![]() | EDUCAZIONE ALLA NONVIOLENZA |
Quando si parla di una progressiva sostituzione della nonviolenza nello sviluppo della società italiana si pensa subito che un tale compito debba essere adempiuto in gran parte dall'educazione, educazione degli adulti e specialmente degli adolescenti.
Io, che ho studiato una parte della vastissima letteratura sull'argomento, che ho partecipato a molti convegni sulla nonviolenza, ed ho anche organizzato una riunione di studio sul tema "La pedagogia e la psicologia in rapporto con la nonviolenza", vorrei succintamente esporre alcune idee in proposito.
Lutilizzazione degli indirizzi attivi, democratici, cooperativi così sviluppati nella pedagogia degli ultimi decenni, è un modo educativo, che tende ad eliminare gli elementi coercitivi, le chiusure nazionalistiche, razziali e classiste; la stessa sostituzione di un imparare facendo e in libera ricerca allapprendere passivo di schemi fissi, giova a svegliare e incoraggiare le capacità creatrici, ad offrire il mezzo di affermarsi normalmente e quindi ad eliminare la violenza, sia dell'imposizione da parte dell'educatore, sia della reazione da parte dell'educando.
Leducazione alla lealtà, alla sincerità, alla libera discussione, al rispetto delle minoranze, dei refrattari, degli eretici, la attenzione a chi è fuori del gruppo, gli scambi di scolari, i campi estivi internazionali, rientrano in questo àmbito.
Alcuni sono convinti che se i grandi blocchi attuali politico-militari si scambiassero per lunghi periodi di soggiorno, migliaia e migliaia di giovani lavoratori e studenti, un conflitto bellico diventerebbe piú difficile.
Perciò le agevolazioni offerte al libero sviluppo costruttivo, con le soddisfazioni che questo porta, e le molte possibilità di " dialogo " e di conoscenza reciproca, rafforzano il desiderio di una convivenza priva di violenza, e fanno sentire il piacere di esercizio della razionalità e del sentimento di simpatia umana in vasti gruppi, nell'essere insieme.
Un altro modo è quello offerto dal diritto. E' certo che la legge crea un certo ordine, impedisce molte manifestazioni violente della società, difende da sopraffazioni, offre garanzie di pace.
Tuttavia questo modo presenta due grosse difficoltà: la prima, che la legge è accompagnata quasi sempre, nella teoria e nella pratica, dalla coazione; la seconda, che la legge difende un certo ordine già stabilito, che può risultare meno giusto rispetto ad un ordine da fondare. Perciò la legge, per tendere alla nonviolenza, deve portare con sé stessa due correttivi 1, la riduzione dell'elemento coattivo mediante misure umanitarie; 2, la possibilità di sostituire, senza violenza, leggi nuove e migliori alle leggi vecchie.
Chi è per la nonviolenza non può avere simpatia per i conservatori duri, perché è appunto il loro atteggiamento che alimenta la violenza dei rivoluzionari.
Dice il Dewey: " Il ribelle è il prodotto di una estrema cristallizzazione e immobilità inintelligente. La vita si perpetua solo rinnovandosi: se le condizioni non permettono al rinnovamento di aver luogo in modo continuo, esso avrà luogo in modo violento e esplosivo.
Il prezzo delle rivoluzioni deve essere addossato a coloro i quali hanno voluto per i loro scopi fermare il costume invece di riadattarlo " (J. Dewey, Natura e condotta dell'uomo, trad. it. ed. La Nuova Italia, Firenze, 1958, pag. 177).
Al modo dellattivismo partecipativo e al modo della legge rinnovantesi è necessario fare aggiunte perché essi progrediscano intensamente verso la nonviolenza.
L'educazione attiva potrebbe rischiare di rimanere sollecitazione e svolgimento delle energie in direzione prevalentemente amministrativa, come difesa di ciò che si è, come continuazione della vita, se non si aggiungesse un senso del valore come intima trasformazione. Solo i valori trasformano intimamente; ciò che è utile serve a far continuare la vitalità.
Ci vuole questa direzione verticale per dare una qualità all'attivismo educativo. Esso deve esser portato a creare il bello. il vero. il bene, cioè a svolgere le intime categorie creatrici di tali valori. In essi c'è un rafforzamento contro il pericolo di passare alla violenza.
Se i fanciulli non esercitano la creatività di quei valori, pur in un metodo, nel resto, attivo, potrebbero vedere nella violenza qualche cosa di supremo, perché i fanciulli - non dimentichiamolo - vogliono moltissimo.
