|
Cent’anni dopo il 20 giugno 1859
|
di Aldo Capitini
Perugia, città centrale, in una regione intatta dal mare, con montagne alte e
solitarie - antiche dimore religiose -- per tutto il confine nord-est con le
Marche, dal Catria e le cime sopra Gualdo e Nocera fino al Vettore sopra Norcia
e i Monti Sibillini, e con un lago e ameni colli verso la Toscana e il Lazio
nel confine ovest-sud; una regione solcata da valli verdissime; ma Perugia è
nel cuore stesso dell'Umbria e guarda Assisi e il Subasio, che è il suo
oriente; e sta alta su un ampio gruppo di colli: il panorama da Perugia è
larghissimo ma non impreciso, con monti e monti in giro ma lontani, e perciò
con un infinito di cielo sopra, come se il paesaggio sia modesto e umile da
presèpe.
Quasi tutte le altre città dell'Umbria, eccettuate Terni, Città di Castello, Foligno, sono su colli : Orvieto, Amelia, Narni, Spolèto, Trevi, Norcia, Nocera, Gualdo, Gubbio, Todi, Spello, Assisi, Città della Pieve; città aggruppate in sé come monumenti, aperte nel silenzio al paesaggio sobrio e spesso solenne: da una finestra, dall'uscita di una chiesa, è facile scorgere un pezzo che sa di sfondo di quadro.
Un letterato cattolico mi disse una volta: « In Umbria la religione, quando si fa intensa, diventa di quasi eretici o di eretici »; e me ne portò le prove.
Sarebbe un errore non scorgere nell'Umbria, accanto al lato sereno, mansueto
e affettuoso, che San Francesco impersonò in modo così alto e universale, il
lato fiero, severo e ribelle; non cogliere l'aspetto duecentesco del suo stesso
paesaggio quando d'inverno è pulito e come tagliato da venti asciutti e
fortissimi, e non osservare, ad esempio, nella stessa Assisi la parte aspra e
scoscesa a nord della città, in contrasto con quella dolce e meridionale, dove
sta San Damiano; differenza e contrasto tra due paesaggi che c'è anche a
Perugia. Non che la terra abbia fatto gli uomini, ma si scorgono in essa come
simboli, somiglianze, allusioni. Le genti umbre ed etrusche furono qui domate
faticosamente da Roma, e si direbbe che una gelosia di indipendenza sia sempre
rimasta e sempre risorta, un'impazienza dell'accademia a costo di essere rozzi,
un rompere le istituzioni quando si fanno troppo ufficiali, a costo di pagare a
caro prezzo il mancato collegamento di un ribellismo isolato ma non frenato.
Se c'è una città che si presta a delinearne la storia come storia di fierezza laica e popolana, pronta ad usare le armi, i sassi o il motto mordace, insolente al cospetto dei potenti (quando Pio IX visitò Perugia nel 1857 il popolo gli gridò: «Pane e Statuto», come oggi direbbe al Capo dello Stato : « Lavoro e Costituzione », con la differenza che oggi la Costituzione l’ha fatta il popolo italiano unito dallo antifascismo, che solo poteva unirlo); se c'è una città prestissimo comunale, sede di conclavi e, pontificia, ma ribelle al Pontefice e versante il suo sangue per i colpi delle truppe mercenarie del Papa, questa città è Perugia, la sua storia, laica e popolare, è stata già scritta da un uomo dell'Ottocento, Luigi Bonazzi, storico, letterato, attore, uno scrittore personale e vigoroso di una Storia di Perugia viva e drammatica, un'opera di alto pregio che giustamente il Comitato per le celebrazioni perugine del centenario dell'Unità d'Italia ha deliberato di far ristampare, perché esaurita e ricercata dagli studiosi, affidandone la cura a Giuliano Innamorati.
Questa pubblicazione e, nell'insieme, la celebrazione del centenario del 20 giugno 1859, sono state la pietra di paragone e d'inciampo del clericalismo delle gerarchie ecclesiastiche perugine e dei loro devoti. Già Italia Domani in un articolo « L'ordine regna a Perugia » nel numero del 3 maggio, ha dato larghe notizie dei fatti perugini del giugno 1859, quando questa città, seguendo Bologna e il vento che spira dalla Lombardia, il 14 giugno invita il legato pontificio ad andarsene (non vi furono violenze) e costituì una Giunta provvisoria, e sei giorni dopo dové subire l'attacco delle truppe mercenarie papali, mandate per « dare una lezione » alle intenzioni ribelli. Perugia, con decine di morti e di feriti fu risottomessa, ma l'eco del fatto si diffuse grande in Italia e all'estero: il Papa vi fece, come forse voleva Cavour, la figura del carnefice e non del martire; Bettino Ricasoli scrisse :« i fatti di Perugia che han rivolto la coscienza più grossolana contro il Papa e il suo governo»; il Mazzini prese questo fatto come il più significativo, e molte volte vi tornò, ardente e insistente, stimolando a correre a liberare Perugia : « Il grido dovrebbe essere Perugia, il resto, iniziata la mossa verrà da sé ».
