L’IMMORTALITA’ NON E’ UN FATTO
…E’ da avvertire molto chiaramente che è impossibile essere certi della propria immortalità movendo dall’io.
Si ottengono sempre certezze fittizie, garantite dall’autorità di qualcuno, e durevoli quanto la fiducia in tali autorità.
E’ impossibile, perché non è sul piano dei fatti che si può diventare certi di ciò che trascende i fatti, perché l'io è un io particolare, e un'altra persona, di cui desideriamo l'immortalità, è una persona particolare, e sul piano del particolare non esistono che fatti, accertabili per prove al modo dei fatti.
Se, invece, svolgendo praticamente l'apertura al tu-tutti, mi appassiono all'esistenza e alla prosecuzione e trasfigurazione dell'esistere stesso in eterno per ogni singolo essere, ecco che allora si forma in me la persuasione della compresenza di tutti, e capisco che ogni essere particolare non finisce, perché fa parte della compresenza.
Se faccio un'eccezione, non interessandomi alla continuazione di un tu, ecco che la persuasione non si costituisce.
Anche qui, dunque, vige la regola che amando la continuità eterna di tutti, credendo in essa, senza affatto preoccuparmi della continuità dei mio io particolare, mi persuado della continuità di tutti.
Buona norma di vita religiosa è perciò non pensare minimamente alla propria immortalità, e prodigarsi nelle aperture religiose; riconoscere che il senso di sé va sottoposto continuamente all'apertura a tutti, si che ci si persuada che quel senso di sé, essendo del mondo, è sottoposto ad una crisi, perché tutto ciò che è del mondo entra religiosamente in crisi.
Ora comprenderemo meglio il limite che c'è nel formarsi una concezione del reale in funzione della nostra condizione di viventi.
Reale è ciò sulla cui esistenza non può sorgere dubbio.
Reale è ciò che è, che non può non essere, ciò che si impone, ciò che è autosufficiente. Accontentiamoci per ora di definizioni generiche.
Anche nel definire come reale ciò che esiste indipendentemente dal nostro pensarlo, se si va a vedere come è costruito questo concetto, si vede che è ben in rapporto con il nostro pensiero, perché in fondo significa: ciò che noi sperimentiamo come esistente, in modo che anche altri lo possano ugualmente sperimentare come esistente.
Siamo tanto abituati ad indicare come reale ciò che attualmente ed eventualmente è in rapporto con la nostra esperienza, che al problema dell'immortalità degli individui si sono date queste due soluzioni: o non esiste (cioè né io né altri possiamo averne esperienza), o esiste (cioè io ed altri possiamo averne esperienza).
Non si è affatto impostata un'altra categoria, l'unica valida per risolvere il problema.
La realtà dell'immortalità degli individui non può essere da me affermata che in rapporto al tu, non in rapporto all'io, cioè sorge dal tu, sull'atto di apertura al tu.
Tutte le volte che io penso alla mia immortalità, non afferro realmente nulla o soltanto miti più o meno validi, e mi consegno anche a sacerdoti che mi dànno mille assicurazioni; tutte le volte che io penso all'immortalità di un altro, sorgendo il pensiero dall'atto di interesse all'altro nello sforzo di vincere il suo negativo, mi metto sulla via di riconoscere la realtà dell'immortalità di quell'essere, e di ogni altro essere.
Senza questa apertura al tu, le realtà che costruiamo razionalmente, scientificamente, socialmente, registrano la morte come un fatto, e non la prendono in un atto che, facendosi profondo, diventa di compresenza.
Né si può dire che la ragione dominante nell'Occidente abbia fondato l'altra categoria. Perché l'immortalità vi è stata presentata come un fatto concernente tutti, accertabile un giorno, come ora i fatti scientifici; categoria quindi non nuova, ma uguale a quella della scienza; anche se poi nella diversa sorte dell'individuo immortale, entra il suo agire morale che la determina.
Così si è finito per costruire tutto un insieme di regole, un metodo, per assicurarsi la migliore posizione nella immortalità.
La cui realtà era di fatto.
E presentata così, non poteva non avvenire che l'io si desse da fare per assicurarsela di buona qualità.
Prima la certezza dell'immortalità poi la legge dell'amore.
Il capovolgimento è: prima l'amore, e quindi la certezza dell'immortalità altrui.
Cioè se si deve affermare una immortalità, noi non possiamo affermare che quella altrui.
Solo lì, nella direzione del tu, si apre un pertugio.
Tra la nessuna immortalità e l'immortalità degli altri, l'amore sceglie: che sia tu immortale.
Il Croce, discutendo l'etica dell'altruismo (nella Filosofia della pratica, Bari, Latenza, 1932, IV ediz., p. 281) dice: "La morale richiede il sacrificio di me al fine universale; ma di me nei miei fini meramente individuali, e perciò così di me come degli altri: essa non ha nessuna particolare inimicizia contro di me, da volermi sacrificare a vantaggio degli altri." Appunto perché egli resta in una concezione greco-umanistica, e perciò non si pone il problema di accertare un'altra realtà.
