LETTERA AI COLLABORATORI DI DANILO DOLCI


 

In occasione di una dissenso sorto fra Danilo Dolci e i suoi giovani collaboratori, Aldo Capitini inviò a loro questa ricca e significativa lettera.La lettera era indirizzata in copia alla signora Maria Comandini Calogero, moglie di Guido Calogero, amici carissimi di Capitini, e ne abbiamo avuto conoscenza grazie alla dott.ssa Maria Criserà, che per una tesi di laurea su Maria Comandini l'ha trovata e ce l'ha gentilmente segnalata.

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Perugia, 4 gennaio 1960,

Cari Amici,

ho ricevuto lettere e circolari sulla questione di Danilo; ho aspettato chiarimenti e incontri, ed è passato del tempo: chiarimenti ne ho avuti pochi, e gli incontri promessi non ci sono stati più; così sono arrivato un po' tardi a scrivere questa lettera con la quale non pretendo di dare un giudizio: troppi elementi mi mancano! Vi mando soltanto alcune osservazioni.

Premetto che, non potendo intervenire al seminario di ottobre a Partinico, avevo mandato un gruppo di pagine ( di cui non ho saputo più nulla ):in esse prospettavo pur da lontano, alcuni suggerimenti. Dicevo in sostanza questo a Danilo: mi sembra che tu debba tendere a rendere la tua opera oggettiva, in strutture che possa continuare anche nell'ipotesi che tu non ci sia; e devi cercare di stabilire un nesso con le popolazioni ( o dialogo ). Consigliavo anche come ciò poteva farsi.

Ecco le mie osservazioni attuali:

1. Davanti ad ogni scissione di forze, io mi domando se è stato fatto tutto dalle due parti per evitarla. Nel caso in questione mi pare che i dissidenti non hanno considerato sufficientemente quanto il nome, l'iniziativa, l'ispìrazione di Danilo fossero impegnati nell'opera discussa, e che Danilo non si sia reso conto, non so se per un residuo di cattolicesimo, quanto poteva imparare dalla compagnia e dai suggerimenti degli altri, certamente ad un alto livello spirituale. Un ulteriore sacrificio, da una parte o dall'altra, magari per un altro anno o due sarebbe stato desiderabile, per lo meno per aspettare il bilancio dell'esperimento dei Centri in cui Danilo si è buttato tutto. Sono quei sacrìfici difficili, ma religiosi che Gandhi e i suoi collaboratori facevano.

2. Io ho sempre creduto e lo dissi anche a Palazzo Taverna, che i due aspetti della denuncia e dell'assistenza dovessero procedere insieme. Cioè ho crìticato la pretesa di costituire aiuole di benessere, magari con enti morali controllati dalle prefetture; mi è parso che il compito di Danilo fosse principalmente di creare una coscienza nei vicini, e anche nei lontani. Se non crea questa coscienza, egli deluderà certamente perché non ci sono comitati che possano dargli mezzi adeguati per far funzionare tutto bene e soddisfare i sogni degli indigenti, i quali debbono capire che ci sono problemi di soluzione generale, che certamente Danilo, anche con cento inchieste, non può risolvere. Come dosare denuncia ed assistenza (parziale) doveva risultare da una larga collaborazione, che purtroppo vedo spezzarsi. Aspettavo di vedere il risultato dell'esperimento dei Centri per sapere se Danilo aveva imbroccato la via giusta, dal basso, del dinamismo dì un ordine migliore assimilato da coscienze singole.

3. Il compito di Danilo, questo compito è il píù arduo che ci possa essere.

In confronto sarebbe estremamente facile predicare e vivere dì elemosine.

I trabocchettì del suo lavoro sono tanti, e forse alcuni sono in lui stesso. che, per il peso della responsabilità e per la posizione davanti al pubblico, oramai di píu paesi, e agli editori, può esser portato a tirar via quando deve trattare casi particolari, o accedere a contattl che gli sembrano superflui. Non fa certo una buona impressione che egli abbia rifiutato le "chiacchiere" o evitato le "accuse" nelle riunioni che potevano superare questa crisi, che è ottimistico chiamare di crescenza, (mi fa pensare a Togliatti; eppure Danilo è tanto altro!), Usare il " noi " e non ascoltare è contradditorio.

Tanto più che Danilo doveva ben capire il carattere del suo lavoro. che non è unitario come la costruzíone di un ponte, per cui ci vuole un progetto solo e una mente: il lavoro dì Danìlo è così vario che doveva accettare ogni aiuto ed ogni integrazione, sia a Trappeto che a Partinico che altrove; chi non è contro di noi, è con noi e tutto può servire; così non c'erano cose che restavano interrotte; doveva essere un paesaggio vario, e lui non doveva intralciare gli altri, ma aggiungere pareri e consigli, e perciò creare quegli organi di confluenza democratica di cui ho parlato nel mio contributo scritto mandato al seminario.

4. Un suscitare e un lasciar fare intelligente e affettuoso, veramente aperto e direi garibaldíno, avrebbe avuto il suo effetto anche sulle popolazioni, che non possono non avvertire la rigidezza della direzione, errata quando più che provvedere a guarire un male (che Danilo non può ) si vuole svegliare una coscienza attenta, informata e collaborante. Non ero del parere che Danilo si mettesse a curare piccole cose, e ad assistere e pulire gruppetti di bambini e di docili disoccupati trasformati in artigiani; capivo che Danilo instaurava un metodo e faceva una critica; validi dappertutto perché non c'è un paese che sia come Danilo vuole. Ma se è il metodo che vale, il modo oome esso viene vissuto e presentato conta moltissimo, e non si possono far tacere i critici dicendo: vedrete i risultati come fa l'autoritarismo sia politico che religioso (" aspettate il Cielo" ). I più favorevoli affezionati, legati a Danílo, sono in una posizione non bella, perché le critiche degli ex-collaboratori concernono il metodo. nel quale Danílo, costasse quel che costasse, doveva essere irreprensibile.

Sono molto pia anziano di Danílo, e posso permettermi di dir questo, tanto più che, se avessi potuto, avrei bloccato per un ulteríore periodo tutti i dissidenti, supplicandoli di far bene loro anche se, e quando, lui faveva meno bene.

Allo stato attuale, io vorrei raccomandare i dissidenti di collocare il loro lavoro non lontano dalla zona dove lavora Danilo ma di stargli a lato, anche se autonomi; questo perché attenuata sia la ripercussione della scissione e poi perché un giorno, fatte le esperienze (siete tutti molto giovani ), sia possibile la riunifícazione.

Aff.mo Aldo Capitinì.

La lettera si trova in ACS
Archivio di Maria Comandini Calogero
Busta b1
lettera di Capitini
Autorizzazione alla pubblicazione N.476/04