

|
CONSIDERAZIONI
SULL'ATTUALITA'
DEL PENSIERO POLITICO E RELIGIOSO
DI ALDO CAPITINI
di FRANCO
FERRAROTTI
Aprire il discorso sulla complessa
figura di Aldo Capitini comporta, in via preliminare, la
considerazione di un paradosso: quanto più un pensiero
appare ai contemporanei come sfasato. e inattuale, tanto
più questo stesso pensiero si pone in realtà come
significativo e pieno d'avvenire.
Fa parte di questo paradosso un
secondo aspetto, che consiste nel misterioso nesso fra
marginalità e creatività, fra l'apparente
insignificanza e inattività di un pensiero e la sua
capacità di anticipazione e previsione circa le esigenze
future di tutta una società. Capitini appartiene
all'esiguo gruppo di antifascisti che, dopo il '45, si
dimostrarono così coerenti e duramente conseguenti nel
loro antifascismo da non cedere alle lusinghe delle
cariche politiche, amministrative e industriali che ad
essi con ovvia naturalezza si aprivano. Per costoro
l'antifascismo non fu mai mestiere. La resistenza non
divenne mai un asse ereditario su cui campare. Uno dei
pochi esempi che posso ricordare insieme con quello di
Capitini è la condotta di Riccardo Bauer, per anni
direttore della Umanitaria di Milano, fiero nemico, fin
dai primissimi anni dopo la Liberazione, di quella che
poi si chiamò "partitocrazia".
Il pensiero di Capitini non si
esaurisce però in un atteggiamento di rifiuto morale.
Esso costituisce un contributo specifico che
l'antifascismo italiano ha avuto il torto di trascurare.
L'attualità dei pensiero di Capitini dal punto di vista
politico, deriva dalla sua concezione del potere. Se si
pensa che uno dei pochi, forse l'unico apporto degli
analisti sociali italiani alle scienze sociali sul piano
mondiale è da vedersi nella scuola elitistica e nei suoi
tre autori fondamentali Gaetano Mosca, Vilfredo Pareto,
Roberto Michels è evidente l'importanza, ma anche
l'originalità, del contributo di Capitini. Già sul
piano del linguaggio comune emerge una peculiarità
italiana, sotto questo aspetto inquietante. L'Italia è
probabilmente l'unico paese dei mondo europeo occidentale
in cui abbia corso e sia regolarmente impiegata la
locuzione "classe politica". I politici, in
altre parole vi sono concepiti come una classe a sé, se
non proprio come una casta inamovibile - comunque, un
gruppo sociale dominato da una logica esclusivistica, che
con naturalezza si percepisce e viene percepita come un
"gruppo separato" dal resto della società e
per il quale non è affatto scandaloso il teorema
dapprima elaborato da Gaetano Mosca, secondo il quale non
importa quale sia la costituzione formale, democratica o
di altro tipo, in ogni società umana è sempre una
minoranza quella che detiene il potere e di fatto governa
la maggioranza, tanto che non si dà democrazia che non
si riduca, all'analisi scientifica, a poco più di un
risibile mito. Da qualcuno è stato in proposito
osservato che gli italiani si sono spinti più avanti dei
democratici americani: questi sono riusciti a separare la
religione dallo Stato mentre gli italiani avrebbero
separato lo Stato dai cittadini.
Centro e periferia nella storia
italiana, e già nel processo di unificazione politica
della penisola, sono divisi da un fossato. Non è solo lo
scarto fisiologico che intercorre fra domande immediate
della società e risposta istituzionale; è
lestraniamento reciproco fra governanti e
governati; di qui, la crisi non tanto della
rappresentanza, che formalmente può essere ineccepibile,
quanto della rappresentatività della
rappresentanza. La tesi di Piero Gobetti, circa
lassenza in Italia di una rivoluzione politica,
come in Francia, o di una forma religiosa, come in
Germania, è plausibile, ma non è sufficiente. In
Italia, né il neo-idealismo, elitario e per definizione
conservatore, né il marxismo, soggettivizzato e
idealisticamente volontario, tanto da non avvertire il
bisogno di condurre ricerche empiriche sul terreno, sono
riusciti a dar corso alla "religione civile" e
a una cultura mediamente unificata e omogenea, in grado
di assicurare una lucidità condivisa. Il marxismo
in particolare, ha enfatizzato il fondamento strutturale
e ha trascurato la dimensione formativa dei cittadino,
soggiacendo al ricatto del moralismo e sacrificando per
questa via la ricca tradizione pedagogica e educativa
(mazziniana) del socialismo e del sindacalismo
prefascista. La lezione di Capitini è al riguardo di una
attualità impressionante. Le riforme di struttura non
garantiscono di per sé un cambiamento della qualità
della vita. I valori democratici non sono un sovrappiù.
