La nonviolenza e lo Stato

E’ comprensibile la perplessità di alcuni davanti al termine « nonviolenza» per il significato negativo di non, come se la nonviolenza stessa, nel suo insieme e come atto, sia qualche cosa di negativo, sia il nulla al posto dell'essere e del fare.

Qui sta il punto decisivo per la storia della nonviolenza.

Se ancora è possibile questo equivoco, esso dipende da due ragioni:

1 - non ci si è ancora sufficientemente distaccati dai concetti del « mondo », dal modo di vedere comune, per il quale la lotta per il proprio utile individuale, o per il bene comune può ben usare i mezzi violenti dalla percossa, della tortura e dell’uccisione quando essi giovino al raggiungimento del fine.

2 - non si è ancora riusciti ad articolare sufficientemente la nonviolenza in tutto ciò che ha di positivo e di costruttivo, in modo tale da rendere evidente che essa non atto negativo.

La prima ragione si fonda sulla difficoltà che avvenga il capovolgimento religioso, il distacco dalle valutazioni consuete dalla vita, il rifiuto di dare assolutezza al piacere ed anche all'ordine e alla giustizia, la critica costante e radicale dei motivi dell'agire comune e dei sentimenti ereditati. E’ comune, per il nostro fondo animalesco e vitale di stima per ciò che è « forte », l'entusiasmo al veder passare dei soldati inquadrati; è comune psicologicamente l'impulso a prendere il disturbatore e a buttarlo fuori, con l'applauso di tutti. Il violento è il forte, il deciso, l'attivo, colui che difende il debole, che mette ordine nel mondo per avere, in un senso piú basso, il piacere, in un senso meno basso, la giustizia.

Ma domandiamoci: Non c’è altro?

La seconda ragione si fonda sul fatto che nei millenni passati la nonviolenza ha preso un aspetto non ampio e incalzante e invadente tutti i campi, ma limitato, talvolta perfino incerto.

Vi sono grandi persone della storia religiosa che usarono la violenza; i testi stessi l'hanno esaltata, per esempio rallegrando il credente in Dio col pensiero della distruzione fisica dei suoi avversari.

Un monaco medievale, narrando del battesimo del re francese Clodoveo, scrive che il re, udendo del tradimento e del Martirio di Cristo, proclamò che se fosse stato presente lui e i suoi ne avrebbero fatto sanguinosa vendetta. « Così, scrive, egli provò la sua fede, cosi egli convalidò il suo cristianesimo ».

Finora la nonviolenza non si è presentata, generalmente, come la porta ad un'altra realtà totale. O questa realtà è stata confinata dopo la morte.

Naturalmente vi sono delle eccezioni, anche, di gruppi e comunità. Ma per ciò che riguarda i primi cristiani tuttavia, a parte la loro altissima fede e il loro martirio, c'è l'ombra delle catastrofi previste per i loro avversari.

Fra quelli che hanno approfondito l'impegno alla nonviolenza, o, oltre ad averne fatto la sostanza della propria anima, hanno dispiegato un insieme di modi complessi, sono stati San Francesco e Gandhi.

In questi la nonviolenza è stata più che una tensione individuale o un'affermazione insieme con altre: in essi è stata, e specialmente nel secondo, l'ispiratrice di un metodo dentro il mondo, ma non preso dal mondo.

Il lavoro nostro deve procedere su questa via: dare sovrabbondantemente al posto di ciò che si perde del mondo: sostituire, alla fedeltà tenace ad un principio, il nutrimento e la letizia del convito della nuova realtà.

Il significato profondo della nonviolenza è quello di fondare l'infinita apertura dell'anima. Essa ha due termini:

1 - dalla parte degli esseri ai quali è rivolto l'atto della nonviolenza esso è interesse alla loro esistenza, al loro autodeterminarsi dal di dentro, al loro libero sviluppo;

2 - dalla parte di chi effettua l'atto, esso è puro dare.

Puro dare significa compiere un atto senza volere nulla per sé, nemmeno la difesa, l'approvazione, l'imitazione. E’ il dare aperto, che non riscuote e non esige perché ha fiducia di aver collocato il suo atto nell'universale intimo di tutto e di tutti. Chi è, persuaso di questo, non cura di costituire un gruppo chiuso.

