LA PACE: ARRIVARCI PER AMORE,
E NON PER DELUSIONE DI DELITTI

Lettera di Religione n. 14

 

« La pace è un fine altamente desiderabile per l'uomo, ma non è detto che sia, in senso assoluto, il fine ultimo. E’ un fine ultimo soltanto per chi ritiene che la vita sia il bene supremo... Se poniamo dei beni superiori alla vita, come, per esempio, la libertà e la giustizia, anche la pace cessa di essere desiderabile in modo eminente. Se io desidero la libertà più della vita, non posso considerare la pace come fine supremo... Altrettanto si può dire per la giustizia. Si tratta, come sempre, di una gerarchia di fini e quindi di valori ».

Così lucidamente Norberto Bobbio in un articolo, Pace e propaganda di pace, in "Occidente", sett.-ott. 1952 (Via Po, 14 , Torino).

Se si vede, la pace nel tessuto dell'attività politico-statale-militare, come assenza di guerra che porta stragi di vite, il ragionamento è giusto; ma appunto in queste Lettere io cerco di portare la pace in un altro tessuto, nel quale è valore centrale.

Tanto è vero che il Vangelo dice: Beati coloro che stabiliscono la pace, perché essi saranno chiamati figli di Dio. Cioè non bisogna trascurare questo senso attivo (facitori di pace), che fa sì, che essi siano chiamati figli di Dio, come i profeti, come Gesù, provenienti da Dio direttamente.

Non è la pace vista come uno stato nel quale noi non abbiamo fastidi quanto alla nostra "vita". Cioè, più che lo stato di fatto, interessa alla religione ciò che uno vi mette, nell'azione per la pace, e la discussione è lì, non sulla preferibìlità di stati, se pace o libertà o giustizia, che porta anche alla sospensione della libertà per far posto alla "giustizia", o alla sospensione della "giustizia" per far posto alla "libertà" (e il Bobbio sa quanto pericolose l'una e l'altra sospensione o riduzione), e ad altro ancora.

Ci troviamo proprio nel momento in cui si lavora profondamente (la vita si fa sempre più piccola e minima scegliendo il male minore), per sottrarci a queste sospensioni e a questi rinvii e al disagio di possederle malamente, alquanto relativamente, e in pericolo più che mai di scomparire (non di potere scegliere tra di esse) tutte e tre insieme.

E il contributo che, secondo me, la religione dà a questo lavoro è nel mutamento di prospettiva (che porta una crisi della polis e del potere o, se si vuole, ne è il riflesso);.oggi l'attività sociale è prevalentemente intesa come stabilimento e difesa di diritti (e ne sorge quel complesso congegno giuridico-amministrativo che è la polis o società civile, nazionale), ed io vedo che l'attività sociale sia prevalentemente intesa come intervento personale o di gruppo, come iniziativa e apporto di doveri nello stato il più puro. Come avviene questo?

1. Constatiamo anzitutto il fatto del potere statale, quanto esso si sia accresciuto in capacità di disporre di una tecnica enorme; armi, denari, esecutori, stampa, ecc., con una sempre meno frenata ìnvoluzione militare-burocratica. La causa è duplice, e non univoca: la mentalità degli uomini di oggi il cui potere è il riflesso; i modi e le strutture del potere. Il cambiamento deve investire i due elementi.

2. Diamo uno sguardo alla situazione del mondo: due blocchi polìtico-militari sempre più chiusi, centralizzati poliziescamente e sempre più armati; non posso approvare né l'uno né l'altro (la "libertà" dell'uno produce sempre meno giustizia, la "giustizia" dell'altro produce sempre meno libertà); debbo dunque cercare qualche cosa diverso, che non potrà essere un'altra forza pari e superiore in mezzi bellici, il che è assurdo, ma che sia di tipo diverso; ma allora c'è il rischio di prenderle dall'uno o dall'altro blocco, se non ci si allea con uno dei due; in compenso c'è l'appello continuo con la propria pace e apertura sollecitante, ai popoli dell'uno e dell'altro blocco, destando al controllo, alla critica, al distacco e al superamento dei propri nuclei dirigenti, legati ai vecchi modi della politica, del potere, della mentalità.

3. Si tratta di scegliere tra questo sacrificio, con un tal compenso, e l'altro sacrificio, di buttarsi in una nuova guerra. dicendo implicitamente a tutti. armatevi come noi; e dalla guerra non verranno che imperi, o macedone, o romano, o barbarico, o l'uno dopo l'altro, portando il potere e l'uso bellico alle forme più crude.

4. Dice il Vico che quando gli uomini sono infieriti con le armi, l'unico mezzo di ridurli è la religione (El. XXXI). Che trasferisco nel senso di amore rivolto all'essere vivente, umile, modesto, inerme, silenzioso, morente; al tu da dargli per tenerlo unito, tu divino allora, che attua la presenza aperta di Dio. Queste Lettere dicono il lavoro religioso in questa direzione, la metànoia (o tramutazione) che per me è fondamentale. Questa è unità amore verso tutti gli esseri, pace.

