IL LIBERALSOCIALISMO

 

Il 1937 fu l'anno più importante da una parte e dall'altra.

Mussolini aveva vinto in Etiopia e in Spagna, aveva consolidato perciò i suoi rapporti con il Vaticano e si affiancava sempre più ad Hitler.

All'interno poteva sembrargli di avere spento ogni residua opposizione o velleità di opposizione: il re gli era accanto come "maresciallo dell'Impero", Badoglio gli aveva procurato una rapida e definitiva vittoria, Gramsci moriva, i Rosselli venivano soppressi in Francia, l'antifascismo che veniva dal passato era disperso, imprigionato o al confino.

La politica unita alla forza aveva vinto.

Dall'altra parte quell'anno vide il consolidarsi della "nuova opposizione" dei giovani, degli arrivati allora o da poco alla certezza che il fascismo era totalmente sbagliato.

A centinaia questi giovani qua e là si mettevano su una strada nuova comune, anche senza conoscersi.

Affluivano i giovani nati tra il "13 e il '20; poi verrà là grande, preziosa corrente dei nati tra il ’21 e il '24, (quanti bravissimi giovani spuntarono nell'antifascismo, nati negli anni 1923-24!).

Dopo qualche mese che i miei Elementi erano usciti (nel dicembre 1936) Walter Binni mi disse: "Perché, sulla base di ciò che hai scritto negli Elementi, nell'ultima parte specialmente, e indipendentemente dal lato religioso, non cerchi di stabilire una collaborazione precisa di vero e proprio Movimento?".

Riflettei sulla proposta, e concretai alcuni punti schematici, che erano fondati sull'esperienza che avevamo fatto durante il fascismo, che poteva riassumersi così: siamo socialisti, ma non possiamo ammettere il totalitarismo burocratico statalistico; siamo liberali, ma non possiamo ammettere il dominio del capitalismo che è nel liberismo.

Non era giustapposizione.

La sofferenza e lo sdegno per il sistema totalitario, autoritario e centralistico erano profondi, non al punto di desiderare un totalitarismo "migliore", ma tali da non far rinunciare mai alla libertà di informazione e di critica, alle libertà di associazione e di sviluppo culturale, per nessuna ragione da sopprimere, ma sempre da accrescere oltre i tradizionali strumenti di tipo parlamentare, da mantenere, ma insufficienti, e associabili con forme di controllo dal basso, decentrate e moltiplicate.

Questa vita della "libertà" era da vedere come intrinseca al socialismo stesso, e quindi non da considerare indissolubile con la libertà di mercato del liberismo economica.

Altro che partito unico, iscrizione obbligatoria per avere impieghi pubblici, segretari federali onnipotenti (e nominati dall'alto), stampa uniforme e conformista, ministro della propaganda e del controllo di tutte le espressioni pubbliche, censura, gerarchi, e nelle scuole "libro e moschetto" (con un libro che esalta... il moschetto stesso)!

D'altra parte il liberalismo di prima del fascismo, e anche quello di Giolitti con le sue concessioni democratiche quando erano inevitabili e dovevano servire a consolidare la monarchia costituzionale e la classe dirigente, era da combattere strenuamente.

Certo il termine "liberale" era stato riabilitato durante il fascismo dalle circostanze stesse. Ma quando si vedevano le cose più da vicino, si sapeva bene che tutti si accorgevano del male prodotto dal fatto che il socialismo non era avanzato in Italia, in modo da impedire il fascismo: socialismo voleva dire una struttura economica che togliesse il potere finanziario ai gruppi che si arricchirono col fascismo e pagarono le squadre fasciste perché bastonassero i contadini e difendessero la "proprietà"; socialismo voleva dire l'avanzare della classe lavoratrice con i suoi giovani e la sua sete di cultura; insomma doveva venire, al posto dello Stato cattolico-borghese, uno Stato intellettual-popolare.

Con i punti di lavoro per un Movimento incontrai Guido Calogero, e convenimmo di svolgere insieme un'attività con un orientamento che dicemmo di "liberalsocialismo".

Non ho letto che dopo la Liberazione il libro di Carlo Rosselli sul Socialìsmo liberale e ho potuto fare molto tardi il confronto della ricerca che compivamo noi con quella 21

Aggiungo che tra Calogero e me, c'era di comune l’esigenza fondamentale, con una differenza che poi doveva farsi sempre più visibile e che vedremo via via nelle pagine che. verranno: l'esigenza di Calogero era soprattutto giuridica, costituzionale e altamente riformistica; l'esigenza mia era libertaria-popolare, pronta ad assimilare anche le rivoluzioni (se nonviolente) pur di allargare a tutti la società.

La conservazione del termine "liberale" accanto al "socialismo" doveva servire ad associare tutti i liberali che si venissero "aprendo" al socialismo, e avessero capito che se fossero stati uniti ai socialisti (nelle varie forme), avrebbero sbarrato la strada al fascismo, e doveva servire ad avvertire i comunisti filosovietici (cioè stalinisti) che non potevamo convenire con loro per un motivo essenziale, anche se ammettevano continui contatti.

C'è anche da dire che non tutti coloro con cui eravamo collegati si dicevano "liberalsocialisti"; anzi alcuni tenevano a non assumere questa qualifica.

Tuttavia se non c'era un allineamento esclusivo, c'era un ambiente di ricerca e di scambio, che faceva fare passi in avanti.

Quando conobbi Ranuccio Bianchi Bandinelli mi ricordo che egli mi chiese di trovargli a Perugia un bel ritratto di Cavour, e glielo procurai, sebbene io non abbia mai avuto alcun entusiasmo per il ministro piemontese.

Più tardi, negli Argomenti, una rivista fiorentina edita nel 1941 da Parenti e diretta da Raffaello Ramat (e che portava, sulla copertina in greco le parole di Temistocle "Batti, ma ascolta") Bandinelli pubblicò, con falso nome, una recensione ad un libro inesistente, che esponeva le teorie del liberalsocialismo, appunto per renderle note 22.

E, ripeto., tenevamo a dare al nostro collegamento il carattere di ambiente di ricerca e scambio, nel quale valeva soprattutto indicare ciò che rimaneva fuori, perché essenzialmente estraneo alla nostra ricerca (come far vivere la libertà in una società autenticamente socialista), e quindi dicevamo di escludere i comunisti (che avevano una loro organizzazione), i liberal-conservatori (o liberal-proprietari), ed anche gli ex-popolari o democristiani, residui rari del partito sturziano, non privo di collusioni col fascismo al suo inizio: i rapporti che Giovanni Miniati aveva con Piccioni a Pistoia, quelli che Federico Comandini aveva con De Gasperi a Roma, e noi a Perugia con Carlo Vischia, non avevano un carattere organizzativo ed erano piuttosto in vista di un comitato di tutte le forze antifasciste, come difatti costituimmo a Perugia molto presto.

Sicché riassumendo mi pare di avere indicato questa distribuzione:

1. alcuni che si dicevano "liberalsocialisti" insieme con me e che arrivarono anche a "manifesti" ufficiali, impegnativi.

