GUERRIGLIA E NONVIOLENZA

 

Il termine più usato negli scritti di opposizione in questi ultimi tempi è "guerriglia". Esiste la "guerriglia urbana", quella rivendicata da gruppi di negri americani; esiste la guerriglia, diretta con i partigiani dalle montagne, perché dice Fidel Castro: "E' assurdo e quasi criminale cercare di dirigere la guerriglia dalla città" (Per i comunisti dell'America latina: o la rivoluzione o la fine; Libreria Feltrinelli, p.33).

Di solito le guerriglie sono intraprese da èlites dinamiche, che si buttano avanti in mezzo a popolazioni arretrate, prima di averle sensibilizzate individuo per individuo. Alcune volte la guerriglia non riesce, perché manca la vicinanza di una grossa nazione che la alimenti di armi. Ma è pienamente comprensibile nel suo sorgere. Dove l'oppressione, lo sfruttamento, la persecuzione degli strati subalterni sono durissimi, la coscienza si solleva e vede una liberazione nel buttarsi alla guerriglia, pur di non languire, di non subire inerti. Il contrasto è il combattimento; viene una forza disperata, tutto viene semplificato e nella lotta è eroico e semplice: che importa morire ?

Vi sono alcuni paesi dell'America meridionale, come la Bolivia, nei quali il movimento rivoluzionario ha già trovato elementi, con feroci repressioni e processi, come quello contro Debray, che ne è appunto il teorizzatore. E forse quella sarà una delle prove più vaste per la fortuna o sconfitta del movimento della guerriglia. E quando gli Stati Uniti avranno terminato il loro impegno nel Vietnam, non è da escludere che si pongano direttamente il problema di sradicare Castro e di bloccare in modi drastici la discusione della teoria rivoluzionaria. Non c'è bisogno di elencare tutti gli altri paesi dove la guerrglia è in atto o in preparazione.

L'interesse per la guerriglia, teorizzata o praticata, sembra che abbia sospinto sullo sfondo l'interesse per la nonviolenza.

Lo ha notato Scalfari ne "L'Espresso" del 3 luglio 1967 in un articolo intitolato La santa violenza: "la violenza riappare con crescente intensità e va coprende un'area sempre più estesa". Pareva che i giovani avessero scoperto il valore della nonviolenza. E invece è tornata l'attrattiva della violenza. Scrive Scalfari:

"Sono tutti, e in perfetta buona fede, amanti della pace né più né meno di prima. Solo che, a differenza di prima oggi hanno scoperto che la pace, questo bene inestimabile, il più grande di tutti, spesso si difende e si conquista con la guerra. Ed ecco il nuovo ipettacolo degli amanti della pace, ciascuno dei quali sostiene la sua propria guerra mentre condanna le guerre degli altri.

"Nuovo spettacolo? In realtà, si tratta di uno spettacolo vecchio come il mondo. Solo che noi avevamo diciotto o vent'anni nel 1940, speravamo che tutti avessero capito, ritenevamo banditi per sempre i discorsi sulla virtù o quanto meno sulla necessità della violenza. Speravamo che si consolidasse e, soprattutto, che venisse raccolta e fatta propria dalle generazioni che seguivano e che fosse possibile sostituire un certo tipo di aggressivo vitalismo con un'alacrità d'altra natura e di più alto livello spirituale. E' doloroso ma doveroso constatare che l'illusione è durata poco. Come può reagire a tutto ciò l'opinione "liberale"? Dimostrando caso per caso, problema per problema che la violenza non risolve nulla, non taglia nessun nodo, non suscita nessuna energia, ma aggroviglia ancora di più, rinviando all'infinito ad altre violenze e ad altre vendette? E' una via lunga e difficile. Ma scorciatoie non ce ne sono".

L'illusione non stava nella verità profonda che era stata scoperta ma nel ritenere che tale verità fosse generalmente acquisita, che il realismo politico avesse per sempre fatto posto alle lente costruzioni dei rapporti federativi tra le nazioni e dello sviluppo democratico di ogni popolo. L'illusione era credere che la tremenda lezione fosse bastata, e questo non era vero: altre ce ne vogliono e ce ne vorranno!

La verità intravista allora dai giovani rimane verità... Abbiamo visto diffondersi rapidamente l'adesione ai "cittadini del mondo", che pareva una soluzione tanto facile! E tutti nei mesi della Liberazione si dicevano socialisti! Si è perfino accolto il termine "nonviolenza" non cercando di andare nel fondo e capire ciò che esigeva.

