Compresenza dei morti e dei viventi

lntroduzione - Il tu all'infelice

lntroduzione

Tutta la realtà, e specialmente la società, tengono l'individuo dentro limiti, così egli cresce abituandosi a sentire questo freno: se si ammala, se diventa zoppo, cieco, non può infastidire, dilagare; e la gente gli è grata se egli resta quieto e sereno, ed anche sorride, pur avendo il grosso fatto della sua sventura, tra sé, da fronteggiare.
Così è quando gli si avvicina quel fatto che egli sa essere la morte, e quanto più egli manifestasse sbigottimento, terrore, protesta, tanto più la realtà intorno si mostrerebbe urtata, spiacente ed ostile.
Sicché egli deve comportarsi allora nello stesso modo che tiene quando pensa veramente, quando agisce sul serio, usando sempre la misura normale del suo contegno; dovrà respingere indietro le forze scomposte, dissolvere quei pensieri che dentro gli dicono che dunque tutto è finito, che eppure ci sono organi che funzionano bene, che come può essere che non ci sia ancora ancora un po' di tempo, per mettere a posto tante cose, per migliorare ciò che era imperfetto?
E invece egli dovrà 'non drammatizzare', e comportarsi come se dovesse continuare a costruire la sua condotta, continuando a vivere, stando tra la gente.
Il fatto singolare è che anche sul punto della morte egli deve comportarsi misuratamente, pur non pensando alla sua propria continuazione nella società dei viventi, ma alla continuazione della società e della realtà senza di lui, a questo tutto, il quale ha tante sue ragioni di proseguire, di creare cose belle, di fare atti di bontà, di onestà, di lealtà, di dare buoni alimenti e affetto ai tanti bambini che crescono, incomparabilmente più belli dei fiori. L'individuo lascerà che il tutto proceda, e quando gli sia chiaro che non c'è nessuna possibilità ormai che la morte non venga, cercherà di essere più semplice che può.
L'appressamento alla morte è, dunque, un atto di vita, e, come ogni altro atto, l'individuo lo prepara, lo corregge, lo esprime, lo commisura, lo riconduce alle sue convinzioni e ai suoi sentimenti dominanti.
Il Kant sul punto di morire disse: 'Molto bene', e così espresse la sua intima tendenza a collocare la prassi in un mondo di assoluta purezza, quale allora egli presentì; il Goethe disse 'Più luce', ed esprimeva la sua continua tensione ad uscire dal caos e dalle ombre verso un mondo luminoso, in sé armonico, atto a possedersi da sé; Augusto disse: 'La commedia è finita', ed espresse finalmente l'animo con cui egli, civile e razionale, aveva guardato il succedersi di tanti eventi; Lessing, nel letto, si levò la berretta per salutare i presenti, silenziosa espressione, nobile e reverente agli esseri umani, amici e più che amici; Kierkegaard, sul punto di morte, disse: 'Saluti a tutti'.
D'altra parte, davanti ai morti il gusto umano delle differenze, della singolarità di ogni essere, il piacere di cogliere infinitamente le sfumature, si arresta; e più che la loro bellezza o bruttezza, gioventù o vecchiaia, e ricchezza anche di vesti e di ornamenti, colpisce il silenzio, la immobilità, e specialmente ciò che vi è di rigorosamente comune a tutti.
Sembra che ogni essere chiamato dalla morte, abbia risposto, e tutti si siano adagiati in un'ubbidienza così unanime, come se dovessero apparire non le distinzioni, ma qualche cosa di più profondo e di partecipato da tutti.
E nel silenzio i cadaveri si consumano, si fanno minimi.
Sorge allora il proposito dell'offerta.
I morti lasciano spazio, non fioriscono più, si ritirano in un'oscurità; e gli uomini colmano questo vuoto, portano fiori viventi, lumi, pensano epigrafi dichiarando l'affetto e le virtù più stimate.
Si muove un'aggiunta verso i morti, quanto meno richiesta e tanto più sollecitamente portata.
Oggi i morti chiedono sempre meno, ed ecco l'aggiunta di questa 'teoria della compresenza'.

Il tu all'infelice

Ho sofferto acutamente nel vedere, proprio al centro della mia attenzione, che c'è chi è colpito dalla realtà com'è ora: l'ammalato, l'esaurito, lo stolto, il morto, e mi sono messo in rapporto attraverso il tu a quell'infelice con una realtà che non lo escluda e lo tenga unito con altri esseri che sono nati (realtà di tutti), e lo renda uguale e lo compensi, sviluppandosi anche lui infinitamente nella cooperazione ai valori, come chi è sano, vigoroso, vivente (compresenza). Questa apertura alla compresenza si può chiamare religiosa, se 'religione' è vivere un rapporto (che sia fondamentale nel proprio svolgersi) con 'altro'.
E l'apertura religiosa è pratica, perché la realtà della compresenza non la posso conoscere scientificamente come le parti della realtà attuale, ma la posso vivere mediante impegni in atto, nel tu-tutti che le rivolgo.