2. altri che erano nostri amici e collegati pienamente con noi (faccio dei nomi: Norberto Bobbio, Cesare Luporini, Carlo Ludovico Ragghianti), senza dirsi "liberalsocialisti";

3. altri antifascisti con i quali esistevano già rapporti, e si arrivò a clandestini comitati con rappresentanti di tutte le correnti.

Un problema che vedevo chiarissimo era quello dei rapporti con gli antifascisti all'Estero: io sostenevo fermamente che non sì dovessero tenere, per due ragioni: che i rapporti erano molto controllati alla frontiera e con molte spie nei nuclei antifascisti; che non sarebbero serviti a nulla, perché non avrebbero potuto gli esuli dirci che cosa dovevamo fare noi e com'era la situazione in Italia.

Se è vero che Nitti diceva al Croce, quando questi si recava all'Estero: "Il prossimo inverno ci vediamo in Italia", perché si basava sui fatti dell'economia, era questo un esempio della non esatta informazione della vera situazione italiana.

E anche quei pochi libri e manifesti che potevano entrare, erano pagati a troppo caro prezzo.

Il metodo da tenere era, sostenevo, quello dell'incessante cercare collegamenti, specialmente con giovani, alimentando la formazione ideologica con i libri disponibili (facevamo girare liste) e con dattiloscritti nostri.

I libri disponibili erano, i più, editi da Laterza (oltre a quelli del Croce, molti della Biblioteca di cultura moderna: De Man, Laski, Sforza, Fiore, Russo, Labriola, Braun, Calosso, Dubreuil, Treves, Santonastaso, Curtis, Leon, Berdiaeff, Mosca, Weil, Tocqueville, e la Storia d'Europa del Fisher, la Storia del Lìberalismo di De Ruggiero); altri di Einaudi, di Guanda (un editore che era un "centro" di cultura antifascista: Martinetti, Tilgher, Rensi ed altri).

Cercavamo di far girare le vecchie edizioni che potevamo trovare delle opere di Marx, anche il modesto riassunto del Capitale fatto da Cafiero, e l'Antidüring di Engels.

Ad essi si aggiunse un libro fondamentale, La scuola dell'uomo, di Guido Calogero, uscito nel 1939.

Risultava da lezioni di pedagogia tenute a Pisa, e presentava il tema della storia come "conquista di abitudini di civiltà" non come rumorosa potenza.

Una mia lunga recensione del libro in Civiltá moderna, diretta da Ernesto Codignola, fu largamente diffusa come estratto in un opuscolo.

Lungo sarebbe dire di altri saggi, che tutti utilizzavamo accuratamente.

Il disinteresse per i rapporti con l'Estero credo che giovò al nostro Movimento che poté lavorare per cinque anni senza incappare nella polizia, che invece stroncava le fila dei comunisti e di "Giustizia e Libertà".

Una volta che Ragghianti era andato a Parigi, ci aveva esposto al ritorno qualche cosa, sul prato di Assisi, del lavoro di Rosselli; so anche, a me lo ha detto poi Vittorelli, che si sapeva del mio lavoro in Italia.

Pensavo che sia gli amici comunisti che i massoni avessero rapporti con amici della stessa fede, rapporti che soltanto loro conoscevano.

E c'era anche un punto che mi stava molto a cuore.

I giovani in Italia arrivavano all'antifascismo dopo essere stati, nell'adolescenza, fascisti, e talvolta anche molto convinti, tanto da tenere un grande ritratto di Mussolini in camera. Bisognava che loro vedessero una negazione della società prefascista che si collocasse al posto del fascismo, che aveva preteso negare la società precedente.

Era cioè un elemento rivoluzionario che mi stava a cuore, proprio per evitare ciò che poi avvenne: la restaurazione, che fu il dramma degli anni 1944-48, conclusosi così male. Anche gli elementi migliori del prefascismo andavano assunti, e messi in un contesto nuovo. E se la posizione aveva il carattere del rivoluzionarismo giovanile, nella sostanza mi pareva valida, quando non passasse troppo rapidamente ad un marxismo che poi era lo stalinismo. Il Croce disse che il liberalsocialismo non era altro che socialismo democratico e non si rese conto della differenza, nel suo fondo, del punto a cui volevano arrivare alcuni di noi, e che non era il semplice risuscitamento degli strumenti della democrazia parlamentare, insieme con riforme "sociali".

La socialdemocrazia francese o tedesca non era stata capace di evitare involuzioni.

Guardato da questo punto di vista, di un'esigenza nei giovani che a me stava a cuore salvaguardare dal passato, si vede ciò che c'era di più importante nell'opposizione antifascista:

1. la"rivoluzione liberale" di Gobetti, ben altro dalla posizione dei liberal-proprietari di allora e di ora;

2. il controllo dal basso auspicato da Gramsci

3. il nesso della libertà con i "valori" e con il loro equilibrio del migliore Croce;

4. l'eroismo di Matteotti per tenere vivi strumenti civico-sociali di costante formazione dell'onestà socialista: la cooperativa, il sindacato, l'amministrazione comunale, la scuola di adolescenti e adulti.
Questi punti di estreme minoranze erano indizi di ciò che una buona volta doveva diventare maggioranza, salvando l'Italia dal costante destino, da San Francesco in poi, di vedere le minoranze migliori non diventare maggioranza.

Il nuovo contesto, l'antirestaurazione, la rivoluzione seria, e non come quella mussoliniana, rivelatasi dura reazione, conservazione del peggio e servitù alle forze più antiliberali e più antisocialiste.

I giovani, tanto più gli appassionati per il fascismo e poi delusi, potevano aprirsi a questa rivoluzione (forse Rosselli intuì questo contesto nuovo, che andava oltre le pur nobili posizioni di Salvemini e di altri).

Non ci fu la maturità di vedere un ulteriore contesto.

Mi spiego su questo punto.

A me pare che la Resistenza armata che fu in Italia dal '43 al '45 aveva due grandi motivi congiunti: la rottura col fascismo per riprendere l'aggiornamento dell'Italia alle due civiltà anglo-americana e sovietica e la libertà dalle costrizioni fasciste, massima delle quali era l'obbligo di farsi soldati accanto ai tedeschi in una guerra non sentita.

Il primo motivo non era a tutti noto, ma era stato il dramma di tutto il periodo fascista.

Il quale, mentre nel 1917 erano avvenuti due fatti capitali, l'intervento degli Stati Uniti in Europa e l'inizio della rivoluzione russa, si era posto contro l'aggiornamento ai due fatti e contro le conseguenti aperture, ed era rabbiosamente risalito indietro alla religione controriformistica, alla Roma antica,

In un provincialismo strapaesano e un nazionalismo culturalmente sfasato l'opposizione antifascista ripresentò l'urgenza di tale aggiornamento e ne offrì, per quanto poteva, i temi, talvolta vedendone anche l’incontro: perché non unire il meglio dell'Occidente e dell'Oriente europeo, da cui l'Italia era stata sequestrata dal fascismo? quel meglio che, per un lato, era la difesa dei diritti della persona (e si vedeva anche risorgere un certo diritto naturale), e per l'altro lato la costruzione di forti nessi collettivistici?