5. Dice ancora il Vico che la legislazione tiene conto di come gli uomini sono, e ne trasforma i vizi in beni sociali. Ebbene la religione porta a vedere che ciò che gli uomini sono non è tutto il loro essere, è solo un punto, un aspetto, forse uno schema, un evento, un passato, ma che essi sono aperti ad altro; non chiude il ladro nella sua azione di furto, non identifica l'uomo con l'evento. Questo è l'impegno e la presenza della religione, che non accetta che l'infinita possibilità sia del Tutto superante gl'individui, ma la cala a tutti come singoli, nell'Uno-Tutti.

La legislazione tende a confondere il peccato col peccatore, e fa l'uomo responsabile; la religione tende a vedere il peccato come finiente, e il peccatore eterno come singolo essere nella compresenza. Se la società avesse la sua trama nella legislazione, la religione le sarebbe estranea, asociale, mentre questa è massima società perché costituisce l'intima realtà-unità di tutti, unità nel valore e molteplicità degli esseri, che per la religione fiorisce crescente e consumante i limiti; realtà di tutti che va avanti a tutte le società e ne è il modello. Non bisogna dimenticare questa "patria celeste" e tornare ad essere greci; ma sentirla qui neu'aprirsi e nel finire della realtà limitata attuale in una realtà liberata.

6. La pace intesa in questo senso di interesse (che ha semplice inizio con la nonviolenza) verso ogni uomo nella sua singolarità insostìtuibile, e per il suo sviluppo, tende a ridurre gli schemi di cui si usa e abusa: la guerra è l'orgia della schematizzazione massima per cui non esistono che i "nostri" e i "nemici"

7. E’ noto che la nonviolenza coopera a far sentire la legge non come imposta, ma come proposta da un centro qualsiasi e che riguarda un gruppo di azioni di un individuo o di un insieme di individui, visto che la nonviolenza dà molta importanza alla disubbidienza civile, all'attiva noncollaborazione che equivale a proporre nuove leggi.

Pur considerando la coazione e la polizia come elementi che una società abbandona per ultimi nel suo trasformarsi, la nonviolenza cerca di servirsi di essi minimamente, cercando altri mezzi più ispirati ad amorevolezza e a cura per il singolo individuo, ed evitando di contrapporre violenza a violenza perché questo nón insegna che a procurarsi forza per usarla violentemente; mentre il tempo che sembra perduto usando mezzi nonviolenti, è preziosamente guadagnato verso la realtà liberata.

8. Vi è un modo umanìstico-umanitario di intendere la pace (ridurre il più possibile la guerra e l'uso della forza, ma lasciando tutto il resto com'è) e un modo religioso-escatologico (nonviolenza estrema, compensata dalla trasformazione dell'uomo, vedendo questa realtà limitata finire in una realtà liberata dai limiti del dolore, del male, della morte).

Religiosamente la nonviolenza stabilisce una solidarietà eterna nell'Uno-Tutti, fa scomparire la paura e fa sentire compresenti e cooperanti nel bene anche i morti, e che i colpi del mondo non toccano questa unità; e che mentre il mondo attuale vede da una parte il potere ininfluenzabile e dall'altra parte stoici ed epicurei, con questa unità attivissima è possibile riaffezionare l'uomo alla società.

9. La nonviolenza è contraria anche alle violenze passate, e perciò, oltre che alle monarchie, alle tirannie, agi'imperialismi, anche allo sfruttamento e al capitalismo. Un nonviolento tende, oltre che a semplificare la sua vita materiale, a non collahobare con lo sfruttamento attraverso la proprietà di industrie e di terreni, a collaborare alle forme cooperative, alle lotte sindacali, a tutto ciò che decentra il potere e mette tutto a disposizione di tutti.

10. La nonviolenza non tende a costituire comunità chiuse di nonviolenti tra loro, violenti verso gli altri, ma persone e gruppi che siano Centri, tramiti dalla società vecchia alla società nuova, e che operino intorno nonviolentemente: all'interno trovano un modo per aiutarsi teoricamente e praticamente, ma per spendere fuori, in servizio come riconoscimento del diritto di tutti all'esistenza (nonviolenza), alla verità (nonmenzogna), ai beni economici (organizzazione), alla libertà (controllo con assemblee e federativismo).

Perciò il modo attuale organizzativo che corrisponde a queste idee e ne prepara l'attuazione è un federalismo universale di centri nonviolenti, colleganti in senso orizzontale indipendentemente dal "potere" e unendo pacificamente Oriente e Occidente, ponendo l'antagonismo non di un blocco politico verso l'altro blocco politico, ma dei modi di entrambi i blocchi verso altro, un altro che dovrebbe unire tutte le forze per la pace, di Oriente e di Occidente.


Perugia, 5 gennaio 1953

 

Aldo Capitini, Lettere di religione, in Il Potere di tutti, Firenze, La Nuova Italia, 1969, pp. 241-245