CAMPAGNE NON VIOLENTE PER LA TRASFORMAZIONE DELLA SOCIETA'
Uno dei più acuti studiosi di Gandhi, l'americana Joan V. Bondurant, nel suo libro Conquest of víolence (Princeton 1958) ha scritto che il metodo di lotta nonviolenta (Satyagraha) creato da Gandhi « è fondamentalmente un principio etico, l'essenza del quale è una tecnica sociale di azione...
L'introduzione del metodo gandhiano in qualsiasi sistema sociale politico effettuerebbe necessariamente modificazioni di quel sistema.
Altererebbe l'abituale esercizio del potere e produrrebbe una ridistribuzione e una nuova struttura dell'autorità.
Esso garantirebbe l'adattamento di un sistema sociale politico alle richieste dei cittadini e servirebbe come strumento di cambiamento sociale ».
Il respiro sociale del metodo nonviolento, l'influenza che esso può esercitare come una rivoluzione permanente, la garanzia che dà di amministrate pubblicamente in modo che valga il controllo dal basso, e che la prospettiva metta in primo piano l'educazione e l'onestà individuale, sono ben compresi nel passo citato.
Ma c'è molto da fare perché questa idea, che ha la forza di una rivelazione pratica e sempre perfezionabile, sia acquisita da tutti (perché è per tutti che vale).
Noi dobbiamo constatare l'attuale immaturità ad assumere questa idea-forza, proprio dei luoghi nei quali sarebbe piú risolvitrice.
Prendiamo ad esempio l'America dei Sud.
Sartre ha scritto in un messaggio per la libertà nel Venezuela: « Nulla cambierà sulla terra venezuelana finché lo straniero non sarà cacciato.
Il ferro e il petrolio sono sfruttati dalle compagnie yankee (americane) che rubano in Venezuela i tre quarti del prodotto e le sue risorse naturali con la complicità di una casta feudale che rappresenta il tre per cento della popolazione e possiede il novanta per cento delle terre ».
L'orientamento dell'attività rivoluzionaria di tipo castrista sarà di cacciare quegli "stranieri", quei feudali, quei proprietari.
L'orientamento degli americani sarà di essere sempre meno "stranieri", non solo associando a sé la "casta feudale", l'alta borghesia, ma anche traendo il Venezuela in una larga federazione da loro guidata, che conservi l'attuale potere sulle moltitudini.
Dal punto di vista della rivoluzione aperta nonviolenta, l'una e l'altra soluzione sono insufficienti, la prima perché aprirebbe un lungo periodo di stragi e di potere assoluto, nel caso di vittoria, col rischio di perdere i punti democratici raggiunti; la seconda perché è, malgrado le parole democratiche, imperialistica.
Non ci ingannano le parole democratiche, ma la posa nei discorsi è da imperatore romano, e questo ci conferma nell'obbligo di non accettarlo, di negargli il nostro granello d'incenso.Secondo noi, deve avviarsi una rivoluzione aperta nonviolenta, e ci vogliono centri per lei, incorporati con le moltitudini, al loro livello, al loro servizio.
Non importa che in principio possano parere inefficienti; non passerebbe molto tempo che tanti sarebbero presi dal nuovo metodo, che agirebbe anche sugli avversari.
Poiché, mentre il terrorismo acuisce la difesa violenta dei potenti, le azioni dirette nonviolente creano nei potenti uno stato di disagio e di inferiorità che non è affatto da trascurare.
Gli stessi comunisti, che sono proprio nel momento della massima utilizzazione dei movimenti partigiani e guerriglieri di liberazione nazionale, si accorgono che tra « tutti i fattori rivoluzionari del mondo contemporaneo... solo il movimento operaio dei paesi capitalistici, può assolvere fino in fondo il compito di colpire l'imperialismo e il capitalismo nella fonte primaria della sua forza, alla radice del potere che esso esercita ancora nel mondo » (Enrico Berlinguer, L'Unità del 30 maggio).
E' il lavoro all'interno degli Stati che acquista il valore decisivo, e ciò è evidente se ci si muove nel principio della coesistenza e se si è sommamente diffidenti nei riguardi del principio della lotta dal di fuori delle nazioni "proletarie" contro le nazioni "ricche", principio che è fonte di violenze, di assolutismi, di involuzioni antidemocratiche, tanto che fu caro persino ai capi nazifascisti.
Al punto di una lotta dall'interno degli Stati, ecco che si inserisce il metodo rivoluzionario nonviolento.
D'altra parte il metodo che noi vogliamo propagare e perfezionare, ha anche un altro vantaggio di collocazione storica.
Non c'è soltanto da fare una rivoluzione aperta per cambiare la struttura sociale in Occidente (per esempio nell'America meridionale), ma c'è anche da fare una rivoluzione aperta per il controllo dal basso, per la libertà di informazione e di critica, negli Stati del collettivismo autoritario.
Il nostro discorso si porta quindi a due punti da mettere nel giusto rilievo.
Il primo è di questi centri promotori della permanente rivoluzione aperta: centri dove l'uomo si presenta veramente rinnovato, per l'energia con cui egli vive il rapporto con la realtà di tutti, per la semplificazione e apertura che porta nella vita religiosa, per il dialogo che vive nei rapporti e nell'educazione, per lo studio e l'attuazione continua delle tecniche nonviolente, per l'appassionamento a fondere lealmente in sé l'attenzione critica e la bontà verso tutti gli esseri.
Il secondo è che stiamo lavorando per connettere saldamente questi gruppi, questi centri, queste persone, impegnate come noi: bisogna arrivare presto ad un rapporto, ad uno scambio di informazioni e di aiuti; i nonviolenti del Vietnam debbono essere uniti e vicini ai nonviolenti di Londra e di ogni altro luogo.
Tempo, dunque, di apostoli, di costruttori internazionali.
da
Aldo Capitini
Educazione aperta vol.1
ed. La Nuova Italia, Firenze, 1967
pp.292-94