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ORIGINI, CARATTERI E FUNZIONAMENTO DEI
C.O.S.
Parte I
Che cosa sono.
L'importanza dei Comitati di
liberazione nazionale, specialmente per il loro
moltiplicarsi nella provincia, nelle città piú piccole,
non è stata sufficientemente compresa dalla moltitudine
degli italiani che non c'era abituata.
In un paese antico come il nostro,
dove non si è avuta una rivoluzione che sommovesse gli
strati bassi della popolazione; dove di solito si è
disposto e si dispone di strutture, di mezzi, di forze
psicologiche ingenti costituite e mantenute mediante una
diffusione dall'alto; dove, soprattutto, ci si è
sacrificati per creare un mondo ideale di pensiero, di
arte, senza propagare queste cose a tutti, il Comitato di
liberazione nazionale rappresentava una prima
manifestazione di compresenza di forze etico-politiche
con una volontà di amministrazione e di sviluppo
democratico, che voleva salire íìno alla forma dello
Stato ed era già, e finalmente, l'antitesi della
monarchia. L'antitesi della monarchia nel fascismo
originario era stata una velleità; nel C.L.N. era una
volontà.
Ma i C.L.N. non potevano durare,
perché, risultando da una coalizione, dovevano
approfondire la ragione stessa dei loro essersi
costituiti, e cessando l'antitesi al fascismo armato,
svolgersi in altro, pronti anche a perdere qualche
elemento pur di vivere, se non piú nella forma
originaria, nel significato reale e dinamico della
sostanza.
La quale era, e non potrà non
essere, di autentica democrazia (mai stata in Italia),
che chiami tutti, cioè anche la provincia, anche le
campagne, troppo separate ora dalle città, e le donne, i
giovani, le persone senza partito, che sono la
maggioranza in Italia, al controllo democratico, alla
responsabilità, alla consapevolezza dei problemi e delle
esigenze di ogni genere.
Per attuare ciò, a Perugia abbiamo
fatto vedere che l'antifascismo portava pur qualche cosa
di nuovo per tutti. E a meno di un mese dalla liberazione
istituii un Centro di orientamento sociale (C.O.S.), e
oltre al C.O.S. centrale (in una sala prima della Camera
del lavoro, dell'ex Fascio e poi in una sala del Palazzo
comunale) otto C.O.S. rionali.
Questi C.O.S. sono libere assemblee
dove tutti possono intervenire e parlare ("
ascoltare e parlare" ne è il motto) di problemi
amministrativi cittadini e nazionali, e di problemi
sociali, politici, ideologici, culturali, tecnici,
religiosi.
Il fatto che si discuta insieme di
amministrazione e di idee è, credo, profondamente
significativo contro ogni atteggiamento esclusivamente
culturale o contro ogni altro limitatamente concreto:
nell'un modo e nell'altro, si migliora l'amministrazione,
l'educazione, la consapevolezza della realtà, ci si
" orienta ".
Il C.O.S. centrale ha tenuto da
principio due riunioni settimanali: il lunedi alle sei
per i problemi cittadini, il giovedí per i
problemi politici.
Alla prima, presieduta dal
presidente del C.O.S. con un campanello per regolare la
discussione (in principio inevitabilmente un po' confusa,
poi ordinatissima), sono state invitate le autorità, i
capi di enti, e cosa è avvenuto uno scambio di
esposizione di provvedimenti, di suggerimenti, di domande
e risposte, oltremodo vivo e fecondo.
Si attua cosi la democratica
trasparenza delle amministrazioni pubbliche; e il fatto
che i capi di esse riconoscono che la suprema autorità
non è quella della scala gerarchica, ma il popolo. Si
pubblica il resoconto su giornali, si nominano
commissioni che poi riferiscono nelle riunioni
successive. Certe volte vengono anche risolti casi
personali di chi non era riuscito, da Erode a Pilato, a
farsi fare giustizia.
Alle discussioni politiche,
sociali, ideologiche, intorno a problemi vivissimi e ad
avvenimenti attuali parlano relatori e si discute.
Il pubblico entra liberamente senza
alcuna tessera. Vengono anche molte donne. Non c'è uno a
cui sia stato impedito dì parlare ai C.O.S.; che possono
essere impiantati e direttì da un gruppo di persone di
piú partiti o indipendenti.
E se sui problemi amministrativi
non c'è facoltà deliberativa, tuttavia si elabora la
materia, si prospettano soluzioní, si preme. Le
esigenze, i bisogni vengono razionalizzati al loro
sorgere.
Il distacco tra impiegati e
pubblico, tra intellettuali e popolo, tra idee e
amministrazione, al C.O.S. è superato. Quello non è un
comizio (un gran discorso e poi via), ma una ricerca, un
pensare collettivo.
Né chi parla cerca di avere spicco
retorico sugli altri; espone semplicemente; né l'"
autorità " impone il silenzio, perché l'ultimo
popolano può fare le domande.
Ho cercato di diffondere i C.O.S.
Se dopo l'uccisione di Matteotti l'Italia avesse avuto
decine di migliaia di C.O.S., nelle città, nelle
cittadine, nei villaggi, non sarebbe stato facile
spegnere la libertà, o il popolo si sarebbe accorto di
ciò che gli si toglieva.
Ognì totalitarismo, ogni colpo di
Stato, ogni manovra dietro le quinte di Roma, sarebbe
scoperta e corretta dalla presenza di tutto il popolo,
proprio del "tutto" autentico, non da quello
insufficientemente inquadrato e delimitato.
Lo spirito del C.O.S.
Ho notato che gli osservatori,
italiani e stranieri, che sono venuti a Perugia a
constatare il funzionamento dei Centro di orientamento
sociale, cercavano spesso di risalire nel tempo e di
stabilire dei riferimenti con la vita medioevale
della città, ed amavano vedere dietro le popolari
assemblee dei C.O.S. piazze architettoniche e turrite,
sale dalle volte acute.
E se io volessi seguirli in questo
potrei collocare i C.O.S. sulla linea di quei "
parlamenti ", che ebbero il nome di " arenghi
", e senz'altro quello di "comuni ".
Dovrei, però, anche indicare le
differenze, e principalmente queste due: che i C.O.S. non
sono deliberanti, che si occupano anche di idee politiche
e sociali.