Queste cose furono pensate, riflettute e diffuse (per la mia parte richiamo gli Elementi del '37 e successivi fogli dattiloscritti); e questa fu la premessa della Resistenza armata, che nella sua larghezza popolare e nella sua varietà ideologica, conteneva, più di quanto si pensi, persone consapevoli degli elementi nuovi che occorrevano all'Italia: "nuovi", anche se esistenti prima del fascismo, ma vissuti in un contesto nuovo, in una speranza totale, in una escatologia per la società italiana, il cui desiderio, veniva acutizzato dalla ferocia fascista e nazista.

Non si negava il ritorno delle istituzioni anteriori al fascismo, del parlamento,

dei partiti, dei sindacati, della Massoneria, della Chiesa romana liberata dal compromesso poco onorevole; ma la speranza era che tutto ciò fosse collocato in una "presenza" vigorosa e onesta di tutti, in un rinnovamento dalle radici della società italiana.

I più sensibili, i più consapevoli di questo se non morirono lungo l'Opposizione e la

Resistenza armata, agirono nei primi anni della Liberazione, alcuni da soli o in gruppi autonomi, altri fra gli "azionisti", di cui si disse che "non sapevano che cosa volevano, ma lo volevano fortemente", oppure i comunisti, talvolta usciti dal partito dopo pochi anni o tra i socialisti, sballottati dalle vicende del partito, e altri altrove.

Perciò, quando si dice che la. Resistenza, con l'opposizione che la precedette, è stato il secondo Risorgimento d'Italia, si dice una cosa che va meglio caratterizzata, anzitutto affermando che non erano, tali e quali, gli ideali del Risorgimento italiano, noti a noi tutti dalla scuola anteriore al fascismo, gli ideali mazziniani, cavourriani, giobertianì, garibaldini, preparati dal Foscolo ed esaltati dal Carducci; era qualche cosa di diverso, o di ulteriore, di ben più moderno e realmente di tutti, e aperto, nell'orizzonte di un secolo nel quale vivevano o erano vissuti un Lenin, un Gandhi, un Roosevelt.

La Prima guerra mondiale si era collegata, col Risorgimento italiano e aveva concluso quel periodo, aprendone un altro, quello che non era più della "nazione", ma della nuova società.

E nel nazionalismo stette l’errore massimo, l'arretratezza del fascismo.

La natura, si dice, non fa salti, e non poteva farli la storia dolente degli italiani.

Era già molto ricomporre un tessuto di razionalità, di idealità sane. al livello della civiltà del mondo e dei suoi problemi; ristabilire tra gli italiani una partecipazione, una tensione democratica.

Per questo davamo tutti la nostra opera perché questa " vicinanza " si stabilisse, tanto meglio se animata dall'appassionamento ad un contesto nuovo.

Io lo vedevo come un grande acquisto, anche se non era quello che pensavo come l'estremo.

Era una grande apertura quella ad una democrazia della libertà, del socialismo, del nesso internazionale, cose che significavano, finalmente , una società del basso, una società che assicurasse a ciascuno l'aiuto di tutti superando le disuguaglianza, una società in cui il lavoro non fosse messo alla pari del capitale in un insulso pareggiamento, una società che demolisse interamente la guerra e i suoi strumenti.

Per arrivare a questa società il passaggio poteva essere compiuto anche con la forza violenta, e ciò divenne quasi inevitabile quando il fascismo e la Monarchia portarono gl'italiani in una guerra infelice con le moltiplicate costrizioni, e soprattutto quella militare. Violenza chiama violenza.

E quando il crollo del regime fascista il 25 luglio 1943, con la spaccatura nell'esercito e il distacco della flotta dall'ubbidienza al nuovo regime escogitato da Mussolini con la protezione dei nazisti, creò tanti nuclei di possibilità di "resistenza", specialmente per chi era sottoposto all'obbligo militare e non aveva altra scelta che o fare la guerra e la repressione interna con i fascisti e i nazisti o andare sulle montagne, si capisce che si comunicò a quasi tutti l'idea che alla "società nuova" si sarebbe arrivati con una resistenza armata, in corrispondenza con l'azione degli eserciti alleati, per "fare la propria parte di. lotta e di sacrificio".

E l'azione di partigianismo o guerriglia, di un garibaldinismo, molto più difficile e tragico, trovò anche capi di alto valore etico.

Qualcuno stette con i partigiani, perché non aveva dove andare e non voleva staccarsi dall'insieme antifascista, ma non sparò.

Antonio Giuriolo di Vicenza, nostro amico, di cui ho parlato e che era stato, nel servizio di leva, alpino, questa volta era con i partigiani, e diceva. Loro: "Si può vincere anche senza sparare".

Fu ucciso mentre soccorreva un compagno ferito.

A me, nell'incontro con i giovani, importava che si formassero una coscienza: la decisione violenta o la decisione nonviolenta era secondaria.

Norberto Bobbio nella commemorazione letta a Bologna il.13 dicembre 1964 23 dice di Gìuriolo: "Fu colpito improvvisamente al cuore e cadde senza un grido, bocconi, per terra, schiacciando col peso del corpo stramazzato il fucile a tracolla che gli attraversava il petto (il fucile, in sicura, che non aveva mai sparato).

Erano le dieci di mattina del 12 dicembre.

Toni aveva trentadue anni".

Egli è stato tra i giovani che più si sono travagliati nelle problematiche poste sia dalla nonviolenza che dal liberalsocialismo.

Purtroppo non abbiamo molti documenti scritti o orali che esprimano questo suo travaglio di anni, e della sua vita di partigiano, non lasciò traccia scritta.

Ma l'influenza morale che esercitava sui compagni era altissima.

Il suo gruppo era una scuola di uomini.

Riferisce Bobbio che dicono ancora i suoi compagni: "Con Toni abbiamo imparato a capire che cosa significa vivere una vita degna di uomini".

"Quello che abbiamo imparato in quei pochi mesi non l'abbiamo più dimenticato".

"E' stata una lezione per tutta la vita: l'unica vera lezione della nostra vita".

Ex-capitano degli alpini appariva ai suoi compagni "capitano senza galloni e senza stellette", comandante maestro, "apostolo", come hanno inciso sul cippo

Bobbio ha detto nella stessa commemorazione: "Il caposaldo della concezione politica di Toni era la democrazia integrale come autonomia, governo dal basso, abolizione di gerarchie fittizie, fondate su privilegi di casta, o di censo, eliminazione di ogni differenza tra governanti e governati.

C’era nel suo modo d'intendere la democrazia come discutere insieme e decidere insieme, una venatura capitiniana.

Del resto, partigiano per convinzione ma combattente per necessità, egli era affascinato, sulle orme di Aldo Capitini, dall'etica della nonviolenza.

Cercò di attuare questa sua concezione della democrazia integrale nella piccola comunità della brigata Matteotti che fu per cinque mesi, sino alla morte, il suo asilo, il suo mondo, e insieme la sua difesa dal mondo.

Le azioni da compiere venivano discusse da tutti e i compiti distribuiti secondo una concorde volontà.

Alla sera, tutti attorno a lui, seduti per terra nel bosco o sul pavimento dei casolari che provvisoriamente li ospitavano (ma gli spostamenti da luogo a luogo furono rapidi e continui), prendevano le deliberazioni necessarie.