E' venuto ora il periodo difficile, quello non più del plauso ma dell'apparente fallimento, del ritorno dell'animo all'uso delle soluzioni violente perché l'animo non era mutato affatto e la mente non aveva ricercato attentamente e consolidato atteggiamenti diversi da quello di Castro, di Dayan, dei Vietcong.

Dobbiamo tornare a ripetere che è necessaria una preparazione profonda se si è all'opposizione della società esistente.

O si accetta la protezione dai poteri esistenti e ci si lascia andare al loro giudizio, rinunciando ad ogni contrasto personale o di gruppo vivendo in quella "indifferenza" politica, che vediamo dilagare.

O ci si pone in un atteggiamento di critica: tolti alcuni che operano nelle strutture del potere esistente, molte volte costretti ad attese o rinvii, ridotti ad invocare un imperatore "buono" dopo un imperatore "cattivo", restano due fronti ben chiari, quello della guerriglia, quello dell'intervento nonviolento.

C'è in loro qualche lato simile per il fatto che essi contestano tutto il sistema, cioè mirano entrambi a stabilire un diverso potere, ed entrambi impegnano la vita in un atteggiamento straordinario e di estremo pericolo. La strategia della nonviolenza è in ritardo rispetto all'altra, ma si sta formando. Essa corrisponde a un momento ulteriore.

Lo scatto alla guerriglia è immediato, la scelta della nonviolenza è mediata. Per la guerriglia, se si sa chi odiare e distruggere, basta prendere un'arma; per capire e maturare nel proprio animo la scelta della nonviolenza, ci vuole molto di più.

Bisogna anzitutto comprendere che la guerriglia o scelta della violenza, non è detto che sia sempre vittoriosa, tanto più oggi che esiste ben altro che il fucile. Alcune volte la reazione la schiaccia e le toglie ogni successo. Non fu Spartaco a liberare il mondo romano né i partigiani zeloti (i "ladroni") liberarono la Palestina con le loro bande antiromane. Ed esiste non soltanto un problema di "azione", ma anche di un gruppo di motivi ideali dalla parte degli oppositori: non è detto che sempre chi si getta all'azione violenta abbia in sé il più alto e complesso contenuto di opposizione, valido universalmente: c'è chi valuta molto (e lo crede anzi il secreto della storia) questa carica di contenuti per il domani di tutti.

Non c'è dubbio che sulla croce Gesù Cristo - che aveva rifiutato la violenza - portava in sé, per il domani dell'umanità, un contenuto più pregevole dei due "ladroni" o partigiani violenti che gli furono accompagnati dai grossolani tutori dell'ordine, che non seppero distinguere.

Non è detto che l'uso della guerriglia, diffondendosi largamente con tutte le sue tecniche, tra cui il terrorismo, non crei nell'opinione dei più un desiderio di ordine esterno, comunque stabilito, e ciò vada a vantaggio delle Forze repressive delle reazioni che almeno stabiliscono un certo ordine.

Nel riconoscere i limiti del metodo elettorale e parlamentare, i fautori della guerriglia ritengono che al posto della "illusione elettorale", abbia maggiori probabilità di successo per la trasformazione della società il loro modo di combattimento e di costruzione politica. sulla base del partito unico; i fautori del metodo nonviolento, muovono dal rifiuto della guerra, e tendono ad attuare il principio della massima democratizzazione, in aggiunta al metodo elettorale, mediante un vastissimo controllo, informato ed attivo, con la disposizione a contrastare a tutto ciò che è ingiustizia, oppressione, sfruttamento: contrastando non solo a che ci siano sfruttati dal capitalismo, ma anche a che ci siano privati della libertà di espressione, informazione, associazione, da parte di gerarchi politici o burocrati polizieschi.

Che ancora nell'opinione di molti l'azione nonviolenta sembri meno incisiva e decisiva dell'azione violenta, deriva principalmente dal fatto che l'educazione degli uomini è ancora prevalentemente fondata non sul valore di ciò che viene affernnato, e che talvolta provoca trasformazioni a lunga scadenza e profonde, ma sul risultato e il successo.

Per questo, chi è persuaso della compresenza e dell'omnicrazia non ha che da persistere nell'arricchimento di motivi interiori che egli mette nell'uso della nonviolenza, motivi interiori che sono la premessa di un avvenire più complesso, che già comincia nell'atto stesso.

 

 

Aldo Capitini, Omnicrazia potere di tutti in Il potere di tutti, Firenze, La Nuova Italia, 1969 pp. 68-72