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ASSOCIAZIONE NAZIONALE AMICI DI ALDO CAPITINI


Associazione nazionale Amici di Aldo Capitini, via Ulisse Rocchi, 3, 06100, Perugia



Prima pagina











Capitini alla prima Marcia per la pace del 1961


 


L'esperienza dei C.O.S. nella trasformazione della democrazia

di VALDO SPINI

Io non sono qualificato come altri a parlare di Aldo Capitini ma ho accolto molto volentieri questo invito perché per me Aldo Capitini divenne un po' un mito da ragazzo, in casa di Walter Binni, che è stato qui ricordato, professore di letteratura italiana, umbro, e deputato nel 1946, cosa che non molti spesso ricordano, deputato socialista nel 1946.

Fu anzi in casa di Binni a Firenze che, quando avevamo 15 anni, partecipammo ad uno dei centri creati da Capitini nell'ultima parte della vita: cioè il Centro per la Nonviolenza.

Oggi, giustamente, si ricordano i COS, a cui seguirono i COR (Centro Orientamento Religioso), poi il Centro per la Nonviolenza e, infine, la Società Vegetariana a cui onestamente non ho partecipato. Invece partecipammo al Centro per la Nonviolenza. Esso diventò un'aggregazione per ragazzi sui 15-16 anni, ragazzi e ragazze, da cui poi scaturì un'idea un po' diversa, ma non contraddittoria, cioè l'associazione Nuova Resistenza, animata, poi, da Alberto Scandone, purtroppo prematuramente scomparso e che rappresentò un'esperienza abbastanza unica di collaborazione tra studenti medi di vari partiti e di varie tendenze ma accomunate (in quel momento c'era una forte presenza neofascista nei licei) dall'idea di resistere a questa presenza e di tentare una azione di informazione e di propaganda di tipo diverso. Capitini l'ho visto una volta ad una delle commemorazioni (non mi ricordo se di Salvemini e dei fratelli Rosselli), ed ho stampato negli occhi il saluto cordiale fra lui e Carlo Ludovico Ragghianti, l'incontro appunto fra gli ex normalisti. Perché certamente l'esperienza che segna particolarmente Capitini è proprio l'esperienza della Normale di Pisa dove si sottrae alle celebrazioni, alla mistica del fascismo imperante, e forma il suo antifascismo in contatto con molti giovani dell'epoca, fra cui appunto Carlo Ludovico Ragghianti. Come è noto Capitini diventa nel 1929 segretario della Normale di Pisa ma per non aver voluto iscriversi al Partito Fascista e per il suo antifascismo aperto, dichiarato, un anno dopo viene licenziato. Mentre nel 1942 verrà arrestato a Firenze, insieme agli altri liberai-socialisti, e patirà il carcere.

E’ interessante vedere come i compagni di strada di Capitini in questo periodo, siano liberali o liberal-socialisti. "Gli elementi di un'esperienza religiosa" del '37 è stampato da Laterza per presentazione di Benedetto Croce, a cui a sua volta Capitini viene presentato da Luigi Russo. E interessante questo dato così come è interessante poi il sodalizio con Guido Calogero (che credo dati, più o meno, dal 1936) anzi questo porta ad organizzare il Convegno di Assisi dei liberal-socialisti del 1940. Ma quando i liberal-socialisti, sulla base dei due manifesti, stanno per diventare partito (partito d'azione, in quel caso, si riprende il.vecchio nome) ecco che Capitini si tira indietro perché l'idea dei partito non gli va nemmeno nel caso di un movimento a cui aveva partecipato. Ed ecco poi perché, (e qui si arriva ai COS, nel dopoguerra) nel '44 fonda i COS, non tanto un partito ma dei Centri di Orientamento Sociale, dei centri pedagogici.

