E' VERO CHE NON CERCHEREMMO DIO
SE NON L'AVESSIMO TROVATO

Lettera di Religione n. 15

 

Nel riprendere a trattare del problema di Dio, trovo in me sùbito due cose: un sentimento che gli anni e l'esperienza non possono che fare più profondo, serio, appassionato, di rispetto e di fedeltà (ho scritto nel "La festa": « trepidiamo per non uscire dalla sua premura di disceso, e dalla sua ragione creante »); la constatazione ripetuta che è errato muovere da lui, che così non si risolve o chiarisce il problema.

Sarebbe come, volendo capire la società, muovere dal re, e allora non si troverebbero che sudditi, e non cittadini. Muovere da Dio è la via per fondare un assolutismo alterando la realtà, perché tutte le parole e i pensieri che useremo per definirlo, escono dalla nostra esperienza personale, da problemi vissuti, da miti depositati in noi; e questo è segno che non si comincia veramente da Dio, ma da nostri problemi.

Tanto è vero questo che vediamo persone nominare Dio e fare (ed anche attribuirgli) cose riprorevolissime; e altre persone non nominare Dio, e realizzarlo, dimostrarlo concretamente: segno, dunque, che l'idea o il sentimento di Dio deve salire da un insieme di vita, di problemi che si vengono vivendo, affrontando, soffrendo; e si alza il capo, si sosta un momento: si dice Dio, vi sa allora che cosa s'intende.

I primi cristiani erano da alcuni ritenuti atei, e noi dobbiamo disputare sulla sostanza, non sulle parole (eretico, asociale, ribelle, ateo, traditore per es. della religione dei padri, oppure della patria: tutte cose sbagliate, da spazzare via radicalmente). Cercando di vedere il problema nella sostanza, e con la semplicità per ciò che interessa profondamente, ecco alcuni punti: 1. dice lo Hegel: « Dio è la cosa più reale; è la sola veramente reale ». Qui Dio è lo Spirito che si realizza nella storia vivente svolgendosi incarnandosi incessantemente e procedendo oltre: Unità e Tutto, valore intimo al Tutto.

Dice il Croce, che non esiste che l'interno, perché tutto è attività in varie forme, anche semplicemente vitali, fisiche come si dice, che non sono esterne: anche il corpo è interno, cioè un modo di attività spirituale, attività vitale.

Soltanto che, oltre questa attività che ci fa individui semplicemente viventi, ci sono valori più alti (Bello, Vero, Bene) e "in ogni atto con cui pensiamo il vero, diamo forma al bello, operiamo il bene, noi sentiamo di staccarci dal perituro e mortale e d'innalzarci verso l'imperituro, verso l'eterno e di unirci a Dio". Questo è immortale, il valore dei valori, Unità dei valori, non noì come individui. « Pensando e operando, non pensiamo se non Lui, non speriamo se non in Lui ». (Discorsi di varia filosofia, Il pp. 278-280).

Il Croce ne deduce che:
a) l'Unità dei valori non è staccabile da essi, ed essi non sono staccabili dalle realizzazioni individuate (non esiste la Musìca trascendente le singole attuazioni storiche);
b) se non si può pensare Dio di là da questi rapporti, è giusto quello che si dice che Dio sì sente, ma non lo si può abbassare a oggetto di pensiero, perché diventa un'astrattezza;
c) se per evitar questo e dargli concretezza, lo si personifica, si cade, secondo il Croce, nel non farne una persona piena con tutte le qualità o categorie delle persone concrete, ma glie se ne tolgono alcune, mentre tutto ci viene da lui, anche la politica e lo stato, lui che è sapienza amore e anche potenza.

Dio è, dunque, lo spirito del mondo. La vita del mondo è continua creazione di vitalità (che è una forma di spiritualità anch'essa), e continua redenzione nella più ricca spiritualità della bellezza, della verità, della bontà: questo è l'eterno ritmo del mondo, questo è lo spirito, Dio e Cristo che espia in sé i.peccati del mondo;

2. mi sono fermato sull'idea del Croce per mostrare una soluzione del problema, che il Croce dirà essere quella che noi pensiamo concretamente quando parliamo di Dio: ciò che pensiamo, non ciò che fantastichiamo come mito.

Contrapponiamo adesso un'altra idea, o immagine se si vuole, di Dio: Dio come persona a cui volgo il tu, anzi il Tu, e che come una persona (persona per le persone, e non persona tra le persone) ci crea, ci assiste ed è perfezione, onnipotenza, onnisapienza, ecc.