Ma tralascio questo esame storico,
e, se mai, mi piace di segnalare un'altra linea, piú
interiore e piú vera, quella dello spirito con cui sorse
il C.O.S., quella della sua anima ideale entro, tuttavia,
la concreta situazione odierna; lo spirito, oso dire, di
San Francesco, di Mazzini, di Matteotti.
Perché se uno Stato, piccolo o
grande che sia che non fa nessuna differenza, è tutto
animato e decentrato in queste libere assemblee di popolo
che discute i problemi della propria amministrazione e
quelli dell'orientamento politico, assemblee in ogni
rione, in ogni villaggio, aperte a tutti, al popolo
anonimo e quindi soprattutto ai " minori "
(nome del partito dei popolo assunto da San Francesco),
si svolge una specie di pacifica mobilitazione permanente
sul piano del ragionamento e della persuasione, che educa
al piacere dell'ascoltare, del comprendere, dell'amare;
poiché per le persone la cosa peggiore è non
incontrarsi, non ascoltarsi reciprocamente.
E se è vero ciò che io penso, che
il culmine della civiltà di un popolo è quando egli sia
capace di sostituire alla lotta armata, ai colpi di mano,
alle mischie dei fronti di battaglia, la "
noncollaborazione " decisa, netta, eroica, che preme
proprio per la forza della sua compattezza e risolutezza
e convinzione, unita ad una censura che ha il carattere
severo e affettuoso della madre che disapprova, i C.O.S.
sono i punti di raccolta di questo spirito, le fortezze
della nonviolenza e le catacombe, luoghi di formazione di
una solidarietà democratica antitirannica.
Ma se, come è per il suo
atteggiamento religioso medioevale, San Francesco aduna
gli uomini, aduna le bestie, perché la loro totale
assemblea, il loro C.O.S., celebri la fraternitá della
lode di Dio, qui l'assemblea ritrova e celebra il proprio
spirito collettivo, quello che è Uno in tutti.
Siamo piú vicini al Mazzini, al
principio dei popolo che si educa, a quell'assenza di
privilegi sociali, di pregiudizi intellettuali, di caste
sociali; popolo vivo, autentico, puro, nel ritrovare in
sé la legge della propria formazione, del proprio
sviluppo, l'imperativo morale della incessante
cooperazione.
Si aggiunge l'interesse preciso per
i problemi amministrativi, per i lati tecnici della
gestione degli enti nazionali e locali, ed ecco lo
spirito di Matteotti, instancabile controllatone di
bilanci e di statistiche, profondo esperto della buona
amministrazione, e che seppe unire questo spirito di
controllo democratico con l'ideale dei socialismo, e
morì per questi due insieme perché, come è noto, fu la
intrepidezza di denunciatore degli abusi fascisti che lo
portò alla morte.
Avrà l'Italia la capacitá di
realizzare i C.O.S., di riassumere in essi questo spirito
di nonviolenta scuola di controllo e di sviluppo
democratico, collocato nel mondo moderno, in mezzo a
simili e non simili assernblee dell'Occidente
anglo-americano e dell'Oriente sovietico?
I C.O.S. nelle parrocchie italiane
non sarebbero una rivoluzione nelle abitudini del popolo
italiano? e il superamento della separazione tra
promotori, eretici, apostoli, e la vasta moltitudine?
Costituzione drì C.O.S.
Quando, dopo la liberazione di
Perugia dall'oppressione nazista e fascista, dopo il 20
giugno 1944, ci ritrovammo insieme, intellettuali
antifascisti, giovanissimi molti dei quali partigiani,
persone del popolo, ci fu chi disse che, nello stato di
disorientamento generale e specialmente dei giovani,
bisognava non abbandonarli: si deve a questa
sollecitazione l'idea dei C.O.S., il quale veniva ad
aggiungersi ai partiti come una specie di "
terz'ordine ", cioè tale da comprendere tutti.
Occorreva una sala, e volevamo che
fosse quella della Camera del lavoro, perché questo
lavoro di raccoglimento intellettuale, fosse là dove si
formavano le file dei lavoratori, e ci riuscimmo. Avemmo
non solo la sala, comune alle adunanze organizzativi dei
lavoratori, ma anche una stanza per la segreteria e per
una biblioteca.
La cosa piú delicata era la
direzione. lo ero conosciuto, ero stato antifascista,
imprigionato, ero amico di persone di tutti i partiti, mi
dicevo già "indipendente di sinistra", non
iscritto però a nessun partito. Il partito d'azione non
era alla Camera del lavoro, e io volevo, proprio come
direttiva fondamentale, assicurarmi la presenza della
moltitudine lavoratrice, molta della quale simpatizzava
per il comunismo.
Feci perciò un Comitato
provvisorio con due socialisti e due comunisti, a cui
esposi il piano di lavoro. Il fatto che dirigessi io
avrebbe assicurato la libertà e l'apertura a tutti.
Speravo che in seguito avrei potuto estendere il Comitato
a rappresentanti di altri partiti.
Cominciammo il 17 luglio 1944, e io
volli che la prima lezione fosse di un mio amico
comunista, prima lezione di un corso di storia delle
dottrine sociali.
Diffondemmo questo foglio:
Si costituisce a Perugia un
Centro di orientarnento sociale (C. O. S.). La direzione
non intende insegnare, ma lavorare insieme con gli altri.
Essa ritiene che l'orientamento sociale non è
principalmente risultato di cultura, ma di esigenze che
vivono nell'animo, e la discussione con gli altri, la
cultura, l'azione, aiutano queste esigenze a diventare
piú chiare e concrete.
Il Centro compie perciò l'opera
di ascoltare queste esigenze e di farle sorgere. Il
Centro promuove lo studio dei problemi che la
trasformazione sociale presenta nei diversi aspetti non
solo economico, ma politico, giuridico, scientifico,
morale, religioso, culturale.
E a disposizione di tutti
e specialmente dei giovani, ingannati dal fascismo nella
loro formazione e informazione politica. Promuove
conferenze, discussioni, corsi di studi, pubblicazioni.
Apre una biblioteca di libri e periodici. Aiuta giovani
volonterosi e di condizioni disagiate ad iniziare e
migliorare i loro studi. Aperto a tutti, è sostenuto
dall'iscrizione e dalle offerte volontarie di chi si
interessa in modo speciale alla trasformazione sociale.
