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L'esperienza dei C.O.S. nella
trasformazione della democrazia
di
VALDO SPINI
Io non sono qualificato
come altri a parlare di Aldo Capitini ma ho accolto molto
volentieri questo invito perché per me Aldo Capitini
divenne un po' un mito da ragazzo, in casa di Walter
Binni, che è stato qui ricordato, professore di
letteratura italiana, umbro, e deputato nel 1946, cosa
che non molti spesso ricordano, deputato socialista nel
1946.
Fu anzi in casa di Binni a
Firenze che, quando avevamo 15 anni, partecipammo ad uno
dei centri creati da Capitini nell'ultima parte della
vita: cioè il Centro per la Nonviolenza.
Oggi, giustamente, si
ricordano i COS, a cui seguirono i COR (Centro
Orientamento Religioso), poi il Centro per la Nonviolenza
e, infine, la Società Vegetariana a cui onestamente non
ho partecipato. Invece partecipammo al Centro per la
Nonviolenza. Esso diventò un'aggregazione per ragazzi
sui 15-16 anni, ragazzi e ragazze, da cui poi scaturì
un'idea un po' diversa, ma non contraddittoria, cioè
l'associazione Nuova Resistenza, animata, poi, da Alberto
Scandone, purtroppo prematuramente scomparso e che
rappresentò un'esperienza abbastanza unica di
collaborazione tra studenti medi di vari partiti e di
varie tendenze ma accomunate (in quel momento c'era una
forte presenza neofascista nei licei) dall'idea di
resistere a questa presenza e di tentare una azione di
informazione e di propaganda di tipo diverso. Capitini
l'ho visto una volta ad una delle commemorazioni (non mi
ricordo se di Salvemini e dei fratelli Rosselli), ed ho
stampato negli occhi il saluto cordiale fra lui e Carlo
Ludovico Ragghianti, l'incontro appunto fra gli ex
normalisti. Perché certamente l'esperienza che segna
particolarmente Capitini è proprio l'esperienza della
Normale di Pisa dove si sottrae alle celebrazioni, alla
mistica del fascismo imperante, e forma il suo
antifascismo in contatto con molti giovani dell'epoca,
fra cui appunto Carlo Ludovico Ragghianti. Come è noto
Capitini diventa nel 1929 segretario della Normale di
Pisa ma per non aver voluto iscriversi al Partito
Fascista e per il suo antifascismo aperto, dichiarato, un
anno dopo viene licenziato. Mentre nel 1942 verrà
arrestato a Firenze, insieme agli altri
liberai-socialisti, e patirà il carcere.
E interessante
vedere come i compagni di strada di Capitini in questo
periodo, siano liberali o liberal-socialisti. "Gli
elementi di un'esperienza religiosa" del '37 è
stampato da Laterza per presentazione di Benedetto Croce,
a cui a sua volta Capitini viene presentato da Luigi
Russo. E interessante questo dato così come è
interessante poi il sodalizio con Guido Calogero (che
credo dati, più o meno, dal 1936) anzi questo porta ad
organizzare il Convegno di Assisi dei liberal-socialisti
del 1940. Ma quando i liberal-socialisti, sulla base dei
due manifesti, stanno per diventare partito (partito
d'azione, in quel caso, si riprende il.vecchio nome) ecco
che Capitini si tira indietro perché l'idea dei partito
non gli va nemmeno nel caso di un movimento a cui aveva
partecipato. Ed ecco poi perché, (e qui si arriva ai
COS, nel dopoguerra) nel '44 fonda i COS, non tanto un
partito ma dei Centri di Orientamento Sociale, dei centri
pedagogici.
Di passaggio, da
fiorentino, voglio ricordare che il COS forse più
brillante è quello di Firenze, animato da un personaggio
particolare (per il quale rinvio ad un libro abbastanza
bello di Giulio Cattaneo, "L'uomo della
novità"), un predicatore che si chiamava Ferdinando
Tartaglia, che ebbe un gran successo in quel periodo,
successo poi effimero perché l'uomo è vissuto a lungo
ma dimenticato.
