LA MONARCHICIZZAZIONE DI GESU'

 

Chi non è contento che Gesú Cristo sia nato e stato nel mondo? Egli è il compagno ideale in questo mondo che dà colpi; quando è sera, quando tutti vanno per altre cose, quando si sente che tutta la propria vita passata non basta, Gesú Cristo, la sua energia, la sua chiarezza, la sua virile bontà, quella serietà piena di rettitudine e di sofferenza tra le ombre del mondo, è un sicuro conforto.

Gli facciamo posto accanto. Non perché egli abbia avuto una nascita speciale con angeli, e una vita con atti miracolosi e trasfigurazioni, e cose che egli abbia fatto dopo la morte; non perché gli abbiano attribuito qualche cosa di ultra-potente, di regale e ultraregale, al modo dei potenti della terra o di un ultrapotente che regoli i moti delle tempeste e delle nuvole; anzi quella cornice dà un disagio, quasi sia un argomento per selvaggi, una consolazione verso le persone emotive, mostrando che il Bene è potente.

Non si poteva fare diversamente? uno potrebbe domandare. Ebbene si, c'erano due modi per Gesú Cristo: si è insistito sul primo; noi insisteremo sul secondo.

Lo si è fatto Figlio di Dio in senso eminente, persona pari al Padre, dotato di assoluta sapienza e infinita potenza, monarca che torna al cielo perché ne proveniva, autorità fondata nel mistero (il suo legame col Padre) e fonte dell'autorità a chi nasce principe e re.

L'altro modo è rimasto in secondo piano. Quel senso di camminare e di andare verso una nuova realtà, che c'è particolarmente nei primi tre vangeli (i piú antichi); il fatto di volgere un appello a tutti per una salvezza collettiva, aprendo i cuori chiusi, i pugni chiusi, gli occhi serrati, le membra rattratte; e quel sentire che il peccato piú grave non è contro le vecchie prescrizioni o gli antichi comandamenti (che è cosa che ben s'intende, quasi un'igiene personale, ma di cui Gesú si secca quando glie se ne parla con insistenza), ma quello di inadeguatezza di apertura al miglior futuro, che è la venuta di Dio, con il suo regno, la sua realtà che è realtà liberata; e chi aveva pietà ed apertura (come il Samaritano) non temeva il Giudizio, vi era preparato, lo viveva già come Bene; quel richiamo a non sfuggire da ciò che importa sommamente, dandosi al culto, al tempio, al rispetto pedante del sabat o; e soprattutto quell'impulso a fare verso gli altri senza badare al loro singolo merito, il fare aperto che sta prima del giudicare e ne fa a meno: questa idea del fare aperto è il sommo, e sta tanto a cuore a Gesú Cristo che egli dice: ciò che fareste agli altri, e particolarmente ai sofferenti, ai bambini, è come se lo faceste a me; che è il principio piú dimenticato da tanti cristiani. I quali hanno preferito svolgere il primo modo, ed innalzare Gesú già nei Vangeli stessi, chiuderlo nella nicchia dell'adorazione, allontanarlo nell'apoteosi dell'Ascensione, invece di cercarlo risorto nel volto di ogni essere incontrato.

Il secondo modo da svolgere è proprio questo di prendere il fatto stesso che Gesú Cristo sia nato e vissuto, la sua realtà storica, e aprirla, considerando certi elementi autoritari o mitologici come caduchi, e portando avanti altri elementi, essenziali e aperti all'eterno.

A noi sembra piú anticristiano distruggere con mano armata le persone (contro quello che Gesú Cristo dice e fa tante volte e dal principio alla fine) che non credere che gli epilettici abbiano demòni dentro, e che sia possibile farli uscire e spingere, per es., dentro i porci.

Le chiese, pur avendo il merito di aver continuato a parlare di Gesú Cristo agli uomini, gli hanno comunicato la chiusura dei loro modi istituzionali; la Chiesa romana se ha salvato l'elevatezza e la distinzione del fatto sacro, vi ha unito la propria istituzione e autorità e strutture e norme lontane da ciò che era essenzialmente di Cristo; le correnti protestanti (le piú) se hanno salvato il contatto con la Parola, vi hanno mescolato, con grave equivoco, il discutibilissimo Antico Testamento, e non si sono sottratte all'idolatria di tutto Gesù Cristo.

Si prenda una dottrina che divenne fondamentale dopo Gesú Cristo, quella del Corpo mistico, dell'unità in Cristo.

Essa andava svolta nel modo il piú aperto e, per dir così, il piú repubblicano; e invece, dando valore al battesimo, all'eucarestia, alla fede in Cristo (che possono essere strumenti di esclusione), si è fatto del Corpo mistico un gruppo, secondo il costume di sempre, che è del mondo.

Ma se noi dobbiamo amare gli altri senza badare al loro merito, dare il bene anche in cambio del male, allora l'unità è aperta infinitamente, e questa unità aperta vale piú di quel gruppo costituito sulla base di meriti o di sacramenti, con esclusione di dannati.

Quello era il punto da svolgere, oltre le barriere stesse di una metafisica arcaica o i residui della violenza del Dio ebraico.

  

Aldo Capitini, Religione aperta, Venezia, Neri Pozza, 1955, nuova ed. 1964, pp. 229-231