Nota

Gli esseri viventi stanno e si muovono nel mondo, nello spazio e nel tempo, in quel tutto dove noi collochiamo le cose e i fatti.
Ma basta questo?
Gli esseri viventi sono tanti e tanti, sono una molteplicità: ogni essere ha una sua nascita, una sua vita, un suo muoversi o mutarsi, una sua attività.
Ma c'è soltanto questo?
Con gli esseri viventi possiamo stabilire rapporti di lotta, di scambio, perfino di 'ascoltare e parlare'.
Ma questo rapporto finisce?
Gli esseri viventi, appressandosi alla morte, frenano le manifestazioni eccessive come per non disturbare troppo gli altri, e poi stanno morti in un'ubbidienza e immobilità che li fa assomigliare tra loro.
Non è possibile altro?
Si è formata in noi l'abitudine di distinguere nettamente la condizione del morto da quella del vivente; anzi ci siamo staccati dalla condizione del morto, pensando tutto dal punto di vista dei vivente, senza cercare insistentemente se si potesse fare qualche cosa insieme con il morto.
Questa è la posizione che possiamo chiamare 'umanistica', non nel senso culturale, ma nel senso di concezione del mondo impostata sui viventi, sulle loro attività, sulla loro esperienza di 'esseri umani' nel mondo.
E quando in questa esperienza nel mondo ci si incontra con il 'morto', lo si colloca da una parte, per lasciar libero il corso alla nostra vita, e si sa bene che la nostra condizione è diversa dalla sua.
Questo modo di considerare ce lo siamo formato e confermato in millenni.
Non si potrebbe tuttavia dire che non si è guardato mai anche ad altro.
Non si è arrivati a pensare che noi e i morti facciamo la stessa cosa, ma si è pensato a un qualche accomunamento, pur imperfetto.
Ecco alcune posizioni:
1) li mondo o cosmo o universo comprende tutti gli esseri, quale che sia la loro condizione, nella parabola della loro vita, nello stato di morte, e le varietà sono interne a questo tutto.
2) Una ragione regge, pervade, ordina tutto l'universo, e si partecipa più o meno, in un modo e nell'altro, a tutti gli esseri, a tutti gli eventi, che possono essere di vita e di morte.
3) Un Dio fa nascere tutti gli esseri e li guida o invita a vari destini, tutti segue e tutti scruta, alcuni li lascia annullarsi, altri li veglia in eterno, pur disegualmente.
4) Tutti gli esseri che mai furono e che sono, morti e viventi, costituiscono una compresenza che s'accresce dei nati e che è tenuta insieme e unificata dalla produzione dei valori: la differenza con le tre posizioni precedenti sta in questo, che esse accettano la morte di alcuni esseri o di tutti, mentre la quarta posizione non accetta la morte di nessun essere che sia nato, e perciò è intimamente di gioia per l'incremento che è portato da ogni nuovo essere che nasce e da ogni nuova produzione di valore.
Come si arriva a queste quattro posizioni?
Qui bisogna fare molta attenzione, perché ognuna di queste posizioni vorrà rivendicare un suo fondamento nella realtà, e noi, pur discutendo, non le potremo scartare del tutto.
La prima dirà: come si può negare realtà al mondo, all'universo, nel cui grembo la famiglia d'erbe, di animali, di persone, nasce, si muove e passa? Che cosa c'è di più reale dei mondo o dell'universo?
Lungo sarebbe il discorso nel dialogo con questa posizione, e non possiamo trascrivere qui tanta parte delle filosofie e delle religioni.
Rispondiamo in breve che è innegabile che una certa sua realtà il mondo delle cose e dei fatti, dello spazio e del tempo, la abbia; sebbene vi siano due forti limiti che noi non possiamo abbracciare con una intera conoscenza tutto questo mondo o universo; e poi che
non possiamo nemmeno dire che esso sia, per conto suo, estraneo al nostro pensiero che attualmente lo pensa: come è possibile pensarlo senza pensarlo?
Parlarne senza conoscerlo?
Collocarlo fuori, mentre il pensiero attuale in qualche modo lo include in sé?
Ciò vuol dire che il mondo è una realtà, ma non tutta la realtà.
La seconda posizione dirà: con l'acqua, con l'aria, con la terra, con il fuoco, non spiegate la realtà in ciò che più importa, il suo ordine, la sua regolarità, i principi che la reggono.
