazione delle istituzioni. Le istituzioni possono inorgoglirsi della loro chiusura e divenire prepotenti; e allora il centro è di assoluta opposizione, in nome della realtà di tutti; ma le istituzioni possono esplicare un'azione benefica, facendosi strumenti (per quanto possono) di una buona intenzione verso i valori e verso gli esseri. Tuttavia il centro costituisce quella integrazione che è sempre necessaria. La cosa è sempre vera, ma nel presente momento è culminante. Facciamo due esempi.

Il primo è quello del Parlamento. Non sono d'accordo con i distruttori del sistema rappresentativo, che le democrazie occidentali hanno costruito; ma ne vedo i limiti. Bisogna esser vissuti sotto una dittatura per capire che il libero funzionamento della rappresentanza parlamentare è qualche cosa di positivo, pur con i suoi difetti di influenzabilità da parte di interessi particolari e settari, pur con il suo abusare della insufficiente informazione e della scarsa educazione critica delle moltitudini popolari, quelle a cui bisognerebbe tener di piú, perché le persone colte hanno altri modi per esercitare una qualche influenza pubblica. Non accetto la frase del " cretinismo parlamentare".

Considero utile il Parlamento, ma mi preme dire che esso ha bisogno di essere integrato da moltissimi centri sociali, assemblee deliberanti o consultive in tutta la periferia. Questa integrazione è dal basso. Il Parlamento, che è dal basso per la sua derivazione dall'elezione, rischia tuttavia di diventare " dall'alto ", cioè dalla capitale, da un cerchio di conoscenze speciali e di interessi riservati a pochi. Bisogna che siano tanti gli enti locali deliberanti in assemblea, da costituire il necessario contrappeso e correttivo. E poiché anche al livello degli enti locali può ripetersi l'indurimento delle posizioni " dall’alto ", è necessario costituire centri sociali, periodici e aperti, nei quali si dibattano tutti i problemi a cominciare da quelli amministrativi. Non importa che i centri sociali siano inizialmente soltanto consultivi, perché la pressione che essi possono esercitare sui nuclei deliberativi è sempre possibile, se non altro manovrando il consenso e il dissenso secondo le tecniche della nonviolenza.

Il centro sociale periferico (consiglio di quartiere, di frazione, di villaggio, di borgata) è uno degli strumenti per dare un potere a tutti. L'assemblea è sempre un fatto commovente per chi è aperto alla compresenza. Essa è qualche cosa di piú della somma dei presenti; è sempre un'unità che cerca sé stessa, come un astro staccato da una galassia che intraprenda a ruotare in un'orbita, ma in un modo molto piú difficile. Su ogni assemblea passa il soffio della compresenza, anche come invito alla disciplina e all'elevazione. Essa è anche l'esempio, il modello di riferimento della compresenza, e perciò è sacra. Non si vedono i morti, e non si vedono, di solito, i sofferenti e gli altri assenti per le loro limitazioni temporanee; ma essi potranno tornare nell'assemblea, e nessuno può escludere che un giorno avvenga il grande fatto del ritorno dei morti, o della loro visibilità accanto ai viventi. L'assemblea è sacra, ed è permanente; anche quando non è riunita, vive una ragione che la tiene unita. _

Una grande forza di educazione e di freno viene dall'assemblea verso chi ne fa parte, e vi cimenta le sue forze, e le depura dall'arbitrio, dal sentimentalismo, dalla permalosità.. E’ bene affermare che l'assemblea ha un grande potere.. E’ un potere su cui si può lavorare per renderlo piú informato e consapevole, meno soggetto alla scompostezza, piú eroico talvolta, ma ha sempre qualche cosa di imponente e di rispettabile, direi di musicale.

So bene che l'assemblea molte volte è inferiore a questa idea, e svela i suoi difetti; tuttavia ha il grande pregio di mostrare che potrebbe elevarsi ad essere come è l'idea, soprattutto quando praticasse la perfetta umiltà riguardo alla compresenza, nel continuo vagliare il proprio potere ai criteri dei valori e della realtà di tutti. Un'umiltà che è prima del. l'inizio di un'assemblea e subito dopo la sua fine, perché riconosce l'impossibilità di comprendere l'infinità di tutti gli esseri, senza esclusione.