Struttura e sovrastruttura non si fronteggiano come
realtà estranee l'una rispetto all'altra. In
particolare, la sovrastruttura può in determinate
circostanze esercitare un peso strutturale poiché le
istituzioni formalmente codificate non sono di per sé
sufficienti a cambiare la qualità della vita quotidiana,
i rapporti informali fra le persone, assicurare un grado
accettabile di giustizia ed eguaglianza democratiche.
Per questo complesso di ragioni,
troviamo in Capitini la costante preoccupazione per i
rapporti sociali, al di là e oltre le dimensioni
economiche e quelle politiche. I famosi C.O.S., o -Centri
di orientamento sociale-, da lui proposti, organizzati e
animati, avevano lo scopo di mantenere viva l'iniziativa
sociale dal basso. Non si trattava ovviamente, come pure
si è ritenuto, di pura e semplice filantropia. Errore
interpretativo comune e pericoloso, anche se
comprensibile in un cultura come quella italiana,
mediterranca e cattolica, dominata dalla prospettiva
caritativa, vale a dire tendente a concepire i
problemi sociali e la loro soluzione unicamente in una
prospettiva paternalistica, in base al principio che "initium
sapientiae timor domini". Capitini rovescia
questa prospettiva corrente e contrappone ad essa la prospettiva
anarchica del soggetto consapevole, non disposto a
scambiare il suo diritto all'autodecisione per il piatto
di lenticchie d'un benessere mendicato presso un
qualsiasi padre-padrone. Sul piano teorico e analitico,
Capitini è inoltre in grado di concepire il problema del
potere in maniera straordinariamente matura. Egli vede e
dà conto della sua duplice natura: il potere è infatti
nello stesso ternpo una struttura, oggettivamente e
formalmente codificata, e una relazione inter-personaie,
un intreccio informale di rapporti all'interno di un
gruppo e fra gruppi diversi. Per questa ragione, Capitini
non cade nella trappola in cui sono caduti tanti
progressisti nel ritenere che le grandi "riforme di
struttura" fossero di per sé, automaticamente,
anche riforme di cultura, cambiamenti profondi del modo
di vivere l'esperienza sociale inter-personale. Famose
riforme come quelle delle nazionalizzazioni, invece,
lungi dal costituire la premessa per una vita sociale
più articolata e più libera, si sono tradotte e
ridotte, non solo in Italia, a carrozzoni burocratizzati
e a rendite parassitarie, sovranamente indifferenti al
benessere effettivo dei comuni cittadini. Di qui, prende
slancio e giustificazione storica la lotta di Capitini contro
tutte le forme di dogmatismo, compreso il dogmatismo
classico, che è quello religioso, e il suo braccio
armato teologico, che è quello della struttura
gerarchica delle chiese.
La lotta per una nuova religiosità
da parte di Capitini acquista in questo senso tutta la
sua portata anche politica. Non è solo un tentativo di
riforma interna al credo religioso, come poteva essere
quella di un "uomo della novità", per usare la
frase di Giulio Cattaneo a proposito di Tartaglia o di
riformatori puramente religiosi, come Piero Martinetti e
Ernesto Buonaluti. In Capitini la riforma religiosa si
salda fermamente con quella politica e sociale. In
questo senso Capitini è un rivoluzionario integrale e la
sua battaglia contro il dogmatismo è l'annuncio
profetico dell'ecumenismo, di quella che mi permetto di
presentare come "la fede senza dogmi".
Il volumetto "Vita
religiosa", ripubblicato con una nota di Giacomo
Carchia nel 1985, è a questo proposito un contributo
illuminante. In esso l'universalismo si manifesta in
piena evidenza fin dalle prime pagine. "Tutta
l'umanità fa parte della storia senza limiti - scrive
Capitini - in ogni uomo vedo che può abitare lo sforzo
morale, come abita in me quando opero cercando in ogni
azione il meglio sinceramente, talvolta con mio
sacrificio." (p. 7). La storia come storia di
tutti, con il concetto correlativo che il potere, per
essere sostanzialmente legittimo, non può che essere
potere di tutti, diffuso alla base della società e non
solo concentrato nel vertice della società, torna come
uno dei capisaldi della posizione morale e politica di
Capitini. Non v'è decisione che non sia personale, che
non coinvolga la responsabilità dell'individuo come
agente storico e che non gli conferisca con ciò una
funzione essenzialmente fondatrice. "Ogni decisione
che lo prenda - sono ancora parole di Capitini - ogni
riflessione che io faccia, mi costituisce centro
responsabile. E una iniziativa che fondo, una
contrapposizione in cui mi impegno, un grido cosmico che
lacera la trama dei fatti." (p. 10). Il tono
potrebbe far pensare all'autofondazione, all'autoctisi
di ascendenza gentiliana. Nulla, in realtà, di più
lontano da un individualismo di tipo solipsistico;
nessuna nostalgia o concessione all'egoità, o
lch-heit, alla Fichte e neppure all'individualismo
assoluto stirneriano.
