L'APERTURA ALLA COMPRESENZA NON E' CHE IL PUNTO DI PARTENZA
Lettera di Religione n. 57
Il punto di partenza per una nuova vita religiosa è sentire sé con altri in modo aperto, alla pari, infinitamente (non con due o tre persone, e basta).
Questa è l' APERTURA fondamentale. Oggi si usa molto questo termine: è un segno del tempo. In tanti altri modi si può indicare come questo "punto di partenza" religioso è preparato nel pensiero, nella vita sociale, nelle religioni tradizionali. Oggi viene fuori in pieno, come il parto di questo tempo, la rivelazione fatta da tante parti, la nuova base per costruire.
Uno può domandare: "Ma è veramente nuova?" Si può rispondere di "sì" , perché finora le religioni hanno parlato all'individuo singolo e gli hanno indicato Dio o il Nirvana; le filosofie hanno parlato dell'uomo vivente davanti al mondo e ai problemi che sorgono, separando l'uomo vivente dagli uomini morti che non fanno nulla o fanno altre cose.
Invece il punto di partenza dell'apertura alla compresenza è che l'io non è solo, ma è con altri, tutti, anche i morti, e ciò che viene fatto, è fatto con l'aiuto di tutti. Questa è un'apertura sul serio. Preparata nei millenni e nei secoli, ma oggi urgente come un parto, occupante sempre più l'animo e la vita: apritevi e muterete la vostra vita, accorgendovi che la compresenza c'è. Ogni nascita l'arricchisce, ogni morte la fa cercare.
Questo punto di partenza più è vissuto con purezza, con raccoglimento, con appassionamento sincero (e anche con la meraviglia che ci siano altri, come una cosa bellissima in sé, oltre la considerazione del vantaggio o del danno, proprio come un capolavoro d'arte, di musica, che vale per sé stesso), tanto più porta a conseguenze di pensiero e di azione.
1. Anzitutto una cresciuta attenzione agli altri esseri come singoli, un'apertura all'esistenza, alla libertà, allo sviluppo di tutti (che è la nonviolenza); il fastidio della menzogna visto che gli altri sono intimamente compresenti; la protesta contro la morte che non può pretendere di togliere questa vicinanza.
2. Il giudizio dato sugli altri in modo aperto, ammettendo cioè che l'altro possa sempre far meglio, e perciò non separando in assoluto e in eterno i "buoni" dai "cattivi", i salvati dai dannati.
3. Il criterio dell'agire come aggiunta, e non come impero, cioè invece di battere e spezzare gli altri, dare ciò che crediamo il bene, accrescerlo pazientemente.
4. La speranza, fondata sulla importanza fondamentale della compresenza di tutti gli esseri morti e viventi, che la così detta realtà assecondi sempre più la compresenza, si trasformi secondo la compresenza, e finisca la morte, il dolore, il male morale, e vengano altre forme di realtà ad un livello più conforme all'intima compresenza.
In questa vita religiosa della compresenza gli elementi fondamentali della vita religiosa tradizionali rivivono perfettamente.
1. L'uomo si accorge spesso che avrebbe dovuto agire diversamente, di essere in colpa, capace di fare il male al posto del bene; vive cioè il pentimento.
2. L'uomo riconosce che da sé non potrebbe darsi ciò che di buono, di valido, di utile, riceve, se non altro la vita stessa, perché si riconosce un essere limitato; vive cioè la gratitudine (non si è religiosi senza sentirsi grati).
3. L'uomo si eleva alla presenza di un orizzonte che comprende tutto, oltre i singoli fatti, cose, esseri, di un'unità omnicomprensiva , di un destino comune, di una realtà che tocca a tutti; vive cioè la fede nel valore universale, da cui viene la legge che deve orientare il suo fare, e che non potrebbe trovare, se fosse semplicemente un essere limitato.
4. L'uomo spera che la propria finitezza non sia permanente, e che attraverso le tensioni dette nei numeri 1, 2, 3, germini il fiore di una realtà anche migliore di quella che appare qui durante la vita religiosa.
Non si possono, sul piano religioso, considerare questi elementi come irrilevanti e superati. Anzi la ripresa religiosa in questo secolo consiste proprio in questo; che se il liberalismo razionale umanistico e illuministico aveva servito a vincere gli elementi dogmatici, autoritari, istituzionali, mitologici della "religione" costruita su Gesù Cristo, si è visto poi, attraverso il dolore, le guerre, l'esistenzialismo, l'influenza tolstoiana e gandhiana, che l'uomo è più complesso di come lo vede l'umanesimo razionalistico, e così è in corso la ripresa religiosa, che è una nuova "vita religiosa" proprio con quei quattro elementi ben vivi.
Ho nominato, tra le esperienze di pensiero e di vita che hanno condotto alla ripresa religiosa, la guerra. Riflettiamo alla cosa: non solo le due guerre mondiali, ma gli strazi dei campi di sterminio, l'apparire delle armi nucleari, hanno posto come urgentissimo il problema che non accada la guerra, hanno fatto ricercare le colpe di chi non ha saputo impedire quegli strazi e quelle lacerazioni del tessuto dell'umanità. Ecco l'accusa ai vecchi "religiosi" di aver collaborato a compiere quegli strazi.