Chi s'iscrive, s'impegna non
solo a partecipare intellettualmente alla vita del
Centro, ma a promuovere la conoscenza e lo sviluppo
presso gli altri, ad aiutare la fondazione di Centri
nelle altre città e nei paesi di campagna, ad offrire,
secondo la propria possibilità, operosità, libri e
denari.
Alle lezioni veniva un pubblico
molto numeroso, alcuni si iscrissero a sostenitori,
vennero anche offerte di denaro che dovevano servire per
compenso di segreteria, spesa di parte dell'affitto, di
stampa, di manifesti e di opuscoli.
Furono tenuto molte lezìoni,
sempre con discussione, si inserirono i problemi
cittadini, alternati poi sempre a quelli politici: nella
città di Perugia (con trentamila abitanti) sorsero otto
C.O.S. rionali oltre il C.O.S. centrale.
E vediamo ad uno ad uno i diversi
aspetti di questa esperienza.
Finanziamento.
Il finanziamento del C.O.S. può
avvenire in tre modi: offerte, quote mensili di soci
sostenitori, collette durante le riunioni.
In principio ho ricevuto offerte
anche notevoli, che mi permisero di organizzare una
segreteria fissa, con il segretario incaricato di stare
all'ufficio, dare informazioni e ricevere le iscrizioni
al corso di lingua inglese che istituimmo, e di fare i
resoconti delle riunioni per la stampa.
Nel mio proposito il presidente
avrebbe dovuto recarsi nei paesi vicini per fondare
C.O.S.; ma il regime di occupazione angloamericano, e il
divieto di allontanarsi da Perugia oltre dieci chilometri
lo impedirono. Spendemmo anche per due opuscoli e per
fogli stampati.
Ci fu anche un certo numero di
quote di soci. Ma dopo qualche mese non ho piú ricevuto
offerte, e ho preferito servirmi del terzo modo, delle
collette durante le riunioni girando io ed altri a
ricevere denari dentro il cappello.
Ma anche questo modo non ho voluto
(e neanche sarebbe stato opportuno) praticarlo troppo
spesso, bensi limitarlo allo strettamente necessario, per
le necessità piú urgenti.
Moltiplicazione dei C.O.S.
Perché i C.O.S. avessero un peso
sulla vita della nazione, bisognava che si fossero
moltiplicati come e piú dei Comitati di liberazione
nazionale. Avrebbero dovuto essere, anzi, l'evoluzione
dei C.L.N. lo non ho trascurato occasioni per scrivere
articoli, per informare amici, .per distribuire stampati,
per farli avere piú che potevo nel nord, nel centro, nel
sud d'Italia.
Ma per opera di un solo privato,
povero e occupato in altro, non era realizzabile una
rapida moltiplicazione nazionale. Occorreva l'aiuto del
governo o dei Comitato centrale di liberazione nazionale,
dei partiti o di un giornale o di un gruppo di privati.
Durante la campagna per le elezioni
amministrative il C.O.S. di Perugia fece la seguente
proposta:
Tra i suggerimentì che in piú
riunioni di popolo nel Centro di orientamento sociale di
Perugia sono stati fatti per i programmi amministrativi
comunali, ce n'è uno di importanza nazionale e possiamo
dire veramente storico.
Valendosi della esperienza dello
stesso C.O.S. che da pochi giorni dopo la liberazione
della città tiene due riunioni settìmanali, aperte a
tutti per l'esame dei problemi cittadini e dei problemi
politici e sociali, con l'intervento anche delle
autorità e dei partiti, la direzione del C.O.S. ha
proposto che la nuova amministrazione comunale dia forza
stabile e organica a queste assemblee.
Oltre il Consiglio comunale, con
funzione deliberativa, dovrebbero essere istituiti tanti
C.O.S., o Centrì dì orientamento sociale, o Consigli,
per quanti sono i rioni e le frazioni, per riunioni
periodiche, ad es. una volta al mese, nelle quali si
esaminino i problemi amministrativi dei luogo, sì
facciano proposte e critiche, alla presenza di un
consigliere comunale, incaricato di riferire al Consiglio
comunale. L:Amministrazione comunale poi, da parte sua,
potrebbe affidare a questi C.O.S. rionali e frazionali lo
studio di provvedimenti per riceverne il parere, ed anche
funzioni di vigilanza, di ordine pubblico, di controllo
sui prezzi, di designazione di persone, di istituzione di
biblioteche circolanti, di libri e giornali. Qualora
questi C.O.S. rionali e frazionali risultassero troppo
affollati, potrebbero essere suddivisi secondo le
parrocchie. La direzione di ogni C.O.S. (con un
segretario per i resoconti da trasmettere alla Segreteria
del Comune) potrebbe essere eletta dal popolo ogni sei
mesì.
I C.O.S. potrebbero poi tenere
liberamente altre riunioni di carattere educativo,
istruttivo, sociale, sugli avvenimenti recenti, sui
problemi della Costituente, invitando anche i competenti.
Con questa iniziativa si
costituirà il nuovo, grande Comune. Mentre il Comune del
Duecento non estendeva il controllo a tutte le classi e
alle donne, questo Comune come viene ideato a Perugia (e
in parte attuato, perché vi sono già oltre il C.O.S.
centrale, otto C.O.S. rionali), sarà il Comune in
cui tutti gli abitanti operano e
sono presenti, superando l'eccessivo distacco tra
amministratori e amrnistrati, tra impiegati e pubblico,
tra città e campagna.
Alcuni C.O.S. riuscii a
costituirli. In quasi tutti sono andato io la prima
volta, ho spiegato, ho avviato discussioni di problemi
locali e di problemi politici, in qualcuno sono tornato.
Ma anche qui il bilancio non è felice. Bisognava
tornarvi tutte le volte, o mandarvi qualcuno perché il
popolo italiano è arretrato, tremendamente inesperto; e
bisogna farlo pensare con ordine, formarlo e informarlo,
stimolare e coordinare la discussione.