Un episodio, sì, nel Risorgimento italiano, ma tale che « impedì - come ha
detto Walter Binni in un saggio, il migliore che io abbia letto, sul Venti
giugno - per tanto tempo alla Chiesa di inquadrare politicamente i suoi fedeli
»; un'illusione sì, quella dei ribelli perugini di pensarsi aiutati dal re del
Piemonte, ma di quelle illusioni che sono sacrificio e martirio ed aprono, per
il supremo segnamento mazziniano, le strade del futuro.
Io non posso, e non voglio togliermi dalla mente un confronto: come il Venti
giugno mostrò con massima evidenza che l'indipendenza italiana si sarebbe fatta
senza e contro il Papa, considerato quale sovrano politico; così la
Conciliazione ha fatto capire a noi antifascisti che rinnovamento religioso si
sarebbe fatto e si farà senza e contro la Chiesa romana. Due vittorie per
questa, due insegnamenti per gli altri.
Un carnefice
Il 20 giugno 1859 rimase un punto riferimento per tutta una letteratura
anticlericale (c'è anche un sonetto di Carducci), come rimase nella città una
data sacra, un motivo popolare, una intitolazione di istituti di educazione e
di assistenza, per opera delle amministrazioni laiche dal Risorgimento in poi,
e persino, nelle elezioni, il vessillo di un blocco democratico per impedire
l'elezione del cattolico Boggiano.
Lo stesso fascismo sorse qui non cattolico, in genere.
Per la fortuna e il potere attuale il clericalismo perugino non si è mosso
soltanto per attenuare le tinte polemiche (inevitabilmente accentuate) - e
questo poteva essere un bene - ma per discutere, disgraziatamente, sul termine
di « stragi di Perugia », come se la morte di venti o ventisei cittadini e il
ferimento di molti altri (non escluse le donne) non autorizzi ad usare il
termine di « strage » se non altro relativamente ai mezzi disponibili allora; e
soprattutto si è mosso per affermare che l'atto del Sovrano era legittimo ».
Questo è il punto che non può non distinguerci nettamente dai clericali d'oggi (così adatti a far risorgere l'anticlericalismo): lo Stato pontificio era (a parte la sua pessima amministrazione) uno Stati assoluto, senza la possibilità di una periodica e frequente espressione della volontà popolare; se il 14 giugno 1859 si era costituito senza violenze un potere autonomo, in consonanza con il moto del Risorgimento, come può essere « legittima » la riconquista violenta e sanguinosa?
Era un « ordine » quello di prima, se era un regime assoluto e non
democratico? Pio IX considerava Perugia come un patrimonio, e i liberali-
mazziniani perugini come ladri che glielo rubavano:...« se un padrone di casa
strappasse (ai ladri) la preda e nella colluttazione cadesse qualcuno dei
rapinatori si griderebbe alle stragi?»
Modernismo
Perugia fu un centro del Modernismo cattolico, forse il più compatto.
Qui il Modernismo non fu un'esplorazione intellettuale alla Fogazzaro, o
un'appassionata invocazione di una nuova apologetica alla Buonaiuti ma fu
gruppo di seminaristi e di sacerdoti, con la vicinanza di qualche
intellettuale.
Direttore del Seminario era Umberto Fracassini, una mente non comune, uno
storico del Cristianesimo, di valore, che fu anche incaricato nelle Università
di Napoli e di Firenze ; alla sua scuola un entusiasmio si suscitò nei
discepoli che studiarono intensamente i risultati della critica storica,
l'attribuzione dei libri biblici e particolarmente l'interpretazione
escatologica del messaggio di Gesù, per nulla tendente a fondare un'istituzione
e si armavano degli strumenti filologici necessari, dall'ebraico al tedesco.
Io ho conosciuto alcuni di quei sacerdoti dopo la condanna e la persecuzione che Pio IX fece del Modernismo ; il gruppo perugino in una parte cedette, altri non si piegarono a giurare.
Il Fracassini era in una posizione di duplice religione (così mi parve), una per il popolo e una per chi vede che certi fatti e dogmi hanno un valore semplicemente pratico.