Tutte le società, invece, attuatesi finora sono, più o meno, società chiuse.

Anche le migliori quelle cioè che hanno sviluppato il primo punto, dell'interesse e dell'amore per tutti gli esseri, non hanno finora vissuto profondamente questo secondo punto del dare aperto, tanto è vero che si sono espresse in articolazioni giuridiche, rispettabili, ma che non esauriscono il profondo della nonviolenza.

Insomma noi siamo davanti a due conseguenze, a due direzioni:

A) verso una società di buon costume civile, di rispetto reciproco, di fratellanza dell'uno verso l'altro (finalità democratica);

B) verso, una continua apertura materna dell’uno verso l'altro (finalità religiosa)

La nonviolenza così intesa esercita una instancabile critica della società circostante: è l'elemento dinamico che non dice mai, « fermiamoci », ma sollecita sempre a nuove aperture. Essa, circa il mondo politico, porta con sé tramutazioni radicali e decisive in questo momento storico.

Oggi la nonviolenza è alla svolta della storia, che o continua a ripetere sé stessa o si rinnova.

Chi commette la violenza, ripete passivamente millenni.

Dire intrepidamente no è far posto ad altro.

Io vedo questi elementi polemici con la realtà dello Stato:

1 - La nonviolenza dà fiducia ai cittadini di potersi contrapporre allo Stato che l'obbligherebbe alla violenza; e perciò crea l'utilissima educazione che la coscienza, lo spirito di tutti visti nella loro iniziativa singola, è qualche cosa di ben più ampio dello Stato com'è pensato comunemente.

2 - La nonviolenza sollecita alla realtà dell'unità internazionale, mostra che c'è qualche cosa che è oltre i confini di quel territorio dove si afferma l'onnipotenza dello Stato; che così riceve due limitazioni, una nel senso dell'interiorità della coscienza che si ribella affermando una legge non scritta che ritiene più alta, ed un'altra limitazione nel senso dell'orizzonte internazionale aperto a tutta l'umanità.

3 - La nonviolenza ispira i suoi persuasi ad una insistente campagna per il rispetto della libertà, contro la pena di morte e la tortura, per la tortura, per la trasformazione delle prigioni, per il continuo sviluppo del fatto educativo al posto di quello coercitivo, in modo da contrapporre ai provvedimenti legislativi tanti provvedimenti educativi che conducono allo stesso risultato voluto dalla legge ma spontaneamente.

La violenza dello Stato si presenterebbe come meno inaccettabile di quella dell'individuo, perché mentre questa può esser fatta in nome dell'egoismo, l'altra può esser fatta in nome di qualche cosa che modera l'espansione dell'egoismo individuale.

E in questo caso sarebbe la sollecitazione a cercare un io più profondo di quello semplicemente individuale, a trovare un io che dovendo contemperare le esigenze di più persone, può essere meno ingiusto e prepotente.

Lo Stato, per esempio nel condannare a morte una persona, (può appoggiarsi ad una ragione che tiene conto di un àmbito di interessi o di precauzioni molto più largo di quelli) di un individuo.

Io individuo posso uccidere uno per una furia momentanea o perché mi ha prodotto un danno che reputo gravissimo, e posso sbagliarmi, lo Stato può uccidere ragionandoci di più, sulla base di quell'esperienza tradizionale che è il diritto, e tenendo presente l'entità del danno riguardo a tutti i cittadini.

Inoltre la violenza usata dallo Stato è eseguita secondo una legge (quando lo Stato agisce legalmente), e questa legge è nota prima ai cittadini, che possono evitarla

osservando la legge; invece lo violenza dell'individuo può piombare su di me senza che io conosca il principio per cui opera; e quindi può apparirmi più arbitraria. Perciò posso preferire che le armi le tenga piuttosto la guardia di polizia che il mio vicino di casa.