Non avevo i mezzi e persone per
sostenere i C.O.S. iniziati; e i dirigenti locali di ogni
C.O.S. (un comitato di persone di diversi partiti che
formavo al momento della fondazione) il piú delle volte
non hanno avuto la costanza e la capacità di reggere;
anche per il progressivo attenuarsi della tensione
politica dopo la liberazione.
Eppure ogni inaugurazione di C.O.S.
è bella, e bella quanto piú nella provincia, nei luoghi
lontani dalle città. Questo popolo di borghigiani e di
contadini che viene convocato liberamente senza
differenze di condizioni sociali e di fede (la parrocchia
aduna solo i credenti), e vede che non solo gli uomini,
ma le donne, i ragazzi, possono intervenire e parlare,
cioè esprimere in presenza a tutti, e ad uno che
considerano piú istruito, i loro bisogni pratici, i loro
suggerimenti, i loro piani, le loro proteste contro
irregolarità e prepotenze; e far domande a chi sanno che
non prepara tranelli al popolo sulla situazione politica,
economica, sociale; questo vedersi l'un l'altro lì nella
riunione generale con i propri modi singolari di
esprimersi, e come scoprirsi collettività, quest'aria
di fiducia che circola, sono cose grandi: ho visto
uomini, donne del popolo, dopo la riunione, avvicinarsi
al tavolo, e lì raccontarmi a tu per tu casi personali
ed osservazioni generali, che non avevano avuto il
coraggio di dire pubblicamente; ed io a rimproverare e
incoraggiarli, comprendendo la loro timidezza, ma
cercando di rimuoverla.
Si accorgono che c'è un fatto
nuovo che non era mai successo, che ci si potesse così
liberamente e apertamente riunire, e parlare e come
aiutarsi a pensare e parlare (diremmo noi, a sviluppare
la propria natura razionale) : " Dunque
l'antifascismo ha portato qualche cosa di nuovo; non
staremo bene, avremo grandi rovine e disagi, ma almeno ne
potremo fare il bilancio pubblico, potremo insieme vedere
i modi per migliorare ".
Il sindaco di Marsciano,
nell'Umbria, alla prima riunione del C.O.S., dopo il
discorso del prefetto, del presidente dei Comitato di
liberazione, e una lunga chiacchierata mia di spiegazione
e di stimolo, iniziatasi la discussione dei problemi
locali, si diceva lietissimo di ascoltare finalmente le
critiche e suggerimenti, dì poter esporre la propria
opera; non piú e non soltanto, da una parte le critiche
dell'osteria e del caffè, dietro le spalle degli
amministratori comunali; e dall'altra parte il sindaco
che, prima e piú che riferire alle " superiori
" autorità, ora riferiva al popolo, al Comune.
Perfino il figlio gli fece
osservazioni lì, pubbliche, e questa egli la presentava
come una prova di un'educazione civile che egli aveva
dato in famiglia.
Una riunione al C.O.S.
Che la libertà sia anche
liberazione si vede nel fatto amministrativo. Quando ci
si amministra da sé, e si è in grado di tener conto di
tuttì gli elementi e i suggerimenti, ci si libera
dell'amministrazione stessa, come irrisolta, come
arbitraria, come estranea e, pari alle cose lasciate
estranee, in continuo pericolo di diventare mito
opprimente.
C'era, tra i ricordi della mia
fanciullezza, il Consiglio comunale, adunato la sera al
suono della campana comunale, e lì, nel piccolo
parlamento semicircolare, le discussioni sulle strade,
sulle scuole, sugli acquedotti.
Mi colpiva, tra l'altro, quel
rapporto di città-campagna, nella materialità di
esistenza nello spazio, ed i provvedimenti, ragionati da
uomini maturi, a suo riguardo, quell'accordo tra la
poesia della mia città e della campagna e quella prosa
grave autorevole, mi pareva che tutto il comune stesse
sospeso ed attento.
Non avvertivo, quanto ad
autorevolezza e dignità, nessuna differenza tra quei
cittadini deliberanti e gli ecclesiastici nel semicerchio
dei coro dietro l'altare quando mia madre mi conduceva in
chiesa.
Il fascismo mi strappò questo, ma
l'esperienza c'insegna che lo spirito della libertà è
come lo spirito dell'amore, a cui il passato è un
abbozzo.
Impiantato il C.O.S. i "
dottrinari " mi dicevano: va bene educare il popolo,
orientarlo con le idee, anzi ce n'è tanto bisogno, ma
parlare delle patate, dell'olio... I " pratici
" insistevano: bisogna stare nel concreto, problemi
del mercato, della disoccupazione, e non sviare con le
idee, le " disquisizioni ". Ed io, invece, a
fare l'una e l'altra cosa. Ed entrimo al C.O.S.
La gente sta seduta e in piedi
affollata a semicerchio. Al centro c'è un tavolo, e li
sta il presidente e un campanello; anche lui è un
elemento del C.O.S. perché, specialmente nelle prime
riunioni, il C.O.S. in qualche momento si inarcava come
un mare, e appariva quasi un caos; nessuna paura, dicevo;
che cosa volete? Abbiamo gente che ha sofferto due mali,
la mancanza di libertà e Mussolini, e vogliamo che già
conosca le regole dell'" ascoltare e parlare"?
Al C.O.S. venìva e viene la gente
anonima, ed è questa che preferiamo, quelli che non sono
ascoltati negli uffici, quelli che fanno ogni giorno una
lotta disperata col bilancio familiare, con la mancanza
di generi, con le file.
Ed è inevitabile che questa gente
abbia inesperienza di assemblee e dì regolate
discussioni; certamente non hanno letto i dialoghi di
Platone, né i resoconti dei parlamenti di un tempo... Il
bello è questo, che quella gente anonima si alza a
parlare, e vicino al presidente stanno il prefetto, il
sindaco, i capi delle amministrazioni, invitati al C.O.S.
" Signor Prefetto, chiede uno,
l'olio non si vede ancora, e sappiamo che ai molini se ne
vende di nascosto a mercato nero ". Un altro fa un
lungo discorso, con la popolare sintassi coordinativa:
manca il sale, ed invece è stato dato in abbondanza a
chi ha i suini, quegli allevatori che dormono in stanze
adorne di " corone di salsicce ". Un
organizzatore di contadini che parla della situazione dei
"casengoli", abitanti dei villaggi, racconta di
andare là spesso a " ingraneggiare una
cooperativa": un parlare caldo, pieno di ispirazione
dialettale, che mi fa pensare al nostro Duecento.