Si ricordano ancora i suoi motti, le sue massime, le sue alzate di spalle, le sue risposte brevi, secche, a guisa di apologo"24.

Questo raro atteggiamento era segno che, di contro alla violenza del fascismo, c'era, sì, chi contrapponeva una violenza che doveva servire semplicemente a liberare, e non ad opprimere, ma ci fu anche chi intravvide un ulteriore contesto, quello di una società che rifiuta di distruggere gli avversari, e si costruisce mediante il consenso e il dissenso, utilizzando anche le molteplici forme della non cooperazione e della disobbedienza civile, senza violenza.

Ma l'idea che fosse possibile liberarsi dal fascismo in questa forma, persistente ed eroica, dicendo li "no", stabilendo le più larghe solidarietà popolari, era assolutamente immatura, e soltanto ora, per la. conoscenza ed esperienza delle grandi campagne nonviolente, si fa strada nel mondo.

Anche in Germania, e forse ancor meno che in Italia, questa possibilità fu intravvista, sicché vi fu o la violenza nazista, o la rassegnazione passiva,, nobile e spesso disperata, non l'uso pieno del metodo nonviolento, che avrebbe vi dire, fin dal 1933: costituire gruppi di azione diretta, unirsi con più persone possibili, gridare davanti all'assassinio, non cooperare e disubbidire civilmente, costasse quel che costasse.

Si dice che i civili fra i tedeschi non sapevano quel che facevano i nazisti nei campi di concentramento; ma chi lo sapeva, perché non parlò? perché non scosse i civili?

In Norvegia fu fatto, provocando molte defezioni tra gli stessi soldati.

Ma l'Italia, la Germania e tutto l'Occidente, erano immaturi a lottare con questo metodo, e non era nell'aspirazione un contesto di liberazione in una rivoluzione nonviolenta.

Un problema che dovemmo affrontare fu quello se i nostri amici dovevano o no partecipare ai Littoriali della gioventù, a cui il gerarca Bottai dava tanta opera.

Il Bottai, si sa, aveva delle astuzie ed una certa sveltezza culturale, formatasi strada facendo, e teneva a stare con i giovani, e a dir loro che "Mussolini è ottuso, il fascismo siamo noi"; era una forma di corruzione, che agli occhi miei pareva più pericolosa di quella grossolana esercitata da Mussolini.

Bottai, una volta che Mussolini fece nel Gran Consiglio una sfuriata a lui diretta contro quelli che stanno nel partito con un piede sì e l'altro no, si levò e disse. "No, duce, noi vogliamo stare nel partito con tutti e due piedi, ma anche con la testa".

E aveva dei collegamenti democratici o pseudodemocratici, sebbene io ricordi di aver letto una volta un suo articolo nel Primato che chi vuol vedere la gioia, deve andare nel cortile di una caserma! e difatti, nella crisi del fascismo, non trovò di meglio che andare nella Legione straniera.

Bisogna anche dire che aveva saputo scegliere i suoi collaboratori, e di essi non pochi erano intelligenti, pronti a profittare di ciò che il regime offriva, ma con notevoli risorse culturali, molte riserve verso le grossolanità evidenti, spunti di risorse nuove, una certa problematica, in una specie di setta all'interno stesso del fascismo, ma che non lo sposava ingenuamente. E questa era la matrice dei Littoriali, che se non potevan fare a meno di utilizzare e trovarsi tra i piedi intellettuali alquanto vuoti e qualche leone spelacchiato, riuscivano anche ad avere qualche autentico uomo di cultura, e potevano, tra i giovani, attrarre non pochi di valore; Bottai provvedeva poi a svolgere la corruzione, assicurando posti nella burocrazia ministeriale, nei complessi editoriali, nelle riviste.

Ora, quanto alla partecipazione ai Littoriali c'erano due opinioni, e ne discutemmo spesso tra noi, anche perché se io stavo arroccato a Perugia o soltanto nei contatti clandestini nelle varie città, Calogero ed altri frequentavano apertamente i luoghi universitari, e riferivano perciò le voci di coloro che erano sollecitati a partecipare.

Un'opinione diceva: è bene che i giovani, anche se antifascisti vadano ai Littoriali, perché è un'occasione per parlare e porre audaci quesiti pubblicamente smovendo le acque; e soprattutto quelle riunioni procurano contatti con giovani di altre città, per allargare l'opposizione dal di dentro stesso.

Un'altra opinione (ed io avevo questa) diceva: è vero che ci sono quei vantaggi,, ma ciò che può esser detto, è sempre intorbidato dalle inevitabili concessioni al regime, al Capo, al Fondatore, e c'è nell'insieme una disgustosa commissione di camicia nera, di fez, di augusti ricevimenti e fotografie, con sballate teorie di fragile fondamento e prodotti artistici o critici di scarso valore; e soprattutto i Littoriali potevano generare nei giovanissimi, ignari della situazione drammatica dell'antifascismo, nell'esilio, nelle carceri, nel confino e nel silenzio, l'illusione che in Italia esistesse la libertà di parola, per il fatto che per pochissimi giorni era stato permesso loro di fare qualche discussione e qualche chiassata, subito circoscritta. Finiti i Littoriali, tornati a casa i partecipanti, tutto tornava tragicamente come prima.

E qui stava, secondo me, la corruzione, la beffa; quando, invece di machiavellismo, bisognava insegnare la sanità del disgusto per la camicia nera e l'orbace e l'"alalà"; la sobria tenacia della "noncollaborazione", anche per essere vicini ai lavoratori, dappertutto ingannati, perseguitati, per le sballate sintesi sul fascismo che superava tutte le dottrine politiche precedenti, la rivoluzione costruttrice dopo quella francese, evidentemente sbagliata perché aveva soltanto distrutto!

Non era facile tra noi, decidere e scegliere; né io potevo imporre soluzioni giansenistiche. Soltantoché una volta, dopo averne sentite tante sui Littoriali, proposi di fare una specie di antiLittoriali, e ci trovammo a Bologna nel 1940, nella casa di Ragghianti a un ultimo piano, e tenevamo affollatissime riunioni la sera dei giorni stessi dei Littoriali.

Parteciparono a queste riunioni, oltre i residenti a Bologna come Ragghìanti e la bravissima Licia, Cesare Gnudi, Agostino Buda, che risiedeva con me a Perugia, Antonello Trombadori, Carlo Muscetta, Giovanni Miniati, e molti altri.

Negli anni del liberalsocialismo i luoghi che assunsero maggiore importanza, nel raggio dei collegamenti che potevo sviluppare, furono i seguenti.

Firenze, anzitutto. Tristano Codignola, Enzo Enriques Agnoletti si erano aggiunti agli altri e c'erano Luigi Russo, Piero Calamandrei, Ernesto Codignola, Carlo Furno, Luigi De Sarlo, Margherita Fasolo, Alberto Carocci, Piero Fossi, Napoleone Giordano Orsini e i già nominati.

Inoltre, mediante Gianfranco Contini, avevo conosciuto Eugenio Montale, direttore della biblioteca. Vieusseux, Carlo Emilio Gadda, Alessandro Bonsanti, il gruppo dei collaboratori di Letteratura, rivista nella quale scrissi anch'io e che giovò per diffondere una cultura non conformistica.

