DAL NATALE DELLA
TRADIZIONE
ALL'INCONTRO CON LA REALTÀ LIBERATA
Lettera di Religione n. 8
La prima cosa che appare inadeguata religiosamente in particolare nella festa del Natale è il ritorno, l'accettazione della periodicità di essa, tanto è vero che le è stato assegnato un giorno, nel periodico ritorno del calendario.
Questa del ciclo, è proprio l'impostazione che stiamo escludendo dalla religione; il ciclo è chiusura, è tornare sui propri passi, è limitatezza, ripetizione, e vede la realtà come un equilibrio di esaltazione della vita e di accettazione della morte, di festa e di lavoro, di bene e di male, di nascere e di morire; e nulla piacque tanto a tale religione, tornata in molte cose pagana, quanto equilibrare la celebrazione della morte e resurrezione (su cui unicamente puntavano i primi cristiani) con la celebrazione della nascita dell'eroe religioso (che i primi cristiani, come quella della nascita di tutti gli eroi, ritenevano usanza pagana).
Se c'è una nascita che importa religiosamente è quella che non ritorna, che non si colloca tra le date della storia, è quella che non fa equilibrio con altre; ma è quella che rompe l'equilibrio, l'abitualità, per cui c'è il bene e il male, Dio e il mondo, cosí come c'è il caldo e il freddo; ed è quella positività asoluta che si apre la via a decidere la fine del male, del mondo, della temporalità, e l'inizio dell'eterno, della nonmorte.
Continuare ad adoperare la bilancia della vita, o alzarsi in una sola tensione verso la liberazione? Da un lato la concezione chiusa del paganesimo soggiogato dall'imponenza della natura e dei suoi cieli e ritorni; dall'altro lato l'apertura alla nuova realtà e la fine della vecchia. Il cristianesimo, religione interinedia, non si è deciso totalmente per il secondo lato, e perciò ha accettato o realizzato la profonda soddisfazione del Natale, come cosa cristianissima.
Il secondo aspetto che va considerato è quello vitale della nascita o rinascita e ripresa del germe della vita o della luce. E noto che la festa era, fino al terzo secolo, quella del dio Sole, ed i cristiani, dopo aver spostato variamente il giorno, scelsero, a Roma, proprio quello della festa del dio Sole.
Essa era il punto in cui natura ed umanità si incontravano nella trepidazione e gioia per la ripresa del giro del Sole, per il primo passo verso la primavera, la riascesa della vita, il riallungarsi della luce. Perciò, entro il freddo, dentro l'oscurità della terra e nella notte decembrina, dolce è celebrare il germe vitale dell'affetto, dell'unione tra i viventi, che riaccendono la speranza verso la nuova stagione.
Tutto ciò è inadeguato religiosamente, perché l'inizio che vale non è quello dell'alba, né quello di lunedí o delle calende o. di capodanno, ma l'inizìo della realtà liberata. E questo non è accertabile se non preceduto da una tensione nella purezza di valori, di scelta tesissima tra il bene e il male, e di attesa di liberazione.
L'inizio della realtà liberata non si trova gironzolando tra bassezze interiori e quotidianità e chiusure alla profezia della liberazione. Perciò l'inizio verticale della realtà liberata può essere anche nel bambino, ma sentito in piú che la naturalità del ripetere il ciclo: sentendo che nell'incontro col bambino noi siamo dalla parte che, tesa all'attuazione del valore, conclude la vecchia realtà, e il bambino è con la realtà liberata che comincia dal valore: solo comunicando valori noi cogliamo che il bambino non ripeterà, ma inizierà qualche cosa di nuovo, e appunto la realtà liberata che comincia dal valore puro. Vivere questo non è cosa da nulla, e non viene a date, ma va preparato con costante tensione e apertura pura.
Il terzo fatto notevolissimo nel Natale è questo: siamo davanti a un bimbo miracoloso, che è unito, nel bene della salvezza, a tutti. Noi desideriamo talvolta di tornare fanciulli, di riprendere quell'epoca di innocenza, semplicità, freschezza d'impressioni, sincerità di credenze e di aperture; e cosí di unirci a tutto, e a tutti, invece di essere divisi, nei contrasti e nelle scelte e specializzazioni che avvengono quando siamo adulti. Il bimbo miracoloso del Natale porta con sé tutto questo, e viene dopo le angosce, e le ha tanto dimenticate che è un bimbo, e per questo è salutato festosamente.
Ma oggi noi sappiamo che questo miracolo di unità con tutti nella semplicità di rinascita si può esplicare in ogni tempo e spazio nell'atto di non violenza, che è positivissima apertura di unità amore, che non può esser tale se non si fa fanciulla (e non sta a condannare senza scampo sé e gli altri per quello che sono); infatti tutti i persuasi della nonviolenza (attivissima e da forti, non da debolezza) riprendono qualche cosa di fanciullesco. altrimenti non resisterebbero.