L'aggiunta alla legge rinnovantesi è la coscienza della realtà di tutti. La storia è il progressivo dilatarsi del senso di tutti (si pensi al significato di " tutti " per Comenio. Didattica maqna, per ess. pagg. 59, 341, dopo Giovanni Huss. cfr. Mazzini, Doveri delluomo, cap. X); mai, come in questa epoca, dopo l'Illuminismo e lo Storicismo, il senso di tutti è stato tanto vivo. Bisogna pronunciare il termine "tutti " con la stessa reverenza con cui si pronunzia quello di Dio.
L'apertura a tutti deve essere coltivata quotidianamente, sì da diventare un riferimento evidente e un costume. Allora si comprende l'intimo rapporto tra il diritto e la realtà di tutti, tra luniversalità di fatto e l'universalità di diritto.
Sarebbe un limitarlo congiungere il diritto alla legge morale, come se questa riguardasse la coscienza dell'individuo, e non ci fosse altro: si trascurerebbe l'avvertimento kantiano: " noi dobbiamo sempre obbedire alla legge morale; e in ciò si aggiunge anche il dovere di operare con tutte le forze affinché un tal rapporto (un mondo, cioè, conforme a supremi scopi morali) esista " (.nel saggio Sopra il detto comune: " Questo può essere giusto in teoria, ma non vale per la pratica "; in " Scritti politici ecc. ", ed. U'TET, Torino, 1956, pag. 243). Porre accanto al diritto la religiosa realtà di tutti vale continuamente ad integrarlo.
A questo punto possiamo esplicitamente definire la nonviolenza come unità-amore verso tutte le persone nella loro individualità singola e distinta, persona da persona, con vivo interesse anche alla loro esistenza, in un atto di rispetto ed affetto senza interruzione, con la persuasione che nessuna persona è chiusa nel suo passato, e che è possibile dire un tu più affettuoso e stabilire un'unità più concreta con tutti.
Come tale dunque, la nonviolenza è tutt'altro che passiva, anzi è attiva e inventiva, aperta ad una trasformazione della realtà e della società, in ciò che esse sono violenza, oppressione, morte, e pesce grande che mangia il pesce piccolo.
La nonviolenza è perciò, iniziativa di qualche cosa di diverso, auspicante una trasformazione. Sarebbe un errore educare i fanciulli alla conoscenza della realtà e della società attuali come perfette, e non avvisare - corrispondendo del resto, ad una intima loro esigenza - che esse possano trasformarsi in meglio, ad un migliore servizio versa la realtà di tutti.
La categoria della trasformabilità della realtà e della società va coltivata attivamente e ricondotta sempre ad esigenze etico-sociali, non individualistiche e fantastiche. La pedagogia della nonviolenza, ha, dunque, una forma indiretta ed una forma diretta: l'indiretta che consiste nello esercizio dello sviluppo individuale e del dialogo democratico, la diretta che è nella esplicita fede in un atto di unità amore verso tutti, che si aggiunge, come da un centro di vita religiosa, alla creatività circostante.
La stessa distinzione può trovarsi nella considerazione psicologica. Trasformare le energie combattive in attività fisica nel mondo esterno (lavoro, sport, gare, imprese rischiose), in distruzione di oggetti, in sfoghi mediante scritti, in soddisfazione per mezzo di rappresentazioni e di immagini, o assistendo alle lotte altrui; portare la lotta a forme indirette; addestrare al controllo di proprie tendenze inferiori; indirizzare l'energia combattiva a lotte contro i mali della società: questi suggerimenti che gli psicologi danno, non dovrebbero trarre nell'errore che sia nativo nel fanciullo un istinto di lotta: nativo è un impulso, unenergia, e sta a noi e all'ambiente l'indirizzo, l'incanalamento, la qualificazione di tale energia che potrebbe anche rivolgersi ad una crescente e attiva, fraterna simpatia con gli esseri vicini e lontani, in attenzione a salvare, materialmente e con l'animo, i limitati, i colpiti, gli affranti, e in inesauribile cortesia e ferma gentilezza verso tutti.
La forma indiretta è quella dello " sfogo " in altro dalla violenza, la forma diretta è quella della tensione non per un eroismo qualsiasi, purché nonviolento, ma in quello della rivoluzione contro lattuale realtà e società; per un sentimento di amore verso tutti, che ha trasformato l'intimo dell'individuo in una specie di: " metànoia ", di capovolgimento interiore evangelico (termine che malamente è tradotto con "fate penitenza" nei Vangeli, mentre si tratta di una trasformazione interiore nelle valutazioni e in attiva apertura a Dio, a tutti, ad una nuova realtà imminente).