Si può dire che Firenze fosse, per il nostro lavoro, più importante. di Roma, perché era più libera dal peso che Roma esercita sempre come città ufficiale e del potere; aveva un maggior numero di antifascisti di sempre o divenuti fermissimi, senza compromessi; e si era anche impegnata nel liberalsocialismo, come congeniale.

Non per nulla la prigionia di noi del Movimento liberalsocialista fu alle Murate di Firenze nel '42 (e la polizia di Firenze aveva trovato il bandolo per arrestarci); e non per nulla, nel periodo badogliano, la riunione decisiva per il Partito di Azione fu proprio a Firenze.

A Roma c'era una forte divisione.

Il liberalsocialismo, guidato da Calogero, e con la compagnia, oltre che della bravissima Maria, di amici, aveva trovato un contrapposto nei giovani filocomunisti, che studiavano il Marx e che scrutavano molto criticamente, e talvolta con una certa baldanza di neofiti, le remore borghesi dei liberalsocialisti.

Paolo Bufalini, Mario Alicata, Piero Ingrao, Lucio Lombardo Radice, gli Amendola ed altri, finirono anche col saper più poco di ciò che effettivamente maturava nell'àmbito nostro, perché oramai la loro ricerca era orientata diversamente e con tenacia e coraggio veri.

Una volta, sollecitato da Morra, andai apposta a Roma, per vedere ciò che fosse possibile per unificare le problematiche, ma mi accorsi che il divario, a parte l'amicizia, era insuperabile; e non v'era nei giovani filocomunisti la possibilità di intravvedere un'altra rivoluzicìne, più aperta, che avesse maturato tutte le ragioni dell'antifascismo, compresa quella contro lo statalismo dittatoriale, i cui inconvenienti mi parve che essi sottovalutassero.

Per la presenza di Ragghianti, che dopo un incontro a Urbino di amici provenienti da Bologna, Perugia e altrove, riprese con accresciuto vigore l'attività di collegamento, Bologna diventò il centro di un lavoro sistematico di grande efficacia, che costituì veramente i quadri per la successiva Resistenza nell'Italia settentrionale e in parte dell'Italia centrale.

Un apporto di forze di valore lo dette la conoscenza di Umberto Morra.

Molto vicino a Piero Gobettì nel tempo della Rìvoluzìone liberale, era stato poi con il gruppo fiorentino di "Non mollare" ed aveva anche aiutato a salvare Gaetano Salvemini, che poi si recò all'Estero.

Aveva molti amici liberali, laici, radicali, socialisti.

Difeso forse dal fatto di essere il figlio di un generale che era stato anche aiutante di campo del re Umberto 1, egli si moveva liberamente e coraggiosamente tra Roma, Firenze (dove frequentava di amici di Solaria, di Letteratura e la casa dell'intimo suo amico Bernardo Berenson), e la sua villa a Metelliano, nella pianura sotto Cortona, la città di Pietro Pancrazi.Pochi mesi dopo l'uscita dei miei Elementi, Morra mi scrisse proponendomi di farmi una visita a Perugia e difatti passammo insieme un pomeriggio nel mio studio.

Quanto è venuto poi da questa conoscenza!

Dicevamo spesso tra amici: "L'antifascismo è bello anche perché ci fa conoscere tante brave persone"

La villa di Morra a Metallizzano, in un coerentissimo stile di aristocrazia del tempo umbertino e in un luogo di grandissima pace (qualche cosa di tolstoiano collocato entro la grazia tosco-umbra), fu il luogo di tanti incontri e convegni.

Il Morra era ospitalissimo, tanto che spesso aveva in casa amici che egli voleva restassero a lungo, come Renato Guttuso, italiani, e anche stranieri, agevolati dalla perfetta conoscenza dell'inglese del Morra, mente di letterato e di storico.

Spesso avevamo incontri nella villa di Metelliano e spesso ritrovavamo Morra nei convegni di Perugia, e altrove: il lavoro di far conoscere l'uno all'altro si moltiplicava.

E questa attività rifluiva a Perugia, dove molti si spingevano soli o a gruppi, e in questo modo avevamo un'informazione fresca sullo sviluppo della nostra opposizione.Qualcuno, sapendo di ciò, venne ad insegnare a Perugia, perché già insegnante di ruolo, o come incaricato annuo: Vincenzo Maria Villa, Gianfranco Contini, Agostino Buddha, Antonio Borio, Giuseppe Granata, carissima figura di amico, di insegnante, di studioso di filosofia, antifascista comunista, coraggioso insegnante nel Liceo classico, che cominciava ad avere (vi insegnavano anche altri amici antifascisti, Ottavio Prosciutti, Aldo Arcelli, Francesco Stea, Arturo Massolo) nuclei di scolari antifascista, che si incontravano con noi.

Negli ultimi anni del fascismo veramente al Liceo, malgrado ci fossero scolari fascisti e alcuni insegnanti paurosi, tirava in qualche classe un'aria ostile al regime, che si manifestava specialmente nelle scritte o nelle lezioni ed esercitazioni di storia, con l'esaltazione della Rivoluzione francese e tutti gli altri temi che davano occasione a bollare, implicitamente od esplicitamente, l'involuzione del regime, la pacchianeria dei gerarchi, la tragedia della guerra.

Qualche volta corse la voce che i fascisti stessero per fare una spedizione contro il Liceo classico, e qualche studente era tutt'altro che impaurito dalla minaccia, vedendosi già a scoprire il tetto buttando le tegole sui fascisti.

Attivo antifascista era lo studente liceale Lanfranco Mencaroni, che già dal ginnasio aveva costituito un gruppo intitolato A.S.M.A. (Associazione Studenti Medi Antifascisti).

Con gli anni il gruppo degli antifascisti crebbe, e comprendeva Marvì Andreani (nipote dell'antifascista, liberale e amico di Gobetti, avv. Fausto Andreani che fu il primo sindaco dopo la Liberazione), Maria Clotilde Ottaviani, Giovanni Pillan, Bruno Ciarfuglia, Giuseppe Biagini, Erminio Covarelli, Maurizio Mori, Vinci Grossi.

Negli ultimi anni del fascismo c’era anche un gruppo di antifascisti studenti universitari tra cui Gino Bracco, Androkli Balthadori, Jvan Poberaj.

Nel 1943 conobbi un giovane perugino Pio Baldelli, che poi vidi spessissimo (mi veniva a trovare anche in campagna dove ero rifugiato nel periodo nazista), e fu stretto collaboratore dopo la Liberazione nell'attività del CO.S. di Perugia.

Altri amici antifascisti erano Raffaele Monteneri, Mariano Guardabassi, Guglielmo Mìliocchi, Mario Angelucci, Carlo Vischia, Armando Fedeli, Evandro Santi, Gaetano Salciarini (che teneva il collegamento con Roma), Attilio Cuccurullo, il giovane Luigi Marchetti.

Porgemmo agli studenti una periodica occasione di coagulo impiantando una sezione dell'Istituto di studi filosofici, che fu presieduta da Averardo Montesperelli, insegnante di filosofia e pedagogia nel Magistrale, e tenne le riunioni qua e là, dove poté, in casa dello stesso Montesperelli e anche in un'aula universitaria.

