ALCUNE RAGIONI DEL METODO NONVIOLENTO

Lettera di Religione n. 54 

 

Non c'è bisogno di dire che la nonviolenza è positiva e non negativa (non-violenza = amore, cioè apertura affettuosa alla esitenza, libertà, sviluppo di ogni essere), è attiva, lottatrice e richiede coraggio, è creativa e trova sempre nuovi modi di attuarsi, è inesauribile e non può essere attuata perfettamente, ma in continuo avvicinamento; e perciò ci diciamo "amici della nonviolenza" piú che, senz'altro "nonviolenti". E siccome la nonviolenza opera sulle situazioni esterne e opera dentro gli animi, non è da credere che possa essere accolta, lasciando tutto il resto com'era prima.

Oggi molti osservando l'enorme sviluppo della tecnica fino alla costruzione delle armi nucleari e chimiche, hanno capito che bisogna usare un metodo diverso da quello della violenza, che diventa cosi illimitata e rovinosa per tutti, e anche sproporzionata, per i danni e le conseguenze, ai fini che si vogliono raggiungere.

Ma sin nel 1918 Lenin, parlando con lo scrittore Wells, disse: "Se arriveremo a stabilire comunicazioni interplanetarie, bisognerà rivedere le concezioni filosofiche, sociali e morali. In questo caso, il potenziale tecnico, divenuto illimitato, imporrebbe la fine della violenza come mezzo e come metodo di progresso". Dunque: far posto ad un altro metodo, perché quello appoggiato alla tecnica tanto avanzata, può produrre distruzioni enormi e sproporzionate.

Ma per il metodo nonviolento ci sono anche due ragioni molto positive:

1. ogni società fino ad oggi è stata oligarchica, cioè governata da pochi, anche se "rappresentanti" di molti; oggi specialmente, malgrado la diffusione di certi modi detti democratici, il potere (un potere enorme) è in mano a pochi in ogni Paese. Bisogna, invece, arrivare ad una società di tutti, alla "omnicrazia".

Ma non ci si potrà arrivare se tutti i cittadini non conosceranno le varie tecniche (sono molte e complesse) del metodo nonviolento, per poter avere una parte di potere, manovrando efficacemente il consenso e il dissenso, cooperando e non cooperando, arrivando talvolta perfino alle tecniche della disobbedienza civile (e cercando continuamente altri per allearsi, affinché tali tecniche siano piú efficaci: la nonviolenza porta a cercare altri, a collaborare). In tutte le scuole per gli adolescenti, nei centri sociali e in tutte le forme di educazione degli adulti, la conoscenza delle tecniche noinviolente dovrebbe essere coltivata , appunto per attuare questa trasformazione della società.

2. un altro merito del metodo nonviolento è che può essere usato dai deboli, dagli inermi, dalle donne, dai giovanissimi: basta che abbiano un animo coraggioso. Gramsci ne parla nel libro Il Risorgimento (pp. 46-47). Luther King che dirige la lotta dei negri americani lo ha detto in un'intervista: "I bambini hanno una parte importantissima nella nostra lotta... Ciò pure stabilisce una differenza netta fra metodi della violenza e della nonviolenza. Il primo metodo ricorre agli uomini nerboruti, ai pugni saldi, ai bastoni. Il secondo si affida a una qualità universale, a una dimensione di cui fanno parte anche i ciechi, i monchi e i bambini".

Ha un grandissimo valore un metodo adatto a chi ha meno di forza fisica e piú di forza dell'animo, così che l'unità di tutti si costituisca avendo il suo punto di appoggio non nei potenti, ma negli inermi e intrepidi.

Da qui viene una grande scoperta: la forza di chi ama. Se io amo un essere, ho una certa forza (per es. la madre), se io riesco ad amare molti, ho una grande forza; se potessi amare tutti, avrei la forza totale capace di trasformare il tutto. Questa forza è la vera forza, quella che influisce praticamente sulla realtà trasformandola con la sua aggiunta.

Quando si pensa agli esseri e ai valori non vale la regola del superamento dialettico e del "morte tua vita mia" , ma la regola dell'aggiunta: io metto il bene che ritengo tale, senza impero su di te; qui c'è l'incremento del mondo delle persone e dei valori, non la negazione. E si impara una distinzione che è fondamentale, tra i mezzi tecnici, le macchine, i motori, e le persone e tutti gli esseri viventi, superiori in qualità, visti nella loro possibilità inarrestabile di sviluppo, ai quali vogliano essere aperti, con la fiducia che miglioreranno.