Direi che le conferenze di
Tartaglia e le sue iniziative di quel periodo erano
partecipatissime e hanno avuto un particolare significato
di riscoperta di certi filoni della democrazia.
Certamente Capitini ha questi compagni di strada, però
ha un elemento che lo contraddistingue, cioè la
vocazione e la sua scelta religiosa, vissuta molto come
fatto etico, individuale, non in modo dogmatico o non
come risoluzione di un rapporto metafisico. E qui c'è un
primo elemento di attualità; l'attualità di una
biografia di un italiano esemplare come Capitini è
nell'avere avuto nettissima (credo fin dall'inizio, ma
per tutta la vita), la sensazione molto precisa che uno
dei problemi principali italiani, se non il principale,
era quello di una coscienza morale, della fibra morale di
questo Paese.
Da questo punto di vista
Capitini è del tutto attuale. Tanto è vero che il
motivo per cui tutta la vita farà qualcosa di
"prepolitìco" cioè di pedagogico, di
orientamento, di animazione del dibattito, è proprio
questo: lui non si accontenta di una scelta di politica,
che pure poteva fare, ma sente acutissimo il bisogno di
dedicarsi alla fase di orientamento delle coscienze.
Naturalmente dopo la
cacciata da Pisa percorre l'Italia per animare riunioni
antifasciste. Ed è sintomatico il nucleo di valori che
in queste riunioni egli sottolinea: la libertà, la
religiosità, la nonviolenza e la lotta contro la
menzogna, tipici appunto della sua figura, della sua
personalità.
L'interesse per una figura
così moderna si spiega col fatto che negli anni '60 egli
è l'animatore in Italia del movimento, molto diffuso nei
paesi anglosassoni, che promuove le marce per la pace, la
nonviolenza tradotta in atteggiamento di disarmo atomico
di fronte alla corsa agli armamenti che si verificava ad
est-ovest, e, quindi, la marcia per la pace di
Perugia-Assisi. Anche qui poteva sembrare un uomo contro
tendenza, ma in realtà legava in questo modo una parte
della Repubblica Italiana a movimenti consimili, che
erano in corso sul piano internazionale, agendo da
stimolo dal punto di vista di carattere etico e morale.
Non era mosso dall'idea di favorire un blocco contro un
altro o di dire teniamo ferma la mano di uno perché la
mano dell'altro picchi di più (c'era anche chi faceva
così, ma l'intendimento, l'ideale di Capitini era invece
un altro, cioè una nonviolenza radicale, vissuta,
coerente, e quindi applicata al problema della minaccia
dello sterminio atomico della nonviolenza e della pace.
Per questo le marce della pace Perugia-Assisi, sono
diventate fondamentali.
Avrà influito il vostro
ambiente, questa torre campanaria, quest'Umbria, nel far
maturare un personaggio del genere? Forse si.
Con il professor
Ferrarotti ci siamo anche permessi una piccola
passeggiata e devo dire abbiamo visto questi luoghi,
questa compenetrazione di elementi architettonici e
naturali. Effettivamente per uno che li sa vivere e li sa
capire, può darsi che abbiano anche dato una scintilla
ad una formazione di questo genere. In ogni caso è una
cosa di cui ci congratuliamo con voi; è vero, questi
sono ambienti che portano, a volte, ad una particolare
riflessione e quindi voi dovete essere orgogliosi di
avere dato la nascita ad un cittadino di questo genere.
Capitini ha sempre
rifiutato di trovare protezione e, in qualche modo,
garanzie nell'intrupparsi politicamente, anche se non si
era troppo convinti.
Di Capitini è questo
l'elemento democratico: cioè che non vi può
essere scelta politica, aggregazione politica se queste
non sono precedute da educazione e da pedagogia.
Questo grande filone che
Ferrarotti ha avuto la nobiltà di ricordare come
laburista, tipico appunto di un socialismo vissuto come
fede etica e al limite della fede religiosa, e non come
momento strettamente economicistico: quindi un socialismo
pervaso di elementi etici, un socialismo liberale, non
marxista nel senso scientifico del termine.
