PUNTO TRAGICO DELLA VITA

Lettera di Religione n. 11

 

Premessa. Sopra e oltre lo svolgersi abituale della vita, ecco l'inizio di un pensiero (e timore o speranza), che la realtà non debba continuare perennemente negli attuali modi di realizzarsi (nella natura, nella società, neu'umanità, all'interno e all'esterno).

Questa è la premessa della vita religiosa, l'ipotesi dell'apertura ad altro, il battesimo di Giovanni il Battista, l'annuncio della liberazione, il prepararsi al possibile fulmineo avvicinarsi dell'ora religiosa.

E’ evidente che qui accorreranno esigenze, richieste, proteste, speranze di ogni genere, e che insomma qui avvenga una specie di esame di ciascuno, o di giudizio di Dio, che pare proprio che avvenga piuttosto qui che dopo, perché proprio a questo pensiero vien fuori ciò che si è e ciò che si vuole autenticamente. Per aiutare questo venir fuori e impegnarsi, tracciamo due linee.


Prima linea. Nella vita mi oriento verso il piacere, verso l'assicurarmi la vitalità e lo sviluppo del mio essere biologico; e su questo posso innestare richieste e soddisfazioni più complesse, gli affetti, l'amore; ed ancora più su, una certa proprietà di cose, dei rapporti sociali, dei possessi culturali, in un equilibrio tra attività, godimenti, riposi. La poesia di tutto questo sta nella primavera, quando la vita sboccia, ed è piacere, e pure pare innocente: letizia di esserci, agevo. lezza vibrante di vita. E il culmine sta nell'estasi, che può essere ben più che la semplice estasi del piacere, e può essere, attraverso l'ascesi, la congiunzione e sbocco e pace in una realtà suprema; ma è sempre della stessa linea, dove è la biologicità primaverile.

Lungo la linea stanno forme varie di vita e di soddisfazioni, tra cui così viva quella di sentirsi in un'organizzazione sociale che assicura aiuti e servizi così preziosi alla pace e alla libertà, ed anche la soddisfazione di poter esercitare pacatamente la memoria di persone ed eventi, e di aggirarsi tra cose care, studi.amati, arti, musiche, scienze; e perfino quella che c'è un Dio che assiste a tutto questo, un Dio potente e perfetto e protettore, di cui i re sulla terra sono immagini sì, ma opache.

Seconda linea. Vedo un essere vivente, che ha espressioni di vita, spesso anche un volto (quanto ci vuole perché si formi un volto!), morire, o per un colpo che riceve, o per un male (è lo stesso): è un essere da cui la vita si allontana infedele, ed è un essere qualsiasi, un crocifisso, un anonimo, e può essere una persona, un animale, insomma un'unità prima vivente.

In questo punto stabilisco una solidarietà con lui, la quale è ribellione al fatto che in quel momento è avvenuto, contro la realtà che fa questo, e nel silenzio tragico abbozzo quasi con la bocca un tu verso quell'essere, e trovo un'unità paterno-fraterna con lui.

Sento che questa mia situazione non si accorda con tutte le altre di me stesso, che essa è di un'amarezza e appassionatezza tutte diverse, a cui la prima linea resta tutta estranea e inadeguata, poiché, per es., non mi basta che verso quell'essere (crocifisso, anonimo) io eserciti la "memoria", perché io voglio fino all'infinito la realtà di quell'unità con lui, che questa unità si incida nella realtà e la cambi, la apra verso una possibilità che ora pare quasi assurda, ma che per me è in quel momento tutto: che quel "fatto" non sia avvenuto.

Soltanto quel fatto? perché l'ho davanti? perché vi ho urtato io? e che voglio forse un miracolo per godermelo? Tutt'altro. E’ una tentazione che tengo lontanissima da me, perché è così individualistica, irreligiosa, del tipo delle altre cose viste nella "prima linea".

Un miracolo davanti a me, in modo che io vi sia coinvolto e, in fondo, gloriato? e tutti gli altri fatti, innumerevoli, dello stesso genere, tutti gli altri colpi che la realtà ha dato nel volto di esseri viventi, e che io non ho còlto con la mia corta vista e il mio esser arrivato qui da ben poco?

Poiché siamo in una cosa seria, l'unità la stabilirò non solo con quell'essere, il quale mi ha posto un problema di tutti, ma con tutti quanti furono dentro lo stesso bruto fatto del morire che dà la realtà.

Non mi sono accontentato della "memoria"; anzi ho considerato la sua incertezza e labilità come un segno di dover fondare in ben altro, e sotto la trama della memoria, in una zona così profonda dove si tratta di lottare contro la realtà per una realtà migliore.

Questo è dentro la tragedia della morte, una lotta sottostante tra due realtà, quella che dà la morte, e quella dell'unìtà amore che io ho accertato proprio lì concretamente, davanti ad un moribondo, e non in un'ipotesi astratta.