Una mente ci vuole, perché l'ordine non può venire che da una mente che sa ciò che fa, e che muove secondo fini.
Ogni atto dei viventi è subordinato e inquadrato in questa mente., e specialmente gli esseri pensanti trovano consolanti analogie tra il loro continuo bisogno di ordine e il ritrovarlo in ogni aspetto reale, sì che se ciò che è reale è razionale, anche ciò che è razionale è reale, nel senso che è concreto, dispiegantesi, comune, e non separato, appartato, eccezionale. Nel dialogo diremo: è innegabile anche questo, e un ordine lo scorgiamo; però con quanta fatica si stabilisce questo ordine, e come muta!
E quante volte ci risulta inadeguato all'ordine che vorremmo!
Se non possiamo dire che tutto ciò che è, è insufficientemente razionale, non possiamo nemmeno dire che tutto ciò che sarà, sarà di per sé razionale, perché sempre apriremo queste razionalità osservate ad azioni innovatrici, non conformi a ciò che già esiste.
Anche questo della razionalità, pur così importante, è dunque un punto di vista limitato ad un aspetto.
La terza posizione dirà: vale la pena di accettare l'ira, giusta ira, di un Dio, personalità suprema che non deve render conto ad altri sopra di sé, pur di avere eccezionali vantaggi, come: una guida sicura, una comunicazione di verità infallibili, un ascoltatore delle nostre ansiose invocazioni, un aiuto quando le nostre forze non bastano.
Nel dialogo dichiareremo la situazione in cui si trovano attualmente le nostre riflessioni circa il teismo: da una parte sentiamo il dovere di rifiutare, accusandola di essere rappresentazione mitologica, una personalità assoluta che compia atti inaccettabili - cioè che noi riteniamo che non dovremmo eseguire - per esempio i comandi di stragi che sono nel Vecchio Testamento, la destinazione all'Inferno o alla Geenna di cui si parla nel Nuovo Testamento; d'altra parte riconosciamo che non possiamo parlare della nostra 'personalità' come se ci fosse essa soltanto, e non ce ne fosse anche una migliore e che mille volte vorremmo un'integrazione al nostro limitato fare, quando desideriamo che ogni essere trovi chi ascolti le sue invocazioni, e che ci sia chi possa aiutarlo oltre quanto possiamo far noi.
Sicché anche questa posizione, della Personalità divina, ci risulta tale che considera un aspetto limitato, se va sottoposta a riserve e controlli.
La posizione della compresenza, nel sì alla nascita comprende un elemento di realtà, un evento, un qualche cosa nello spazio e nel tempo; nel no alla morte nega la realtà, contrasta, protesta, si ribella, e la realtà attuale ne esce accusata e squalificata.
Questa posizione è la più decisamente metafisica delle quattro perché le sta a cuore ciò che non è accertabile fisicamente, e comprende una totalità, la realtà di tutti; ma è anche la più pratica di tutte, perché provoca se stessa esclusivamente mediante la pratica dell'amore aperto a tutti gli esseri.
Non è la pratica comune, dell'amministrazione quotidiana della vita come semplice vita, ma la pratica dell'atto di tu rivolto infinitamente (e quindi inesauribilmente, con sempre altro da aggiungere) ad ogni essere che si accerti o si pensi nato, pratica congiunta al fare ciò che è doveroso, cioè alla realizzazione di un valore.
Senza questa pratica non è possibile professare adeguatamente la posizione della compresenza; e se si può ben sostenere che le prime tre posizioni richiedono anch'esse un atto, per la quarta l'atto prende assolutamente il primato sul conoscere, scientifico, storico e mistico: il conoscere e il descrivere sono trascesi dalla prassi aperta alla compresenza.
E riflesso di una posizione di questo genere è che il lavoro conoscitivo è valido, ma sempre per aspetti o parti o pezzi, e la scienza è tanto importante e indubbiamente procede, ma non può dir tutto: la prassi religiosa integra, provoca nuove conoscenze dal suo seno, e pone nuovi campi di risultati e il perdono supera il giudizio.

da ALDO CAPITINI , la compresenza dei morti e dei viventi, dal 2° volume dell'Opera Omnia, curato dal prof. Mario Martini, ristampato dalla Associazione Nazionale "Amici di Aldo capitini", pgg. 257-261".