POSSIAMO AVERE DI DIO
IDEE CHE CI GUIDANO MEGLIO ALLA LIBERAZIONE

Lettera di Religione n. 16

 

C'è sempre tanto altro da dire sul problema di Dio. Cerchiamo ora di chiarire qualche altro punto.

1, Viste le difficoltà (e anche le conseguenze irreligiose) che ci sono nel mettere prima un Dio di autorità e poi la Libertà, prima un Dio di potenza e poi un Dio di dedizione, prima un Essere e poi un Divenire, prima un Eden e poi la storia, prima la Legge e poi la situazione, prima la Rivelazione e poi la fede, prima l'Uno e poi i Tutti, prima il Valore e poi la compresenza di tutti, prima l'Immobile-immutabile-perfettissimo e poi la vita; tentiamo di spostare la direzione del nostro lavoro, e invece di guardare gl'inizi, miriamo allo sviluppo, all'avvenire, alla meta, al fine e ad oltre.

Risulta subito chiaro questo: se quegl'inizi (Autorità, Essere, Perfezione. Assoluto, Eden, ecc.) erano stati cercati per mettere qualche cosa prima del mondo e dei suoi mali, dei suoi peccati, dei suoi limiti e difetti (proprio questa era la ragione fondamentale) e della sua infelicità, si vede che il risultato era insufficiente, perché il mondo rimaneva tale e quale; e Dio era una proiezione del mondo.

E’ inutile che io dica che il mondo è creato da Dio, perché questo non fa che proiettare il mondo in Dio; e a me interessa discriminare nel mondo ciò che va e ciò che non va, e m'importa che io e il mondo ci liberiamo da ciò che non va.

Se Dio si vede come Essere, Autorità, ecc. è difficilissimo staccarlo dall'essere e dall'autorità che noi, in coscienza, non accettiamo. Se io credo che tutto avviene per volontà di Dio, bello! ma anche tremendamente brutto (arriverò a rassegnazione, imperturbabilità, coraggio, ecc., ma questi non sono beni in sé, possono essere anche cattive qualità se riferite ad una volontà non buona): non faccio che ripetere il mondo in Dio.

Il mio problema non è di accettare il mondo e di trovare che esso è il migliore dei possibili; ma che esso si trasformi, e che per es. sia fatto in modo che il pesce grande non mangi il pesce piccolo, ecc.

Il problema non è di autenticare e perciò ripetere il mondo, di conformarsi, ma di trasformarlo, e perciò è problema in avanti, prospettico, non retrospettivo.

C'è un compito di miglioramento; e voi non potete fermarmi dicendo che debbo accettare comie è stato deciso da Dio, e mi portate varie prove, le leggi di natura, il passato, la tradizione, l'istituzione dei venti secoli, ecc.: scorgo un Dio dei fenomeni atmosferici (il cielo suo occhio, il fulmine espressione del suo atto), o delle forze animistiche, ecc., non il Dio che mi accompagna e mi guida e integra nella crescente apertura ad un bene o valore maggiore.

2. Vediamo l'essenza migliore del teismo tradizionale (che muove dai profeti ebrei, così alti). « lo, Dio, ti ho creato e ti ho anche aiutato mille volte, e tu invece devii ripetutamente. lo ti do una legge, che è quella del bene; tu non la segui, e io ti ammonisco mandandoti anche sventure a fin di bene, per richiamarti. Se tu eseguirai il bene (ciò che ti comando), sarai felice; altrimenti sarai infelice. Per di più mando il profeta per eccellenza, la parola diretta, colui che sale sulla croce, redime e risorge. Ti aspetto dunque ad un giudizio dopo la tua prova di ubbidienza, durante la quale ti do la libertà e grazia; e allora ti darò beatitudine o pena, riavvicìnandoti a me o respingendoti in eterno ».

La compattezza di questo gruppo di enunciazioni, a guardarla bene, o indagarla anche religiosamente, si attenua grandemente e si apre ad altro. Già Gesù Cristo, che pur ne accettava la cornice, fondava un uomo migliore di quel Dio. E perché? Perché sollecitava ad un fare aperto verso tutti, indipendentemente dal contegno, dall'essere, dalla nascita, dalle idee, di essi: io debbo fare il bene verso il samaritano, verso il nemico, verso il misero, il ripudiato; debbo operare il bene e amare tutti (ama Dio, cioè il valore; ama il prossimo, cioè la compresenza di tutti, ed entrambi gli amori con tutte le tue forze).

