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LA
FORMAZIONE
DEGLI INSEGANTI
DELL'INDIRIZZO
STORICO-UMANISTICO
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Non è difficile osservare che nel nostro Paese non si è diffuso tra tutti gli insegnanti di ogni ordine il senso preciso che essi sono al servizio non del Re, o della Patria, o dello Stato o di altro Ente, ma della propria coscienza. Si riflette anche in questo campo quell'insufficiente potenziamento della coscienza nei riguardi delle istituzioni tradizionali o attuali, che, come è noto, risale alla mancata diffusione di una riforma religiosa dal Milleduecento ad oggi. Su un piano generale, e non per piccoli gruppi di alte qualità, sono stati scarsi in Italia, anche nei decenni della politica liberale, gli aiuti alla coscienza individuale per una ricca mediazione, per riferimenti metaindividuali di strenuo valore; e di questa incertezza della coscienza, di questo suo restare in un àmbito angusto e individualistico si valgono sempre le istituzioni per presentarsi come assolute, rimediando malamente al difetto degli individui e non guarendolo. Si è detto per decenni che gl'insegnanti sono al servizio del Re, o della Patria, o dello Stato, senza che si lasciasse scrutare a fondo sulla legittimità di questi Enti; e questa è la constatazione introduttiva che dobbiamo fare per analizzare il presente disagio e indicare le vie di uscita. Vorrei appoggiare questa constatazione a fatti ed esempi che lo giustificano: 1) L'insegnante in Italia sente che, diventando impiegato statale, deve rinunciare a qualche cosa o, perlomeno, che l’esame che egli vorrebbe o potrebbe fare dei vari problemi è, in certo qual modo, ridotto nella sua piena autonomia dal fatto che esiste un ministero, un partito al governo, dei funzionari soprastanti; e questo non vale per tutti, ma per molti sí, che alla tentazione dell'apoliticità o del conformismo. 2) C'è in Italia il peso di una tradizione ideologica uniforme, e la diversità è lasciata ai temperamento o al folclore; cioè non si è generalmente convinti che ciò che è sommo è vario e aperto o intrinsecamente dialettico; per cui non c'è un rispetto per i "diversi" che trascenda la sfera della benevolenza dell'animo, e sia la persuasione che si può proprio lavorare alle cose somme stando con "diversi"; e quando si presenta, nelle cose serie, come la religione, la politica, la scuola, la persona con idee diverse, pare ancora che essa sia un eretico, un sovvertitore, un diseducatore. E’ evidente che anche al persistere di questa tradizione si deve la fortuna del fascismo prima e del clericalismo poi. 3) La classe dirigente italiana ha attentamente cercato che penetrassero nella scuola il meno possibile quegli studi che suscitavano motivi di opposizione; si guardi, come esempi, all'assenza dell'insegnamento della critica neotestamentaria sulle leggende pertinenti all'origine del cristianesimo e al Vecchio e Nuovo Testamento, denutrizione gravissima anche in persone colte; e alla presentazione deformata delle teorie politiche ed economiche del marxismo. 4) Ed anche persiste il pregio attribuito ad una cultura che sia di testi e di modelli esemplari, guida alta nel disordine della vita, e infinitamente piú confortante della prassi, degl'impegni, delle iniziative; errore, come sappiamo, che ignora l’aspetto creativo ed ispirativo della prassi e degli impegni, che fanno meglio apprezzare i valori e cercare i modelli, e sono il ricambio necessario e costante alla cultura come separazione. Sono profondamente persuaso che l'ideale estremo religioso è di produrre valori con la cooperazione e la compresenza di tutti. Ciò che ho detto mi pare che sia comprovato dal fatto che, dopo i vigorosi apporti che l'antifascismo ha dato alla categoria degli insegnanti, ci troviamo davanti a notevolissime differenze entro la categoria stessa, e forse piú che in altre categorie di cittadini; o può anche darsi che negl'insegnanti tali differenze risultino piú visibili: ci sono quelli che studiano ancora, ascoltano musica, dicono cose fini, amano conversazioni culturali, parlare di problemi, impegnarsi; altri, e non pochi, scettici, utilitari, furbi e per nulla aggiornati culturalmente. Il susseguirsi di due regimi in Italia non ha certo agevolato una trasformazione generale.
Aldo Capitini Educazione Aperta vol. 2°, cap.5, pgg. 151-153 Firenze, La Nuova Italia, 1967 |
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