La quarta cosa da tener presente è l'equivoco che è favorito dal Natale tradizionale, e che, cioè, la religione ci lasci spettatori, e non ci coinvolga in pieno. Noi vi assistiamo ad eventi celesti e terrestri, e ci confortiamo alla fiaba.
La religione, almeno nello stato attuale, non può essere che molto seria e severa e tragica; e Dio ora e qui non può essere che Dio sofferente e liberante, cosí come sono ora la realtà e la società e l'umanità. Invece gli uomini (situazione pagana) vogliono un Dio di protezione, cioè tale che protegga e faccia prosperare le cose che essi hanno.
Mi domando: perché hanno scelto, molti uomini, Gesú Cristo per tale compito, quando un qualsiasi Giove poteva eseguirlo ugualmente (e molti cristiani considerano il loro Dio veramente come Giove)? Non si rendono conto dell'elemento tragico che c'è in Gesú Cristo, del fatto che egli ha squalificato il mondo, il quale difatti si è vendicato espellendolo con l'uccisione sulla croce?
Ci sarà questa ragione: che parrà a loro piú autentico il Dio che si è unito agli umiliati e agli offesi e ai crocifissi; e parrà a loro che questo Dio sia, appunto perché piú autentico dell'altro, meglio in grado di proteggere. Ma se questo punto non viene assunto interamente, qui c'è un calcolo e quasi una truffa.
Poiché, se si assume il Dio che è unito preferibilmente agli umiliati ed offesi, ai mansueti e ai vinti dal mondo, non si può chiedere la protezione di Lui per cose del mondo; e fare una specie di doppio giuoco. Bisogna accettare il Dio della tragedia rispetto al mondo, e della liberazione; e bisogna anzitutto stabilire un costante appassionamento per la vicinanza agli umiliati ed offesi, ai miti e ai vinti dal mondo.
Questo proprio come premessa, come pulizia, come battesimo, per poter parlare di quel Dio. Ed invece si sente spesso il credente invocare il Dio ed esprimere la fiducia che la Provvidenza lo aiuterà, lo proteggerà, gli darà la salute, il benessere, la casa in piedi, la fortuna delle persone care ecc.
E gli altri? e tutte le sventure che hanno colpito e colpiscono intorno a me tante persone, umili, modeste, poveri esseri, nella salute, nella casa, nei cari? Posso io avere, religiosamente, la presunzione di sperare e chiedere ed aver fiducia che la Provvidenza risparmierà me, la mia salute, le mie cose, i miei cari? Chi sono io? sono forse qualche cosa di piú di quegli altri esseri, persone miti, candide, donne straziate nei figli, uomini maturi e seri, delusi della vita, assaliti, per giunta, da disastri pratici o da malattie spietate?
Non c'è cosa che religiosamente voglio piú lontana da me che la tentazione di pensare questa Provvidenza per me, e perché io possa ripetere e continuare la realtà, la società, l'umanità, cosí come sono, ingiuste e sbagliate e chiuse nel cielo, apparentemente vago, sostanzialinente diabolico e di morte.
Il Dio per me sarà il Dio della liberazione di tutti, e lo ritroverò, prima della realtà liberata, in seno all'Uno-Tutti, compresenza di tutti gli esseri vivi e spezzati o scacciati come gatti sporchi ai valori, ai valori piú puri, come questa alta musica che sto ora ascoltando, la quale è piú che di Beethoven, e crogiuolo e, alle linee della musica, unità di tutti: lo troverò lì, nell'intimo, sofferente alla realtà-società-umanità cosí come sono, e liberante con mitezza intrepidissima.
E Gesú Cristo, come altri, come tanti esseri sconosciuti, ne hanno portato la figura, ed io cerco questa figura in ogni incontro, e domani tornerò a vedere un umile uomo di oggi che aveva un accento cosí modesto, disinteressato, mite con semplicità che a lui stesso sfuggiva.
Il senso verticale che da questo momento e da questo punto può essere la liberazione, l'inizio della realtà liberata (ma non sono io di ostacolo?), va, dunque, portato nella festa, e tanto piú nella festa che vuol essere piú vicina alla Presenza: solo cosí la festa è di religione, e non malinconica speranza di una gioia ineffabile, rientrata nel cielo senza perché.
La festa sale da una tragedia, è un grido che spaventa l'abitudinarietà di culto e di riti che si facciano cullare dal ripetere e continuare la realtà, la società, l'umanità. Né oggi basta quella giustizia o moralità che il profeta Amos richiamò a turbare le feste di Bethel, né basta la fedeltà amorosa a Dio, senza la quale, come annunciò il profeta Hosèa, il popolo avrebbe perduto le allegrezze sue e le sue feste: non possiamo ripetere Amos, Hosèa o il Natale tradizionale distribuito con altre feste "ricorrenti": il nostro Natale, di ogni momento, di ogni punto, è molto piú tragico e severo con l'inaccettabile, e sicuramente aperto alla realtà liberata.
Perugia, 20 gennaio 1952
Aldo Capitini, Lettere di religione, in Il Potere di tutti, Firenze, La Nuova Italia, 1969, pp. 217-220