Tra i suoi scolari c'era Don Bruno Paciotti, morto di recente, mente filosofica e filologica colta ed acuta, animo angelico, rimasto e lasciato in disparte: se si pubblicassero i suoi inediti, si vedrebbe quanto era lontano dalle posizioni teologistiche e contro-riformistiche ufficiali.
Ricordo che ad una delle riunioni antifasciste che tenevo nella mia abitazione sotto la torre del Palazzo comunale c'era il Fracassini, e c'era anche Umberto Morra, stato amico a Piero Gobetti e collaboratore di Rivoluzione liberale: mi piaceva che con partecipanti a due movimenti di rinnovamento, il modernista e quello di Gobetti ci ritrovassimo in posizioni strenue di antifascismo.
Quasi tutti gli antifascisti attivi in Italia passavano per Perugia: non posso fare un elenco di nomi perché occuperebbe troppo spazio.
Questa tranquilla città, apparentemente conformista agli occhi delle autorità fu effettivamente un centro di incontri antifascisti: su un piano largo che andava dai liberalsocialisti ai comunisti, rimasti costanti e imperterriti alle botte e al trionfo littorio: ed essi si erano rallegrati al vedere che c’erano anche «professori» che dissentivano e non tutti gli intellettuali erano con i più degli ecclesiasici ad inneggiare alla Provvidenza.
A Perugia fu costituito uno dei primi comitati di rappresentantanti di varie correnti antifasciste (dal democristiano Carlo Vischia all'intrepido mazziniano Alfredo Abatini, dal socialista Gino Spagnesi all'azionista Alberto Apponi e all'indipendente Luigi Catanelli, un operaio che ci fu utilissimo nei collegamenti, ed altri).
Un gruppo coraggioso e ben orientato di giovani sotto i venti anni era già attivo nel contrastare e propagare. Avevamo anche fatto una sezione dell'Istituto di studi filosofici che fu un nido di antifascismo.
Ai successi particolarmente socialisti negli anni susseguenti alla Liberazione (i socialisti ebbero più voti dei comunisti e più voti dei democristiani ) contribuì certamente questo tenace lavoro clandestino (che portò molti di noi in galera), il prestigio della vecchia amministrazione socialista del primo dopoguerra cacciata dagli squadristi, un forte gruppoo di intellettuali che si fecero attivi propagandisti (Walter Binni, ora insegnante di letteratura italiana all'Università di Firenze, che fu anche deputato alla Costituente, ed altri, come Pio Baldelli, Bruno Enei, Averardo Montesperelli ); ma contribuì pure il COS o Centro di orientamento sociale, un'istituzione caratteristica che cominciammo a Perugia pochi giorni dopo la Liberazione (e si diffuse poi nei rioni cittadini, nelle campagne ed altre città): il COS era una riunione pubblica, aperta a tutti, per l'esame di tutti i problemi, presenti le autorità, gli intellettuali, il popolo tra cui molte donne; il lunedì si trattavano i problemi cittadini, il giovedì quelli politici, i programmi dei partiti, i problemi della Costituzione e problemi culturali.
Erano riunioni affollatissime eppure ordinate e nonviolente sebbene a poca distanza dal fascismo: il nostro motto era «ascoltare e parlare», e riuscivamo a far parlare tutti, sebbene spesso trattassimo cose delicate, abusi, ingiustizie. Venivano, accanto a me che presiedevo, il prefetto, il sindaco, il presidente della commissione del mercato, i capi degli enti pubblici, invitati secondo i temi all'ordine del giorno, e il colloquio, le giustificazioni, le critiche, le proposte, erano aperte: si tentava di affermare il principio che fonte e ragione delle autorità pubbliche non sono i « superiori », ma il popolo anonimo.
Cittadine e villaggi di campagna salutarono il COS come la novità portata
dall'antífascismo. Ma dopo una vita di tre anni, e soprattutto dopo il 1948, il
COS cessò: le amministrazioni, anche di sinistra, non lo amavano; i partiti,
anche di sinistra, parve che avessero cose più importanti da fare. A me
sembrava che quella fosse l'unica rivoluzione possibile realmente in Italia:
convocare nelle 25.000 parrocchie italiane periodicamente (con costanza, come
una istituzione, come un'abitudine) il popolo italiano a discutere, a
controllare, a proporre, ad esaminare fatti nazionali ed internazionali:
un'opinione pubblica sempre attenta, pronta, nutrita, alla portata di chi
dispone, per difetto di miliardi, di meno del 10% della stampa periodica.
