LA TEORIA DELLE DUE FASI DEL POTERE

 

La scelta della rivoluzione nonviolenta al posto della rivoluzione violenta dipende dalla fiducia che i mezzi conformi alla nonviolenza assicurano, a lungo andare, una maggiore stabilità alle conquiste. Il rivoluzionario violento è pessimista, poiché egli distrugge gli avversari e impone nuove strutture sociali con la dittatura.

Siamo noi sicuri che gli avversari sono chiusi alla trasformazione che proponiamo? Naturalmente non c'è da illudersi, ritenendo che gli avversari si muteranno súbito, appena noi faremo le nostre proposte, che li danneggiano: non è questo che può pensare il gruppo nonviolento, che non si illude affatto.

Ma se la proposta rivoluzionaria è accompagnata da due elementi:

1. la crescente solidarietà dal basso con altre persone;

2. il sacrificio proprio in un lungo tempo, con la costante affermazione della propria proposta rivoluzionaria; la cosa matura in modo diverso.

Può darsi, vedendo la situazione strategicamente, che, se le forze di rivoluzione violenta corrono il rischio di non esser piú vittoriose, poiché il fronte della conservazione può dispiegare una capacità repressiva schiacciante ora che ha capito di esser messa in pericolo; questo sia il momento storico nel quale bisogni soprattutto consolidare la posizione che teniamo e trovare i modi di rafforzare e confortare i persuasi, perché non si disperdano.

Ciò che manca oggi è proprio un addestramento al saper resistere e tener fermo, a íìanco dell'addestramento all'assalto rivoluzionario. Proprio in questo tempo sta avvenendo l'arricchimento dell'opposizione, mediante la posizione nonviolenta, che condivide la lotta, ma non l'uso dei mezzi violenti. E per non ricevere l'accusa di essere improduttivi e inefficaci, non c'è altro che sviluppare all'estremo i due punti accennati: lo stabilire solidarietà, il saper resistere a lungo.

Di solito il nonviolento resiste meglio, perché muove dal principio che la sua lotta è lunga ed è preparato ad essa, che dà già gioia.

Questo discorso vale anche ad illuminare l'espressione "il potere di tutti". La solidarietà aperta e il sacrificio resistente conferiscono un potere a tutti, dànno cioè una capacità di influire, di presentare effìcacemente la propria volontà, di essere, sia pure inizialmente in piccolo, ascoltati e fors'anche obbediti.

Bisogna saper praticare i due modi della rivoluzione nonviolenta per capire poi, quasi con stupore, che esiste, anche da questa parte, un potere; un potere che si esplica da un "centro". Con la persuasione nonviolenta appare il rilievo del centro (una persona o piú persone), da cui viene esercitata quella determinata pratica nel mondo circostante. La teoria del "centro" aperto a dare il contributo proprio nel mondo circostante, viene a sostituire la teoria della comunità dei salvati, chiusi nella loro pratica e destinazione diverse. La fedeltà alla compresenza crea, con ciò stesso, un centro aperto.

La presenza di un centro modifica già la struttura sociale, che non è piú composta di persone aventi un potere e di persone che non lo hanno: un centro che attua l'apertura nonviolenta mostra che è possibile avere un potere, senza bisogno di sostenerlo con la violenza. Il persuaso come centro è la prova visibile che è possibile fronteggiare il potere assoluto delle istituzioni.

 

Aldo Capitini, Omnicrazia potere di tutti, in Il Potere di tutti, Firenze, La Nuova Italia, 1969, pp. 86-87