L'INTEGRAZIONE NELLA COMPRESENZA E NELL'OMNICRAZIA
Mi pare che sia sempre piú chiaro che la persuasione della compresenza e dell'omnicrazia non si presenta a prendere il posto della élite o gruppo dominante. Alla élite come dominante fu contrapposta, dal Marx, la classe del proletariato, godendo del numero infinitamente maggiore. Egli indicò gli sforzi della classe dominante di attirare a sé i migliori tra gli appartenenti alla classe subalterna, e non escluse, d'altra parte, che alcuni della classe dominante passassero alla classe subalterna e ne sposassero la. causa.
Ma la classe o élite dominante ha due modi per consolidare, finché può, il suo dominio: le armi e la religione. Le armi sono la forza di repressione e di allontanamento di ogni nemico; la religione serve a sostenere la "autorità" della classe dominante, e purtroppo anche il cristianesimo è fatto servire a questo, sí che i sacerdoti si trovano mescolati agli uomini d'arme, e agl'industriali (perché alle armi moderne è necessario l'appoggio di un'industria); anche un notevole gruppo di intellettuali si associa ai religiosi conformisti all'autorità.
E chiaro che la nostra posizione è tutta diversa, e fa cadere la costruzione dell'élite attuale: l'opposizione alla guerra e alla guerriglia licenzia le armi e fa mutare indirizzo all'industria; la compresenza di tutti toglie il sostegno ad ogni religione che non sia perfettamente nonviolenta: le vec- chie religioni debbono raccomandarsi alla nonviolenza, perché le accolga e perdoni loro, sebbene sapessero bene che cosa facevano quando bruciavano gli eretici, organizzavano le crociate, impedivano la libertà dei fedeli, e perfino la loro aperta informazione.
E al posto della élite che toglie alla "massa" qualche cosa, e della "massa" che rende il dovuto all'élite togliendo ad essa, la persuasione nostra porta un'infinita valorizzazione della moltitudine, usando strumenti che sono sempre dal basso: la compresenza, perché include quegli esseri quasi annullati che verrebbero collocati in disparte nell'inefficienza e quindi dimenticati; l'omnicrazia, perché utilizza il controllo e il potere fin degli ultimi.
Questo modo è il contrario dell'élite. Mentre questa vuol rimanere ciò che è (sostanzialmente un'aristocrazia), e soltanto si apre ad accogliere "individui" della classe antagonistica, la nostra persuasione trova il valore complessivo di tutti, un orizzonte che tutti comprende e capace di aiutare ogni singolo, elevandolo alla non-morte e alla non-soggezione. Quando la nostra persuasione si fa centro, sa di stare non in uno schieramento antagonístico, ma di servire alla valorizzazione di tutti, è centro entro i tutti.
Perciò anche la valorizzazione dell'ente locale, la partecipazione alla sua vita, ai suoi problemi, al suo sviluppo, è da vedere in questo orizzonte; non è un'esasperazione campanilistica dei motivi locali, ma la sollecitazione agli elementi locali attinta dai motivi piú universali che siano possibili. La stessa bellezza di ciò che si può costruire localmente, provvedimenti, istituti, edifici, viene illuminata da una luce festiva che viene dall'orizzonte della compresenza e dell'omnicrazia.
Vi sono due teorie sociologiche, quella della società come integrazione e quella della società come coercizione. I fatti sociali sono spiegati ora dall'una (per cui nuovi elementi e nuove decisioni vengono assunti, "integrati", nel sistema sociale), ora dall'altra (per cui avviene un conflitto e un capovolgimento di posizioni tra gruppi di dominio e gruppi di obbedienza: i fatti storici si spiegano ora con la cooperazione, ora con l'uso della forza).
La nostra posizione supera le unilateralità delle due posizioni. La prima è insufficiente quanto alla struttura a cui assimilare: non può il capo di un sistema politico sociale attuale dell'Occidente, basato sulla proprietà privata e su privilegi di condizioni, di potere, di cultura, presentare la- teoria dell'integrazione nel suo sistema come esso è, perché questo non è che un modo per confermare un privilegio, associando elementi di rinforzo. La seconda è insufficiente perché il modo per mutare le condizioni della vecchia autorità, essendo violento e affidato ad un partito o gruppo onnipotente, allontana, invece di avvicinare, l'omnicrazia.
Il metodo rivoluzionario nonviolento presenta, sotto l'aspetto dell'integrazione, quella che, invece, è una trasformazione radicale delle strutture: il sistema a cui viene integrata l'innovazione continua è la realtà di tutti, e perciò una posizione di massimo socialismo e di massima libertà, della proprietà pubblica nelle dimensioni piú larghe (la fine della differenza tra ricchi e poveri) e del controllo dal basso da parte di tutti.
In questo sistema tutte le novità possono essere integrate; ma per noi la cooperazione ha un nome, che è apertura alla compresenza ed all'omnierazia, che è perciò di rivoluzione sociale e religiosa.
Aldo Capitini, Omnicrazia potere di tutti, in Il Potere di tutti, Firenze, La Nuova Italia, 1969, pp. 132-134