Anche qui vediamo che la nonviolenza è intimamente attività positiva, e non negazione, come il termine potrebbe suggerire. Perciò non è soltanto importante che il fanciullo sia circondato da un ambiente e da occasioni che lo tengano lontano dalla violenza; che egli veda armonia tra i genitori, per avere l'uno alleato nell'affetto verso laltro (il dramma di Amleto è di non avere la madre alleata nella reverenza verso il nobile padre; da cui la violenza); che egli non sia vittima inerme della scarica su di lui dei complessi degli adulti, che gli siano offerte biografie eroiche non nel senso della violenza.
Ma importa, e anche più, che la disposizione che il fanciullo avrebbe ad una vicinanza con tutti gli esseri, sia confermata dagli adulti, arricchita di sapere e di tecniche, posta al centro della vita stessa, per cui diventa gioia ogni estensione di affetto, e dolore ogni eccezione che si debba fare per stretta necessità di difesa o di giustizia, eccezione che si augura non sia più necessaria in seguito. Su questo tronco dell'unità amore con tutti gli esseri, cominciando dalle persone, e possibilmente con la libertà e la esistenza del maggior numero di esseri viventi sempre ampliando, si innestano, per potenziarne il carattere attivo e positivo, iniziative, e due possono essere quella dell'unità di Occidente e Oriente, e quella dell'alimentazione vegetariana.
E' bene, non solo con adulti, ma anche con adolescenti, discutere della situazione attuale del mondo, del peso crescente dell'Asia, nella necessità di un incontro tra Occidente ed Oriente, anzi di una compenetrazione nonviolenta, al posto di guerre, di imperi e di contro-imperi. Non può non entusiasmare la visione di un nuovo compito religioso, di una nuova impostazione paolina, questa volta, unificante tutta l'umanità.
Anche per evitare che la nonviolenza sia vista nell'aspetto di una casistica angusta e individuale, tutti casi, come è noto a chi sia addentro alla cosa, che si risolvono con un più o un meno di sacrificio o di intervento di forza, quanto più valide siano le ragioni per questo o generose le intenzioni per quello.
Si deve tener presente che la nonviolenza è una direzione, e non un codice, è una creazione come tutti i valori (visto che la sostanza della nonviolenza è unità amore), e perciò ognuno la concreta storicamente. Una cosa sono le " eccezioni " di chi sia già in questa direzione, eccezioni che egli vorrà ben giustificare davanti a sé stesso, altra cosa è l'uso della violenza, che non si pone nemmeno il problema.
Dice il Dewey: " E' immenso, il debito che abbiamo. verso William James per il solo titolo del suo saggio: Gli equivalenti morali della guerra. Esso rivela con uno sprazzo di luce la vera psicologia.... Il suggerimento di un equivalente della guerra richiama l'attenzione sulla confusa mescolanza d'impulsi che per caso si sono raccolti sotto il titolo di impulso bellicoso, e richiama l'attenzione sul fatto, che gli elementi di questa mescolanza confusa si possono intrecciare insieme in molti tipi diversi di attività, alcuni dei quali possono mettere in funzione gli impulsi nativi in modi molto migliori che non abbia mai fatto la guerra.
Sono le condizioni sociali piuttosto che il vecchio e immutabile Adamo che hanno generato le guerre; gli impulsi irriducibili che vi sono utilizzati possono essere convogliati iin molti altri canali.
Il secolo che è stato testimone del trionfo della dottrina scientifica della convertibilità delle energie naturali, non dovrebbe rifiutare le prospettive del miracolo meno grande delle equivalenze e delle sostituzioni sociaIi." (J. Dewey, Natura e condotta del- l'uomo, trad. it. ed. La Nuova Italia, Firenze, 1958, pagg. 120-22).
Ma, prosegue il Dewey, come operare questa sostituzione? " Hinton aveva senza dubbio ragione quando scrisse che il solo modo di abolire la guerra era quello di rendere eroica la pace " (pag. 124). Il che non si può ottenere lasciando imrnutato il resto: sarebbe una pazzia " ogni sforzo di eliminare la guerra con azioni che lascino del tutto immutate le altre istituzioni della società " (pag. 124).
Mi pare che questi pensieri del Dewey confermino ciò che dicevo prima, sul dover dare una interpretazione attiva, della nonviolenza, .e sul dovere inserire questa, perché vi ,sia concreta ed efficace educazione, in un insieme critico verso gli attuali modi di essere della realtà e della società: la nonviolenza è educativa quando sorge dallinsoddisfazione della presente realtà (che dà la morte) e della presente società (che dà l'ingiustizia e l'oppressione).
Attraverso la pedagogia un'osservazione psicologica conduce ad un programma religioso e sociale. Dio dice tu, non io. Bisogna educare al tu.
Da Aldo Capitini, Aspetti delleducazione alla nonviolenza, Pisa, Pacini Mariotti, 1959, pp. 1-3