Il popolano si serve di frasi
correnti, imparate dal linguaggio dei giornali, della
radio, dei politici, ma poi vi inserisce un materiale suo
piú immaginoso e familiare, sentimentale e
rivoluzionario. Se gli si fa superare il primo momento di
timidezza e gli si dà fiducia di parlare e di
ascoltarlo, allora trae fuori tutto quello che pensa,
dove c'è sempre un fondo chiaramente intuito.
Gli intellettuali che frequentano
il C.O.S. debbono molto all'insegnarnento dei popolani.
Se qualcuno vien fuori con un'accusa personale, ecco che
il presidente gli chiede subito nome e cognome e
indirizzo; egli dovrà prendere la responsabilità di
quello che dice contro l'abuso di un impiegato, contro un
epurando, un arricchito.
Non è male che tiri questo vento
di controllo continuo dell'amministrazione; che ci sia
questa trasparenza delle gestioni pubbliche, per tendere
a che siano tutti amministratori e tutti controllati. Una
sera è invitato l'ingegnere dei ponti e delle strade, ed
ecco che si accende un precisissimo colloquio sui lavorí
piú urgenti, sui sistemi di costruzione di passerelle,
sullo stato di tutte le strade di città e di campagna.
Una volta, istituendo un C.O.S. in
un paese dell'Umbria, tenuto un discorsetto d'inízio,
cominciai a far delle domande per stimolare il pubblico:
avete una cooperativa? la scuola è aperta? c'è qualche
impiegato che fa da padrone? vi vengono dati i generi
principali? avete le comunicazioni con gli altri paesi?
l'igiene dei vostro paese come va? le strade sono pulite?
e cominciò una serie di risposte: il pubblico non
credeva nemmeno che ci fossero tanti problemi, ma la
discussione li rendeva esplicita, organici.
Qualche volta il C.O.S. ha servito
per eliminare quel risentimento e quel turgore che si
formano quando non ci si guarda negli occhi, quando non
ci si comunicano tutti i dati di una situazione. Il
C.O.S. non delibera, ma chiarisce, fa voto e ordini del
giorno, manda commissioni e suoi rappresentanti
dappertutto, pubblica sui giornali i suoi resoconti.
E il popolo sa che se uno ha
un'idea per la testa, ne parlerà al C.O.S. alle
periodiche riunioni, e proprio per le strade, nelle
botteghe degli operai, nel mercato, si sa che c'è questo
C.O.S. dove si discute.
A poco a poco, senza guardie per
l'ordine, senza la minima violenza, senza cacciare
nessuno, siamo riusciti ad applicare un metodo ordinato.
Argomenti amministrativi
Ecco gli argomenti amministrativi
trattati al C.O.S. di Perugia: organizzazione del
mercato, controllo dei prezzi nelle botteghe, patate,
conserva, olio, frutta, erbaggi, formaggio, pane (prezzo,
qualità, forma, tesseramento), vino, acquedotto, igiene
stradale, regolamento della circolazione stradale,
orinatoi, incatramatura delle strade, ponti e passerelle,
illuminazione nelle case e nelle strade, energia
elettrica per il riscaldamento, gas, lavatoi pubblici,
legna, carbone, latte, carne, burro, uova, dolci, pesce,
trasporti, comunicazioni, telefoni, treno, autobus,
filovia, scuole (per la riattivazione degli edifici,
l'orario, lo spostamento degli insegnanti ecc.),
doposcuola, biblioteca, fogne, foro boario, sequestri,
tasse, epurazione, disoccupazione, miglioramenti nel
funzionamento degli uffici, orari di questi, cucine
economiche, assistenza invernale, colonie estive,
controllo di tutti gli enti, onorari degli avvocati e dei
medici, situazione dell'ospedale e del manicomio,
sanatorio, piano regolatore, prezzo dei libri, stato
degli assistenti universitari, telefoni pubblici, guardie
comunali, zucchero, pasta, consorzio agrario,
cooperative, sale, legumi, frantoi, pensioni, industrie
locali, previdenza sociale, scarpe, abbigliamento,
molini, Croce rossa, medicinali, mattoni, situazione
amministrativa di tutti gli enti della città,
toponomastica, ufficio di collocamento, problemi dei
reduci, case dei contadini ecc.
Gli argomenti da discutere vengono
messi all'ordine del giorno. Sui giornali, su manifesti,
vien detto "problemi cittadini, legna, carbone,
mercati olio, e varie". E segno che qualcuno
ha richiesto quella discussione, che cè qualche
fatto nuovo, oppure che è stato invitato qualche
capoufflcio e direttore di ente esperto di
quell'argomento.
Se non c'è l'autorità competente,
il presidente del C.O.S. prende nota dei termini della
trattazione di quel determinato argomento, il giorno dopo
ne parla o ne scrive all'autorità e riferisce al
pubblico la successiva riunione.
Se la cosa è molto importante
viene nominata una commissione che si reca a quel
determinato ufficio e viene espresso un ordine dei
giorno. Il C.O.S. ha dato luogo a molte commissioni
speciali, oppure ha dato un suo rappresentante (fatto
importante e nuovo) a commissioni già esistenti.
I C.O.S. rionali hanno commissioni
rionali permanenti che assumono, dalle discussioni, le
questioni da sbrigare nell'intervallo tra riunione e
riunione. Alcuni C.O.S. rionali hanno organizzato, con
l'offerta gratuita di autisti del rione, arrivi di legna
e distribuzione a buon prezzo ai poveri appena arrivata,
sulla piazzetta.
In tutta l'attività dei C.O.S.,
riunioni, discussioni, iniziative, commissioni, le donne
sono presentissime. Anche da questo si vede che il C.O.S.
è in pieno nella nuova democrazia.
Certo, il C.O.S. non delibera, ma
propone sollecita, escogita, chiarisce. Molti
provvedimenti sono stati presi perché il C.O.S. li ha
chiesti; e quando i C.O.S. fossero plenari, come si
potrebbero trascurare?
Argomenti culturali,
politici, sociali.