Il metodo nonviolento è applicabile alle lotte, perché lottare bisogna (anche se si tiene a non distruggere gli avversari). C'è da fare un'opposizione attiva, con un metodo insistente, e paziente, pubblico e collettivo. Gandhi ha detto: "Mi senbra che prima o poi le masse europee dovranno ricorrere alla nonviolenza, se vogliono ottenere la liberazione". "Nella società, i ricchi non possono accumulare ricchezza senza la collaborazione dei poveri. Se questa consapevolezza penetrasse e si diffondesse tra i poveri, essi diventebbero forti e imparerebbero a liberarsi con la nonviolenza dalle schiaccianti ineguaglianze che li hanno portati al limite della fame".

La cosa è tanto piú importante oggi che i comunisti occidentali, seguendo Krusciov, rinunciano a tentare la distruzione violenta del capitalismo occidentale. Una lotta liberatrice continua bisogna sempre farla, e si deve evitare il pericolo di adagiarsi in un accomodamento con le strutture della società attuale, di ingiustizia e di poca libertà (perché la vera libertà si ha quando uno può dare il meglio di sé).

Per liberare la società civile dallo Stato-Impero accentratore e militaristico, per non accettare i doni del neocapitalismo che non trasforma dalla radice, bisogna aggiungere alle già esistenti forme altre forme collettive piú dirette, nonviolente e dal basso, di controllo del potere e di presenza pubblica di tutti.

Una rivoluzione è un'azione, di solito collettiva, volta a mutare un'intera situazione, e cioè il possesso del potere, le strutture della società, gli animi delle persone. Ogni rivoluzione ha un suo carattere e noi oggi vediamo che essa deve essere la piú totale che sia mai stata, nel rinnovare gli animi, nel trasformare le strutture, nell'essere larghissima e impegnante tutti. Tale è la rivoluzione aperta, con metodo nonviolento, che noi facciamo.

Noi riconosciamo che non c'è nessun Paese nel mondo che non ne abbia bisogno. I fatti attuali dell'India provano che nessun Paese si immedesima oggi col metodo nonviolento, e perciò la nostra rivoluzione è da farsi in tutti i paesi, facendo leva sull'impegno alla pace, che prende un numero di persone ancor piú grande di quello di una classe sociale, e isolando così i gruppi che sono al potere, oligarchici, imperialistici.

Per far deperire lo Stato com'è ora dobbiamo lavorare nel margine che c'è e allargarlo sempre piú con forme di autonomia collettiva, di organismi federati, in un socialismo dal basso, di assemblee popolari di controllo, di critica, di opposizione e nuova costruzione.

Si delinea così, di contro al neocapitalismo, un neosocialismo (o neocomunismo, o neomarxismo), che è la nostra rivoluzione aperta nonviolenta: essa mantiene la tensione rivoluzionaria che potrebbe attenuarsi nell'orientamento al benessere sostenuto da Krusciov; è un'aggiunta, necessaria per salvare i motivi di dissenso dall'attuale società, anche nella sua evoluzione, è il modo piú serio per fronteggiare ( insegnandogli qualche cosa e compenetrandolo ) l'inarticolato comunismo violento dei cinesi; è la via verso la nuova prospettiva religiosa della compresenza, che andrà oltre le forme tradizionali religiose, perché l'apertura nonviolenta al tu-tutti è l'asse su cui può essere collocata la vita religiosa in tutto il mondo.

Ed è inutile venirci a dire: le rivoluzioni nel passato sono state in un certo modo, per es. violento; perché noi rispondiamo: il presente è diverso, e se volete essere " realisti " dovete cogliere ciò che ci vuole nel presente. Il Marx diceva che non è il passato che deve far legge sul presente, ma il presente sul passato.

Nell' " Espresso " (18 agosto 1963) Antonio Gambino dice che i partiti comunisti occidentali non debbono accontentarsi di sostenere la necessità della coesistenza solo con l'argomento che la guerra non è piú concepibile; bisogna che essi facciano un passo più avanti, rivedendo la vecchia teoria dello Stato e della conquista del potere. Giusto, osserviamo noi; ma non semplicemente per aderire ai principi della libertà e della democrazia nelle forme attuali: c'è tutta una grande aggiunta, che è la rivoluzione aperta come la vediamo noi, nel quadro del metodo nonviolento.

Perugia, 15 agosto 1963


Aldo Capitini, Lettere di religione, in Il Potere di tutti, Firenze, La Nuova Italia, 1969, p. 407