Mi sembrano elementi di
estrema attualità, che spiegano quest'antifascismo, e
spiegano perché l'antifascismo è stato così vissuto:
perché non vi poteva essere adesione ad una serie di
valori di sopraffazione, di forza, di successo e così
via, che Capitini dal punto di vista della sua coscienza
non poteva che rifiutare: scelte contro le quali doveva
contrapporsi, però in modo nonvioiento, in modo
pacifico, in modo pedagogico.
Certamente un personaggio
del genere si sarebbe opposto allo stesso modo anche ad
un fenomeno diverso; quello dei rampantismo. Vi
immaginate voi un Capitini di fronte al fenomeno della
volontà di affermazione sociale moderna: sicuramente
avrebbe esercitato la sua critica, la sua opposizione. Ma
oggi l'altro elemento di grande attualità (che
Ferrarotti mi sembra ci voleva additare e segnalare), è
proprio questo; noi abbiamo vissuto una democrazia che
non solo era scelta fra le ipotesi che ci venivano
presentate ma era anche una grande esperienza umana,
attraverso le formazioni politiche, in Italia così
grandi, così partecipate.
In genere conviene
guardare quello che avviene in altri Paesi. Abbiamo
trascurato di guardare la trasformazione della
democrazia, della vita politica negli Stati Uniti ed oggi
ci troviamo di fronte, in Italia al fatto che questa
nostra faticosa vita politica ma comunque democratica
viene spazzata via da due fattori; in primo luogo il
rapporto diretto con la televisione (che tante volte
sostituisce il rapporto diretto della discussione, dei
dibattito politico) e, dall'altro lato, la caduta delle
ideologie, da noi particolarmente fragorosa (perché i
partiti non hanno capito che cadevano) e con un altro
significato: la lotta ideologica nel nostro Paese faceva
sì che i partiti fossero delle realtà in qualche modo
sacramentali. Insomma se uno lotta per il socialismo o se
lotta per i valori della civiltà occidentale o per il
cattolicesimo, o per il comunismo non gli vai a
chiedere un bilancio! E una cosa troppo meschina
rispetto alla grandezza della posta in gioco, non gli
chiedi che questo bilancio sia trasparente, o che si
sappia davvero come si finanziano i funzionari, o così
via.
La caduta delle ideologie
ha reso in qualche modo il re nudo, quindi tutti dicono:
"Scusate, ma chi siete, come vi
approvvigionate" e quindi questo è l'elemento di
caduta.
Di qui certamente il
grande pericolo per la democrazia in questo momento è
che la caduta di questi fenomeni di partecipazione
agevolino l'affermarsi di forme di videocrazia, di forme
di democrazia di fatto guidata e squilibrata a seconda
dei possesso dei mass-media o dei video. Non c'è dubbio
che questo è un punto estremamente presente: ma nessun
video, nessuna televisione sostituirà mai l'elemento di
dialogo, il quale non sarà mai dei tutto sostituibile
dall'ascolto di qualcuno che in video, magari a molta
gente, potrebbe fare un discorso più diffuso. Se però
questo è vero allora, siccome non si può più
automaticamente contare su certi fenomeni di
partecipazione, la volontà di ricercare nuovamente
l'elemento pedagogico, l'elemento dei valori, i valori in
cima ad ogni scelta e partecipazione politica, che
Capitini dal suo punto di vista, dal suo ideale, ha
testimoniato, penso sia di una grandissima validità. O
ritroviamo questo oppure vedremo deperire a poco a poco,
le forme politiche a cui siamo abituati, le vedremo
afflosciare, non le vedremo più valide come prima.
Quindi direi che nel caso
di Capitini certamente si rilegge una pagina di storia;
non si può capire Capitini senza il fascismo e senza
l'antifascismo.
Però non è nemmeno una
pagina che si può semplicemente archiviare dicendo
"è stato bravo nel suo periodo storico,
rallegramenti, auguri, adesso si passa all'ordine del
giorno" e si passa ad un altro tipo di
atteggiamento.
