LETTERA ALL'ARCIVESCOVO DI PERUGIA
IL PROCESSO AL VESCOVO DI PRATO

 

I coniugi Bellandi di Prato, per aver contratto soltanto il matrimonio civile, furono chiamati pubblicamente dal vescovo di Prato, Mons. Pietro Fiordelli, "concubini", parola che, come è noto, indica due persone che dormono insieme, senza nulla di legittimo.

Se guardiamo nel vocabolario latino-italiano del Georges Calonghi troviamo che concubitus vuol dire il semplice accoppiamento degli esseri umani e degli animali, che concubina è " colei, che senza essere sua sposa, convive con un uomo, non potendo contrarre con lui un matrimonio legale ", in Cicerone ed altri; posteriormente significa: concubina, druda, cortigiana, in Tacito e Svetonio (le parole vengono da cubo, che vuol dire: essere appoggiato sopra un giaciglio, riposare).

E' lecito ritenere che i coniugi Bellandi, presentandosi a chi ha l'ufficio, per le nostre leggi, di unire civilmente in matrimonio, avessero nell'animo non solo il proposito di dare alla loro unione quel contenuto morale, impegnante la coscienza, che è in due persone che fanno quel passo, ma che anche fossero consapevoli degli obblighi giuridici che ne conseguono; un insieme, dunque, morale e giuridico che non può essere misconosciuto da chi abbia un po' di rispetto degli esseri umani

Il Vico parla nella Scienza nuova (vol.I, pagina 120) di quei " concubiti, certi di fatto, d'uomini liberi con femmine libere " e di tali genitori, che non tenuti congiunti da " niun vincolo necessario di legge, ..vanno a disperdere i loro figliuoli naturali, i quali, potendosi i loro genitori ad ogni ora dividere, eglino, abbandonati da entrambi, deono giacer esposti per esser divorati da' cani "

Che nei tempi il Vico vedesse il passaggio dai concubiti mobili e vari ai concubiti fissi, il coniugium stabile, solennizzato per mezzo della religione, non significa altro che solo il nesso con la religione e con gli auspici di Giove poteva dare la garanzia del consortium; garanzia che è data anche esattamente dalle leggi civili. Ridurre il matrimonio civile a concubinaggio è due cose insieme:

1 - una grossolana offesa, da parte di persone che per la loro formazione chiusa ed angusta o per fanatismo, non si rendono conto di come sta la cosa nei suoi aspetti precisi;

2 - una offesa anche allo Stato, che, mediante un non lieve insieme di leggi, ha disciplinato il matrimonio civile, ben distinguendolo dai " concubiti " mobili, vari, senza legge.

Quando si riceve un'offesa, ci si può comportare in modi diversi: si può perdonarla senz'altro, tenendo conto che chi l'ha pronunciata era in uno stato infrequente ed eccezionale, e noi non vogliamo dar peso a quelle parole, cooperando invece a dimenticarle come non fossero state dette; possiamo anche rispondere, per avvertire l'offensore, se ci consta che l'ha fatto in piena coscienza, che ciò che ha detto ha un peso ostile e talvolta falso, richiamandolo ad un riesame delle parole stesse per guardarsene in avvenire; ma se il fatto è pubblico, e per di piú ha un rilievo ideologico in quanto entra in una lotta di correnti ideologiche, e l'offeso ha motivo di pensare che una semplice e persuasiva replica non raggiungerebbe che scarsi effetti, e sarebbe molto probabilmente sepolta nel silenzio senza, nel reo, pubblica dichiarazione di pentimento, tornando anzi l'offensore a ripetere l'offesa per, diciamo cosí, suo abito professionale, l'offeso può dare querela , affidando cosí alla magistratura la difesa, come si suol dire, del suo onore e soprattutto il chiarimento palese del giusto e dell'ingiusto: in questo modo il querelante, non soltanto rinuncia ad ogni atto di risposta violenta (ogni offesa può ben suscitare una tale reazione), e dimostra cosí di essere " civile ", ma mi pare che lo dimostri doppiamente, in quanto fa ciò che lo Stato con i suoi organi dovrebbe fare, stimolando un giudizio che indichi se lo Stato non sia offeso nella parte del suo codice che concerne il matrimonio civile, tenuta dall'offensore come irrilevante e nulla

I coniugi Bellandi dettero querela al Vescovo. Il governo italiano, nelle mani di un partito che ha rinunciato non una sola volta a difendere la parte dello Stato nei riguardi della Chiesa romana (si veda per es. l'impegno preso dalla Chiesa romana nel Concordato del 1929 di ridurre il numero delle diocesi a quello delle province, cosa che in trentadue anni non si è ancora vista!), non si era mosso, e si mossero i Bellandi, modesti cittadini, affrontando spese e inimicizie (particolarmente costose per commercianti che hanno bisogno del credito dalle banche, piú vicine al Vescovo che ai "sovversivi").