Ora qui ci si presenta questa scelta: se sia meglio religiosamente custodire e alzare continuamente questa idea-figura di una persona suprema, sommamente perfetta, ecc., stando vòlti amorosamente ad essa; oppure volgerci amorosamente a tutti gli esseri (o creature di Dio) e cercar di vivere e realizzare verso di essi quelle supreme qualità viste in Dio, spacciando quei miliardi nelle spese quotidiane dei singoli atti.

Domandiamoci: è meglio avere il culto della Musica, farne una statua, oppure vivere la musica nei singoli atti di studio-creazione realizzante il valore musicale? Questo io ho cercato di imparare sempre più, e perciò nei libri successivi ad Elementi (nel quale parlavo tanto di Dio), ne ho parlato molto meno; eppure si parla implicitamente di lui, ma aperto nel discendere e articolare e concretarsi in atti.

E ho ridotto moltissimo quel pensare a lui come persona, ecc. perché ci vedo una specie di idolatria e di gusto del grande. Mi si dirà: e tu hai sostituito l'idolatria delle creature che sono inferiori a Dio. Rispondo: no, perché io le persone, gli esseri, le creature, le vedo nell'atto che si volge a loro, e penso che Dio viva all'intimo di questo atto aperto a loro, in ogni singolo tu, nell'atto, e non in quell'essere preso a sé come un pezzo; e nell'atto vive Dio in quanto l'atto si sforza di essere aperto a tutti, e senza mai dire: basta; quindi non ci vive nel senso che coincide, poiché io sento che il mio " tu" è sempre imperfetto, e tento a migliorarlo, perché sia quello che dice Dio veramente, e non io dalla mia limitatezza. Insomma mi guida un concetto profondamente antimonarchico (e i cattolici non sono alieni da una certa idolatria, che viene dal loro teismo, nella loro devozione ai re);

3. ci sono due punti di vista di tipo "repubblicano" che mi hanno fatto fare un buon passo religioso nefl'intendere Dio: Coscienza: se si mette una trascendenza di Dio di tipo spaziale, assoluta, impenetrabile, accade che si apre la via all'arbitrìo di collocare in essa tutto ciò che si vuole (angeli, corte celeste, comandi imperscrutabili e autoritari, fondazione di istituzioni sacerdotali e assolutistiche ed esclusivistiche, ecc.) e che la coscienza può trovare assurdo, inaccettabile, ingiusto, sconveniente a Dio, ecc.

Libertà: il Kant dice che prima viene il dovere (legge morale accertata nell'intima libertà), e poi ciò che possiamo sperare (ce lo dice la religione); il dovere, pur diffìciìe, è alla portata della capacità di tutti, e lo si trova in ogni situazione con la propria coscienza (se lo si cerca): non sta in comandi fissi o comandamenti.

Questo è importante, perché esclude, in nome della libertà che è in sintesi con l'interiore autorità, la rivelazione di un gruppo di leggi fisse, continuate o sviluppate da un'ìstituzione di sacerdoti.

Così ci si salva da un assolutismo arbitrario che dà leggi, magari accompagnate dalla potenza, dai miracoli, per appoggiarle, per mostrare che vengono da Dio! Davanti alla coscienza, la potenza non potrà mai convalidare comandi inaccettabili. Ci vuole un concetto di Dio che tenga conto di questo, che sia intimo a questo;

4. nella tradizione del teismo troviamo due racconti (o leggende o miti.a noi importa il significato). I°. Abramo riceve l'ordìne di offrire in olocausto l'unico suo figlio Isacco, e Abramo va sul monte per obbedire. Bello che sia disposto a perdere ciò che gli è più caro nel mondo davanti a ciò che è più del mondo; bruttissimo che non tenga conto della volontà del figlio. II°. Dio manda il proprio figlio in sacrificio di espiazione per gli uomini sulla croce. Ma qui è sentito come Dio che discende e assume su di sé il dolore; non c'è una vittima della cui volontà non si tenga conto. E’ importante è anche osservare la direzione del sacrificio, il I° per amore di Dio, il Il° per amore gli uomini, il primo per obbedienza, il secondo per iniziativa e dedizione, la prima altura guarda a Dio, la seconda altura (il colle del Calvario) guarda agli uomini.

Ora il Dio che paga lui stesso l'espiazione è il Dio dell'apertura e della libera aggiunta, è il Dio che noi viviamo nell'apertura e nella libera aggiunta (e il lavoro deve essere nel chiarire bene l'aggancio di queste col mondo, con i fatti, con le situazioni).

Se continuiamo su questa via che mi pare molto seria troviamo che il Dio del numero I°, quel Dio che aveva un nome di cui era geloso e un impero per la cui autorità era inflessibile e di cui rifiutava di comunicare la persuasione, ha del mitologico.


Perugia, 6 gennaio 1953

 

Aldo Capitini, Lettere di religione, in Il Potere di tutti, Firenze, La Nuova Italia, 1969, pp. 245-249