I temi e gli invitati erano naturalmente di nostro gusto: Antonio Banfi, Cesare Luporini, Nicola Abbagnano, Guido De Ruggiero, Felice Battaglia.

Di Perugia collaboravano anche Gastone Manacorda, Salvatore Valitutti, Arturo Massolo. Una volta volemmo tenere la riunione a Todi, per muovere anche quel luogo.

Venne Mario Dal Pra, e la cosa si risolse in una vera gita di antifascisti, tanto che la polizia, che all'ultimo aveva mangiato la foglia, cercò di registrare i nomi di quelli che si erano spostati da. Perugia, certamente tutti antifascisti, e negli arresti e nella prigionia del '42 e del '43 rievocò più volte negli interrogatori quella gita filosofica.

Alcuni di quegli studenti erano anche miei scolari privati, sicché mi trovavo ad essere punto di riferimento antifascista di molti giovanissimi tra i sedici e vent'anni, e pochi di età maggiore: Enzo Comparozzi (morto poi combattendo contro i nazisti), Lanfranco Mencaroni, Ilvano Rasimelli, Francesco Innamorati, Luisa Spagnoli, Gaio Fratini, Pasquale Solinas, Anna Maria Galassi, Mimi Schippa, Carlo Sarti, Sandra Mercurelli, Ignazio Baldelli, Candido Morlunghi, Lucio Severi, Marcella Abatini ed altri.

In modo, particolare il rapporto culturale era anche lieta e continua amicizia con Ilvano Rasimelli, che, figlio di un vecchio amico e mio coetaneo, comunista, fu mio scolaro privato per anni e anni, e anche "compagno" di entusiasmi per la nostra città, per la sua urbanistica, che studiavamo dall'alto del campanile, sopra la mia casa; e con Piera Brizzi, fattami conoscere da Walter Binni, scolara prontissima e musicista, aperta con grande intelligenza a tutto ciò che fosse cultura.

Molto spesso vedevo a Perugia Gianfranco Corsini di Pistoia che teneva molti collegamenti, Enzo Carli, Miriam Donadoni di Pisa, Noretta Benveduti e Maria Biancarelli di Gubbio.

Tra i miei scolari c'erano anche due magri ragazzi molto poveri, giuntimi da un istituto di Gubbio per orfani, e che tendevano alla licenza magistrale: Riccardo Tenerini e Primo Ciabatti, più impetuoso il primo, più limpido ragionatore il secondo 25.

Del tutto antifascisti si accompagnavano anche alle gite in campagna che nel pomeriggio della domenica facevamo spesso con amici impiegati o popolani, come lo zio di Tenerini Alfredo Tomassini, il protettore di Ciabatti Cesare Cardinali, Marzio Pascolini, Enea Tondini, Luigi Catanelli, Emidio Comparozzi, Remo Roganti, Paolo Canestrelli, Alfredo Cotani, Guglielmo Miliocchi, Remo Mori, Tommaso Ciarfuglia, Romeo Rampagni, Gino Spagnesi, alcuni dei quali erano stati socialisti, colpiti e indomiti, nel dopoguerra.

Altre volte festeggevamo il Primo Maggio nel magazzino di legname del Tondini.

Una mattina, il 7 giugno 1941, vennero presto a trovarmi Tenerini e Ciabatti, e mi raccontarono che durante la notte avevano fatto scritte antifasciste su edifici della città, perfino sulla Posta e la Prefettura, vicino alla Questura.

Per stima verso il loro coraggio regalai un libro per uno.

Il fatto delle "scritte" occupò per mesi e mesi i perugini, non solo per il piacevole stupore di molti che le videro la mattina, uscendo di casa o arrivando in città, ma anche perché la polizia, specialmente per opera di uno spietato torturatore, cominciò indagini e duri interrogatori su tutti i sospetti, che poi erano quelli dei vecchi elenchi di popolani socialisti e comunisti del dopoguerra, tra questi Mario Santucci, che per sfuggire alle torture si gettò dalla finestra sulle scalette di Sant'Ercolano, e portato all'Ospedale, fu salvato dai medici, che alzarono ferme proteste alle autorità, vedendo i segni delle torture.

Riccardo Tenerini mi aiutò poi molto per collegamenti con alcune città.

Di altri non perugini che furono a Perugia per un lungo periodo debbo ricordare anche Emanuele Farneti e Giaime Pintor.

Il primo che abitava a Firenze e aveva avuto un'eredità, si trasferì a Perugia, mise su casa e studiava filosofia.

A Firenze era amico di Fosco Maraini, delle due Alliata di Salaparuta, una delle quali, Topazia, sposò il Maraini ed ebbe poi la figlia Dacia; e l'altra, Orietta, sposò Giovanni Guaita, ora scrittore di teatro e di romanzi, che a Firenze prima, in Via Caselli 4, con la bravissima sorella Maria Luigia era stato un "centro" di attività antifascista, e veniva spesso a Perugia dove Orietta si era stabilita per prepararsi, con maggiore raccoglimento, alla licenza liceale.

Giaime Pìntor era ufficiale a Perugia nel reggimento di fanteria; un ufficiale molto coscienzioso.

Faceva una bellissima impressione con la sua intelligenza, il suo tono vigoroso, la prontezza ad ogni discorso, il gusto costante di letterato esperto (belle le sue traduzioni dal tedesco), con una certa preferenza per la visione severa e drammatica, il passo marcato, il fronteggiamento decisivo.

Suo stretto amico era Kamenewski, a cui cedette le pseudonimo di Ugo Stille: mi ricordo che una volta che parlavo con loro due nel campanile sopra la mia casa, domandai a Kamenewski esperto di cose russe, se si poteva pensare che la Russia dovesse scegliere tra una democraticizzazione e un irrigidimento militare feudale.

Egli ammise le due ipotesi.

Oggi vedo più chiara una probabile distinzione, entro il mondo che si dice comunistico, tra un'accentuazione democratica nell'Unione sovietica europea e un’accentuazione di comunità gerarchica nel mondo cinese.

Giaime Pintor non evitava le occasioni per far capire che egli era per la forza, sia nel vantarsi di essere un ufficiale scrupoloso sia nell'indicare il fosco orizzonte europeo; e capisco che la tensione alla presa di posizione nella lotta lo abbia portato all'estremo coraggio.

Fìnché sono stato in contatto con lui non mi parve comunista.

Il punto centrale del liberalsocialismo tornava sempre fuori, sia nelle riflessioni che facevo e nei miei scritti clandestini e nel libro che uscì nel '42, Vita religiosa, sia nelle discussioni e nei contrasti nell'àmbito di un numero così largo di amici, in prevalenza giovani.

Il punto era quello della libertà, e anche ora è presente nei nostri dibattiti.

Io vedevo chiaro che la libertà ha altra origine dai fatti della situazione.

Mi spiego.

Se io voglio mangiare, debbo tener conto di ciò che mi offre la realtà e posso trovarmi costretto a prendere un cibo invece di un altro che preferirei, e che forse debbo anche rimandare di gustare, perché non so quando la realtà me lo offrirà.