Contro queste ragioni a favore della violenza dello Stato, sta la cattiva educazione che essa produce, in quanto disabitua dalla iniziativa e responsabilità individuale, produce il conformismo, induce a tendere alla conquista dello Stato per poi imporre leggi.                 L'educazione deve tendere a far sentire la piena libertà e responsabilità di decidere, tenendo conto della volontà dello Stato solo come uno degli elementi da considerare, che

rappresenta la volontà e l'esperienza di molte altre persone. Anzi, la nostra direttiva deve constare di due parti:

1-    influire sulle leggi dello Stato per migliorarle, e perciò talvolta disubbidendo in omaggio a una legge che riteniamo superiore, e che affermiamo pagando di persona

2-    fare scomparire le leggi stesse nel punto di arrivo, che è l'autodeterminazione libera, senza un nucleo autoritario di potere.

La nonviolenza è un esempio culminante di questo rifiuto di accettare la violenza dello Stato, mediante un proprio atto che presenta un modo nuovo.

In assoluto lo Stato e l'individuo stanno sulla stessa linea; violenza dell’uno e dell'altro; non esistono che atti di volontà, e l'individuo può superare il proprio egoismo con una decisione più libera di quella di chi fa le leggi dello Stato.

In assoluto non esiste l'individuo da una parte, lo Stato dall’altra; sono tutte decisioni, leggi, atti di volontà. E anche questa considerazione può rafforzare l’iniziativa di decidere con animo teso al meglio.

Dice il Marx nell'ldeologia tedesca (Berlin, 1932, p. 32):per il comunista si tratta di rivoluzionare il mondo esistente, di attaccare e di cambiare praticamente le cose che si trova davanti ». La rivoluzione vuole perciò operare una tramutazione della realtà: impugnandola per il lato economico-politico. L'esperienza c’insegna che per questa via la tramutazione è molto parziale. La rivoluzione russa, che è il caso più recente e forse quello che voleva essere il più radicale, si è veduta venire addosso tanto del vecchio mondo (militarismo, statalismo, illibertà, tortura, polizia ecc.), che il mutamento appare molto limitato.

Si sente allora che per una tramutazione totale è necessario impugnare un lato più essenziale che non quello economico-politico, più intimo dell'uomo.

Tramutazione radicale è quella religiosa, di Dio e dell'uomo, quella che coinvolge la limitazione, il rimorso, il dolore, la morte. Bisogna qui collocare il punto dalla tramutazione della realtà, cioè in un uomo che è dopo l'uomo attuale.

Perciò ogni guerra e rivoluzione dovrebbero apparire arretrate, non più all'altezza di un cambiamento che deve essere radicale, e non ripetere gli atti di guerra e di rivoluzione: la vera rivoluzione (cioè capovolgimento) è la nonviolenza, cioè dare un'altra direzione alla tramutazione della realtà. Con l’atto di nonviolenza io affermo l’unità amore con tutti, un’altra realtà. La nuova realtà è la compresenza non solo dei proletari ma di tutti i sofferenti, di tutti i morti, dell'interiorità di tutti. Il Marx è il profeta di un regno di Dio inteso secondo il realismo terreno-politico (per una classe eletta dalla Storia, il proletariato; noi dobbiamo affermare che la nuova realtà è di tutti gli oppressi, i sofferenti, i morti: è la compresenza infinita di tutti. E in questa realtà noi non siamo più gli individui limitati: siamo tramutati. Essere, rispetto a Marx, come i cristiani rispetto agli ebrei.

Certo, in alcuni comunisti c'è una forte tensione verso una realtà nuova. Racconta il Berdiaeff di un socialista democratico che gli disse di Lenin« Egli non fa differenza tra il bene e il male » (Au seuil de la nouvelle époque, p. 40). Questo perchè Lenin era tutto teso alla rivoluzione; e il resto gli pareva di poca importanza. Il male per lui sarebbe stato non gettarsi nella rivoluzione. avanti allo regno dei cieli Gesù provava un sentimento simile, e il vero peccato era dormire, non vigilare, non essere pronti ad accogliere l'imminente Regno; gli altri peccati erano meno gravi.

Cosi noi dobbiamo sentire la tensione ad una realtà e società dopo questa che è insufficientissima; la nonviolenza va collocata lungo questa tensione come atto di una rivoluzione più profonda.

Da Aldo Capitini, ITALIA NONVIOLENTA, Libreria Internazionale di Avanguardia

Bologna, 1949, cap.XVII, pp.72-78