Oltre a un corso di lingua inglese
(e avevamo in mente di iniziarne poi uno di lingua
russa), a un lungo corso di economia politica, a un corso
di storia delle dottrine sociali, sono state tenute queste
conversazioni (lezione e discussione): tre di
orientamento preliminare, altre sulla situazione
spirituale americana, sui kolcos, sul materialismo
storico, sull'Albania e i Balcani, sulla libertà, sul
problema culturale dei giovani, sulla gioia nel lavoro
(facemmo anche un referendum con questionario su questo
argomento), sul socialismo decentrato, sul problema
agrario italiano, sul modo di votare ecc.
Inizianimo poi la discussione dei
programmi dei partiti politici italiani, durata circa
sette mesi. Lo scopo era non solo di esporre i singoli
programmi (con i quali formammo un opuscolo, che
diffondemmo come base alla discussione), ma di indagare
le forze, gli interessi, le mentalità che stanno dietro
i programmi stessi.
Un mio amico e coadiutore nella
direzione del C.O.S., Pio Baldelli, si prese l'incarico
di fare come una presentazione critica di ogni programma,
stimolando in questo modo i rappresentanti dei partiti ad
ampie difese.
Solo del partito liberale (per il
disinteresse che dirò poi) si è avuta breve
discussione; degli altri lunghissima, paziente, parlando
pro e contro, con la sala affollatissima: d'azione,
democristiano, cristiano-sociale, demolavorista,
repubblicano, socialista, comunista, libertario, fascista
(come sorse e che cosa fu).
Era un dibattito continuo, vario,
vivace, ma senza incidenti, e tutti i dirigenti locali
dei partiti si succedevano vicino al tavolo della
presidenza. Al termine di questo ciclo iniziammo la
discussione sui problemi della Costituente. Premesso un
rapido esame delle Costituzioni degli Stati Uniti
d'America, Inghilterra, Francía, U.R.S.S. e dello
Statuto albertino, passammo al problema istituzionale, al
quale seguirono quelli delle riforme regionale, agraria,
industriale, bancaria, scolastica, giudiziaria,
sindacale, carceraria, ecc.
Diversi competenti parlavano, si
accendeva poi la discussione. Indagavamo talvolta sulla
conclusione. Al termine, per es. di un'esposizione e
discussione sui due tipi principali di repubblica,
presidenziale e parlamentare, la maggioranza ha risposto
di preferire il primo tipo, accompagnato però da
sufficienti garanzie di decentramento e di controllo.
C'è anche una biblioteca
circolante aperta ad ogni riunione dei C.O.S.
Se a Perugia vengono persone
importanti, le invitiamo spesso al C.O.S., perché siano
intervistate dal pubblico: tra gli altri Salvatorelli, L.
Venturi, Buonaiuti, Marchesi, Comandini, Calogero,
Calamandrei, Banfi, P. Vittorelli. E spesso si fa il
sunto della situazione politica, si commentano gli
avvenimenti.
Il pubblico del C.O.S.
Queste discussioni politiche hanno
voluto avere un carattere il meno possibile accademico di
conferenza, di lezione, e invece quello di ricerca
aperta, compiuta insieme. Chi parla ha principalmente il
còmpito di stimolare, e la dialettica c'è stata sempre.
Mai l'impressione che il discorso di chicchessia sia
stato ricevuto dall'alto.
Naturalmente l'interesse dei
pubblico (e il pubblico libero è sempre difficile) è
stato ora teso ora fiacco. Ci sono stati dei culmini, ci
sono state delle volte con la sala poco affollata. Ma al
C.O.S. una delle qualità essenziali alla direzione è la
costanza. lo ho sempre detto facciamo, teniamo vivo e
aperto, escogitiamo anche i modi per soddisfare ciò che
viene piú chiesto, ma poi non spaventiamoci comunque
vada.
Nei primi quindici mesi in generale
l'affluenza è stata grande, e la difficoltà è stata
dalla parte nostra, di fornire una sala sufficiente e
posti da sedere sufficienti. Quasi sempre ho visto
persone, e donne anche, stare in piedi, per due ore e
mezzo, e ho visto anche tornare indietro perché non
c'entravano piú. Il numero dei presenti al C.O.S.
centrale è andato da un trecento o quattrocento a un
centinaio.
Ci siamo serviti della Camera del
lavoro, poi della sala dell'ex Fascio, ora del Palazzo
comunale. Il pubblico non è sempre lo stesso; oltre a un
forte gruppo che è quasi costante (quelle persone che
seguono attivamente la politica, iscritte o no a
partiti), c'è un affluire di nuovi, un ritirarsi di
persone che son venute per mesi.
In genere è mancata l'alta
borghesia, i professori che si danno le arie
universitarie ed escludono ogni altra cosa, il clero
nella quasi totalità, le signore di lusso, i
professionisti che guadagnano molto.
Abbiamo sostenuto sempre questo
principio: il C.O.S. deve poggiare sulla sinistra, ma
deve essere aperto all'intervento e alla parola di tutti.
La sinistra, sì, perché essa
significa "trasformazione sociale, superamento dei
fascismo nelle sue forze, formatrici e consolidatrici
". Non lo stupido " andare verso il popolo
", ma essere popolo. E prendete il popolo, mettetelo
a discutere liberamente, mettetelo a faccia a faccia con
i suoi problemi e non potrà che essere di sinistra,
perché nell'amministrazione, data anche la povertà di
produzione italiana, si accorgerà che il mercato libero
è l'abbondanza dei ricchi e la denutrizione della grande
maggioranza che è povera; e quindi il popolo sosterrà
il piano del tesseramento a prezzo popolare, cioè
l'intervento sociale; nella politica, si renderà conto
che sono state le forze conservatrici a creare il
fascismo e pronte a crearne un altro. O non destare il
popolo, ma se si desta, se prende coscienza della
situazione storica, è cosí.
Basare il C.O.S. sulla coalizione
di tutti i partiti, di tutte le correnti, sarebbe
difficile e diventerebbe impossibile perché si
presenterebbero veti, impedimenti dal di dentro. E
evidente che c'è chi non vuol sentire parlare di certi
argomenti.