E il giudizio non debbo farlo, cioè non debbo chiudere gli altri nel loro agire (quello ha rubato, dunque è un ladro, e non altro); quando Gesù Cristo disse: non giudicate, poteva voler dire: voi vedete che quello è un peccatore, uno straniero, un nemico, non giudicatelo tale, chiudendolo in questo giudizio, come se non ci fosse che l'essere, ma amatelo, lasciategli davanti un'infinita possibilità ecc.

E’ chiaro perciò che qui sorgeva una nuova idea di Dio, per cui la precedente era mitologica. Quel Dio di prima è un Dio che chiude gli esseri, come un allevatore di sudditi. Questo Dio è un Dio che si aggiunge instancabile all'infinita libertà e possibilità di sviluppo degli esseri, in eterno: è l'Uno con i Tutti, che li giudica, cioè vede nell'intimo, e dà sempre nuovo amore e nuova libertà di produrre valori; cuore dei cuori, che piange nel mio intimo se io rido male, e che sorride se io piango, perché sa meglio di me che il dolore passa, mentre il valore s'accresce nell'Uno-Tutti. Non accetterò né un Dio che sia prima di questo Uno-Tutti, né un Dio che si sia valso della storia per separare i beati dai dannati, e continui ad essere Dio mentre c'è chi soffre un dolore intensissimo che non lo purifica mai in eterno! Ognuno di noi, pur peccatori, se fosse al posto di quel Dio, scenderebbe e riaprirebbe un cielo di storia ed altri cieli ancora, finché non ci fosse pìù un dannato.

Ma allora ci troveremmo con la seconda idea detta prima, dell'infinita apertura e non con la prima, del Dio chiuso e chiudente (e si pensi che cosa accade quando la gente imita il primo Dio, e non il secondo!).

Si osservi anche questo: il teismo tradizionale e lo storicismo si assomigliano, perché il primo è come si è detto, e il secondo ammette l'infinita possibilità di sviluppo del Tutto, oltre gl'individui che come tali (dando le loro opere al Tutto) muoiono, passano.

Il nostro teismo aperto si occupa invece della infinita possibilità di tutti, tutti compresenti in eterno; apre cioé un infinito verso i singoli (nel tu): questa è discesa di Dio completa.

3. E c'è anche un'altra cosa. Il Dio che è così disceso completamente (e nostro atto religioso è di viverlo così) non resta così. Perché se restasse così, non sarebbe veramente aperto: apertura è non solo amare tutti, ma volere a che ogni chiusura si apra, e perciò sia superato il dolore, il peccato, la morte, cioè la realtà si trasformi in realtà liberata.

Perciò Dio non è da vedere fermo, così come una cosa che sta vicina, dal di dentro, agli esseri; ma si muove; è vicinanza e apertura infinite (mentre noi come individui siamo troppo spesso così chiusi e così separati!), ed è sulla soglia della realtà liberata dal male, quella realtà liberata in cui questa realtà così piena di male sbocca e finisce.

Lì è Dio più Dio, e noi lo vediamo e viviamo più chiaramente. E se nella realtà liberata vi sia ancora qualcosa che va oltre (noi non la intravediamo), Dio è ancora oltre, e più Dio se vogliamo dire così, cioè oltre anche l'apertura e la liberazione, che noi formuliamo così e che sono sacrosante, ma non possiamo pretendere che esse chiudano l'infinito: gli sono volte e vanno verso, e questo è già molto per noi.

4. A questo punto, dopo il Dio dello storicismo che è lo spirito del mondo preso in tutto quello che il mondo è, e il Dio del teismo tradizionale, noi possiamo vedere le esigenze e i limiti delle due concezioni.

Là abbiamo un'apertura, ma è del mondo a continuare com'è; qui abbiamo una persona perfetta che però chiude il mondo. Se ne esce, aprendo il mondo a sua trasformazione, liberazione ed oltre, proprio per la presenza e il movimento e incremento di Dio, sempre e infinitamente vicino a tutti e malgrado tutto.


Perugia, 6 gennaio 1953

 

Aldo Capitini, Lettere di religione, in Il Potere di tutti, Firenze, La Nuova Italia, 1969, pp. 249-252