L'assemblea non è infallibile, può sbagliare; ma il concreto atteggiamento è di starci dentro per mostrarle i suoi sbagli; e purtroppo l'insufficienza umana- si vede in questo evitare di farsi presente in un'assemblea con il proprio dissenso costruttivo. Chi è aperto deve sempre collocarsi nelle assemblee, perché esse sono qualitativamente superiori all'autorità del monarca, che, come dice lo Hegel, deve mettere il puntino sulla i per dar valore esecutivo ad una legge. Il travaglio di un'assemblea è molto piú nobile di quel tale che avanza a mettere il suo puntino. Gli sbagli di un'assemblea suscitano il mio dolore infinitamente di piú degli sbagli di un sovrano educato male, perché questi è un mio fratello, mentre l'assemblea è piú, è qualche cosa che mi genera.

Il principio che l'assemblea ha il potere è valido, perché è ciò che assomiglia piú di ogni altra cosa alla realtà di tutti, che è dal basso e omnicomprensiva. L'assemblea è una molteplicità che porta in sé l'unità, e perciò è il primum, la presenza del potere. Ma noi vediamo cosí l'assemblea e la esaltiamo, in quanto siamo aperti alla realtà di tutti. L'errore sarebbe di esaltare l'assemblea indipendentemente da ogni riferimento, e allora l'assemblea diverrebbe una parte della realtà in continuo pericolo di essere al livello della natura, di farsi prendere dalla tentazione di chiusura, di presumere alla infallibilità. Il Dewey dice che il pregio di una comunità sta in due caratteristiche: il gruppo di valori a cui serve, l'apertura al mondo, circostante. E questo è soprattutto un buon criterio, che viene portato al suo piú alto livello nella idea della compresenza di tutti cooperanti ai valori. L'assemblea acquista il massimo valore nel riportarsi alla compre- senza, nella quale l'assemblea si media e si eleva. Ciò che è "dal basso", se messo in rapporto con la compresenza, risolve in sé perfettamente tutto ciò che è in alto.

Una qualsiasi assemblea è già in sé un prestigio e un potere, che sono ulteriori al potere di uno solo; ma è anche una potenzialità di portarsi molto piú in avanti, se si mette in rapporto con la compresenza e in essa si media. Accettare il modo nonviolento di regolare i rapporti con gli altri, mantenere e articolare l'apertura alla realtà di tutti e ai valori che tutti producono cooperando, questo può essere vissuto da un'assemblea, e accettato mettendolo insieme con il proprio potere.

L'espressione " dal basso" vuol dire esattamente di muovere dai singoli esseri, nella loro esistenza e molteplicità, nelle loro condizioni anche elementari di vita, di benessere, di cultura. S'intende che l'apertura nonviolenta valorizza al massimo questo principio, ma sulla linea di procedere fino alla compresenza. Non può ciò che è "dal basso" pretendere all'assolutezza, se non è nel quadro dell'universalità della realtà di tutti. Altrimenti non è piú dal basso, ma è oligarchia o tirannia di un gruppo di pochi, o oclocrazia, se è tirannia che una " massa" esercita su altri. E’ già molto quando in un'assemblea c'è chi la vede da questa apertura alla compresenza: ciò che egli presenta, è in grado di elevare e fondare l'alto valore dell'assemblea; e se l'assemblea non l'ascolta, almeno per il momento, egli non ha che i due princípi detti prima per ogni occasione: stabilire solidarietà con altri, accettare la costanza nell'affermazione con eventuale sacrificio, cioè il tempo lungo per l'attuazione del meglio.

L'assemblea può perdere, almeno per un po' di tempo, le sue possibilità migliori, accontentandosi delle soddisfazioni della natura o vitalità o potenza; o può riscattarsi, prima o poi, nella mediazione con i tutti e i valori (compre- senza). L'assemblea può avere in sé anche una sola persona che, persuasa della compresenza, parla e propone ai componenti dell'assemblea decisioni ispirate dalla compresenza (preferenza per i metodi nonviolenti, interesse per uno od altro dei valori, ricerca e culto degli esseri piú limitati, appassionamento a servire tutti, ecc.): egli vede non soltanto l'assemblea che esige il potere e l'afferma, ma mette in rapporto questo potere con la compresenza.