Le sinistre hanno la maggioranza nell'Umbria, e questo si deve soprattutto al popolo e anche al «classico» istituto della mezzadria, che non coltiva certamente simpatie per i padroni. Dicevano tempo fa alcuni contadini, portando uno stendardo religioso in una processione: «l'anno prossimo lo porteranno i padroni». Così l'Umbria, sebbene unita al Lazio per la sua parte meridionale e alla Roma governativa e vaticana, si collega con la Toscana e l'Emilia. E il governo democristiano sistematicamente (si guardino le proporzioni degli stanziamenti: l'Umbria non ha la « fortuna » di avere ministri suoi!) trascura questa regione, per l'edilizia scolastica, per le strade; per gli acquedotti.
Soldi ne vengono, ma a quegli enti ecclesiastici che giurano di aver avuto ingenti danni di guerra!
Attualmente l’Umbria per la crisi nelle sue campagne e nella montagna, nelle miniere e nell’industria, per la disoccupazione, la sottocupazione e l’ emigrazione, è una zona sottosviluppata.
Un grande aiuto, qui come altrove porterebbe l'istituzione costituzionale
dell'Ente Regione, per il controllo e il possesso delle acque (da cui l'energia
elettrica che, scendendo di prezzo, agevolerebbe le industrie), per un
incremento delle iniziative e delle attrezzature turistiche, per uno sviluppo
dell'istruzione professionale, per uno stimolo a tutta la regione, dove zone e
paeselli illustri languono. Se c'è una regione dove farebbero tutt'uno la
costituzione dell'Ente Regione, la riforma agraria, lo sviluppo della scuola
pubblica in tutti i suoi gradi e dell'istruzione professionale, la diffusione
di un socialismo che non faccia compromessi personalistici, ma erèditi i
compiti della modernizzazione della cultura, della amministrazione, della vita
sociale, questa regione è l'Umbria. E proprio per la sua eredità francescana e
iacoponica.
Perugia è una città di una notevole importanza culturale. Ha una vecchia Università, con quasi tutte le Facoltà (ultima quella di Lettere e Filosofia), ed un istituto che cominciò la sua vita nel 1921, e si chiamò poi Università italiana per gli stranieri (a cui lo Stato dà ben poco): un istituto che ha avuto più di venticinquemila studenti stranieri, veramente di tutte le parti del mondo, ai suoi corsi trimestrali di vario grado, da quello linguistico a quello di tipo liceale ed anche di « alta cultura »; un istituto ben congegnato per la diffusione della lingua italiana e per l'informazione delle cose nostre, antiche e recenti.
Si aggiungano un Museo etrusco-romano e una Pinacoteca ordinati benissimo;
una Sagra musicale umbra in settembre e ottobre, diretta dal perugino Francesco
Siciliani (direttore artistico della Scala), per esecuzioni, e riesumazioni e
novità, di musica religiosa di alto valore; una Società, presieduta da Alba
Buitoni, che tiene concerti settimanali dei più alti che si possano avere, ad
un livello europeo: una cosa preziosa per una città che non è tra le città
maggiori d'Italia, che ha soltanto cinquantamila abitanti, ma è forse la prima,
per nome e spinta di iniziative, tra le città minori. Perugia è una città di
congressi e di incontri.
IL COR
Che la cultura nella città risenta del fatto che le correnti ufficiali,
democristiane e conservatrici, tengano tante posizioni, è indubbio; sebbene,
come dicevo, un certo spirito anticonformista riappaia sempre e non manchino
iniziative di contrasto e di opposizione. Vivace sempre è il laicismo
illuministico, di vecchia tradizione della città, al quale si è aggiunto il
laicismo dei socialisti e dei comunisti; vi sono anche evangelici,
reincarnazionisti libertari e quel COR o Centro di orientamento religioso, che
per essere un luogo di discussioni domenicali di problemi religiosi, di dentro
e di fuori della religione tradizionale, di nonviolenza, di gandhismo, di
religione aperta e per di più in una « Via dei filosofi», non poteva non essere
proibito severamente a tutti i cattolici da un arcivescovo che dicono sia
teologo e discepolo del Santo Uffizio.
Dicevo che la cultura è anche ufficiale, ma non mancano persone, libri, discussioni, che la contrastano. E non manca nemmeno un gruppetto di cattolici giovani, intorno ad un periodico che si intitola Presenza, che vorrebbe essere il più possibile informato ed aperto. Non li conosco tutti, ma posso dire che in alcuni è così vera un'onesta e buona fede dell'animo - unita ad sentire umano e semplice, sobrio - che è molto «umbra», e che è diffusa nei giovani dei vari partiti ed anche eretici di partito (ve ne sono forse più che altrove, per un'insofferenza di ciò che è ufficiale o machiavellico).