Di passaggio, da fiorentino, voglio ricordare che il COS forse più brillante è quello di Firenze, animato da un personaggio particolare (per il quale rinvio ad un libro abbastanza bello di Giulio Cattaneo, "L'uomo della novità"), un predicatore che si chiamava Ferdinando Tartaglia, che ebbe un gran successo in quel periodo, successo poi effimero perché l'uomo è vissuto a lungo ma dimenticato.

Direi che le conferenze di Tartaglia e le sue iniziative di quel periodo erano partecipatissime e hanno avuto un particolare significato di riscoperta di certi filoni della democrazia. Certamente Capitini ha questi compagni di strada, però ha un elemento che lo contraddistingue, cioè la vocazione e la sua scelta religiosa, vissuta molto come fatto etico, individuale, non in modo dogmatico o non come risoluzione di un rapporto metafisico. E qui c'è un primo elemento di attualità; l'attualità di una biografia di un italiano esemplare come Capitini è nell'avere avuto nettissima (credo fin dall'inizio, ma per tutta la vita), la sensazione molto precisa che uno dei problemi principali italiani, se non il principale, era quello di una coscienza morale, della fibra morale di questo Paese.

Da questo punto di vista Capitini è del tutto attuale. Tanto è vero che il motivo per cui tutta la vita farà qualcosa di "prepolitìco" cioè di pedagogico, di orientamento, di animazione del dibattito, è proprio questo: lui non si accontenta di una scelta di politica, che pure poteva fare, ma sente acutissimo il bisogno di dedicarsi alla fase di orientamento delle coscienze.

Naturalmente dopo la cacciata da Pisa percorre l'Italia per animare riunioni antifasciste. Ed è sintomatico il nucleo di valori che in queste riunioni egli sottolinea: la libertà, la religiosità, la nonviolenza e la lotta contro la menzogna, tipici appunto della sua figura, della sua personalità.

L'interesse per una figura così moderna si spiega col fatto che negli anni '60 egli è l'animatore in Italia del movimento, molto diffuso nei paesi anglosassoni, che promuove le marce per la pace, la nonviolenza tradotta in atteggiamento di disarmo atomico di fronte alla corsa agli armamenti che si verificava ad est-ovest, e, quindi, la marcia per la pace di Perugia-Assisi. Anche qui poteva sembrare un uomo contro tendenza, ma in realtà legava in questo modo una parte della Repubblica Italiana a movimenti consimili, che erano in corso sul piano internazionale, agendo da stimolo dal punto di vista di carattere etico e morale. Non era mosso dall'idea di favorire un blocco contro un altro o di dire teniamo ferma la mano di uno perché la mano dell'altro picchi di più (c'era anche chi faceva così, ma l'intendimento, l'ideale di Capitini era invece un altro, cioè una nonviolenza radicale, vissuta, coerente, e quindi applicata al problema della minaccia dello sterminio atomico della nonviolenza e della pace. Per questo le marce della pace Perugia-Assisi, sono diventate fondamentali.

Avrà influito il vostro ambiente, questa torre campanaria, quest'Umbria, nel far maturare un personaggio del genere? Forse si.

Con il professor Ferrarotti ci siamo anche permessi una piccola passeggiata e devo dire abbiamo visto questi luoghi, questa compenetrazione di elementi architettonici e naturali. Effettivamente per uno che li sa vivere e li sa capire, può darsi che abbiano anche dato una scintilla ad una formazione di questo genere. In ogni caso è una cosa di cui ci congratuliamo con voi; è vero, questi sono ambienti che portano, a volte, ad una particolare riflessione e quindi voi dovete essere orgogliosi di avere dato la nascita ad un cittadino di questo genere.

Capitini ha sempre rifiutato di trovare protezione e, in qualche modo, garanzie nell'intrupparsi politicamente, anche se non si era troppo convinti.

Di Capitini è questo l'elemento democratico: cioè che non vi può essere scelta politica, aggregazione politica se queste non sono precedute da educazione e da pedagogia.