Il Vescovo fu nel processo davanti al Tribunale di Firenze condannato il 28 febbraio 1958, ma nel successivo processo alla Corte d'Appello fu assolto, e i Bellandi condannati a pagare le spese deí due processi (Firenze, 25 ottobre 1958).

 

 

UNA MIA LETTERA

 

Perché il Vescovo aveva espresso pubblicamente quell'offesa? Ecco il motivo: i due erano stati battezzati nella religione cattolica, e perciò avrebbero dovuto sposarsi con il rito cattolico, essendo il matrimonio, per i cattolici, un sacramento come lo è il battesimo. Chi è stato battezzato è, dunque, esposto a ricevere offese dai gerarchi dell'istituzione senza un riconosciuto diritto alla protesta? anche se ha ricevuto il battesimo nell'incoscienza cinque o sei giorni dopo la nascita? anche se per anni e decenni si è data un'ideologia e una concezione della vita diversa da quella cattolica?

Per questo motivo io, per evitare di ricevere offese e ingiurie conseguenti al fatto di essere battezzato, anche se da piú di quaranta anni non ho fatto atti da cattolico, né ricevuto sacramenti, e mi sono formato una diversa concezione religiosa, il 26 ottobre 1958 mi rivolsi al parroco della parrocchia dove abitavo al momento della nascita, pregandolo di porre nel registro dei lí battezzati la nota che non intendo dirmi cattolico.

Il parroco (una cara persona, Don Luigi Piastrelli, certamente immune nella sua finezza, misura e compostezza d'animo, dalla responsabilità della mia formazione di "eretico') mi rispose subito che non a lui avrei dovuto indirizzare la lettera, perché al tempo della mia nascita, nella parrocchia non c'era il fonte battesimale, ed io dovevo risultare dal registro dei battezzati nel Duomo; sicché il 27 ottobre 1958 indirizzai all'Arcivescovo di Perugia, Mons. Pietro Parente, la seguente lettera:

 

Signor Arcivescovo,

Nei registri dei battezzati di Perugia risulta che, poco dopo la mia nascita - cosí mi è stato detto,- fui battezzato; ma da piú decenni non frequento la Chiesa cattolica, ed ho piú volte affermato che la religione cattolica non è la religione che intendo professare.

E alla porta di alcune chiese perugine sta un Suo "Monito" che fa divieto ai cattolici di frequentare il Centro di orientamento religioso perché, come dice il Monito, "diretto" da me.

Le ragioni del mio distacco dalla religione cattolica le ho esposte piú volte, e non sto qui a ripeterle.

Basti dire che sono convinto che alcuni fatti che la dogmatica cattolica obbliga a credere come realmente avvenuti, non sono che leggendari, e di ciò mi ha persuaso la critica neotestamentaria: la Nascita miracolosa di Gesú, la sua Resurrezione e Ascensione, l'Assunzione di Maria.

Sono anche convinto che è immorale e irreligiosa l'eternità delle pene infernali, che l'autorità assoluta del Pontefice di Roma è stata ed è fonte di opinioni e decisioni inaccettabili, come la distinzione tra ricchi e poveri quale voluta da Dio, la sostenibilità della guerra giusta, il potere della classe sacerdotale, l'intrusione autoritaria nel campo della ricerca scientifica e storica e nella libertà di informazione e di espressione, lo spirito di crociata contro il socialismo in alleanza con capitalisti, reazionari, monarchici, la persecuzione degli ex-preti.

E a me, mai iscritto al fascismo per fedeltà alla nonviolenza, alla libertà di tutti e alla giustizia nella struttura sociale, la conciliazione tra il Vaticano e il tiranno, accompagnata da un opulento scambio per anni di favori e di elogi, chiarí per sempre che non si poteva aspettare dalla Chiesa di Roma né lo sviluppo dello spirito cristiano, né la difesa della libertà, della giustizia, della pace.

E’ insostenibile ciò che ora si tenta di fare attraverso citazioni di frasi generiche, per ricoprire che il Vaticano aiutò per anni il regime fascista in modo decisivo; ed assomiglia ai pietosi racconti di certe private persone che ci è accaduto di incontrare negli anni successivi al '44 e '45.

L'attuale potenza poi, e le moltiplicate espressioni dottrinarie e la ancor piú accresciuta attività pratica, hanno, secondo me, il solo vantaggio (a parte gli utili che ne traggono i devoti conformisti) di confermare ciò che alcuni di noi pensarono nel trentennio passato, dover lavorare intensamente per una riforma religiosa: quando i piú si sveglieranno, saranno portati, come accade nelle reazioni, a travolgere lo strapotere politico-economico e le posizioni religiose, sí che cadranno tante parti vecchie di queste; allora ci vorranno posizioni, idee, persone, centri, iniziative, all'altezza di una rinascita religiosa, certamente non piú papista, ma tale da accomunare Occidente ed Oriente: rinascita e nuova vita religiosa che urge, e che l'animo di tutti, malgrado tutto, chiede e invoca.