Le amministrazioni comunale e provinciale sono, nella città, in mano ai socialisti e comunisti, e molte cose realmente hanno fatto, pur con gl' intralci e le insufficienze di aiuto governativo che si son dette. Non citerò che il Piano regolatore cittadino, di cui stato ed è animatore il giovane ing. Ilvano Rasimelli, assessore all'urbanistica e ai lavori pubblici, e redatto da Zevi, Coppa, Grossi, Zannetti; un piano approvato all'unanimità al Consiglio comunale e riapprovato dopo osservazioni dei cittadini, forse l'unico piano che abbia avuto l'approvazione dell'ordine degl'ingegneri e architetti.
In questa città, che per aver avuto una storia viva anche nei secoli
successivi al Cinquecento e specialmente negli ultimi cento anni, è come una
sintesi dell'antico prevalente in alcune città umbre, come Assisi che la
fronteggia, e del moderno, industriale e commerciale, prevalente in altre come
Foligno e Terni, si vede chiarissimo che il problema della «provincia »
italiana non sta in un risalto da dare al folclore (che è strumento reazionario
per fermare lo sviluppo della coscienza e l'ammodernamento delle classi
popolari), o in un'esclusiva esaltazione di vecchie glorie locali, il problema è di vivere i problemi generali, anche universali e mondiali, con forze locali,
con una sempre più intrinseca collaborazione tra intellettuali e popolo (la
distanza tra i due, fu una delle cause del sorgere del fascismo), e si può dire
che in questo l'Umbria è avanti; questo è forse il suo migliore progresso. Non
si risolvono i problemi umbri della disoccupazione, della scuola, della riforma
agraria, dello sviluppo industriale, del contrasto al prepotere confessionale,
soltanto o principalmente in sede locale, ma inserendosi nelle grandi campagne
nazionali e internazionali. Le rinnovate seduzioni corporative non hanno presa
sulla parte delle moltitudini che sente che è necessario un passo avanti su
quella divisione di classi, e che è inconcepibile che abbiano gli stessi
diritti il capitale e il lavoro prodigato dalle braccia e dalla mente dei
lavoratori.
EST-OVEST
Sarà un'«eresia» questa nel mondo confindustriale - corporativo - clericale,
ma una eresia che difficilmente si potrà strappare dall'animo delle moltitudini
umbre e resisterà e risorgerà, anche se dovesse essere colpita, al cospetto,
dell'indifferenza degli addormentati, dalle soddisfazioni borghesi (che ci sono
anche qui). Ripeto: la maturazione politico-sociale dell'Umbria è
nell'avvicinarsi sempre più alla Toscana e all'Emilia. Con di suo qualche cosa
di particolare: una profonda riluttanza alla guerra. L'Umbria è profondamente
per la pace. Se si risveglia e rafforza il suo senso di autonomie non più
slegate oggi, come nel Medioevo, ma in un tessuto socialista, come contributo
di iniziativa e di controllo, l'Umbria è capace di dare molto. Non per nulla
gli eretici o insoddisfatti degli stessi partiti di massa, non tornano indietro
verso soddisfazioni di tipo industriale-corporativo alla torinese, ma puntano
avanti, a posizioni più profondamente critiche e costruttive, mirando a Danilo
Dolci e ad un più schietto lavoro dal basso, e ne cercano gli strumenti.
Non vorrei dare un'idea soverchiamente ottimista: sono, pochi anche qui, quelli che attualmente vedono lo orizzonte così chiaro. L'Italia è un paese difficile, e l'Umbria è in Italia e la classe dirigente attuale, impedendo riforme incisive, rendendo parziale e tendenzioso l'aggiornamento dei giovani alle vicende degli ultimi quarant'anni (unico avvenimento che le interessa è l'infausta Conciliazione), e favorendo, particolarmente con la radio, la televisione e la stampa, un modo di sentire senza tensione e senza problemi, interessato alle nozze dei principi e pseudonatalizio, ignora, nasconde e contrasta queste posizioni avanzate, questi centri, questi gruppi, che pur potranno, se saranno costanti e se non ci sarà una guerra mondiale, dire molto per l'orientamento generale.
Si sono, tenuti a Perugia, dal '52 in poi, alcuni incontri Occidente-Oriente asiatico, poco affollati in verità, ma significativi: si è visto chiaramente in essi, che solo con un programma socialista e con un'apertura non violenta sarà 'possibile superare il più grande e drammatico antagonismo di domani.
La messe è grande, e c'è da augurarsi che anche l'Italia, anche l’Umbria dia
i suoi mietitori.
ITALIA DOMANI
n. 29 del 19 luglio 1959