" Ho sempre fermamente negato la concezione della filosofia dello spirito come propedeutica alla metafisica e alla teologia.
E questo per avere sperimentato, che approfondendosi la filosofia dello spirito, via via i problemi della metafisica e della teologia si dissolvono, perché o essa li risolve o ne abolisce le premesse " (Lettera ad Alberto Caracciolo, nel libro di questi L'estetica e la religione di Benedetto Croce).
Al Croce avviene questo perché egli resta nell'ambito greco-umanistico dell'io e del vivente, e perciò non si pone il problema del morto (" I morti sono ben morti" per lui); cioè egli non affronta un tu con tanta forza da riuscire a scoprire la immortalità altrui.
In religione la persuasione della propria salvezza come un fatto, finì per inserire l'individuo in un cosmo fisico-metafisico e giuridico, con il conclusivo vacillamento della fede in questa altra realtà, che non era altra, poiché era in funzione dell'io.
Sarebbe dovuto essere puro amore per Gesù come non morto, e per ogni altro: una persuasione che non si può escludere esserci stata agli inizi o lungo il cristianesimo in qualche istante in qualche cristiano, ma subito deviata dal complesso impostato diversamente, sul presentarsi dell'io e del reale come di fatto.
Spesso accade che per mancanza di dedizione, si perdano alte occasioni!
Nell'aldilà cattolico i morti sono consegnati a varie destinazioni, in una collocazione diversa da quella in cui si trovano i viventi, con una distinzione netta tra buoni e cattivi (questi, tormentati), senza che ci sia un'infinita possibilità nei cattivi di diventare buoni.
Se attraverso il tu è possibile l'accertamento di una realtà in cui il morto non sia morto, ciò vuoi dire che l'atto può essere aperto a tale realtà, o può non aprirsi.
Il limite dell'atto vissuto e concepito secondo il Tutto vivente, è che avendo tutto in sé, pur dialetticamente attraverso contrasti e dinamismi, non si apre ad altro; le aperture sono all'interno del Tutto stesso, perché una cosa sia aperta all'altra, e non chiusa in una individualità che sarebbe astratta, irreale.
Ma il Tutto, se è Tutto, a che deve aprirsi? sembra inutile e impossibile (una follia) un'apertura sopra la normale e costituzionale apertura.
Già, ma come è stato costruito questo "Tutto"? sulla base del vivente, e organicamente in esso.
Se questo Tutto (che respinge il morto) non basta, ecco che l'atto che lo imitava si muta, e si apre veramente, perché nella direzione del tu accetta un'altra realtà, quella in cui il morto non è morto, proprio non accettando la netta separazione di tipo omerico-presocratico, e instaurando un'altra categoria.
La mediazione a questa realtà è il tu.
Se questo mancasse, se cioè l'accertamento della immortalità volesse prescindere dalla posizione del tu, ci troveremmo nella posizione di quel Tutto pensato in riferimento al mondo vivente.
Ci vuole il tu, ci vuole l'apertura dell'atto, per cui il vivente non chiede per sé, non costruisce - come ha fatto sempre - per sé; ci vuole che metta tra parentesi il proprio mondo invece di metterlo sempre innanzi chiedendo a Dio che non si dimentichi di lui: l'apertura significa che egli indica là, nel morto, una realtà, che la sensazione e l’esperienza ordinaria smentiscono.
Ci vuole il tu, dunque.
In questo significato di "apertura", culminano i significati che essa ha, e che sono oggi tanto diffusi.
La fortuna del termine sta nella reazione al conservatorismo nella politica interna, al nazionalismo nella politica internazionale, all'istituzionalismo nella vita religiosa, e quindi rientra nel moto democratico inteso largamente.
E come metodo significa parlare ma anche ascoltare (il dialogo), avere convinzioni ma anche esaminare attentamente le altrui, ammettere che alla propria vita e al proprio sviluppo possano venire elementi importanti dal di fuori, riconoscere che la elevazione è accoglimento di elementi più alti (i valori) della chiusa vita utilitaria, semplicemente continuante.
Si capisce che questo termine tocca il suo valore massimo quando significa aprirsi ad un'altra realtà.
Ora, mentre qualsiasi realtà che venga accertata, può venire inglobata nel Tutto del vivente, anche un nuovo continente, un nuovo popolo e anche l'esistenza in altri pianeti, come una nuova lingua viene messa in rapporto con quella lingua dei viventi che è "una in tutti"; mediante il tu viene accertata l'immortalità nella compresenza con uno strumento diverso, e quella realtà è diversa, non inglobabile nel Tutto dei viventi , nelle loro parabole di vita, senza una modificazione qualitativa generale.
Bisogna qui e subito usare altre categorie pratiche…
Da
Aldo Capitini, La compresenza dei morti e dei viventi
Milano, ed. Il
Saggiatore 1966, pp.243-47