Ma c'è più, ed è la visione di ciò che potrebbe essere la futura guerra nucleare, certa distruzione di parti dell'umanità e degli esseri viventi. Ecco l'urgenza di una rivoluzione contro la guerra. Ecco la ragione dell'apertura alla compresenza , che oggi diventa centrale, il parto di questi anni. Si può dire che sia proprio un disegno della Provvidenza di porre di contro a quell'estremo male: la guerra atomica, questo estremo rimedio: la religione della compresenza.
Dice il Vico che «Ove i popoli sono infieriti con le armi, talché non vi abbiano più luogo le umane leggi, l'unico potente mezzo di ridurgli è la religione» (Scienza nuova Degnità XXXI). Soltantoché egli pensava al timore degli uomini verso il Dio che fulmina e noi oggi pensiamo che la religione sorga non per paura (di che cosa si ha oggi paura? e ciò che deriva dalla paura non è utilitario? perché educare così), ma per l'appassionamento libero positivo, per aggiunta, a vivere consapevolmente nella compresenza, sapendo che essa c'è, aiutandola a realizzarsi, stando con essa come in un santuario, in un luogo dove si vive il sacro, si attua la festa. Vita religiosa è oggi essere innamorati attivamente della compreseuza.
La compresenza, dunque, diventa il fatto centrale della vita religiosa nella complessità che si è detta, come per i primi cristiani fu vivere, comprendere, approfondire Gesù Cristo. C'è lo stesso appassionamento nel vedere un essere morire in questa realtà, e la stessa persuasione che nella compresenza l'essere individuo è con tutti per sempre, e che dalla compresenza viene la forza e l'aiuto a realizzare valori.
Vedere questo punto d'incontro tra la sofferenza, la morte di un essere individuo e la compresenza è cogliere "il sacro": è una tragedia che ha in sé la liberazione: la croce moltiplicata per la realtà di tutti.
La compresenza non è un oggetto di conoscenza, ma è vita da provare, ricercando appassionatamente e confermando. Non esistono prove astratte, logiche, oppure sensibili. Il punto di partenza è che essa merita di essere una forza più di ogni altra forza. Si vede che procedendo in questa vita religiosa ci si accorge che amare è una forza, e chi ama ha questa forza, e può averne sempre maggiore; «l'amore ricopre una moltitudine di peccati», diceva Gesù Cristo, e anche: «è meglio dare che ricevere».
Questo è più importante di quanto sembra, perché non è soltanto generosità: ha una base molto profonda, che è vivere in direzione del tu, non pensare minimamente alla sopravvivenza del proprio io, ma essere aperti al fatto che la morte degli esseri individui, a cui volgiamo il tu, non toglie la loro compresenza. Dio dice tu, non io.
Ho nominato Dio. Dio come è stato presentato dalle varie tradizioni religiose, ha aspetti che non resistono alla compresenza, e possono perciò essere considerati insufficienti, arbitrari, mitici, quando non sono irrispettosi, come è, per es.l'idea del Dio che dà il dolore dell'inferno per sempre.
L'apertura alla compresenza di tutti gli esseri, nessuno escluso come produttrice dei valori, come crescente per ogni essere che nasce e per ogni atto di valore realizzato, - una compresenza in incremento come un universo in espansione, - non può concepire che Dio sia altra cosa, un potere illimitato ed arbitrario, ma vede Dio mediato continuamente dagli esseri come l'intimo assoluto, vicino, ascoltante, guidante di ogni essere, e mediato dai valori, come fonte inesauribile e migliorante di ogni valore che si realizza.
Si possono scegliere altre vie religiose: 1.non parlare affatto più di Dio, e vivere e approfondire la compresenza; 2.parlare di Dio come assolutamente trascendente tutto e tutti.
La prima potrebbe correre il rischio di concepire la compresenza semplicemente in modo sociologico, e di non vivere come quella che ascolta, guida, che è Provvidenza e Grazia.
La seconda potrebbe correre il rischio di considerare gli esseri individui come strumenti, come contingenti, che possono essere e non essere.
Congiungere con la compresenza l'idea di Dio può valere per vivere la compresenza nel modo il più elevato, per comprendere che non è un oggetto come un altro, una cosa come un'altra, un'idea come un'altra; ma che non si vive e approfondisce la compresenza se non si opera in sé una trasformazione che coinvolge tutto, come se si approfondisse la vita della compresenza al cospetto di Dio.
Perché bisogna rendersi ben conto che l'apertura religiosa alla compresenza non è una situazione immobile, chiusa, sempre uguale, ma un procedere, un ricercare, uno sperimentare, che noi non possiamo definire tutto fin da questo momento; e potrebbe anche accadere che, col vivere intensamente la compresenza, si vivesse anche tanto altamente il suo essere unità, Provvidenza, Grazia, Amore, Persona che comprende, da non poterla più pensare distinta da Dio; e si potrebbe anche, procedendo, arrivare a vivere il grande mistero, che Gesù Cristo intravvide dicendo: «Vedesti il tuo fratello, vedesti il tuo Signore».
Si osservi come dinamica, sperimentante, costruttiva, rinnovatrice, diventa cosi la vita religiosa, e noi lasciamo lavoro e gioia anche al futuro, e non presumiamo di aver avuto una rivelazione chiusa.
Perugia, 11 febbraio 1965
Aldo Capitini, Lettere di religione, in Il Potere di tutti, Firenze, La nuova Italia, 1969, p. 419