Questo grande filone che Ferrarotti ha avuto la nobiltà di ricordare come laburista, tipico appunto di un socialismo vissuto come fede etica e al limite della fede religiosa, e non come momento strettamente economicistico: quindi un socialismo pervaso di elementi etici, un socialismo liberale, non marxista nel senso scientifico del termine.

Mi sembrano elementi di estrema attualità, che spiegano quest'antifascismo, e spiegano perché l'antifascismo è stato così vissuto: perché non vi poteva essere adesione ad una serie di valori di sopraffazione, di forza, di successo e così via, che Capitini dal punto di vista della sua coscienza non poteva che rifiutare: scelte contro le quali doveva contrapporsi, però in modo nonvioiento, in modo pacifico, in modo pedagogico.

Certamente un personaggio del genere si sarebbe opposto allo stesso modo anche ad un fenomeno diverso; quello dei rampantismo. Vi immaginate voi un Capitini di fronte al fenomeno della volontà di affermazione sociale moderna: sicuramente avrebbe esercitato la sua critica, la sua opposizione. Ma oggi l'altro elemento di grande attualità (che Ferrarotti mi sembra ci voleva additare e segnalare), è proprio questo; noi abbiamo vissuto una democrazia che non solo era scelta fra le ipotesi che ci venivano presentate ma era anche una grande esperienza umana, attraverso le formazioni politiche, in Italia così grandi, così partecipate.

In genere conviene guardare quello che avviene in altri Paesi. Abbiamo trascurato di guardare la trasformazione della democrazia, della vita politica negli Stati Uniti ed oggi ci troviamo di fronte, in Italia al fatto che questa nostra faticosa vita politica ma comunque democratica viene spazzata via da due fattori; in primo luogo il rapporto diretto con la televisione (che tante volte sostituisce il rapporto diretto della discussione, dei dibattito politico) e, dall'altro lato, la caduta delle ideologie, da noi particolarmente fragorosa (perché i partiti non hanno capito che cadevano) e con un altro significato: la lotta ideologica nel nostro Paese faceva sì che i partiti fossero delle realtà in qualche modo sacramentali. Insomma se uno lotta per il socialismo o se lotta per i valori della civiltà occidentale o per il cattolicesimo, o per il comunismo non gli vai a chiedere un bilancio! E’ una cosa troppo meschina rispetto alla grandezza della posta in gioco, non gli chiedi che questo bilancio sia trasparente, o che si sappia davvero come si finanziano i funzionari, o così via.

La caduta delle ideologie ha reso in qualche modo il re nudo, quindi tutti dicono: "Scusate, ma chi siete, come vi approvvigionate" e quindi questo è l'elemento di caduta.

Di qui certamente il grande pericolo per la democrazia in questo momento è che la caduta di questi fenomeni di partecipazione agevolino l'affermarsi di forme di videocrazia, di forme di democrazia di fatto guidata e squilibrata a seconda dei possesso dei mass-media o dei video. Non c'è dubbio che questo è un punto estremamente presente: ma nessun video, nessuna televisione sostituirà mai l'elemento di dialogo, il quale non sarà mai dei tutto sostituibile dall'ascolto di qualcuno che in video, magari a molta gente, potrebbe fare un discorso più diffuso. Se però questo è vero allora, siccome non si può più automaticamente contare su certi fenomeni di partecipazione, la volontà di ricercare nuovamente l'elemento pedagogico, l'elemento dei valori, i valori in cima ad ogni scelta e partecipazione politica, che Capitini dal suo punto di vista, dal suo ideale, ha testimoniato, penso sia di una grandissima validità. O ritroviamo questo oppure vedremo deperire a poco a poco, le forme politiche a cui siamo abituati, le vedremo afflosciare, non le vedremo più valide come prima.

Quindi direi che nel caso di Capitini certamente si rilegge una pagina di storia; non si può capire Capitini senza il fascismo e senza l'antifascismo.