Credo che, collocato
Capitini nel suo specifico storico, vi siano dei punti,
degli elementi, dei valori estremamente attuali che vale
la pena di vivere.
Con questo non significa
accettarli acriticamente. Una parte dell'attività dei
centro nonviolento era la lettura pubblica di alcuni
capitoli delle opere di Capitini: io ricordo quando
leggevamo questi capitoli (una parte può sembrare
ingenua, in una parte poi ci stufavamo anche un po', devo
dire); Voi pensate, noi avevamo 14-15 anni, ad un certo
punto un po' uno ascolta poi gli viene voglia anche di
fare qualche altra cosa, ma tutto era interessante, e
ricordo si accendevano delle discussioni "ma il
potere è di tutti, o il potere è delegato, è di
qualcuno che lo esercita nelle funzioni,
nell'interesse".
Quindi non significa
certamente pensare che Capitini abbia voluto esprimere
metodi o azioni che sono immediatamente praticabili in
partiti o in politica, perché lui non ha voluto fare
questo. Direi che il suo metodo abbia detto
"Guardate, attenzione, la dimensione importante è
questa, la dimensione di un'educazione morale, civile,
religiosa senza la quale non si costruisce scelta
politica, non si costruisce azione politica, non si
costruisce azione di un partito politico". E quindi
nonviolenza significa pace e pensate cosa vuol dire oggi,
in questo mondo. Pensate che oggi, per esempio, per il
nostro Paese sembra molto difficile ritrovare un'idea di
politica estera. Sì, a seconda di come decidevamo noi
sugli euromissili, sull'armamento nucleare, eravamo
corteggiati da una parte e dall'altra e le scelte
italiane erano importanti. Oggi le scelte di politica
estera italiana, per esempio, non sono più
significative, non sono più importanti, potrebbero
tornare ad esserlo solo se veramente si riappoggiassero
nuovamente su prese di coscienza ideale e morali nei
confronti di grandi squilibri dei mondo in cui viviamo.
Io trovo scandaloso che vi siano delle forze politiche
che prima cerchino i voti della gente già stufa di
vedere girare venditori ambulanti e cose di questo
genere, e poi vanno al Cairo, alla Conferenza Mondiale
della Popolazione, a negare che esista un problema di
rapporto popolazione sviluppo. Perché questa è la
situazione del nostro Paese: c'è chi va a caccia di voti
sollevando le reazioni della gente contro gli immigrati e
poi si schiera alla Conferenza Mondiale dicendo che il
problema della pressione di massa, diseredati, ecc., non
esiste e questa è una profonda ipocrisia, questo è un
modo sbagliato di affrontare i problemi. Ma se la nostra
stessa presenza internazionale (qui parlo da politico)
volesse ritrovare una dimensione di influenza non
potrebbe prescindere dal collaborare a risolvere una
serie di problemi di pace, di convivenza e di rapporti
nel mondo, che non possa non avere una radice di
carattere etico, una radice di presa di coscienza di
carattere collettivo; anche questo credo sia un punto
importante altrimenti cosa siamo? Siamo certamente un
Paese che oggi è sulla prima pagina dell'Herald Tribune,
ma c'é in un modo tremendo, perché lì si dice siamo un
Paese che non riesce a gestire la sua sanità per colpa
delle frodi, per colpa dell'inesperienza e
dell'impreparazione.
Allora, perché Capitini
non può essere una delle figure a cui si guarda per
ricostruire? E certo, io sono lieto di ricordare Capitini
come uno degli autori, con Calogero, del manifesto dei
liberal-socialismo, cioè della volontà di coniugare
questi grandi ideali di libertà, di giustizia, di
solidarietà, con la sua specificità che era appunto
religiosa, il che non significò che un Croce non lo
prendesse sul serio o non chiedesse di pubblicare il suo
libro, di dargli il primo avvio, la prima spinta per la
sua presenza culturale nell'italia di oggi.
