LIBERALSOCIALISMO A FIRENZE


 

Firenze ebbe un'importanza decisiva per la costituzione del movimento liberalsocialista nel 1937.

Luogo facilmente raggiungibile da Pisa e da Perugia, ci era servito già negli anni precedenti per numerosi convegni, accentrati principalmente ora in casa dell'uno o dell'altro di cinque amici qui residenti: Emanuele Farneti, oggi liberale, Cesare Luporini, oggi comunista, Guido Calogero, Enzo Enriques Agnoletti e Tristano Codignola, oggi del partito d'azione.

Da Pisa venivano dalla Scuola normale superiore, da Perugia io, Walter Binni, Bruno Enei.

L'intonazione generale era chiaramente antifascista, sebbene vi fossero dentro contributi e sfumature diverse, dagl'interessi teosofici di lmelde Della Valle al crocianesimo di Farneti, dall'esperienza sociale concreta di Enzo Enriques Agnoletti all'umanitatismo sempre meglio articolato di Gianni Guaita.

Ma questo non faccia pensare a divergenze profonde; nell'insieme eravamo molto concordi sui punti fondamentali, cbe erano tre: primo, l'esigenza di un rinnovamento profondo che colpisse il fascismo non su dettagli, ma lo rovesciasse per un moto intimo, che, prima che politico, era morale, e per qualcuno pefin religioso, di una religiosità moderna.

I cattolici, come in generale nel decennio più difficile dell'anffiascismo, dal '29 al '39, non ci dettero quasi nessun aiuto reale, e se mai solo qualche prudente, platonico omaggio personale.

Il secondo punto era l'esigenza della libertà; il terzo l'esigenza sociale, per i più, addirittura socialista. Sicché, quando nel '37 a Perugia, io, Apponi e Binni, decidemmo di costituire un vero e proprio movimento, trovavamo già la preparazione ideologica, e le persone disseminate in Italia, e il gruppo più forte e più valente a Firenze.

Così mentre in Spagna il fascismo, svelato sfacciatamente il suo volto reazionario, trionfava, in Italia lo insidiavamo con un allineamento di giovani, di intellettuali e di operai.

Il nostro piano conteneva queste direttive: non avere contatti con l'estero, per non farci scoprire e per non ricever ordini che potevano risultare astratti, non fare per ora nessun gesto o tentativo esterno, che scoprisse il movimento prima che avesse compreso le principali città; rivolgerci specialmente ai giovani, per sottrarli alla corruzione che operava Bottai, più astuto e più coperto di Mussolini; costituire in ogni città un gruppo che entrasse in contatto con tutte le forze antifasciste, e stabilisse con esse un comitato.

Quanto all'ideologia che tutti elaboravamo con diversi contributi ed eguale tensione, essa era liberalsocialista, cioè di superamento dell'antitesi prefascista tra le due correnti politiche.

La libertà doveva essere concreta, dinamica, tale da risolvere i problemi circostanti, che per l'Italia non erano solo quello di restituire le libertà giuridiche e politiche, ma di stabilire una giustizia sociale per tutti, che portasse le moltitudini italiane a un effettivo esercizio delle libertà.

Il socialismo, avvertito del danno del centralismo statalistico e dittatoriale, si approfondiva e ritrovava sé stesso, come elemento di libertà, in quanto, come il liberalismo aveva abbattuto l'assolutismo, il federativismo internazionale democratico aveva avviato a contrastare all'imperialismo, così il socialismo, eliminando l'oppressione capitalistica, avrebbe, sulla stessa linea, accresciuto la libertà della società e dei singoli.

Escirono dattiloscritti ed anche libri ispirati da queste idee. Il movimento era nazionale; e Firenze punto costante di ritrovo.

Fu quasi giusto, direi, che nel '42 la prigionia di molti liberalsocialisti avvenisse a Firenze, e che ci ritrovassimo alle Murate: ma il movimento oramai era vitale e nazionale. E da Firenze è partita la mozione che ha messo in primo piano, entro il partito d'azione, la caratterizzazione liberalsocialista.

Aldo Capitini in "Non Mollare!", n. 46 (nuova serie, anno 11, n. 9), 2 marzo 1946.