LA FORZA PREZIOSA DEI PICCOLI GRUPPI
Lettera di Religione n. 63
Il fatto dei gruppi di contestazione in atto è importante. Essi hanno la fiducia di essere efficienti, sia perché hanno il coraggio di scendere in piazza, specialmente nei luoghi di lavoro: università o fabbrica, sia perché urtano direttamente il sistema, rompendone delle parti, cose o persone.
Ma sono evidenti questi gravi limiti:
1. l'attenzione dei gruppi è verso gli avversari con cui lottare (poliziotti, uomini del potere politico o economico), invece che alla solidarietà con le persone con cui e per cui operare: queste passano in seconda linea o non sono nel pensiero, perché interessa l'urto (e questa è la ragione per cui nei gruppi si mescolano persone che amano menar le mani , buttarsi al rischio, e non altro );
2. manca talvolta nei gruppi una coscienza precisa dei perni guasti del sistema da mutare, dei fini e del rinnovamento da instaurare (non basta dire: contro il capitalismo, contro il potere se poi si producono un capitalismo e un potere molto più duri);
3. c'è spesso nei gruppi la tendenza a misconoscere o urtare i "più", come se siano complici o addormentati nel sistema e vadano spaventati (mentre bisogna fare come se potenzialmente siano dalla parte del rinnovamento);
4. i gruppi non dànno la garanzia, con il loro modo di agire e di trattare gli altri, che, se avessero il potere, questo sarebbe di tutti.
Tuttavia noi nonviolenti possiamo comprenderli meglio di ogni altro, perché la nostra contestazione del sistema è generale, per le ragioni che sempre diciamo:
1. non vogliamo che ci sia un sistema che agisca con la violenzu fisica sulle persone di origine vicina o lontana;
2. non vogliamo che ci sia un sistema che mantenga (con la violenza) l'inferiorità della povertà di tanti esseri umani;
3. non vogliamo che si possa " manipolare " l'opinione degli altri, diffondere cose false o tendenziose, o privare alcuni esseri della libertà di informazione e di critica;
4. non vogliamo che si amministri e governi ciò che è pubblico senza la costante possibilità del controllo di tutti dal basso.
Ma noi sviluppiamo questa contestazione in un modo nostro, diverso dai gruppi violenti, perché:
1. il nostro animo e il nostro metodo non è contro le persone, ma contro certi fatti, certe strutture, certi modi di agire, che possono essere sostituiti da altri. Noi facciamo appello continuamente alla possibilità di miglioramento in futuro degli esseri, e perciò il nostro contrasto è con un certo determinato agire e non con tutta la persona. La garanzia che perciò possiamo dare a tutti non è tanto di difendere ad oltranza le loro cose, quanto di difendere i valori di tutti, qualche cosa che è reale o potenziale, oggi o domani, in tutti gli esseri (noi saremo sempre per la promozione in tutti della libertà , dello sviluppo, dell'uguaglianza , della nonvioleinza ecc.);
2. per noi è molto importante il rapporto con le persone, che può essere di solidarietà in certe campagne nonviolente, e può essere indipendente da queste; sempre siamo interessati alle persone e agli altri esseri, al tu, al dialogo, alle assemblee. Noi sappiamo che c'è sempre da praticare e perfezionare questo rapporto, ad ogni livello e occasione della nostra vita;
3. per noi i beni sono, più o meno esplicitamente, di tutti, aperti alla fruizione pubblica. Deve diventare assurdo che ci sia uu escluso, un mancante, un misero, mantenendo diversi livelli sociali e una limitazione di possibilità per alcuni;
4. le frontiere vanno superate, e la parola " straniero " è da considerare come appartenente al passato. Ogni comunità vive nell'orizzonte di tutti, e perciò non è troppo grande, ed è collegata con le altre federativamente. Ma se vi sono spostamenti di genti, esse non sono da sterminare, ma da accogliere, tenendo pronte strutture e provvedimenti che rendano possibile questa apertura.
Oggi i grandi Stati non escludono la guerra, anzi la minacciano anche, ed hanno forze enormi per la suu attuazione. Intanto sono carichi di tutti i difetti che abbiamo detto, di tutte le varie specie di violenza (oppressione e autoritarismo buocratico , manipolazione delle informazioni e impedimento alla libertà scolastica , disuguaglianza economica, spinta alla guerra ed educazione violenta, ecc.).
I piccoli gruppi hanno perciò, di contro a questi grandi Stati o Imperi, una forza preziosa, perché possono fondarsi su posizioni strenue, far emergere orientamenti chiari e ostinati, anche se saran detti utopistici; ma l'utopia di oggi può essere la realtà di domani. Noi abbiamo previsto questo rilievo dei piccoli gruppi, perché da decenni parliamo dell'idea di " centro " al posto di società chiusa, e l'idea di un'" ecclesia " che abbia la stessa ideologia ci sembra una vecchia idea, irrispettosa della diversità che può sorgerci vicina ed essere migliore di noi.
