IL FUNZIONAMENTO DELL'ASSEMBLEA
La tensione esclusivamente politica è portata a trascurare e deprezzare le assemblee, perché la politica ha per fìne sommo la conquista e la conservazione del potere.
L'esperienza ce lo conferma: la svalutazione dei sovieti nell'Unione sovietica, il modo di imporre la propria volontà da parte del Pentagono e del Presidente americano, la non assunzione del compito di moltiplicare assemblee popolari dal basso da parte del Partito comunista italiano dopo il 1948.
In questo momento storico spetta ad un'altra tensione, quella dell'apertura nonviolenta, di mantenere ferma la reverenza e la valutazione per l'assemblea: l'assemblea come prima cosa in ogni campo, come quella che esplica un controllo continuo e imprime una direzione ad ogni associazione ed ente. Naturalmente questo va fatto in modo concreto, e non come rivoluzione del caos e dell'in- concludenza o della sopraffazione.
Dopo la Liberazione dal fascismo e avendo istituito nella mia città, e poi altrove, un Centro di orientamento sociale (COS) per libere assemblee popolari periodiche (il lunedí e il giovedí alle ore 18), aperte ai problemi amministrativi e generali di carattere politico, sociale, educativo, culturale, mi proponevo di portare "il principio del COS" in ogni campo oltreché in ogni luogo, quartiere o parrocchia. E scrissi al Ministro della Giustizia con la proposta che noi del COS avremmo istituito nelle carceri della città riunioni periodiche (con tutte le garanzie per l'ordine) sul tipo di quelle del COS, per i due ordini di problemi amministrativi e culturali-sociali che anche i carcerati possono avere, nei limiti della loro condizione. Pensavo all'enorme vantaggio educativo, sociale, culturale, liberativo, per tutti i carcerati. Il Ministero non mi rispose.
Il mio progetto era di portare il principio del COS in ogni ente, anche ospedali e enti di previdenza ed assistenza, e perfino, come forza di educazione, nei manicomi (cosa che oggi si sta facendo, con ottimi risultati, a Perugia, a Gorizìa e altrove).
Ma il punto da chiarire è di vedere quale è la struttura giusta del principio dell'assemblea. Un funzionamento dell'assemblea che presuma di essere da sé tutto, e che funzioni secondo la maggioranza, senza alcun margine per le minoranze e per chi è fuori di quell'assemblea particolare, non è l'esatta struttura, corrompe l'attuazíone democratica, e durerà poco: sarà sostituita da funzionari.
La struttura dell'assemblea ha non soltanto una direzione verticale nel senso di controllo di ogni autorità soprastante, ma una direzione orizzontale nel senso del rapporto federativo con tutte le altre assemblee. E perché l'esigenza della compresenza prevalga su quella del potere - che finirebbe per seppellire l'assemblea soppiantata da qualche astuto tiranno -, non è necessario soltanto sviluppare un senso critico per non farsi ingannare. una continua informazione per conoscere i problemi e giudicare le soluzioni, ma anche ricorrere molte volte alla garanzia che è data dai persuasi nonviolenti della realtà di tutti.
Presso costoro si è sicuri di trovare la pazienza e la costanza di persone che amano l'assemblea come una parte visibile della compresenza, e non la considerano semplicemente un mezzo in nome dell'efficienza. Fare dell'assemblea anche un "íìne" oltre che un mezzo, una soddisfazione e un sacrificio valido in sé stesso, è di chi considera la compresenza non un mezzo, ma un fine.
Nei riguardi dell'assemblea si riproduce il difetto che è nei rivoluzionari non pienamente consapevoli di ciò che di "diverso" è portato dalla rivoluzione. La mancanza di un punto sicuro di riferimento nella contrapposizione fa sì che molte volte la rivoluzione sia semplicemente un'imitazione.
Oggi si può vedere chiaramente la "compresenza" come punto di riferimento per la contrapposizione, e dovremmo aver forza per non cedere alla imitazione. La prima e antichissima " imi- tazione" è stata quella della natura: la natura o vitalità violenta procede per violenza? il pesce grande mangia il pesce piccolo? ci si preserva uccidendo? ebbene anche noi facciamo uno sforzo eguale di realizzazione violenta. I tentativi di stabilire un orientamento diverso dalla natura o vitalità violenta hanno toccato culmini alti, come quello di amare i nemici, che imitando la natura vorremmo invece sopprimere.
I rivoluzionari contro il tiranno non debbono "imitare" il tiranno, semplicemente sostituendo la persona, ma mutare tutto il sistema. E se noi mettiamo al centro della trasformazione sociale l'assemblea, non vogliamo principalmente che essa "serva", cioè dia risultati migliori dell'opera di un fun- zionario fornito di pieni poteri.
Non per utilità, non per una efficienza maggiore, si sceglie l'assemblea, ma per un valore in sé, perché è una parte viva della compresenza. E perciò se ne accettano gli eventuali inconvenienti, o svantaggi o disutilità. Ma può anche darsi che si accresca inaspettatamente l'efficienza, e l'assemblea renda piú concreta, piú pulita, piú aderente l'amministrazione o gestione; cioè che si realizzi il Vangelo: "Cercate il regno dei cieli, il resto vi sarà dato per sovrappiú". Ma sarà difficile ottenere dai politici che strumentalizzano tutto e dai superficiali pragmatisti, dai fedeli della tecnica, questo primato dell'assemblea come un valore per sé stessa.
Coloro che contrappongono semplicemente l'assemblea all'autorità non fanno, dunque, che imitare il modo con cui la "autorità" esercita il potere, e quindi l'assemblea sarà presto o tardi chiusa, dopo che ha servito per conquistare il potere. Una cosa del genere è avvenuta per il Concilio Vaticano secondo, aperto per stabilire nuove direttive sulla base dell'assemblea (per quanto ciò è possibile in un'istituzione in cui il potere scende dall'alto e il cui capo è infallibile). Ma quando, chiuso il Concilio, qualcuno ha cercato di continuare la ricerca di nuove direttive e forse anche di riforme, si è sentito dire che non si poteva continuare e che il Concilio oramai era chiuso.
L'assemblea non è per imitare il vecchio potere, ma per stabilire un potere con modi nuovi, e di questi bisogna essere consapevoli; sono da costruire e articolare come mai è stato fatto (mediante gruppi di lavoro, commissioni di inchiesta, d'iniziativa, d'intervento, formabili e dissolvibili secondo il bisogno), realizzando un modo nuovo di esercitare il potere, avendo come riferimento non la volontà in un comando, ma la compresenza. l'assemblea tendente non ad imitare una volontà onnipotente, ma a creare l'omnicrazia, il potere che ha tutti presenti.
Aldo Capitini, Omnicrazia potere di tutti, in Il potere di tutti, Firenze, La nuova Italia, 1969, pp. 100-103