E chiarissima la
consapevolezza in Capitini che "ogni individuo ha in
sé un'infìnità di individui viventi". I problemi
dell'individuo non sono una questione individuale: lo
stesso sviluppo dell'individuo richiede un'apertura verso
gli altri in uno slancio in cui si fondono spirito e
materia e che consente a Capitini di andare al di là
della scissione, tradizionale nel pensiero teologico
cattolico, fra carne e spirito, anima e materia, per
riscop@ire l'unità fondamentale dell'uomo integrale,
degli esseri umani come "singolo".
I filologi dell'antichità classica
ci hanno insegnato che i Greci poterono raggiungere la
piena consapevolezza di sé, vale a dire l'autocoscienza
storica, solo grazie ai barbari, ai non Greci.
L'identità non la si può costruire, per sé, senza
accettare e riconoscere l'alterità degli altri. L'io non
si sviluppa se non in rapporto al tu. Ma le
odierne società industrializzate hanno purtroppo perduto
il senso dei dialogo; lo hanno ridotto ad un puro scambio
utilitario di informazioni, ad una mera operazione di
mercato.
"La tua esistenza si unisce al
mio animo - scrive Capitini - al mio atto intimo; essa
non'è un fatto esterno, un qualche cosa che va come va.
lo sono lieto di interiorizzare così anche la tua
esistenza rispettandola e amandola (p. 84)".
E su questa base che avviene
in Capitini la saldatura fra momento politico e momento
religioso. Il suo ecumenismo postula quella che ho
creduto di poter indicare "una fede senza
dogmi", vale a dire come "religione
civile", democratica e politicamente responsabile, e
nello stesso tempo come religione non di chiesa, gerarchica
e burocratizzata, bensì come religiosità, vale a
dire come esperienza personale profonda. La morale laica
ha qui, in questa opzione morale di tipo religioso non
dogmatico, che esclude per principio qualsiasi preminenza
di una chiesa sull'altra e che rifiuta qualsiasi
preclusione del tipo "extra ecclesiam nulla
salus", il suo fondamento e ritrova e conferma
l'unitarietà essenziale della presenza umana nel mondo,
il suo permanente significato che fa la storia e insieme
la trascende. La religione laica che vedo più che mai
necessaria alle odierne società dinamiche, tecnicamente
progredite ma umanamente impoverite, Capitini la indica
con una formula straordinaria per la sua anticipazione
ecumenica. Egli la chiama "la libera aggiunta",
una sorta di chiesa di io e di umanità sempre aperta.
(pp. 107-108); e spiega: "questa religione della
libera aggiunta dà senza chiedere né imporre, è
ispirata presenza che in questo poter fare un di più,
mostra se stessa." (p. 109). Per questa ragione, che
è teoretica e politica insieme, Capitini non può
contentarsi di un concetto e di una pratica della
democrazia come puro insieme di procedure. La democrazia
non è solo un metodo, un modo per scegliersi dei capi da
obbedire e a cui delegare la rappresentanza. La
democrazia è anche un contenuto ideale, è un
concetto-limite, un Grenz-Begriff, cui tendere,
per il quale lottare, premendo dal basso, giorno dopo
giorno. Dire che volere la democrazia vuoi dire
contentarsene, affermare che la sola democrazia possibile
è quella che consiste nella possibilità di scegliere
fra una "poliarchia", ossia fra schiavitù
alternative, ma nella sostanza equivalenti, significa
rinunciare alla democrazia come idea-forza, che comporta,
insieme con la correttezza delle procedure, un ideale di
eguaglianza sociale da realizzare sul piano politico
pratico nella viva trama dei rapporti quotidiani fra le
persone. L'insegnamento di Aldo Capitini ci dice che una
democrazia puramente formale riuscirebbe una democrazia
acefala, dimidiata, incapace di mobilitare quelle energie
politiche e morali di cui questa tormentata fine-secolo
ha estremo bisogno.
|




 |