Anche il vegetarianesimo può rientrare
nella liberazione sociale-religiosa

Lettera di religione n.18

 

Ho detto più volte in queste Lettere che la religione è vita religiosa, e la vita religiosa è liberazione sociale-religiosa, la quale significa due cose:

a) l'inizio di una realtà diversa, liberata dai limiti, sempre più positiva nel bene, concretamente ideale al massimo; 
b) la presenza di tutti gli esseri a questa realtà, presenza sempre meglio accertata e goduta. 

Vediamo come il vegetarianesimo, attuato in questa realtà di trapasso, avvicini alla realtà liberata nei due significati dati sopra. 

1. Il v. è atto di affetto e rispetto per molti esseri viventi, che non vengono più sottoposti all'uccisione per trarne le loro carni. 
Quindi è ampliamento dell'unità amore (posto che il v. venga deciso per amore, e non per altre ragioni). 
Questo ampliamento non è da disprezzare: si parla tanto, dai patrioti, di ampliare dalla famiglia alla patria; dagli europeisti, dalla nazione al continente; dai mondialisti, dal continente al mondo; e perché non deve aver valore un allargamento di attenzione, di solidarietà dal genere umano a tanti esseri animali? in ciò che è finora possibile; non nell'assurdo, per es. che essi capiscano la poesia. 
L'amore se è vero, tende ad attuarsi e perciò sta nel concreto, pur sollecitando la realtà ad aprirsi sempre più. 
E in questo caso non accetta una barriera per sempre fissa e invalicabile, e tenta il concretamente possibile per liberare; ed è certamente un buon passo in questo il mutare la considerazione che facciamo di tanti esseri viventi. 

2. Noi ci troviamo in una realtà in cui siamo, al punto di partenza, nella tentazione dì essere chiusi l'uno all'altro; e questa chiusura (che è egocentrismo, assolutizzazione di sé) è una delle forme del peccato, detto originale perché sta al punto di partenza. 
Al punto che a noi sembra di arrivo estremo (finché lo vediamo così, e non vediamo oltre) sta che la chiusura, mediante vari modi di apertura, si è trasformata in una compresenza di esseri aperti l'uno all'altro, tutti amati e liberi, in un rapporto direi repubblicano, l'uno non considerando essenzialmente l'altro come mezzo, come strumento posseduto da altri, come cosa. 
La fine della cosa, l'UnoTutti dell'amore, il mondo delle coscienze. 
In questa linea, o evoluzione o liberazione dal peccato di chiusura, che ha quel punto di partenza e questo punto di arrivo, noi facciamo tanti passi avanti quanto più ci rallegriamo di aumentare compagnie e collaborazioni, reagendo così a due cose: alla soddisfazione di trovare e possedere soltanto cose, cioè mezzi, strumenti nostri; al restare alla chiusura del punto dì partenza, che diventa poi paura della propria morte, terrore del nulla, da cui viene che uno, pur di sfuggire al nulla, si dà alla bassa superstizione; abituandoci invece ad aprire questa chiusura, noi superiamo la paura della morte che incombe su chi sente soltanto sé stesso, e prima o poi si scopre mortale. 

3. Questo tendere all'ampliamento, a fare tali passi avanti, ci fa sentire un'altra cosa importante: che al bene verso cui andiamo, e può essere oggi una musica, una soddisfazione morale, un giorno di festa, e pi oltre la liberazione, noi non vogliamo andare da soli, ma insieme con altri, con molti, coralmente, con tutti. 
Non è facile arrivare a sentire tutti; ma si è agevolati in questo se si toglie l'arresto a sentire uno, due, tre, quattro, " e poi basta"; e si è invece disposti ad andare oltre, arrivando ad altri, via via sempre pi. 
Così viviamo tutti nella direzione di ampliamento infinito, anche se nel concreto e nei limiti attuali noi non possiamo toccar veramente tutti. 
Il concetto religioso che sta qui è molto importante: che è finito il rapporto tra l'individuo isolato e Dio, tutto il resto contando come inessenziale; e che noi intendiamo la liberazione nostra, insieme con tutti, di là da ogni evento, crisi, giudizio particolare. 

4. Con l'alimentazione carnea noi sfruttiamo un vasto gruppo di esseri viventi, e li sfruttiamo nel modo pi radicale, perché le azioni verso di loro sono tutte volte al fine di utilizzarli stroncandone la vita. 
Ora mentre stiamo operando per togliere lo sfruttamento sociale tra uomo e uomo salendo di un grado verso il rispetto reciproco, è già qualche cosa salire di un grado per tanti esseri viventi, e utilizzarne i prodotti (può essere una forma di collaborazione in attesa di altre ulteriori e meno costrittive), ma non distruggendone l'esistenza. 
Un socialista si sente indotto ad essere vegetariano: non è una classe subalterna e oppressa anche quella degli animali? 

