LE LEGGI

 

Dopo l'esperienza del metodo nonviolento nella lotta civile, si è fatto questo passo significativo: alla legge si può disubbidire, quando vi siano giuste ragioni, ma con le tecniche nonviolente.

Le leggi sono produzione nostra, e come tali possono essere mutate cooperando; anche la "disobbienza attiva", che dichiara pubblicamente le ragioni del dissenso, è atto di cooperazione alla legge, cioè, a produrre una legge migliore; ma la noncollaborazione e disobbedienza debbono essere manifeste, per collaborare all'opinione pubblica (e in questo il Settecento e il Kant hanno profondamente ragione: contribuire all'opinione pubblica).

Al posto dell'obbedienza a tutte leggi, quali che esse siano, può essere sostituita, secondo il nostro punto di vista la collaborazione alle leggi eventualmente non collaborante, che è il modo per assorbire la rivoluzione violenta in un ordine dinamico che ha la capacità di trasformarsi.

E se la disobbedienza nonviolenta è fatta in nome della compresenza e dell'omnicrazia, ecco dove sta il riferimento costante, piuttosto che in una volontà comune legislatrice infallibile.

Ma ciò che resta del Kant, oltre la spinta a non modificare l'ordine in modo violento, e il valore dell'opinione pibblica, è il valore della correttezza civica, dell'onestà (che, secondo noi, può essere anche nel disobbidire, purché dichiarato e suggerendo una legge migliore); correttezza civica ed onestà molto in contrasto col disordine attualmente dominante: dell'ingannare le tasse, del frodare gli enti pubblici o del valersene per profitti privati, del fare inchieste volutamente inefficienti sulle varie mafie, del mentire a tutti i livelli, ecc.

E se questa scorrettezza civica italiana è dovuta anche alla diffidenza verso coloro che hanno amministrato, da padroni e senza giustificarsi, la società italiana per secoli, lo sviluppo dell'omnicrazia in ogni punto del nostro Paese, la continua attenzione e cooperazione alla legge, salvo la noncollaborazione anche grave talvolta, ma pubblicamente giustificata, potrà affezionare all'onestà civica tutti gli abitanti.

Come possono tutti gli italiani sentire che obbedire alla legge è obbedire a sé stessi, se così poco esteso è il controllo di tutti e così scarsa la diretta, visibile produzione delle leggi?

Il superamento dell'individualismo arbitrario e semplicemente vitale o utilitario, va affidato all'omnicrazia, tanto più se garantita dall'apertura alla compresenza.

Accettare una legge, per convinzione della sua utilità per la convivenza umana, e quindi della sua ragionevolezza, non vuol dire collaborare alla costrizione di cui la legge sia armata. Anzi può esserci nell'animo un rispetto, e anche un entusiasmo, per la legge priva della costrizione, e che tende ad essere accettata ed eseguita semplicemente per una sua capacità persuasiva.

Sarebbe opportuno molte volte formulare leggi, con l'aggiunta che l'esecuzione di essa "è affidata alla coscienza dei cittadini". Non fa certo una buona impressione quel vedere la legge sempre accompagnata da una minaccia.

 

 

Aldo Capitini, Omnicrazia potere di tutti, in Il potere di tutti, Firenze, La Nuova Italia, 1969, pp. 75-76