La libertà è, invece, un principio che debbo calare nella realtà, e come "principio" è permanente, universale: libertà di informazione e di critica, di associazione e di espressione, di proposta e di controllo.

Non posso dire che in questo momento debbo impedire l'espressione, la critica, il controllo, perché così "la realtà" esige da me, perché la realtà non ha esigenze di tal genere verso di me, e deve soltanto darmi il campo, l'occasione, la materia, perché vi applichi, se mi riesce, il principio della libertà.

Forse questa diversa origine del "principio" della libertà a me pareva così salda per il carattere religioso del mio pensiero, tendente a riportare ogni fatto particolare a un orizzonte costante (che è quello dei tutti e dei valori, cioè la compresenza).

Invece non pochi erano disposti a passare sopra questa posizione di permanenza e di diversa origine, e si affidavano alla scelta etico-politica secondo i casi.

Ebbene è stata proprio questa la linea discriminante della sinistra antifascista in tutto il ventennio 1944-64 e lo è ancora, in un grande travaglio per lo stalinismo, il krusciovismo, la posizione cinese, la socialdemocrazia, e quei pochi disposti a non cedere a nessun costo sul principio della libertà o sull'altro principio assoluto, che per alcuni è del rifiuto della guerra per qualsiasi ragione.

Non era lieve la mia fatica per rendere evidente questa mia posizione in confronto ai politici, disposti ad accettare le limitazioni che l'uso necessario della forza può portare (molti di questi politici accettarono il comunismo prima o dopo il '44); e, nello stesso tempo, per far riconoscere come strettamente connessa l'esigenza di superare la proprietà privata, cioè di accrescere al massimo le socializzazioni, e congedare il vecchio tipo dell'umanismo romano-americano che afferma congiunta la proprietà e la personalità.

Nei miei rapporti ideologici con Guido Calogero (ci eravamo incontrati nel 1936 a Firenze nella Villa dell'Arcolaio tra Firenze e Fiesole dove abitava, e poi ci vedevamo spesso, a Perugia, a Orvieto, a Roma e una volta, nel 1940, andai anche a Cortina d'Ampezzo, accolto alla stazione da Francesco Gabrieli, per lavorare al manifesto del liberalsocialismo) mi parevano opportune le diverse accentuazioni nel liberalsocialismo, e trovavo molto utili le stesse formulazioni giuridiche care a Calogero, validissime anche educativamente per i giovani, che, senza accorgersi di subire l'influenza fascista, potevano accedere a posizioni realistiche o storicistiche.

Per parte mia cercavo di accentuare gli altri aspetti, più libertari, più popolari, più religiosi. E questo risultò da uno scritto, che fu diffuso dattiloscritto finché una copia pervenne in America e fu pubblicata nei Quaderni italiani26 editi da Bruno Zevi a Boston, fascicolo I (febbraio 1942), con la firma "dall'Italia".

Il mio scritto sul liberalsocialismo fissava all'inizio il suo tema: "Il problema politico ed economico rimanda a un compito morale: quello di portare l'anima alla libertà e alla socialità della civiltà futura; libertà, che è ricerca e affermazione del valore in tutti i campi della vita; socialità, che a questi valori incessantemente scoperti e affluenti nella storia fa partecipare esplicitamente tutti, per una ragione di benessere, di giustizia, per il bene comune di un maggior prodursi di valori nella storia e, più che per questo, per la gioia di celebrare la presenza infinita dell'umanità nelle singole persone".

Riprendevo i miei temi del sacerdozio del rinnovamento, dell'educazione e rivoluzione intima, dell'auspicio di gruppi dirigenti austeri, anche grigi; che "tutto ciò che eleva gli altri e risolve i loro problemi è aumento della nostra libertà": una concezione, dunque, aperta della libertà.

"Il passaggio della proprietà dei capitali ad organismi collettivi che facciano salire e tengano attiva la coscienza dei componenti, mira appunto a portare nella vita sociale quello che per una concezione religiosa, è il fondamento intimo, già vissuto nell'animo: la socialità infinita e libera".

E' evidente che per me questo era il punto costante di riferimento: un intimo che è divenuto la presenza di tutti, e perciò si costruisce una società adeguata; e la tendenza a voler vedere la "celebrazione" di questa presenza di tutti nella realtà attuale.

Sono i due temi di molto mio lavoro, anche successivo, che arriva alla teoria religiosa della compresenza e alla poesia della "festa" (nel Colloquio corale).

E guardando questo, si capisce anche perché io insistevo sul socialismo più di Calogero, in quanto per me più visibilmente corrispondente alla socialità intima, e perché io esaltavo la nonviolenza come supremo rispetto di ognuno dei componenti di questa socialità, mentre Calogero nel manifesto del liberalsocialìsmo affermerà "il diritto di usare la forza in tutti quei casi in cui, non solo la libera formazione delle leggi attraverso il consenso, ma la stessa libera formazione del consenso e del dissenso attraverso il gioco della pubblica opinione (in cui ciascuno deve contare solo per l'autorità della sua intelligenza, esperienza ed onestà individuale) appaia informata o gravemente ostacolata dal prepotere acquisito di certe posizioni finanziarie o politiche".

Il mio scritto affermava l'ideale "che tutti partecipino col più profondo e continuo apporto alla vita comune", e perciò auspicava la formazione di "consigli" di tutti i partecipanti nelle aziende agricole e industrie socializzate, cioè autogoverno e accentramento collettivistico.

E il rinnovamento mi pareva che dovesse risultare dallo sviluppo e dalla soddisfazione di quattro esigenze. "Oggi sono una cosa sola: liberalismo o senso della ricerca e dell'interiorità; socialismo o organizzazione della giustizia sociale su base comune togliendo la schiavitù dell'uomo dall'uomo; internazionalismo, federalismo giuridico e morale tra le nazioni. per compensazione di civiltà e di prodotti; rinnovamento religioso perché le nuove strutture sociali abbiamo nel loro seno nuclei. religiosi".

Gli scritti di Guido Cálogero nel periodo liberalsocialista (e pubblicati nel libro Difesa del liberalsocialismo, ed. Atlantica, Roma, 1945) mostrano chiaro ciò che vi era di comune nella nostra ricerca e nella nostra propaganda, e ciò che vi era di diverso.

Dietro a noi due stavano i miei Elementi di un'esperienza religiosa e il suo libro La scuola dell'uomo.

Per Calogero il principio etico è l'altruismo, la volontà buona, la volontà altruistica; non soltanto far posto al tu, ma che il tu faccia posto, a sua volta, al lui.

Così la libertà si disciplina per generare altre libertà, e la giustizia è vista come convivenza delle libertà: la civiltà è una successiva neutralizzazione di disuguaglianza.

La coscienza politica moderna, scriveva Calogero, sente di essere passata al di là della vecchia antitesi del liberalismo e del socialismo con la scoperta del nucleo comune dei loro valori (pag. 102).

Si venne al "manifesto del liberalsocialismo" del 1940.

Calogero ne ha scritto così: "Un primo breve schema in proposito fu redatto, durante un suo soggiorno a Roma, da Tommaso Fiore, il quale era notevolmente più anziano di tutti noi, e pure ci sorprese per lo spirito di condiscendenza e di adesione, e per il grande fervore propagandistico.

