L'EDUCAZIONE PERMANENTE

 

Si è arrivati al principio dell'educazione permanente. Prima si consideravano due età nell'uomo, una dell'uomo che cresce (adolescente) e quindi apprende e va a scuola, e l'altra età, dell'uomo che è cresciuto (adulto), e non va piú a scuola, perché lavora ed è capo della propria famiglia.

Oggi questa distinzione non si fa piú. Si è cominciato col mutare il concetto di crescenza, che è di ogni età; il Dewey sostiene che il fanciullo deve crescere in maturità, l'uomo maturo deve crescere in fanciullezza, cioè in prontezza al nuovo, al cambiamento, in apertura agl'incontri e al fare. Oggi si studia come impostare l'educazione permanente, per cui l'essere umano sempre apprenda, sempre si formi attivamente, si educhi e possa farlo.

Naturalmente questo programma è anche provocato dal carattere del "sapere", che nel nostro tempo si raddoppia ogni dieci anni, e chi resta al vecchio sapere, si scopre arretrato; e anche dal fatto che la scuola darà sempre piú le "strutture" fondamentali del sapere, ma non i contenuti, perché sono abbondanti, crescenti, ed è impossibile apprenderli interamente; nella scuola si imparerà ad imparare, poí, anche da sé, cioè a sapere come uno si può procurare il sapere da sé, avendo già le nozioni fondamentali, gli orientamenti generali, i punti di attacco, le strutture, uno spirito critico e costruttivo.

In questo programma dell'educazione permanente (che comprende: scuole, insegnanti, libri adatti; istituzioni scolastiche e culturali per adulti, per la fine della settimana o per periodi, circoli culturali e corsi residenziali di aggiornamento, di studio, di raccoglimento; sviluppo del tempo libero, ecc.) l'apertura alla compresenza e all'omnicrazia porta, direi, la spina dorsale, coordinando le occasioni e gli stimoli, crean- do stabilmente l'esigenza dell'educazione permanente.

Abbiamo visto che l'apertura alla compresenza è ricerca continua non solo nel senso dell'ampliamento concreto e vissuto della realtà di tutti (a tutti coloro che ne possano far parte: anche i lontani? anche i limitati? anche i morti? anche i subumani?), ed è perciò un'intensificazione quotidiana degl'incontri, come una scoperta di parenti; ma è anche culto dei valori attuati e in atto, come prodotti dalla compresenza di tutti, dau'aiuto che ogni essere può intimamente dare.

Compreso questo, viene un continuo desiderio di conoscere nuovamente i valori, non come ci è stato insegnato, quali prodotti di individui singoli: Gesú Cristo, San Fran- cesco, Dante, Bach, Beethoven, Michelangelo, Cézanne e tanti, tanti altri. Viene il desiderio di ascoltare nuovamente quella musica, ma come sia un coro risultante dall'unità di tutti (si, c'è anche mio padre morto, c'è anche quel giovanissimo il cui svolgimento fu troncato, c'è anche quel disgraziato che consumò tutta la sua esistenza nella miseria e nell'ignoranza in una società che non lo salvò): un'elevazione nuova sorregge in quel momento il nostro animo, che tuttavia non perde nulla della tensione nella comprensione dei temi, delle linee, degl'insiemi, che quella musica presenta.

Cosí se medito sul Discorso di Gesú dalla montagna e quella grande apertura, e intendo che tutti intimamente vi contribuirono e contribuiscono, cresce la reverenza per i valori. E l'educazione è in gran parte appassionata acquisízione dei valori.

Inoltre l'apertura all'omnicrazia, che è l'esercizio continuamente costruttivo delle assemblee, spinge pressantemente all'educazione permanente, perché le assemblee affrontano problemi, e i problemi bisogna conoscerli, approfondirli, vederne i precedenti, i riferimenti, le soluzioni proposte. Valori e problemi vengono cosí a costituire la sostanza sempre viva di un'educazione permanente coltivata - è sperabile - dal piú largo numero di esseri viventi.

 

Aldo Capitini, Omnicrazia potere di tutti, in Il Potere di tutti, Firenze, La Nuova Italia, 1969, pp. 109-110