Prima ricerca. Con questa unità che si apre in me infinitamente, dinamica e cercante (l'amore cerca e poi dice: ti amavo prima di conoscerti), torno alla vita e accerto, come non facevo prima stando nella "prima linea", chi assomiglia al morente anonimo che ho visto (così come si tiene in amore alle somiglianze), colgo quell'atto di serietà sopraffatta, di sincerità, di umiltà, di manifestazione esterna sconfitta, che avevo già còlto osservando, nel punto tragico, l'essere qualsiasi moribondo e morto, quella sofferenza e quel silenzio pieno, dileguata la potenza; e trovo che la stessa radice di sincerità è in ogni atto intimamente morale, nel quale vedo che quel morto e ogni moribondo e ogni colpito e infermo si uniscono, e sono lì tutti insieme, e sono tutti in me quando anch'io mi apro sinceramente, nella incarnazione e crociììssione del mondo, e non ho più paura, che sarebbe cosa individualistica conservata in questo momento così serio.

E se poi, pieno ancora di questa palpitante unità, mi volgo a qualche cosa di sovranamente bello, e colgo e realizzo un alto esprimersi (non per utile, non per biologicità, ma per la bellezza che lì c'è), sento che quel morto e gli altri morti ed infermi sono qui vicinissimi; e forse perché non usano le parole della biologìcità, essi con purezza confluiscono e si esprimono in appassionata e lineata musica, arte, poesia.

Questo ritmo o immagine pura e quella sincerità si volgono da questa realtà verso una realtà liberata dai limiti.

Seconda ricerca. Ora questa realtà liberata è possibile incontrarla, vederne gl'inizi; ma guai a intenderla come punto di arrivo; essa è il raggiunto inizio puro, quando è finita quella lotta contro la realtà che dava la morte, ed è finita quella tensione interiore in cui ci eravamo messi.

La realtà liberata vive un'unità che è compresenza e libertà, risurrezione di tutti gli esseri e accrescimento infinito di essi. Gli elementi del sorriso, della gioia, del giuoco, che prima stavano nella "prima linea" ed erano illecitamente cose "mie", ora possono svolgersi, perché sorgono dall'unità di tutti.

Ed ora che non ho più il rimorso di essermi alzato verso una direzione e realizzazione e fruizione o estasi che sia per me solo, e so invece di essere con tutti infinitamente, posso anche andare oltre la realtà liberata, e più in altro e lontano dai modi noti di realizzarsi.


Le forme dell'amore religioso. La prima è l'attenzione all'esistenza degli esseri, alla loro morte, la loro interiorizzazione (e può essere maternamente servizio al malato, nonviolenza, nonmenzogna).

La seconda è di sentire tutti vivi e compresenti e cooperanti in tutto ciò che di bello e di buono si manifesta, attività, voce di tutti (perciò umiltà assoluta dell'individuo vivente tutte le volte che conosce o fa qualche cosa di bello e di buono; il raccoglimento a sentir questo è ottima cosa, invece di dire " Signore, Signore ").

La terza è operare incessantemente perché i beni della terra e il potere superino il più possibile la loro limitatezza, che cresce e s'irrigidisce quanto più essi si accumulno individualisticamente: trasformazione dell'attività economica e politica in servizio aperto, nel senso il più antimonarchico possibile, riconoscendo infinitamente altri, con la gioia che abbiano soprattutto coloro gli umili, i sofferenti, gli ammalati che più assomigliano (l'amore cerca le somiglianze) a tutti i morti e infermi che cooperano alla produzione dei valori puri, eppure non prendono nulla o quasi nulla dei beni e del potere.

La quarta è contrastare, se si deve, alle persone, ma solo per il lato in questione, mai chiudendole nella loro psiche, o nel loro passato, o nel loro essere: considerarle aperte per tutto il resto, e capaci di infìnito sviluppo (senza nessun giudizio, umano o divino, che le chiuda per sempre).

Apertura. Ogni evento è come una "prova" davanti a me; la realtà comincia ora: scelgo quell'evento, per es. quella morte, come un assoluto? una cosa immodificabile? Soccombo perché scelgo quello che è un semplice schema, che fa parte dello schema del passato (che riduce gli esseri ad eventi).

Il punto è, invece, che gli eventi siano nulla, e gli esseri ci siano tutti. Scelgo la realtà di tutti. lascio entrare tutti, ecco l'amore religioso sul serio. Nessuna paura (perché è la possibilità di andare nel passato che dà la paura).

Insisto nell'amore religioso: solo così vedo gli eventi (e i limiti, le chiusure, le disperazioni, i tormenti) essere schemi, "prove", tentazioni, e dileguanti. Ci vuole? Credete che sia facile sostituire alla creazione nel passato, a quel mito dell'inizìo, l'atto religiosamente aperto di ora e di qui? E finito veramente il passato, non c'è neppure lo schema del futuro (rifugio deludente, finché non c'è qui ed ora qualche cosa di mutato): a questo punto la realtà liberata è iniziata.


Perugia, 16 maggio 1952


 

Aldo Capitini, Lettere di religione, in Il Potere di tutti, Firenze, La Nuova Italia, 1969, pp. 229-233