In più, anche
l'esperienza religiosa oggi ha una certa attualità; noi
abbiamo vissuto un periodo un cui il credente (in
particolare nei partiti, negli schieramenti di sinistra)
era anche coccolato, vezzeggiato, qualche volta anche
candidato (perché c'é anche chi si candida perché è
credente).
Però, diciamo la verità,
tutto sommato quale è stata la considerazione? Tanto
bravo, però la sua capacità critica è arrivata fino ad
un certo punto, cioè non è riuscito veramente a capire
fino in fondo che la fede insomma, sì, è cosa bella ma
alla fine non regge un ragionamento di carattere
scientifico.
Anche qui c'è un altro
elemento di attualità: la caduta dei marxismo, cioè
quella scientificità di una previsione dell'evoluzione
sociale ed economica, ha fatto si che l'elemento dei
valori, e quindi anche di una spinta di carattere etico e
religiosa, mi sembra che in questo momento sia visto a
livello realmente paritario, o più paritario (c'è anche
chi non riesce a spogliarsi di queste cose); ma sia visto
a livello più paritario nella vita politica, uscendo
appunto da questo dato, che era di vezzeggiamento,
qualche volta anche di qualche premio Guideldone, ma,
tutto sommato, di considerare il religioso come qualcuno
che non era riuscito ad arrivare all'estremo di una
ragione critica che doveva ad un certo punto portare a
considerare la fede una sovrastruttura, un qualche cosa
di arretrato, di cui bisognava, alla fine, liberarsi.
Anche qui credo che sia
profondamente valida l'esperienza Capitiniana perché noi
abbiamo visto che gli ideali religiosi, per esempio, sono
una delle spinte più positive dei mondo di oggi: penso
all'esperienza dei volontariato.
Secondo me Capitini è un
chiaro precursore di esperienze di questo genere che
fanno sperare bene, per la società e per la democrazia
italiana, perché (dette tante cose che vanno dette in
senso negativo), l'avere centinaia di migliaia di giovani
che sono capaci di una spinta ideale, che vogliono fare
concretamente qualcosa nel sociale per gli altri, non mi
sembra una cosa da buttar via, è un grosso tesoro per il
nostro Paese e direi che anche qui, proprio per il suo
atteggiamento pedagogico, spontaneo Capitini può essere
come un maestro da non dimenticare.
Detto questo certamente
non possiamo annetterci Capitini, nessuno si può
annettere Capitini, sarebbe un'operazione sbagliata.
Nessuno credo che si debba
annettere un uomo così originale. Però considerarlo
maestro, considerarlo un punto di riferimento questo lo
si può fare, cioè farlo parlare ancora oggi, non farlo
dimenticare.
E farlo parlare ancora
oggi in un momento in cui ci sono molti ideali effimeri,
in cui vi sono tante superficialità, vi è una corsa
alle affermazioni che si rivelano poi costruite sulla
sabbia (pensate in questo periodo storico tutte queste
carriere politiche rovinate nel giro di due anni), sono
elementi, diciamo così, molto precisi e molto chiari di
come bisogna guardare ai valori fondamentali.
E naturalmente nel momento
in cui si cerca questa pedagogia e questa capacità di
vivere insieme, non può non scattare la solidarietà
sociale: per quanto l'elemento religioso in Capitini
avesse un forte accento individualistico, era poi
un'assunzione di responsabilità sociale nei confronti
della società. Quindi direi senza dubbio, proprio nel
mondo in cui oggi stiamo vivendo, Capitini deve essere
nuovamente studiato, guardato e attirato anche
all'attenzione dei giovani, l'attenzione sulla sua
biografia esemplare perché, storicamente lo si può
dire, fare le scelte che ha fatto lui non è stato
affatto facile. Egli le ha fatte solo perché ispirato da
dei principi solidissimi, saldissimi, che lo hanno
orientato per tutta la vita. D'altro canto non c'è
scampo in queste cose, uno ha dei principi che lo
orientano ed allora ha una certa solidità, certo,
pagante anche dei prezzi, oppure se li gioca secondo
l'opportunità un po' ai dadi; a volte gli va bene ma gli
può anche andare molto male, comunque e soprattutto non
riesce a scrivere una pagina che veramente venga
ricordata e che possa servire anche a quelli che sono
venuti dopo di lui.