Però non è nemmeno una pagina che si può semplicemente archiviare dicendo "è stato bravo nel suo periodo storico, rallegramenti, auguri, adesso si passa all'ordine del giorno" e si passa ad un altro tipo di atteggiamento.

Credo che, collocato Capitini nel suo specifico storico, vi siano dei punti, degli elementi, dei valori estremamente attuali che vale la pena di vivere.

Con questo non significa accettarli acriticamente. Una parte dell'attività dei centro nonviolento era la lettura pubblica di alcuni capitoli delle opere di Capitini: io ricordo quando leggevamo questi capitoli (una parte può sembrare ingenua, in una parte poi ci stufavamo anche un po', devo dire); Voi pensate, noi avevamo 14-15 anni, ad un certo punto un po' uno ascolta poi gli viene voglia anche di fare qualche altra cosa, ma tutto era interessante, e ricordo si accendevano delle discussioni "ma il potere è di tutti, o il potere è delegato, è di qualcuno che lo esercita nelle funzioni, nell'interesse".

Quindi non significa certamente pensare che Capitini abbia voluto esprimere metodi o azioni che sono immediatamente praticabili in partiti o in politica, perché lui non ha voluto fare questo. Direi che il suo metodo abbia detto "Guardate, attenzione, la dimensione importante è questa, la dimensione di un'educazione morale, civile, religiosa senza la quale non si costruisce scelta politica, non si costruisce azione politica, non si costruisce azione di un partito politico". E quindi nonviolenza significa pace e pensate cosa vuol dire oggi, in questo mondo. Pensate che oggi, per esempio, per il nostro Paese sembra molto difficile ritrovare un'idea di politica estera. Sì, a seconda di come decidevamo noi sugli euromissili, sull'armamento nucleare, eravamo corteggiati da una parte e dall'altra e le scelte italiane erano importanti. Oggi le scelte di politica estera italiana, per esempio, non sono più significative, non sono più importanti, potrebbero tornare ad esserlo solo se veramente si riappoggiassero nuovamente su prese di coscienza ideale e morali nei confronti di grandi squilibri dei mondo in cui viviamo. Io trovo scandaloso che vi siano delle forze politiche che prima cerchino i voti della gente già stufa di vedere girare venditori ambulanti e cose di questo genere, e poi vanno al Cairo, alla Conferenza Mondiale della Popolazione, a negare che esista un problema di rapporto popolazione sviluppo. Perché questa è la situazione del nostro Paese: c'è chi va a caccia di voti sollevando le reazioni della gente contro gli immigrati e poi si schiera alla Conferenza Mondiale dicendo che il problema della pressione di massa, diseredati, ecc., non esiste e questa è una profonda ipocrisia, questo è un modo sbagliato di affrontare i problemi. Ma se la nostra stessa presenza internazionale (qui parlo da politico) volesse ritrovare una dimensione di influenza non potrebbe prescindere dal collaborare a risolvere una serie di problemi di pace, di convivenza e di rapporti nel mondo, che non possa non avere una radice di carattere etico, una radice di presa di coscienza di carattere collettivo; anche questo credo sia un punto importante altrimenti cosa siamo? Siamo certamente un Paese che oggi è sulla prima pagina dell'Herald Tribune, ma c'é in un modo tremendo, perché lì si dice siamo un Paese che non riesce a gestire la sua sanità per colpa delle frodi, per colpa dell'inesperienza e dell'impreparazione.

Allora, perché Capitini non può essere una delle figure a cui si guarda per ricostruire? E certo, io sono lieto di ricordare Capitini come uno degli autori, con Calogero, del manifesto dei liberal-socialismo, cioè della volontà di coniugare questi grandi ideali di libertà, di giustizia, di solidarietà, con la sua specificità che era appunto religiosa, il che non significò che un Croce non lo prendesse sul serio o non chiedesse di pubblicare il suo libro, di dargli il primo avvio, la prima spinta per la sua presenza culturale nell'italia di oggi.

