NON BASTA L'EFFICIENZA
Piero Gobetti, scrivendo ne "La Rivoluzione liberale" su Giacomo Matteotti il 1° luglio 1924, disse: " Ma la sua attenzione era poi tutta a un momento d'azione intermedio e realistico: formare tra i socialisti i nuclei della nuova società: il comune, la scuola, la cooperativa, la lega. Cosí la rivoluzione avviene in quanto i lavoratori imparano a gestire la cosa pubblica, non per un decreto o per una rivoluzione quarantottesca ". E il 15 aprile 1924 Gobetti aveva scritto, ne "La Rivoluzione liberale", che le opposizioni non avrebbero dovuto far conto sulla monarchia, sugli antifascisti conservatori, sulla manovra parlamentare; ma che bisognava avere il coraggio di non collaborare alla Camera neanche con la critica, magari a costo di iniziare un nuovo implacabile ostruzionismo: la strada rettilinea era quella di provocare il dissidio tra i poteri locali e il centro, attraverso la conquista dei Comuni, tessendo lí sopra un lavoro per tutta una gene- razione.
Antonio Gramsci era allora a Vienna e scrisse al Togliatti il 19 aprile 1924 che, anche se il concetto di Gobetti di conquistare i Comuni e di fare l'ostruzionismo parlamentare aveva qualche cosa di ingenuo, tuttavia aveva anche qualche cosa di vero perché bisognava " evidentemente organizzare un nuovo potere nella fabbrica e nel villaggio, che sviluppandosi, soffochi lo Stato fascista " (Paolo Spriano in "Rinascita" del 12 febbraio 1966).
Era quella una situazione tragica, e la libertà stava morendo: c'era una grave insufficienza nell'organizzare la non collaborazione dal basso verso il fascismo, e quegli spiriti vedevano chiaro, ma non avevano intorno quella preparazione e quella maturità che li assecondasse; e la responsabilità di ciò non sta soltanto nella Chiesa romana che non voleva creare nessuna diffìcoltà al governo fascista, ma anche in quelle correnti laiche che contavano piú sul Parlamento e sui colloqui romani, che su coordinate pressioni dal basso.
Oggi il problema viene ripresentato in grande, e il pro- movimento di una generale capacità di controllo dal basso viene ripreso con assoluto rigore dai persuasi della compresenza e dellomnicrazia, appunto perché superatori della violenza e tesi a stabilire continue solidarietà. Bisogna aver pronta una vastissima rete di organi dal basso, di consulte locali, di comitati scuola-famiglia, di centri sociali piú che per ogni parrocchia, di commissioni interne, di consigli scolastici e comitati universitari, di centri di addestramento alle tecniche nonviolente, di commissioni locali di controllo di tutte le forme di assistenza e previdenza, di sviluppo di assemblee per addestrare tutti, e particolarmente i giovani, perché non si sentano isolati o giocati dall'alto. Non si deve separare la "efficienza" dalla "partecipazione comunitaria", che è un fine altrettanto importante; anzi certe volte la storia ha cura di sviluppare piú il secondo che il primo, guadagnando in legami che uniscono gli uni agli altri, e perdendo in risultati tecnici; ma non è detto che siano epoche meno importanti per la civiltà. A me sembra che proprio in questa epoca, tra ellenistica e pompeiana, la civiltà stia facendo un passo molto importante per imparare - e vivere - che la ragione è internamente i tutti uniti dai valori (la compresenza), e il passo conta anche nella sfera politica e sociale, nella quale la "realtà di tutti" nel suo senso piú elevato, si fa crescentemente presente. Acquisire ciò può essere importante, quanto assicurare l'efficienza agli organi del potere.
Le riserve che si fanno circa una "democrazia diretta" sono da considerare attentamente: non si tratta di arrivare ad un'amministrazione permanente da parte della piazza anonima, calpestatrice, per di piú, dei diritti delle minoranze e della presenza di opposizioni effettive. Il discorso è diverso- si tratta di "aggiunte" da stabilire instancabilmente. Ciò che è inaccettabile è la saggezza di coloro che dicono'. da che mondo è mondo, sempre pochi hanno governato, e non andate a cercare altro. Ha scritto Domenico Bartoli, nell"'Epoca" del 5 giugno: " L'autogoverno nel senso pieno della parola, la democrazia diretta sono illusioni, specialmente nel mondo moderno. Scompaiono a poco a poco come istituti praticamente operanti anche da quegli antichi cantoni della Svizzera dove sopravvivono le assemblee popolari, ossia di tutto il popolo, direttamente deliberante. Una cosa, allora, importa piú di tutto il resto: la presenza di una classe politica capace, onesta, equilibrata, non troppo cupida di potere, attaccata alla libertà e alla legge, che ponga chiaramente alla moltitudine degli elettori le diverse scelte sulle quali essa, col suo voto, deve decidere con piena indipendenza.
Naturalmente, la libertà di questa scelta è limitata dall'attività della classe politica, che elabora i contrastanti programmi secondo la propria interpretazione degli interessi nazionali e particolari, li spiega, li volgarizza, li diffonde con maggiore o minore abilità, e dovrà poi applicarli. Perciò, anche nella piú larga delle democrazie, come fu dimostrato già molti decenni fa da grandi scrittori italiani, sono i pochi che governano e i molti che sono governati ".
Ma non ci si può accontentare della speranza che venga una classe dirigente onesta e competente, correndo il rischio di tante delusioni, irrigidendo la circolazione delle élites, perdendo il vantaggio di quell'educazione generale che c'è nello sviluppo del controllo dal basso. Il controllo aiuta ad essere onesti e competenti, anche chi stenta a diventarlo. Non è alla maggioranza caotica e dispotica che viene aperto il varco: le forme di assemblea (con gruppi e commissioni di studio che riferiscono volta per volta) e il controllo qualificato e articolato, sempre nella fede che il potere è di tutti, debbono creare un insieme tutto sensibile, informabile e capace di attivo consenso e dissenso.
Il dissenso è importante specialmente nei riguardi della guerra (" di fronte alla guerra atomica - ha scritto Norberto Bobbio - siamo tutti obiettori di coscienza "), e da questo campo si può muovere e risalire tutta la china, per avere la fede e la forza di costruire una nuova società, in stato di rivoluzione permanente nonviolenta dal basso, che superi i vecchi strumenti della guerra e della rivoluzione armata, che poi, in un periodo di terrore, consolida il potere dei violenti e crea nuove ingiustizie.
Nel momento storico in cui ci troviamo, nella confluenza di due insoddisfazioni, della struttura capitalistica occidentale (che continua le guerre, lo sfruttamento, l'oppressione di classe) e della struttura comunistica (che impedisce la libertà di informazione, di critica, di controllo, di circolazione), dobbiamo avere la forza di congedare anche ciò che era connesso con le due concezioni, il gruppo tecnico onnipotente in nome dell'efficienza, il gruppo politico onnipotente in nome della rivoluzione.
Aldo Capitini, Omnicrazia potere di tutti, in Il Potere di tutti, Firenze, La Nuova Italia, 1969, pp. 81-84