Ma che chi dirige il C.O.S. sia
persuaso della trasformazione sociale e imprima appunto
al C.O.S. il còmpito di studiarne le forme con spirito
aperto, e il fatto anche che chi dirige non possa fare a
meno di avere delle idee personali, e di esprimerle
anche, come può esprimerle uno del pubblico nella sala,
non deve impedire la presenza e la parola degli altri.
Se i conservatori hanno disertato
il C.O.S. è perché, quanto a problemi amministrativi,
non sentivano il morso della povertà e della fame
propria e dei figli, quanto ai problemi politici non
hanno avuto il costante coraggio di affermare le loro
idee.
La sala è aperta a tutti; e
perché la maggioranza del pubblico è di sinistra?
Perché ha maggiore interesse, perché invece che al tè
o al varietà viene li, perché vuole formarsi, perché
non è scettica. Ma chi impedirebbe ai partiti
conservatori di riempirla con loro seguaci? di stabilire
una maggioranza a loro favorevole?
Il C.O.S. è di tutti, è di chi lo
occupa, salvi lasciando i diritti della minoranza.
E proprio il caso di dire che gli assenti hanno
torto, e ci perdono, perché, e questo l'ho visto, uno
che venga al C.O.S. e sostenga anche idee non care alla
maggioranza dei presenti, quando si vede che lo fa con
schiettezza, riesce simpatico.
E proprio una delle prove del
valore del C.O.S. Invece si forma un disprezzo per gli
assenti, per chi si rifiuta a questa democrazia aperta.
Rapporti con i partiti.
Il problema dei rapporti con i
partiti è dei piú delicati.
Il partito democristiano si urtò
abbastanza presto. Mi trovavo una volta ad esporre quali
forze avessero consolidato il fascismo e non potei fare a
meno di dire che un aiuto vi fu nelle esortazioni
ecclesiastiche all'obbedienza, specialmente dal '29 al
'37, a parte il Vangelo; e altre volte non si è potuto
fare a meno di parlare della guerra di Spagna e delle
relative responsabilità.
Si sarebbe dovuto semplicemente
controbattere, invece di scomunicare. Il C.O.S. non può
mutare la verità per compiacere ad uno o ad altro anche
se potente; non può e non deve che aprirsi per mostrare
tutti gli aspetti della verità, tutti gli aspetti della
ricerca comune. Invece quel partito nella maggioranza si
fece ostile al C.O.S., lo attaccò nel proprio giornale,
lo chiamò " scolo della città ", fece appello
alle autorità perché lo chiudessero, e non collaborò e
gli ha creato tutte le difficoltà.
Alcuni dirigenti dei partito (altri
dirigenti mai) sono intervenuti con un certo numero di
iscritti, e hanno potuto sostenere e discutere quanto
hanno voluto.
L'avversione dei partito liberale
in principio non c'era, sia perché questo partito,
subito dopo la liberazione, era piú fresco e piú
aperto, sia perché si rendeva conto che il C.O.S. era
popolare e che lì dentro bisognava avere la forza, se si
era liberali, di portare una energica dialettica.
Ma il partito liberale molte volte
in provincia vorrebbe parlare dall'alto, come
gl'intellettuali di una volta, o ha troppa fiducia nella
propria potenza. Alla discussione del programma del
partito liberale (il primo dei partiti esaminati) essi si
astennero e vi furono soltanto uno o due che in via
privata ne presero le difese. So che i dirigenti
ritenevano quelle, " chiacchiere inutili", e
che quell'astensione era una "tattica".
Non rluscendo a capire quale fosse
questa tattica, e offeso da quella " inutilità
" delle discussioni, mi rivolsi a quei dirigenti,
scrissi anche una lettera nella quale esprimevo il mio
speciale dispiacere che il punto di vista liberale non
fosse difeso adeguatarnente, e che questo era un errore,
un danno, sia per il valore del pensiero liberale sia per
l'efficacia che avrebbe avuto su un pubblico liberamente
adunato, e il fiore politico della città che era una
specie di tribuna.
Debbo dire che, con tutti i
giornali locali da loro fondati e con le altre forme di
affermazione dì ricchezza, la loro assenza dal C.O.S.
con successiva denigrazione e messa in ridicolo di esso
non ha loro giovato per nulla. Il popolo, i giovani, lo
possono attestare.
Il C.O.S. di Perugia è stato il
luogo in Italia dove, forse, prima e meglio che in ogni
altro, è stato esaminato con chiarezza il partito
democratico dei lavoro, chiarendo i suoi fondamenti.
Il partito d'azione e il partito
repubblicano hanno collaborato con il C.O.S.
Con il partito comunista vi fu un
momento di dissenso, che fu chiarito con le parole e
superato dai fatti, e cioè dalla vitalità dei C.O.S. e
dalla comprensione dei dirigenti comunisti. Era inteso
fin dal principio che di marxismo al C.O.S. si sarebbe
parlato e con particolare cura, considerata l'ignoranza.
Si credette, da un dirigente
comunista, che si potesse fare dei C.O.S. un centro di
studi marxisti. lo sostenni che il marxismo non poteva
presentarsi che come una teoria, anche se di grande
importanza. Se l'episodio è significativo per il
pericolo che sarebbe al C.O.S. se in mano esclusivamente
a un partito di rigida struttura dottrinale, debbo dire
che in seguito i comunisti, insieme con i socialisti,
sono stati attivi fautori dei C.O.S.
Piú volte ho detto ai capi dei
partiti di sìnistra, a Perugia e a Roma, che dovrebbero
invitare le loro sezioni in tutta Italia a promuovere
C.O.S.; specialmente quei partiti che hanno sulla loro
bandiera "libertà e socialismo", e
specialmente i partiti che vogliono stare col popolo,
vincerne la diffidenza, far conoscere le proprie persone,
far trionfare il principio della libera ricerca su quello
del dogmatismo.
Un partito che a Perugia ha
guadagnato dal C.O.S. è stato quello dei
cristiano-sociali.
Ma, come ho detto, se al C.O.S. è
giovato l'aiuto dei dirigenti e dei membri dei partiti di
sinistra (repubblicani, azionisti, socialisti, comunisti,
libertari, cristiano-sociali) e se il C.O.S. li ha
corroborati nel punto piú essenziale della loro fede,
esso ha anche formato un tipo di cittadino educato
amministrativamente e politicamente, un cittadino
sveglio, schietto, di fede antifascista e aperto, oserei
dire, un liberalsocialista concreto, sia o non sia
iscritto ad un partito.