Abbiamo anche sperato che questa forza di piccoli gruppi fosse sentita dai popoli del Terzo Mondo, né occidentalisti né sovietici, e abbiamo salutato la conferenza di Bandung nel 1955 come una cosa molto positiva per lo sviluppo dell'apertura. Ma poi abbiamo visto che il rapporto si è scisso, il prestigio e gli interessi di essere Stati al vecchio modo hanno prevalso, sicché vediamo che quei popoli, come gli altri, hanno bisogno di un'aggiunta sollecitatrice, che oggi può venire da gruppi omogenei o misti di lavoratori, studenti, appartenenti a razze oppresse.
Questa posizione di gruppo aiuta a vedere più chiaro il riferimento del gruppo stesso, e qui le differenze possono essere nette. I gruppi, pur impegnati giustamente a pervadere moltitudini, sanno che per ora le moltitudini sono a loro contese dai gruppi dirigenti, a cui la paura e la tecnica danno una grande capacità di repressione.
Mai le polizie sono state così armate e così disposte a schiacciare, e la cosa crescerà. Sappiamo anche che le polizie sono affiancate da larghi gruppi di persone disposte ad aiutarle. Perciò i gruppi debbono sapere che non ce la fanno a mutare subito il sistema, e che la loro forza sta nello spaccarlo, nello smentire la sacralità, la provvidenzialità, l'autorità.
Questa coscienza deve ispirare anche la strategia dei gruppi: la contestazione ha un significato più profondo di quanto sembrerebbe, se la si intendesse come " mettere in discussione ", a cui segua un dissenso anche globale. Si tratta di una squalifica di nobiltà, di superiorità, di validità universale che deve cadere sul " sistema " attuale di potere e di potenza.
Qui si vede la differenza del gruppo nonviolento dal gruppo violento, che va all'assalto del potere ad ogni costo e con ogni mezzo. Il gruppo nonviolento:
1. si sente impegnato, nella contrapposizione al sistema, al potere, al meglio nella condotta e in ogni agire in modo che cada più evidente la squalifica di merito sul potere;
2. essendo convinto che la sacralità è fuori del potere, vede negli umili, sfruttati, oppressi, colpiti, proprio estranei al sistema del potere e della potenza, qualche cosa di infinitamente nobile, che rappresenta la vera realtà di tutti;
3. e vede negli altri, quelli del potere e della potenza, un rapporto con la realtà di tutti anche se a loro non presente; quindi conduce le lotte della rivoluzione aperta nonviolenta sapendo che negli avversari c'è una possibilità, e perciò non li distrugge;
4. distingue due fasi nel potere, e la prima è il potere senza governo, quel potere di tutti che in tanti modi può essere, attivamente e coordinatamente, rafforzato dai non violenti mediante l'incoraggiamento a prender posizione, a controllare , a collegarsi, a formare comunità, a sacrificarsi.
Nel gruppo stesso dei nonviolenti può esserci il persuaso religioso della compresenza. Con la scelta della nonviolenza egli ha dato segno di voler stabilire con altri esseri, nel cerchio più largo possibile, un rapporto di interessamento e di apertura all'esistenza, alla libertà, allo sviluppo degli altri.
Il rapporto non era circoscritto, limitato e a poco a poco rivelava la serietà della realtà di tutti, di essere cioè tendenzialmente aperto e interessato a questa sacra parola: tutti. Ma i tutti non erano lì davanti, ammassati come turbe ; " tutti " acquistava autorità , e anche unità.
La realtà di tutti, che comprendeva i vicini e i lontani, gli stolti, gli ammalati, i morti e tutti gli esseri che fossero mai "nati", era attiva, viva, profonda, pronta e aiutante nell'intimo stesso, e quel nonviolento sentiva sempre più la realtà di tutti come compresenza dei morti e dei viventi.
Tutti attivi, mescolanti il loro aiuto all'essere e al fare del nonviolento persuaso, in ogni cosa che egli facesse di valido, di buono, spendendo lo sforzo che ogni essere fa sopra la sua immediatezza della semplice nascita naturale. Ma se dal seno della compresenza viene l'aiuto alla scelta di valori più concreti, e viene il compenso per i limiti della nascita semplicemente naturale (e una volta questo interno e unità della compresenza furono detti: spirito), se dalla compresenza è venuto tutto il bene vissuto, il persuaso nonviolento non può che sentirsi grato di ciò che ha ricevuto.
La compresenza va avanti e sempre unisce, produce valori, compensa i limiti e i colpi della natura, perché quando vede uno che soffre, è lì. Quando Gesù Cristo soffrì sulla croce e chinò alfine la testa, la compresenza disse: « E' mio ». Così il nonviolento persuaso della compresenza, grato di ciò che ha ricevuto, e umile per l'avvenire, non sa (ed è un gran bene che non sappia) se anche per lui, come per gli altri, la compresenza dirà: « E' mio ».
Perugia, 6 ottobre 1968
Aldo Capitini, Lettere di religione, in Il Potere di tutti, Firenze, La Nuova Italia, 1969, p. 444