5. La decisione vegetariana, sulla base di interiore persuasione, deve sottrarsi al gioco dell'abitudine, del tradizionalismo inerte, del conformismo, del gusto del piacere (e il vegetariano non trova poi piacere nella sua alimentazione?). 
Questo atto di clistacco e di indipendenza, di anticonformismo, ha la radice profonda nella religione che la realtà può svolgersi, aprirsi, trasformarsi; e che noi possiamo andare verso una sintesi di Uno e di Tutti ad un alto livello. 
La religione dice dove noi andiamo; e la ribellione è scetticismo o non volersi staccare dal piacere. 
Religiosamente noi abbiamo interesse per i singoli individui anche animali (il tu), e non pensiamo, come San Tommaso, che la Provvidenza, per gli animali curi la specie, e non i singoli esseri. 

6. Il v. aiuta a comprendere il valore dei nostri atti, che sono anche la nostra ricchezza. Mentre abitualmente non si pensa che il mangiare possa avere altro valore che utilitario, ecco che con il v. noi vediamo che esso non è pi strettamente utilitario, perché vi è stato messo dentro uno scrupolo, il quale fa sì che con altro occhio si vedano poi gli animali che noi abitualmente mangiavamo. 
L'atto nostro si rivela importante; e da qui si potrà andare oltre, sentendo sempre meglio che nell'atto è la liberazione dai limiti, l'apertura ad una realtà liberata: tutto questo vale bene il modesto sacrificio di qualche rinuncia. 

7. C'è non solo il fatto che se crediamo di aver salito dei gradi nella civiltà, questo costituisce anche una sollecitazione a iniziative responsabili oltre la nostra cerchia; ma che noi non possiamo sapere se Dio non voglia anche da ciò che è umile suscitare cose grandi; e perciò il v. è la buona fede di ridurre la strage, è l'attesa che Dio anche da ciò che è inferiore tragga un bene, un lume di liberazione. 
Perciò bisogna lavorare perché il v. a poco a poco faccia a meno anche della distruzione di esseri viventi, inferiori agli stessi animali; e in questo l'impegno umano, ispirato dall'amore (che cosa non escogiteremmo pur di non mangiare un bambino?), potrà trovare cento cose ottime. 

8. Il mondo in questi cinquant'anni ha mostrato tanta violenza, ed altrettanta è latente. 
Il v. sarà poco, ma è già qualcosa, è sospendere, e dire no ad un'inerzia, a un moltiplicarsi di atti violenti, è iniziare un'educazione diversa: si pensi all'importanza di questo per i giovanissimi, per i fanciulli. 

9. Noi abbiamo un corpo, ma religiosamente non ci preoccupiamo soltanto del suo funzionamento vitale, (che non è disturbato dal v. usato bene, che può essere, anzi, un vantaggio); siamo tesi anche ad una sua purificazione, elevazione, trasformazione; non siamo aperti alla trasformazione della realtà? 
Ora, mettere nel nostro corpo la carne di un essere che ha subito lo spavento dell'uccisione, che è passato per una tale tragedia, patita dall'animo e anche dal corpo (si dice che si diffondano tossine nel corpo dell'animale in quel momento), non ci intorbida, non ci tira giù? 
La sensibilità al proprio dolore e alla strage in un animale è infinitamente superiore a quella di esseri molto più elementari. 
Crediamo che sia innocuo colpire questa sensibilità, e cibarsi di tale vittime? 
Il nostro corpo si rallegra sempre più quanto più lo terremo immerso nell'aria del mattino, e il suo alimento non sarà stroncamento di vita. 
E il limite in questo sarà solo quello dell'impossibilità per ora, non dello scetticismo che -può salire dal v. a intaccare centri dei nostro animo ancor più importanti. 

10. Non ho detto nulla della casistica che si fa sul v. e per cui esistono precise risposte. 
La principale è di fare se non tutto, il più possibile e così sempre; perché l'atto è come la musica, è creazione, e fa quello che può volta per volta. 
Si ricordi anche che il v. richiede slancio, fede, appassionamento, senza cui non si fa nulla né di piccolo né di grande. 
Oramai si sa che il v. non fa male; ci sono milioni di persone vegetariane, anzi vi sono cliniche per curare con il v. 
Iniziarlo esitando, per provare e con paura, non potrà favorire l'assimilazione, che è fondamentale nell'alimentarsi e che col v. è migliore. 

30 maggio 1953 

Questa Lettera sarà presentata come contributo al Congresso vegetariano che si svolgerà al C 0 R di Perugia il 14 giugno 1953. 

Aldo Capitini