E quindi il ricordo della
figura di quest'uomo, di questo filosofo, pedagogista,
scrittore, politico, che parte da questa torre campanaria
del campanile della città di Perugia e che descrive
questo arco temporale e questa vita in un'Italia così in
crisi, priva di coscienza morale, penso che sia
assolutamente un dato importante.
Ha scritto Piero Gobetti
che uno dei problemi dei mancato senso dello stato, fibra
morale dei nostro Paese, è stata la mancata riforma del
nostro Paese. Questo può essere accettato o discusso.
Certamente Capitini dal
punto di vista della riforma religiosa aveva pienamente
assunto questo, e quindi era un cittadino vero, un
cittadino dotato di grande sensibilità civile; ecco
perché penso che i suoi libri, le sue opere possano
valer la pena di una riscoperta e di una capacità di
poter essere nuovamente svelati ai giovani; perché,
probabilmente, se avessimo avuto un'educazione più
forte, un messaggio più motivato, certamente tanti
sconcerti, tante dispersioni, tanti disorientamenti oggi
non si sarebbero verificati.
Perché questo Paese
questa forza morale ce l'ha: in fondo è giusto, si può
anche dire "non erano in tanti" a Pisa i
Capitini, perché c'era anche chi a Pisa si nascose, in
qualche modo tirò avanti per non farsi buttar fuori; non
erano tantissimi però li abbiamo avuti, abbiamo avuto
delle coscienze limpide, dei combattenti sia violenti che
nonviolenti, in questo caso nonviolenti, coraggiosi,
leali e fedeli e questo è un grande elemento della
coscienza dei nostro Paese.
Quando, a volte, si vuol
liquidare il nostro Paese ingiustamente, dobbiamo
ricordare questa pagina come una pagina importante. E qui
chiudo veramente con un elemento di attualità credo
molto bruciante. Qualcuno in fondo oggi cerca di chiudere
la pagina dell'antifascismo dicendo "ma insomma, il
fascismo era un fenomeno di debolezza del nostro Paese,
forse era un modo quasi inevitabile di dover
risponderc.alla debolezza dei nostro Paese"; quanto
poi all'antifascismo e alla sua parte militante di
Resistenza, viene fatto girare questo discorso: perché
non sono stati ad aspettare l'arrivo degli alleati senza
rompere tanto le scatole? Ebbene, ricordiamocelo, la
Germania è stata divisa fino a pochi anni fa, l'Austria
è stata occupata fino al '55, noi stessi siamo stati
ammessi all'O.N.U. soltanto negli anni '50, lo stesso
Trattato di Pace verso di noi non fu dei tutto
favorevole, fu anzi un Trattato di Pace per molti versi
duro. Pensate se non avessimo avuto l'antifascismo e la
Resistenza, come ci saremmo presentati nel 1945 al
concerto dei popoli liberi e delle grandi democrazie. E
allora a chi vuole oggi chiudere questa pagina in modo
molto facilone noi rispondiamo con un argomento di storia
nazionale: se non ci fosse stato questo filone ideale
antifascista il rispetto e la considerazione dei nostro
Paese non sarebbe stata possibile neppure in quelle forme
parziali che oggi abbiamo avuto.
Ecco allora perché noi
dobbiamo inchinarci alla memoria di Aldo Capitini e di
altri, proprio per dire che ci hanno dato l'orgoglio di
essere italiani, di non disperare del nostro Paese, della
sua capacità democratica, della sua capacità di
iniziativa. Questo è il motivo per cui sono venuto qui,
per rendere omaggio alla memoria di Aldo Capitini e per
rappresentare un po' quelli, che naturalmente non l'hanno
quasi conosciuto (appunto io ho parlato di un incontro
molto fuggevole), ma quelli che lo vogliono conoscere
negli scritti, nelle opere e nelle azioni e soprattutto
non lo vogliono dimenticare.
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