In più, anche l'esperienza religiosa oggi ha una certa attualità; noi abbiamo vissuto un periodo un cui il credente (in particolare nei partiti, negli schieramenti di sinistra) era anche coccolato, vezzeggiato, qualche volta anche candidato (perché c'é anche chi si candida perché è credente).

Però, diciamo la verità, tutto sommato quale è stata la considerazione? Tanto bravo, però la sua capacità critica è arrivata fino ad un certo punto, cioè non è riuscito veramente a capire fino in fondo che la fede insomma, sì, è cosa bella ma alla fine non regge un ragionamento di carattere scientifico.

Anche qui c'è un altro elemento di attualità: la caduta dei marxismo, cioè quella scientificità di una previsione dell'evoluzione sociale ed economica, ha fatto si che l'elemento dei valori, e quindi anche di una spinta di carattere etico e religiosa, mi sembra che in questo momento sia visto a livello realmente paritario, o più paritario (c'è anche chi non riesce a spogliarsi di queste cose); ma sia visto a livello più paritario nella vita politica, uscendo appunto da questo dato, che era di vezzeggiamento, qualche volta anche di qualche premio Guideldone, ma, tutto sommato, di considerare il religioso come qualcuno che non era riuscito ad arrivare all'estremo di una ragione critica che doveva ad un certo punto portare a considerare la fede una sovrastruttura, un qualche cosa di arretrato, di cui bisognava, alla fine, liberarsi.

Anche qui credo che sia profondamente valida l'esperienza Capitiniana perché noi abbiamo visto che gli ideali religiosi, per esempio, sono una delle spinte più positive dei mondo di oggi: penso all'esperienza dei volontariato.

Secondo me Capitini è un chiaro precursore di esperienze di questo genere che fanno sperare bene, per la società e per la democrazia italiana, perché (dette tante cose che vanno dette in senso negativo), l'avere centinaia di migliaia di giovani che sono capaci di una spinta ideale, che vogliono fare concretamente qualcosa nel sociale per gli altri, non mi sembra una cosa da buttar via, è un grosso tesoro per il nostro Paese e direi che anche qui, proprio per il suo atteggiamento pedagogico, spontaneo Capitini può essere come un maestro da non dimenticare.

Detto questo certamente non possiamo annetterci Capitini, nessuno si può annettere Capitini, sarebbe un'operazione sbagliata.

Nessuno credo che si debba annettere un uomo così originale. Però considerarlo maestro, considerarlo un punto di riferimento questo lo si può fare, cioè farlo parlare ancora oggi, non farlo dimenticare.

E farlo parlare ancora oggi in un momento in cui ci sono molti ideali effimeri, in cui vi sono tante superficialità, vi è una corsa alle affermazioni che si rivelano poi costruite sulla sabbia (pensate in questo periodo storico tutte queste carriere politiche rovinate nel giro di due anni), sono elementi, diciamo così, molto precisi e molto chiari di come bisogna guardare ai valori fondamentali.

E naturalmente nel momento in cui si cerca questa pedagogia e questa capacità di vivere insieme, non può non scattare la solidarietà sociale: per quanto l'elemento religioso in Capitini avesse un forte accento individualistico, era poi un'assunzione di responsabilità sociale nei confronti della società. Quindi direi senza dubbio, proprio nel mondo in cui oggi stiamo vivendo, Capitini deve essere nuovamente studiato, guardato e attirato anche all'attenzione dei giovani, l'attenzione sulla sua biografia esemplare perché, storicamente lo si può dire, fare le scelte che ha fatto lui non è stato affatto facile. Egli le ha fatte solo perché ispirato da dei principi solidissimi, saldissimi, che lo hanno orientato per tutta la vita. D'altro canto non c'è scampo in queste cose, uno ha dei principi che lo orientano ed allora ha una certa solidità, certo, pagante anche dei prezzi, oppure se li gioca secondo l'opportunità un po' ai dadi; a volte gli va bene ma gli può anche andare molto male, comunque e soprattutto non riesce a scrivere una pagina che veramente venga ricordata e che possa servire anche a quelli che sono venuti dopo di lui.