Insieme con il contatto o mediazione che l'assemblea può avere - almeno in alcuni - con la compresenza, c'è un altro contatto, ed è quello con l'opinione pubblica. L'assemblea che pretenda di farne a meno rivela subito di essere una parte, un pezzo, che presume ad assolutezza, e perciò perde l'universalità che potrebbe sostenerla. Dal Settecento l'opinione pubblica è venuta in primo piano, perché sono stati spodestati i re "per grazia divina". Naturalmente l'opinione pubblica esisteva anche prima, ma nel Settecento si è compreso meglio che ogni cittadino, non piú minorenne ma di- venuto maggiorenne, ha il dovere di "parlare ed ascoltare", e di contribuire a rendere informati tutti di tutte le riforme pubbliche possibili.

L'opinione pubblica è sempre varia, ricca di correnti diverse, di dislivello, di informazioni disparate, di formazione culturale disuguale. Ma ciò non vuol dire molto, perché c'è sempre il posto per una proposta nuova, per un'affermazione mai fatta. Essa serve a colmare le distanze tra chi esercita il potere e chi parrebbe che non lo avesse. Non esiste soltanto chi comanda e chi obbedisce, perché esiste anche l'opinione pubblica che rende facile o difficile sia il comando che l'obbedienza.

E l'assemblea deve essere informata circa l'opinione pubblica e deve essere pronta a dare le proprie informazioni all'opinione pubblica, dando e ricevendo. Ogni associazione o ente deve avere un ufficio stampa. In questo modo l'assemblea viene a vivere in una condizione di sviluppo equilibrato, perché la soddisfazione delle sue esigenze tiene conto da un lato della finalità della compresenza, e dall'altro della presenza dell'opinione pubblica.

Nella società attuale permane una concezione gerarchica e chiusa, per cui i dirigenti di ogni ente si sentono impegnati soltanto davanti ai loro superiori. Invece la prima responsabilità di ogni ente è davanti al pubblico anonimo, e davanti a questo l'ente deve parlare e ascoltare, giustificando i propri provvedimenti in una determinata situazione e ascoltando suggerimenti e proposte. Una vecchia tradizione centralistica (medioevale per un lato, napoleonica e burocratica per l'altro) non ha creato l'abitudine di render conto al popolo anonimo; e il parroco, per esempio, non rende conto ai parrocchiani alla fine dell'anno delle entrate e delle spese della parrocchia stessa e di beni che non sono personalmente suoi.

Proprio qui occorre fare la rivoluzione piú decisa, che prende questi aspetti:

1. ridurre la durata del potere e ammettere il diritto di revoca quando dal basso si ritenga errato quell'uso del potere;

2. creare molti organi intermedi e gruppi di lavoro per decisioni piú particolari e per i controlli;

3. imporre ad ogni livello la convocazione frequente e periodica di assemblee;

4. fornire all'opinione pubblica largamente le proprie informazioni ed ascoltare le critiche e le proposte.

Anche il potenziamento dell'opinione pubblica è un modo di estensione del potere di tutti, perché tutti in essa vengono ad esercitare una certa influenza; e per questo bisogna difendere e svolgere i diritti della libertà di espressione, informazione e controllo, come anteriori ad ogni altro, come quelli che assicurano un certo potere a tutti. Purtroppo le rivoluzioni recenti, mirando a trasformare le " strutture ", hanno trascurato tali diritti, sia stando in basso che stando in alto, e perciò è in atto una paurosa involuzione del potere. E se le attuali posizioni della proprietà, con grande prevalenza della proprietà privata, rendono molto difficile ai cittadini di contribuire dal basso all'opinione pubblica; se ciò che dipende direttamente dallo Stato (la radio e televisione, e anche quotidiani di proprietà pubblica) finisce con essere non aperto a tutti, ma tendenzioso e conformistico; non c'è, finora, altro modo che di servirsi di centri sociali, che moltiplichino e alimentino dal basso le voci dell'opinione pubblica.

 

 

Aldo Capitini, Omnicrazia potere di tutti, in Il Potere di tutti, Firenze, La Nuova Italia, 1969, pp. 88-93