A questo io vorrei pensare e lavorare, e non da solo, ma con tanti, liberi cristiani, liberi religiosi, gandhiani.

Per questo non posso e non voglio dirmi cattolico, nel senso di credente nella dottrina professata dalla Chiesa di Roma e dal suo Capo, eletto dai cardinali: che io sia stato battezzato, cioè iscritto nei registri di tale istituzione, è un fatto che non ricordo; e non posso ammettere che per tale fatto un'autorità che non riconosco per tale, esiga da me ubbidienza e credenza, e possa legittimamente anche insultarmi.

Ho studiato la dottrina del Battesimo cattolico, e ho trovato che questo sacramento, applicato nel momento in cui il bambino non ne sa nulla, è indelebile e tale da mettere chi l'ha ricevuto sotto l'autorità delle gerarchie cattoliche.

Ho appreso anche che la sorte dei bambini non battezzati è diversa da quella dei battezzati, il che non solo mi urta moltissimo, ma mi pare discorde da ciò che Gesú affermò, essere dei bambini il regno dei cieli, certamente non escludendo i non battezzati (e del resto, non parlando mai del peccato originale).

Insomma la dottrina del Battesimo cattolico mi pare che appartenga ad una religione chiusa e istituzionale, che divide in due il genere umano, in assoluto contrasto con la religione aperta di cui sono persuaso, per cui Dio si ricongiunge a tutte le creature, nessuna esclusa, e per sempre.

La religione non deve essere divisione, ma aggiunta, aggiunta e apertura continua a tutti, quale che sia il loro agire, la loro opinione, la loro fede e i loro sacramenti o non sacramenti.

Sono del parere che bisogna avvertire anche gli altri che non vi abbiano ancora pensato, e perciò rendo pubblica questa lettera.

So bene che gli uomini hanno accettato tale sacramento per l'esigenza di elevarsi e di elevare le persone care dallo stato semplicemente naturale; ma a troppo duro prezzo si è pagato questo, dicendo che fuori della Chiesa non c'è salvezza, e quindi sacrificando tanti altri bambini e tanti altri esseri umani.

Nella vita religiosa che vogliamo vivere ora, educandoci a sentire la compresenza di tutti nessuno escluso, questa è l'elevazione sulla natura che separa, ed insopportabile è una divisione di destino, che risente di una società che aveva in sé la distinzione di schiavi e di liberi.

La prego, signor Arcivescovo, di fare quegli atti che mi sottraggano alla giurisdizione di gerarchi a cui non riconosco su di me un potere superiore a quello di ogni altro essere.

Non ho odio per nessuno, e certamente non l'ho per quei gerarchi. E voglio esser libero di considerare le osservazioni, le critiche, le ingiurie, che essi mi rivolgano, nello stesso modo con cui posso considerare quelle rivoltemi da altri uomini, che possono sbagliare e possono aver ragione.

Ma se lo Stato di cui faccio parte come cittadino non tutela tale uguaglianza, debbo provvedere io con la mia coscienza, del tutto aliena dal portare offesa ai miei amatissimi genitori, che credettero di farmi un bene battezzandomi, ma che ebbero sempre rispetto per le mie decisioni, compresa quella che presi di rifiutare l'iscrizione al partito fascista, con la pena del licenziamento dall'impiego.

Con cordiali saluti dal Suo

ALDO CAPITINI

 

L'Arcivescovo non rispose nulla a questa lettera, certamente pervenutagli.

Qualcuno penserà che avrebbe potuto rispondere, prendendo atto della mia dichiarazione, magari esprimendo dolore o rimproveri o repliche alle mie critiche, e seguendo un'ispirazione che non dovrebbe mancare a chi, per istituzione, si professa vicino alla fonte di ogni ispirazione.

Ma questo "qualcuno" forse non ha presente ciò che quelle gerarchie professano, e che fu enunciato chiaramente da Pio XII: " I membri della Gerarchia ecclesiastica hanno ricevuto e ricevono la loro autorità dall'alto e non debbono rispondere dell'esercizio del loro mandato che o immediatamente a Dio, a cui soltanto è soggetto il Romano Pontefice, ovvero, negli altri gradi, ai loro superiori gerarchici, ma non hanno nessun conto da rendere né al popolo, né al potere civile," (2 ottobre 1945).

Il Parente sapendo di non esser tenuto a "rispondere ", non ha..risposto nemmeno a me.

E dico questo non perché la cosa fosse importante, ma per soddisfare pubblicamente la curiosità di molti che me lo hanno domandato.

Quando si può, io penso che non si dovrebbe rifiutare il dialogo, anche tra dissidenti; ed io ricordo, per es., che quando Giovanni Gentile mi tolse il posto che io avevo di segretario nella Scuola normale superiore di Pisa, perché non volli prendere la tessera del partito fascista, egli volle tuttavia parlare con me, al momento di salutarmi. Un'educazione, malgrado tutto, migIiore.

 

Da Aldo Capitini, Battezzati noncredenti, Firenze, Parenti, 1961, pp.13-21