E quindi il ricordo della figura di quest'uomo, di questo filosofo, pedagogista, scrittore, politico, che parte da questa torre campanaria del campanile della città di Perugia e che descrive questo arco temporale e questa vita in un'Italia così in crisi, priva di coscienza morale, penso che sia assolutamente un dato importante.

Ha scritto Piero Gobetti che uno dei problemi dei mancato senso dello stato, fibra morale dei nostro Paese, è stata la mancata riforma del nostro Paese. Questo può essere accettato o discusso.

Certamente Capitini dal punto di vista della riforma religiosa aveva pienamente assunto questo, e quindi era un cittadino vero, un cittadino dotato di grande sensibilità civile; ecco perché penso che i suoi libri, le sue opere possano valer la pena di una riscoperta e di una capacità di poter essere nuovamente svelati ai giovani; perché, probabilmente, se avessimo avuto un'educazione più forte, un messaggio più motivato, certamente tanti sconcerti, tante dispersioni, tanti disorientamenti oggi non si sarebbero verificati.

Perché questo Paese questa forza morale ce l'ha: in fondo è giusto, si può anche dire "non erano in tanti" a Pisa i Capitini, perché c'era anche chi a Pisa si nascose, in qualche modo tirò avanti per non farsi buttar fuori; non erano tantissimi però li abbiamo avuti, abbiamo avuto delle coscienze limpide, dei combattenti sia violenti che nonviolenti, in questo caso nonviolenti, coraggiosi, leali e fedeli e questo è un grande elemento della coscienza dei nostro Paese.

Quando, a volte, si vuol liquidare il nostro Paese ingiustamente, dobbiamo ricordare questa pagina come una pagina importante. E qui chiudo veramente con un elemento di attualità credo molto bruciante. Qualcuno in fondo oggi cerca di chiudere la pagina dell'antifascismo dicendo "ma insomma, il fascismo era un fenomeno di debolezza del nostro Paese, forse era un modo quasi inevitabile di dover risponderc.alla debolezza dei nostro Paese"; quanto poi all'antifascismo e alla sua parte militante di Resistenza, viene fatto girare questo discorso: perché non sono stati ad aspettare l'arrivo degli alleati senza rompere tanto le scatole? Ebbene, ricordiamocelo, la Germania è stata divisa fino a pochi anni fa, l'Austria è stata occupata fino al '55, noi stessi siamo stati ammessi all'O.N.U. soltanto negli anni '50, lo stesso Trattato di Pace verso di noi non fu dei tutto favorevole, fu anzi un Trattato di Pace per molti versi duro. Pensate se non avessimo avuto l'antifascismo e la Resistenza, come ci saremmo presentati nel 1945 al concerto dei popoli liberi e delle grandi democrazie. E allora a chi vuole oggi chiudere questa pagina in modo molto facilone noi rispondiamo con un argomento di storia nazionale: se non ci fosse stato questo filone ideale antifascista il rispetto e la considerazione dei nostro Paese non sarebbe stata possibile neppure in quelle forme parziali che oggi abbiamo avuto.

Ecco allora perché noi dobbiamo inchinarci alla memoria di Aldo Capitini e di altri, proprio per dire che ci hanno dato l'orgoglio di essere italiani, di non disperare del nostro Paese, della sua capacità democratica, della sua capacità di iniziativa. Questo è il motivo per cui sono venuto qui, per rendere omaggio alla memoria di Aldo Capitini e per rappresentare un po' quelli, che naturalmente non l'hanno quasi conosciuto (appunto io ho parlato di un incontro molto fuggevole), ma quelli che lo vogliono conoscere negli scritti, nelle opere e nelle azioni e soprattutto non lo vogliono dimenticare.










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