D'allora in poi Bari e la Puglia furono una delle roccheforti del movimento: così come poi divenne Firenze e gran parte della Toscana, per merito precipuo di organizzatori della tempra di un Tristano Codignola e di un Enzo Enriques Agnolettì, oltre che di uomini di studio come Ranuccio Bianchi Bandinelli, Piero Calamandrei, Mario Delle Piane, mentre nell'ambiente emiliano era attivissimo Carlo Ragghianti (il quale poteva essere un ottimo docente universitario di storia dell'arte, invece, per non "prendere la tessera", preferiva vivere in soffitta come Aldo Capitini, già suo compagno alla Normale e suo ideale fratello maggiore).

Ma la redazione definitiva del manifesto fu decisa e concretata a Roma, in una curiosa adunanza sulla costa laziale verso Pratica di Mare, il 21 aprile del 1940.

C'erano, tra gli altri, Wolf Giusti, Giacinto Cardona, Paolo Bufalini.

Venne così fuori il manifesto che, redatto da me ma lungamente rielaborato durante l'estate, fra le Dolomiti, insieme con molti altri (tra cui Giusti, Capitini, Federico Comandini, Mario Delle Piane), girò poi in tutta Italia impropriamente coi mio nome, finché andò distrutto (superstiti risultano finora una sola copia a Palermo presso Vittorio Tumminello e una a Roma presso Giulio Butticci) quando sul movimento si scatenò, a più riprese, l'azione della polizia".

Al manifesto io avevo fatto solo poche osservazioni, perché non volevo sconnettere l'unità organica, che esso aveva, rimandando ai miei scritti l'accentuazione dei punti cari a me personalmente, e specialmente l'utilizzazione più profonda del socialismo per la presenza delle moltitudini e il fondamento religioso.

Potevano sembrare cose non rilevanti in vista della ricerca di ciò che poteva accomunare noi già alquanto diversi (i più erano piuttosto crociani o radicaleggianti e di cultura "borghese" piuttosto che di formazione socialista e vicinanza popolare).

Ma doveva poi mostrarsi la grande differenza che c'era tra la tendenza a definire sul piano delle attuazioni giuridiche e costituzionali, e la tendenza a fare meno governo e più rivoluzione, il mio tendere a preoccuparmi della rivoluzione interiore e dell'impegnare tutti a farsi presenti dal basso: il resto sarebbe venuto poi, una volta mutato l'animo, aperta una speranza a tutti, impostata la necessità di "consigli" per il controllo dal basso.

Questa differenza di tendenze e di tensioni tra Calogero e me, tra un orientamento giuridico e un orientamento socialreligioso, esprimeva anche una diversa prospettiva sull'urgenza e direi anche sul ritmo, che per me è valida anche ora.

Per me il mutamento delle strutture costituzionali, da compiere in funzione di partito e di governo, ha un ritmo meno rapido rispetto all'intensità pressante della rivoluzione religiosa e della convocazione di tutti; e in fondo è la differenza che poi, nel '43 e gli anni successivi, fu manifesta tra gli amici che vollero e fecero il "partito" e me che volevo il "movimento" (e ho cercato per più di venti anni di far vivere in varie forme extrapartitiche).

Il manifesto scritto da Calogero cominciava così: "A fondamento del liberalsocialismo sta il concetto della sostanziale unità e identità della ragione ideale, che sorregge e giustifica tanto il socialismo nella sua esigenza di giustizia quando il liberalismo nella sua esigenza di libertà...

A chi combatte con la miseria, non si può offrire e garantire senza ipocrisia la semplice libertà di opinare e di votare, di svolgere ed approfondire la propria spiritualità.

A chi soggiace alla dittatura, non si può concedere senza perfidia un innalzamento del livello economico della vita, a cui non vada congiunta la libertà dell'intervento critico e pratico nell'amministrazione della ricchezza comune.

Non si può far avanzare la libertà senza l'ausilio della ricchezza, né amministrare secondo giustizia la ricchezza senza l'ausilio della libertà".

E il manifesto abbozzava un complesso di riforme e di istituti, puntando sulla istituzione in organo autonomo di "un quarto potere", importante quanto la tradizionale separazione e l'indipendenza reciproca dei poteri esecutivo, legislativo e giudiziario: una Corte costituzionale che controllasse il gioco dei partiti, la radio e la scuola, che intervenisse nel campo della stampa per favorire la espressione delle opinioni di tutti.

Da promuovere la partecipazione dei lavoratori ad esercitare lo spirito del controllo e dell'autogoverno.

Un secondo manifesto, del 1941, più stringato, chiariva la distinzione tra il liberalsocialismo come movimento per un Fronte della libertà, mirante al ristabilimento della libertà politica, e il liberalsocialismo come partito per l'opera da svolgere secondo le sue idee, quando fosse venuta la libertà.

E l'Italia libera clandestina n. 2 dell'aprile 1943 (a Milano) pubblicava uno scritto steso da Calogero, La Malfa e Ragghianti, nel quale si presentava il programma del Partito d'Azione: "Né la libertà può essere un futuro, rispetto alla giustizia, né la giustizia un futuro rispetto alla libertà.

Entrambe debbono essere presenti ed operanti, a garantirsi e a promuoversi a vicenda". Nel Partito d'Azione confluirono, oltre la corrente liberalsocialista, anche "Giustizia e Libertà" e altre correnti, ma il programma politico pratico era, come riconosceva Calogero, "del tutto coincidente con quello difeso fin dalle origini dal liberalsocialismo"27.

Del Partito dovremo riparlare tra breve.

Note

(21) Del resto, è da notare che il libro Socialismo liberale fu scritto da Carlo Rosselli al confino di Lipari nel 1929. Dopo, nel lavoro del Movimento "Giustizia e libertà", egli si portò a posizioni più avanzate, verso una nuova sintesi (scriveva pochi giorni prima di essere assassinato), una sintesi da non pensare in termini di partito tradizionale, ma di "forma politica nuova": "Dovremmo definirci ad un tempo socialisti e comunisti e libertari (socialisti-rivoluzionari, comunisti-lìberali)". V. la mia recensione sul Ponte.

(22) In Argomenti n. 9 (novembre 1941) uscì questa lunga "recensione" di sei pagine intitolata "Terra e contadinì", con il nome di Filippo M. Paparoni.

(23) In Italia civile, ed. Lacaita, Manduria, 1965

(24) La fonte principale delle notizie sul periodo partigiano della vita di Giuriolo è il Diario delle principali operazioni di guerra, della Brigata Giacomo Matteotti di montagna. Bologna Tipografia Luigi Parma, 1964. .:

(25) Riporto in Appendice una lettera di Riccardo Tenerini su di sé e su Ciabatti. Tenerini e Ciabatti fecero scritte antifasciste anche a Firenze, sulla tomba del Foscolo in Santa Croce.

26) Ora in Nuova socialità e riforma religiosa, ed. Einaudi, Torino, 1960, pagg..23-90, con il titolo "Liberalsocialismo".

27) Cfr. Calogero, Difesa del liberalsocialismo, pag.183

da

Aldo Capitini

Antifascismo tra i giovani

ed. Celebes, 1966, Trapani, Pagg.96-121