IL PROBLEMA DELLA PEDAGOGIA

 

Quando si considera il cerchio delle cose che il termine di «pedagogia » comprende, se ne vedono tante che ad alcuni è parso che essa non avesse nulla di veramente proprio, e che perciò largamente e arbitrariamente si fosse formata il suo patrimonio prendendo qua e là senza il limite dato da un'interna misura.

Ad altri è parso che essa avesse altro difetto, e più essenziale, quello di schematizzare inutilmente ciò che è della vita, e che appartiene alla realtà ben seria e concreta del bambino, il quale ne sa di più, e si svolge, si trasforma realmente, e non fa di questo una professione o una ricerca bibliografica.

E se vecchia è la fastidiosa immagine del pedagogo che presume di insegnare e tener docili al suo «ascoltate », non poteva esser meno fastidiosa l'immagine di chi si aggiungeva a studiare e squadrare l'atto del pedagogo.

Malgrado queste avversioni, la pedagogia vive, e prende maggior vigore quanto più le società sono libere e sentono la responsabilità di formarsi e di persuadersi. Se si vedono nella pedagogia i due aspetti principali, di una riflessione filosofica sul fatto dell'educazione, e di una informazione, studio e critica degli strumenti didattici e formativi, risulta abbastanza chiara la utilità, la ineliminabilità di questa parte del lavoro intellettuale.

L'educazione è opera di sempre, e non c'è momento e angolo di vita e gruppo di esseri umani dove essa non si svolga in un modo o nell'altro; ma vi sono delle epoche che essa configura con la sua tensione, e ne ricordo particolarmente due: quella dei sofisti e quella dei profeti ebrei.

Allora l'educazione era in un fervido crogiuolo in cui erano e filosofia (o religione) e movimenti sociali (o religiosi); epoche di rinnovamento, anzi di rivoluzione politica o religiosa, in cui il fatto educativo si avvivava nell'apertura che esso portava e sollecitava, e usando della libertà per spezzare il ripetere conformistico.

Si trova sempre un soffio liberatore e la fondazione di un senso più profondo del valore, tutte le volte che si esamina e studia il carattere dell'educazione nei momenti in cui più si accese, destando a nuovi problemi e nuovi temi, educazione aperta e non chiusa.

Ma noi abbiamo in Italia una esperienza culturale che può suggerirci qualche utile analogia, quella delle ricerche di estetica; la quale è filosofia dell'arte, studio di che cosa sia l'arte, dello svolgimento del suo concetto, del suo problema.

Considerata l'arte oggettivisticamente, predominò l'esame del suo rapporto con la realtà avvenuta o possibile; poi il centro di essa fu portato nell'autore, nel soggetto, nella personalità, e dal concetto di imitazione si passò a quello di creazione e di rappresentazione lirica: ulteriori sviluppi appaiono possibili per l'approfondimento del soggetto creatore presente all'arte, nella coralità di questa presenza che apporta un carattere liturgico e tramutativo, che può esser riconosciuto nell'arte passata, o in parte di essa (reintroducendo in certo qual modo una presenza, nell'arte, del sublime), e può essere base, punto di partenza per nuova arte, in cui questa tramutazione del reale e ulteriore presenza sia la tensione dominante.

Una linea analoga può essere notata a proposito dell'educazione, vista prima oggettivisticamente come trasmissione di sapere e di attitudini; accentrata poi nel soggetto reale dell'educazione, l'educando, e impostata essenzialmente come autoeducazione, formazione di sé; ma per l'approfondimento di quel sé, divenuta consapevolezza di formarsi insieme, coralità di educazione, vissuta nel sentire l'operare di tutti; in cui però è necessario tener viva la discriminazione tra operare vitale e operare per i valori, con tensione superiore, avvertendo e realizzando la presenza liberatrice dei valori; dunque un ulteriore concetto dell'educazione che si aggiunge, come il sublime all'arte, a quello dell'autoeducazione come semplice esperienza, esperienza qualsiasi: qui è esperienza di valore, liberativa e tramutativa della semplice vitalità.

E questo concetto, non solo serve a riconoscere e a dar rilievo ad alcuni aspetti dell'educazione passata, ma può essere base, punto di partenza per nuova educazione. Come da quel sublime, portato nella considerazione dell'arte, può sorgere una nuova arte che dia esplicitamente il senso di una presenza più alta; così da quell'impegno ai valori, portato nella considerazione dell'educazione, sorge una nuova educazione che pone il centro proprio nella forza liberatrice del valore; e per es. non dà centralità agli elementi della vitalità, del benessere, della fortuna, del potere, che pur tanto prevalgono nel comune modo di considerare l'educazione.

Un concetto dell'arte e dell'educazione che porti una prospettiva nelle precedenti e una via per arte ed educazione da fare, un concetto aperto.

Troppo è dominata nel considerare l'educazione la idea di armonia delle attitudini, delle facoltà, delle esperienze, e la tradizione della civiltà greco-europea ha presentato proprio qui uno dei suoi aspetti dominanti; il concetto di educazione è ravvivato, invece, e sottratto ad un pericolo conservatore, proprio introducendovi una viva dualità, inserendo cioè in esso un elemento di tensione che discrimina il passato e chiede un futuro; e poggia quindi maggiormente su ciò che è liberante, trasformante, creativo.

La cultura che si sta .formando avrà il fatto storico e lo studio storiografico come sue ineliminabili parti; ma sarà più incentrata su aspetti creativi, e cioè su religione (non istituzionalmente intesa), arte, trasformazione sociale.

Il che sarà proprio realismo nel significato di vicinanza a temi reali, nel significato di superiorità, sull'elemento culturale ciceroniano (volendo stabilire un'antitesi), dell'elemento etico-religioso dei Vangeli, di un innegabile realismo per l'essenzia lità ed elementarità dei loro temi, anche se tra questi c'è quello. tutt'altro che irreale, della tensione al Regno di Dio e al capovolgimento della realtà attuale nelle sue dimensioni inadeguate al valore.

Impostare così il problema dell'educazione è affidarle lo slancio e la capacità di liberarsi dall'oppressione prodotta dal carico di un sapere visto quantitativamente: basti osservare come si studia di solito la storia letteraria o la storia della religione e la storia etico-sociale.

Entra nella pedagogia la fiducia di potersi occupare anche di quelli che sono considerati strumenti di liberazione (o vie del dover essere) etici, religiosi, sociali, estetici, in quanto essi. operano come valori educativi; parte che di solito non si guarda, badando piuttosto allo studio dell'essere, e perciò ai sistemi di istruzione, ai lati psicologici e sociologici.

Il momento della pedagogia si riafferma, non solo in un suo più concreto articolarsi in tutti gli aspetti che ad essa appartengono, ed oggi per es. in quello dell'educazione degli adulti, che può molto insegnare per la stessa educazione dei fanciulli, per es. nella cooperazione civica e nel metodo della discussione; ma io penso anche nel rivendicare come a lei spettante un modo di definire l'educazione che si apra a ciò che viene inteso, in sede etico-religiosa, sociale, estetica, come elemento di liberazione verso una più alta presenza e valori più vivi.

Mi pare, cioè, che l'educazione debba dare il senso di una tensione, di una insoddisfazione per ciò che c'è; e che la pedagogia debba anch'essa aggiungere al suo molteplice e indispensabile lavoro, questa attenzione e questo aperto studio di tensioni alla liberazione come operarono e come ancora opereranno.



Aldo Capitini, L’atto di educare, Firenze, La Nuova Italia, 1951, pp. 1-5