IL POTERE E LA TECNOCRAZIA

 

L'opposto dell'assemblea è la tecnocrazia. L'obbiezione piú frequente che viene fatta ai sostenitori della democrazia diretta è che le condizioni attuali della civiltà e i cómpiti che stanno davanti ai dirigenti delle comunità umane sono tali che esse richiedono un potere non condiviso, disperso, ignorante, ma concentrato e competente. Se vogliamo, si di ce, che l'insieme abbastanza complesso della società attuale funzioni, dobbiamo affidarci ai tecnici, cioè a persone che siano capaci di guidare tale funzionamento.

E’ evidente che il potere dei competenti o tecnici va condizionato. Non possiamo pensare per es. di affidare ai tecnici il potere sull'esistenza o non esistenza dei cittadini, per cui se un gruppo di tecnici fosse convinto che, per es., la soluzione dei problemi dei Mezzogiorno italiano o dell'India sarebbe agevolata dall'uccisione del 50% dei bambini che nascono, essi potrebbero ordinarla, senz'altro. Tutto sta, dunque, nel dare il minimo potere ai tecnici, cioè nel sottometterli al potere di altre persone, e di porre dei campi intoccabili o diritti che essi non possano minimamente trascurare.

La cosa rientra nella situazione generale dell'attuale civiltà, che fa la confusione tra i mezzi e i fini, ed ha tanto perfezionato la quantità e qualità dei mezzi che ha finito per apprezzare questi, obliando i fini. La vitalità, l'affluenza di beni, le macchine, l'ordine sociale e l'efficienza dei servizi, da mezzi son diventati fini; e perciò si capisce l'importanza e i meriti che assume chi si occupa di tali mezzi.

Per affrontare il problema i modi possono essere questi:

1. Insistere, con l'esempio e la diffusione, sul valore di altri elementi della civiltà, di valore culturale ed etico, tali da diminuire il prezzo eccessivo pagato per lo sviluppo delle tecniche del benessere: la semplificazione della propria vita e la preferenza data ai valori culturali ed etici, agli impegni religiosi e sociali, si contrappone tanto piú efficacemente quanto maggiore è il numero di coloro che fanno le scelte migliori.

2. Vi sono certe tecniche che noi dobbiamo coltivare con competenza per porle accanto a quelle che riguardano gli agi della vita e gli aspetti meccanici, amministrativi, fisici, medici: sono le tecniche della vita culturale, artistica, educativa; tecniche della nonviolenza, degl'incontri sociali, della ricerca religiosa.

3. Il perfezionamento della tecnica in seguito a nuove ricerche scientifiche può condurre ad una semplificazione dell'esecuzione di molte operazioni. L'automazione rientra in questo progresso. Se il dominio di un processo meccanico è possibile con poca fatica e con poche conoscenze, sarà possibile estendere a moltissimi tali cómpiti, almeno per brevi periodi a turno.

Tutti potremmo alternarci in certi servizi pubblici, se estremamente semplificati nel congegno direttivo. Non può oggi anche un pittore, un musicista, guidare la propria automobile? Non c'è bisogno di attribuire un potere eccessivo ai meccanici dei motori automobilistici. D'altra parte nella scuola dovremo apprendere, tutti, una certa cultura politecnica che ci renda atti, domani, ad esercitare temporaneamente certe funzioni tecniche o a dirigerle, se avremo imparato le strutture dei vari campi dell'amministrazione della vita.

4. Questo discorso sulla possibilità della direzione di settori tecnici affidata per rotazione può allargarsi al potere nel senso che potrà avvenire che moltissimi o quasi tutti acquisteranno l'attitudine di tale direzione, se ci sarà un frequente avvicendamento nei posti di direzione. Lo sviluppo degli enti intermedi, locali e periferici porterà a che tutti esercitino, abbiano esercitato o potranno esercitare il potere, trovandosi in un posto direttivo e di responsabilità.

Anche qui è efficace il rimedio portato dal criterio dei "tuttì". L'avvicendamento deve essere permanente in modo che la rotazione delle cariche impedisca il formarsi di una casta di tecnocrati largamente dominante dappertutto.

Lo scopo è, dunque. di contenere le pretese dei tecnici, soprattutto impedendo che essi diventino buròcrati e accrescano all'infinito il loro potere. Ai modi già accennati, della competenza tecnica acquistata ed esercitata da tutti in un campo o nell'altro, e dell'avvicendamento nei posti di potere, si unisce il funzionamento della democrazia diretta con il controllo che essa può far esercitare direttamente dall'assemblea.

Forse ha preso la mano il criterio dell'efficienza, e non sono state considerate abbastanza le conseguenze dell'abbandono del controllo sui tecnici e i buròcrati. Le società attuali sentono sempre meno l'obbligo di tenere un conto adeguato dei due elementi, che trasformano la democrazia in omnicrazia: le assemblee e l'opinione pubblica. C'è una continua manipolazione delle une e dell'altra, e le sopravvivenza del rispetto per esse ha molto spesso un aspetto ipocrita. E’ molto piú sbrigativo fare a meno delle une e dell'altra, liquidarle, sostituendo un principio autoritario, dall'alto, di imperio. Una società che fa dell'efficienza del suo funzionamento materiale il supremo valore, si capisce che arrivi alla soppressione di quei due elementi, che sembrano inutili o dannosi perditempo rispetto all'efficienza.

Naturalmente, fatta l'esperienza dell'imperio e visto che questa efficienza per sé stessa si fa sempre meno efficiente e si appesantisce nella burocrazia, si dovrà di nuovo riprendere quei due preziosi principi omnicratici dell'assemblea e dell'opinione pubblica. Noi possiamo anticipare quel momento per merito dell'apertura alla compresenza: questa che viene accusata di utopismo ci separa dai seguaci dell'efficienza.

 

 

Aldo Capitini, Omnicrazia potere di tutti, in Il Potere di tutti, Firenze, La Nuova Italia, 1969, pp. 93-95