E così si attua il fine del
C.O.S., dare senza volere per sé, migliorare la vita
amministrativa e le vita politica senza essere
propriamente né ufficio arnministrativo, né partito,
libera aggiunta di operosità, di depuramento, di
trasparenza, di fede.
Difficoltà del C.O.S.
Ma vi sono anche le ombre, le
difficoltà, i pericoli. Anzitutto il C.O.S. è il
rispecchiamento della situazione, una radiografia, una
sezione che mostra l'interno. Se l'insieme fosse
arretrato, fascista, reazionario o altro, il C.O.S.
sarebbe tale perché à aperto a tutti, perché aspira ad
essere assemblea totale; chi impedisce che esso passi in
mano ad avversari di chi lo ha promosso? che sia occupato
e travolto da uno spirito non più di democrazia aperta?
Il C.O.S. è essere, non dover
essere; e questo fatto non è avvenuto, ma potrebbe
avvenire quanto piú i C.O.S. si estendessero. Rispondo
tuttavia che essi resterebbero assemblee totali, e allora
lì dentro ci sarebbe sempre il modo di affermare le
proprie idee, il proprio stile, come strenua minoranza; o
non sarebbero tali, e allora potrebbe crearsi un C.O.S.
distinto che fosse piú autentico.
L'importanza è che chi è persuaso
del C.O.S., dovunque vada, tenda a costituirne uno se non
lo trova, che lo senta come un dovere, come una
necessità spirituale; che alzi o rialzi questo tempio, e
vi porti un'anima religiosa, cioè infinitamente aperta.
lo ho proposto di istituirlo nelle
prigioni: so quale bene farebbero periodiche riunioni
interne, quale mezzo di risanamento morale e
amministrativo esse sarebbero. Anche nelle scuole sarebbe
fecondissimo; oso pensare anche nei manicomi, quando in
piccoli gruppi si sapessero abilmente mescolare dei sani
di mente (che intervenissero volontariamente), in modo
che i malati ricevessero stimoli pazienti, sereni, al
ritorno del dominio mentale.
Se San Francesco poneva come
condizione ai suoi primi compagni di curare i lebbrosi,
la religione moderna dell'apertura infinita dell'anima,
della libera aggiunta di nonviolenza e nonmenzogna, di
sentimento intimo della infinita socialità e coralità,
potrebbe porre come prova di questa interna persuasione:
dovunque andate, cercate che ci sia un C.O.S.
Il C.O.S. può languire: ha bisogno
di essere avvivato: bisogna darsi molto da fare per
animarlo con costanza. Le gente se ne può stancare, ha
periodi di interesse, periodi di disinteresse; non si
sente obbligata e lascia perdere.
Anche qui rimedi essenziali: la
tenacia, escogitazioni opportune, sapersi inserire nei
bisogni e nelle esigenze piú vive, mostrare l'importanza
del fatto che esse si rivelino e organizzino
collettivamente, che passino dalla spontaneità allo
scambio reciproco, alla pressione esercitata uniti sulla
situazione.
Riluttanza ed ostilità delle
autorità? E allora si cerchi di diffondere il C.O.S.
nella moltitudine, di ancorarlo nel popolo, perché si
contrapponga una forza a un'altra, e quella autentica da
cui sorge tutto a quella cristallizzata.
Il C.O.S. richiede uomini attivi e
abili, è la pietra di paragone se un paese ha
intellettuali e anche non intellettuali che vogliono fare
un lavoro disinteressato. Il C.O.S. è un'iniziativa che
è una totalità nello stesso tempo, una chiesa aperta, e
perciò centro piú che cerchio.
Nellopuscolo di fondazione
scrivevo:
"Questa unità mondiale,
questo universalismo amministrativo, di diritti, di
benessere, di buona convivenza di tutti gli uomini, non
può essere soltanto sul piano economico politico.
Va bene che le materie prime e
le merci circolino liberamente e vadano dove se ne
abbisogna, e siano abbattute quelle barriere che hanno
fatto sì che in un luogo non si sapeva che fare del
grano e in un altro luogo si moriva di fame; va bene pure
che abbiano fine queste contese, queste guerre per una
città, per un lembo di terra, per una rivalità di
origine storica, e che invece si allaccino vastissime
federazioni internazionali.
Tutto questo va bene, ma non
basta, perché politica, economia sono l'amministratore,
sono la base pratica, ma nell'uomo c'è tanto d'altro. E
la conquista del potere, il raggiungimento del benessere,
sono certamente un bene, ma portano con sé anche due
pericoli, che sono il potere per il potere, il benessere
per il benessere.
Il potere e il benessere sono
non fini, ma mezzi per migliorarci, per essere uomini
migliori, piú umani, piú buoni, piú capaci di
avvicinarsi alla verità, alla bellezza, alle alte vette
della vita, dove si vive qualche cosa di eterno, di piú
libero della stessa politica ed economia.
L'uomo chiede a se stesso:
perché sono al mondo? e davanti al dolore, alla morte,
davanti alla gioia stessa, si fa domande, si pone
problemi che vanno oltre la sfera della politica e
dell'econornia. Arrivati a sentire, a vivere, a
realizzare questa grande unità, questa nuova socialità,
che è la nostra patria suprema, noi sentiamo che la vita
dei pensiero e dell'animo acquista un nuovo valore,
quello di orientare entro la socialità, di salvarla dal
suo appesantimento totalitario, di aprirla a vivere tutte
le esigenze, tutta l'umanità.
Gli intellettuali che si sono
uniti col popolo, trovano cosí un nuovo compito: quello
di ascoltare le esigenze che sorgono nell'animo, di
cercare di soddisfarle. Dalla classe unita,
degl'intellettuali e dei lavoratori, sorgono perciò
coloro, e di qualsiasi provenienza, che sentono questo
problema, di giustificare la nostra vita nel mondo, di
vincere i nostri limiti, di salire alla libertà della
poesia, del pensiero, della nuova religione.
Qui un operaio, un'umile donna,
può insegnare piú di un professore."
Da Aldo Capitini, Nuova
socialita e riforma religiosa, Torino, Einaudi,
1950, pp. 237-258
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